La scuola di ballo
Autore: Loria, Arturo - Editore: - Anno: 1932 - Categoria: letteratura
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2 La casa dipinta
L'arrivo degli imbianchini sorprese Anna: non li aspettava tanto presto. Le pareva che ritinger di rosa la facciata grigia e sporca dal tempo fosse un modo di festa e non di lutto a così pochi giorni dalla morte del vecchio. Pure non disse nulla a Lucrezio. Lo sentiva, divenuto padrone della casa paterna, ansioso di mutarla in qualche cosa, di coprirla di un rosa gaio come quello degli auguri che si fanno agli sposi, quasi sfogasse così un rancore, prendesse in tutta fretta la rivincita della giovinezza dominata e triste. Gl'imbianchini per due giorni furono padroni di ogni stanza, di ogni finestra, poi, fatti i fori per le impalcature, messi a ciondolare i ponti sospesi, passarono fuori, s'incrostarono sulla facciata come un popolo parassita e operoso. Le stanze a persiane chiuse e tappate di carta contro il polverio delle scrostature eran buie e risuonavan di martelli, tonfi e grattamenti ai quali la voce tranquilla di un uomo, ogni tanto, un cantare davano il significato rassicurante di un'opera di pace e non di distruzione. Anna e Lucrezio venivan destati presto, al mattino, dagli operai che cominciavano il lavoro, maliziosamente contenti di batter sodo sui muri protettori di un pigro dormire. Lucrezio diventava inquieto nella camera buia e s'agitava nel letto col proposito di non dare ascolto e riprender sonno; ella fingeva il respiro dei dormenti e si godeva a brividi lo sgrigliolamento della calce secca lungo le persiane e sulla carta crepitante. Ascoltava le voci degli operai con attesa curiosa di sorprendere uno scherzo, una parola grossa che la rallegrasse, lì, calda, a contatto con la carne del suo uomo. Un picchiar di martello nel muro diventava assordante, pareva prenderli di mira, voler aprire uno squarcio e scoprirli in quella loro intimità. Ella sorrideva, un po' turbata; Lucrezio, gli occhi fissi alla parete, sorvegliava il formarsi di una crepa. Tornato il silenzio, si facevan di furto una carezza. Per riassestare e ritingere le persiane fu necessario toglierle di posto e portarle via. La facciata ne rimase spoglia e ignobile: le finestre parevano occhi senza cigli. Lucrezio era tormentato all'idea che dai ponti gli uomini guardassero dentro nelle stanze. In camera da letto una tenda bianca copriva i vetri, ma, per la sua grande luminosità, la tenda non gli toglieva il sospetto di occhi spiatori. Alla prima luce del giorno si levava e obbligava col suo contegno Anna a uscir dal letto e a vestirsi. Ella pigramente obbediva, ma rimaneva poi, chiusa in scialli, ad aspettare ore meno freddolose, seduta in una poltrona, immota e fissa come per un grande dolore. Lucrezio scendeva in strada, si dirigeva verso la città, tornava indietro, ricompariva allo svolto con l'ansia di veder gli uomini giunti sui ponti riprendere e far progredire quel lavoro di cui attendeva la compiutezza a inizio di un vivere nuovo e più felice. Era ancor troppo presto: nessuno sulle impalcature. La casa gli appariva di lontano in disfacimento: tra i pali, all'ombra delle tavole, le finestre piccole parevano condurre alla superficie trasparente dei vetri un'interna corrente di buio. Sotto l'orlo protettivo del tetto la casa era già tinta di rosa, di un rosa che rivelandosi al sole mattinale si perdeva al suo limite inferiore in colpi di pennello dati a caso sul grigio vecchio e su macchie e toppe freschissime. Per obbedienza a un loro strano metodo, gl'imbianchini lavoravano a colorire molto più in basso, senza pensiero, per ora, di congiungere le due zone. Lucrezio soffriva l'attesa di quel congiungimento, ma temeva d'esser ridicolo a pretenderlo immediato. Rincasando più tardi sotto gli sguardi stupiti degli uomini che arrivavano al lavoro, trovava Anna addormentata sulla poltrona. Gli prendeva allora un gran rimorso per l'abuso della docilità di lei: la destava e la supplicava di tornare a letto. « No, lo so bene che non ci hai piacere. Del resto è tardi e in casa c'è tanto da fare a tener pulito con questa polvere.» Dopo questa, o un'altra simile risposta, egli era senza coraggio d'insistere come se ella gli perdonasse i segni di un male che sapeva invincibile in lui. Durante l'ora di colazione Lucrezio temeva gli sguardi indiscreti sulle vivande, ritenendole troppo invidiabili da parte degli operai appena risaliti dall'aver mangiato un tozzo di pane con poco companatico, e trangugiava in fretta e male, fermandosi quando un'ombra passava accanto alla finestra, o un pennellone prendeva a schiaffeggiare sul muro, li vicino, dando la presenza dell'uomo che lo manovrava e del suo respiro in fatica. Finito il pasto Lucrezio usciva per andare all'Ospizio dei poveri vecchi dove aveva preso funzioni di direttore, succedendo al padre. In strada si volgeva per dare un'occhiata alla casa. L'opera nascosta di un operaio fermo per tutta la mattina su di un punto della facciata si scopriva finalmente: era il contorno sbreccato di una finestra che riprendeva la sua integrità; il passaggio di un tubo che rigonfiava, pareggiato ora sotto la calce fresca, cicatrice scura tra le strisciate secche della raspa. In basso il gesso e la tinta scolavano fermandosi sulla casa e sui pali come i goccioloni della prima pioggia: presto asciutti facevan crosta di colore. Partito Lucrezio, Anna si rifugiava nelle stanze che aprivan le finestre in direzione opposta alla strada. Rispondevano queste su piccoli orti quadrati e poveri di vegetazione troppo uggita dall'ombra degli edifizi. Gli alberi da frutto erano steccoluti, e se un pomo o una pera pendevano dal ramo come una escrescenza miracolosa, mancava intorno l'attesa che regna dove son frutti che possono staccarsi e cadere maturi. Più lontano, di sopra ai tanti muretti di divisorio, si vedeva il giardino dell'Ospizio dei poveri vecchi. Era il grande giardino di un'antica villa donata all'istituzione. Nei viali solenni e ben cosparsi di ghiaia si aggiravano i poveri vecchi vestiti di bigio come uguagliati mendichi, senza speranza d'una ricca, sbagliata moneta in elemosina. Nei giorni di sole sedevano su seggiolette di ferro intorno alla vasca della fontana, finché riscaldati, presi d'allegria si mettevano a giocare come bimbi. Una barca di carta partiva dalla riva, e i bastoni che smuovevan l'onda, l'allontanavano verso la raggiera dello zampillo a far naufragio. In questi giuochi, in queste manovre c'era un ordine, un goffo goder tutti della medesima distrazione da vecchi domati dalle miserie, spauriti e fatti pari dalle severe costrizioni della Pia Casa. Mettevano i bastoni in acqua con aria assorta, quasi vergognosi l'un dell'altro, poi insieme li agitavano con gesti a scatto, tentennando il capo come compiessero un grande sforzo, spinti da collera paralitica. Un suono di campana e tutti si alzavano, tutti partivano verso il refettorio. Anna, aspettando il ritorno di Lucrezio, li guardava dalla finestra ma senza quello spirito di padronanza su di loro creato in casa dal padre di Lucrezio, direttore dell'Ospizio per più di vent'anni. Anzi al pensiero che suo marito vi passava le giornate, ella sentiva i vecchi come padroni rattristanti, e quella funzione di direttore, per lei mai disgiunta dall'immagine di una senilità rossastra e feroce, le pareva nemica dell'amore, dell'aver figli, del godere giovanilmente qualche ora di vita. Il suo ricordo del vecchio era cattivo. Entrata in casa, era rimasta presa dal terrore di lui che a far da dominatore di quegli altri vecchi deboli e miserevoli aveva perso il senso della vita dei giovani e anche del proprio destino, venuto a un rabbioso disprezzo per la vecchiaia ch'egli non sentiva per sé. Al suo passo, come già le figlie prima di sposarsi e uscir di casa, Anna si rifugiava in camera da letto nell'attesa di uno scoppio d'ira, di un sarcasma che, pur fremendo, Lucrezio ascoltava in silenzio. In fondo, e non osava confessarselo, era contenta della morte del vecchio, soltanto non riusciva a vederne una reazione benefica in Lucrezio. Pareva che per lui quella morte fosse venuta a rompere una situazione che avesse sperato di rompere con mezzi ed energia propria. Forse gli era rimasto lo smarrimento per gesti non compiuti, vivo il padre, o il rimorso per un rancore sordo nato e nutrito lunghi anni dalla propria debolezza di fronte a lui. Quando ne parlava, era come di un uomo che nessuno aveva capito, al quale nessuno aveva saputo togliere un po' del peso di una schiacciante responsabilità famigliare, isolato, insuperbito di quell'isolamento anche dinanzi ai figli paurosi e sfuggenti. Ora questo indagare beneficente sul morto sembrava ad Anna pieno di rischiosa contradizione per Lucrezio, il quale in odio a un cumulo di memorie spiacevoli aveva voluto ritinger la casa, così come si cancellano vecchi segni sopra una lavagna. Egli aveva le giornate prese dalle faccende dell'Ospizio. Se tornava a casa nel pomeriggio non era per veder lei, ma i lavori della facciata, che mettendolo vicino al raggiungimento di un desiderio così radicato ed antico, lo rendevano inquieto come i preparativi di una gran partenza. Un bisogno di armonia, di cose finite e bene a posto lo spingeva sul luogo dei lavori a valutare l'opra compiuta in una giornata da un uomo sui ponti, la stesa di colore di cui era capace un pentolo di tempera, i rabberci che si potevan fare con un mucchio di calce prosciugata sopra un pezzo di tavola. Partiva da quegli esami fatti quasi di nascosto, dietro ai vetri, compensandosene l'avarizia col sognar tutto finito, sbarazzato, senza tracce, al modo di un artefice che nell'odiosa fatica di ammucchiar pezzi di materiale si libera pensando al taglio e al posto fisso che avranno nell'opera, formandone l'unita e liscia superficie. Quando rincasava per cena raccontava ad Anna le miserie dell'Ospizio. La beneficenza premurosa faceva della casa di ricovero un carcere, gl'inservienti eran brutali con i vecchi pieni di capricci e di manìe. Un fagottino nascosto sotto il letto, delle bucce di castagne buttate in un corridoio chiedevano interventi suoi, prediche e minacce di punizione. Allentata la disciplina per il suo dare ascolto a tutto, i vecchi diventavan facinorosi. Lo aspettavano nell'atrio o in giardino per far le loro suppliche o dolersi di un guardiano: non gli davano pace e lo seguivano, facendogli corteo fino in direzione sotto gli sguardi schernevoli dell'economo e degli inservienti. Ascoltando, Anna capiva ch'egli taceva una più segreta umiliazione: quella di constatare il fallimento dei propri piani generosi e di dover render giustizia ai metodi del padre, di cui forse all'Ospizio qualcuno gli rinfacciava la memoria come a un figlio degenere. Dopo cena Lucrezio lavorava a stendere un discorso per l'anniversario della pia fondazione. Rattristato e invelenito si metteva allo scrittoio dello studio paterno, e lì passava ore lugubri stillando le frasi ad una ad una, e mentre le sentiva di compilazione retorica, gli andavano scoprendo nell'eco sforzato per concatenarle ciascuna alla nuova che faticava a venire, un seguito d'immagini nelle quali l'Ospizio passava corridoio per corridoio, camerata per camerata, a smentirgli le rose dipinte nel discorso, riportandolo all'uggia fredda dei muri, alla miseria dei lettucci sporchi, al rancidume del refettorio. Come un rimprovero riudiva strascicare i passi del vecchio che gli conducevano in direzione a impararsi la risposta nella quale era esaltata la generosità dei ricchi benefici. A Lucrezio pareva di essere diventato l'inquisitore di quel vecchio curvo e timido, che alle lunghe e noiose ripetizioni impostegli quando s'ingarbugliava nel ripetere il discorsino, si sottometteva con sguardi dov'era un rancore non nutrito di forza, ma più temibile, perché faceva pietà. La presenza di Anna che veniva nella stanza a sedersi accanto a lui, affidandogli le mani da accarezzare, lo distoglieva da così malinconiche visioni. «Ma perché stai tanto male, amor mio?» «Il povero babbo» mormorava egli, per non rivelarsi vittima di occorrenze tanto meschine e insieme porre fine all'indagine di lei con quella richiesta di rispetto per un dolore sacro. Poi chiudeva gli occhi per riaprirli confidenti. «Avremo la casa rosa. Siamo un pezzo avanti.» E sorrideva d'una promessa confermata a lei e a se stesso; ma Anna soffriva di sentirlo così inteso a raggiungere un mutamento che si svolgeva solo sulla facciata della casa. Già le più alte impalcature eran state tolte; le persiane tinte di verde chiaro erano pronte, ammucchiate in un andito. I pennelli lavoravano sotto le loro finestre; gli sguardi indiscreti non eran più da temere; i colpi di martello tacevano: di tanto in tanto s'udiva strider la raspa su vecchie piaghe dell'architettura che andavano sanate prima di stendervi sopra il colore. La stagione piovosa faceva ostacolo ai lavori. Gli operai, giunti di buon mattino, rimanevano giù sotto casa, con le giacchette sulle spalle, a riparo dell'armature. Guardavano il cielo con aria incredula, aspettavano chiacchierando, finché un uomo in bicicletta non veniva a chiamarli per altri lavori in cantiere coperto. In quelle giornate Lucrezio soffriva di un vuoto incolmabile e cercava di star vicino ad Anna e s'accorgeva di averla fatta infelice, di sentirla viver fiacca, avvilita di non aver figli, intenta a mutare il suo amore per lui in un amore quasi materno, troppo impegnativo ed esigente, se, così purificato, non poteva ammetter intermittenze. Allora per ritrovar l'equilibio perduto per colpa sua, egli pensava di portarla via in un lungo viaggio per ritrovarla amante tra gli estranei e iniziare un nuovo ciclo più felice. Quel rosa nascente sulla facciata sarebbe entrato in casa, avrebbe riverberato sul freddo interno. Cambiatosi il tempo da piovoso in sereno nel pomeriggio tardo, riapparve nel cielo della sera la luna dimenticata, piena e lucente. Entrando in camera, per coricarsi Lucrezio ed Anna videro che batteva nel centro della stanza e su metà del letto. Egli non volle tirar sui vetri la tenda, né accendere la luce. Anna che si spogliava dall'altra parte del letto gli pareva Diana, dandogli una licenza d'immagine che gli preparava una nudità non domestica, ma miracolosa della sua donna. Ella ebbe vergogna di lui spiante nell'ombra e si tuffò sotto le coperte. Senza aver detto parola anche Lucrezio si coricò. Voleva parlarle, progettar con lei il viaggio, ma taceva incantato dalla luce lunare che cresceva come un gran fiato che polisse e argentasse le cose dentro la stanza. Alzando il capo egli vedeva la pianura bianca del letto riflessa nello specchio, la propria forma oscura emergere, la macchia dei capelli di Anna riposare più in basso e godeva che le pieghe e il taglio dell'ombre facessero un paesaggio sconosciuto, avvolto di azzurro liquido e penetrante. Gli pareva di sorprendere nello specchio l'immagine di due esseri in tutto somiglianti a sé stesso e ad Anna, ma immersi in una luce insolita ch'ei tuttavia conosceva, poteva ritrovare nel ricordo gelido di certe angoscie. La fissità della luce gl'ingrandiva lo spettacolo. A poco a poco s'accorse di provarne sgomento, il medesimo sgomento di quando ascoltando altri parlar di vizi terribili o di pazzìa gli era venuto il pensiero d'averne in potenza tutti i principi. Volle distruggere con dei moti l'immobilità dell'immagine. Passarono i suoi gesti vani nello specchio come una lotta d'ombre, ma al suo ricomporsi, la quiete gelida delle forme riapparve immutata. Sospirò e fu per darsi al pianto, atterrito da un presentimento. Anna alzò fuori dalle coperte un braccio d'argento: egli si stupì, sentendosene cingere il collo, che fosse morbido e caldo. Allora come a ritrovar terra, riaffermare un diritto di vita venuto in pericolo, Lucrezio attirò a sé la donna per farla sua. La mattinata del giorno anniversario dell'istituzione, Lucrezio la passò all'Ospizio a disporre i preparativi della festa. Uscendo di casa s'era fermato a guardar la facciata per giudicarne l'effetto ormai ch'era quasi condotta di rosa fino alla balza bruna del pianterreno. La casa era ringiovanita, ma fatta volgare, ballerina alla ribalta, al paragone, dell'altre vicine, gelose custodi di un grigio polveroso, argenteo nell'aria del mattino. In certe zone, tra finestre e finestre, forse per via del colore non ancora secco, si vedevano le strisciate del pennello, le riprese del lavoro e lo spugnoso dei buchi tappati di calce non ben liscia. Lucrezio n'aveva avuto un'irritata delusione e poi il senso di vuoto di chi non riesce a immaginar l'impegno speranzoso e la compagnia di una nuova opera lunga. S'era imposto al momento di non badarci troppo, ma strada facendo e lavorando ad abbellir la sala per la cerimonia si sentiva tradito da qualche cosa che lentamente andava identificando. La casa, col mutar il suo colore un po' per giorno non gli aveva permesso di trovarsi allo stacco sperato, gli aveva consunto l'attesa di un gran momento, d'una gran decisione di vita nuova. La casa era quasi finita ed egli si trovava impreparato a viverci, vecchio uomo della casa buia, grigia e sporca come la custodiva suo padre. S'accorse osservando come i ricoverati godevano dell'aria di novità creata nell'Ospizio dai festoni e dalle bandiere, che niente sapeva cambiar per lui, che niente sarebbe cambiato. Pensò che forse tutta la casa andava rifatta nei muri interni, nei mobili e negli arredi, poi sorrise, commiserandosi di aver tanti bisogni ormai per vivere. Tornò a casa per l'ora di colazione. Non aveva voglia di mangiare e sdegnava i piatti delle vivande. Anna gli parlò di un acconto richiesto dagli imbianchini: egli prese a inveire contro la loro ingordigia di denaro e la bestialità con la quale eseguivano i lavori, poi domata l'ira improvvisa, consegnò a lei denaro bastante per pagare non l'acconto, ma tutto il prezzo pattuito. «Non ci voglio pensar più a questa faccenda. Hai capito?» Anna, impensierita della sua inquietudine, non osò mostrargli l'incoerenza di cui dava prova. Lo lasciò ripartir per l'Ospizio senza fargli parola, offesa e avvilita di non avere alcun potere benefico sopra di lui. Più tardi si vestì per uscire e raggiungerlo prima che fosse l'ora del discorso. Sulla porta di casa il capo degli imbianchini le venne incontro per chieder l'esito della sua richiesta d'acconto. Macchinalmente ella gli consegnò tutto il denaro. Stupito, l'altro le firmò una ricevuta, poi gridò su ai suoi uomini un ordine. Allontanandosi, Anna sentì che smantellavano un altro pezzo d'impalcatura, gente già pagata, presa dalla fretta di sgombrare da un lavoro che non dava loro più nessuna attesa. Si sorprese a capirli e quasi a invidiarli: entro poco tempo la casa sarebbe stata affidata a lei sola, rosa, ma più inabitabile di prima. Giunse all'Ospizio che tutti eran già nel salone delle feste, un'antica armeria della quale, tolti gli scaffali dell'armi, rimanevano i muri decorati a stemmi rossastri e a trofei guerreschi dipinti sulle porte. Davanti a una cattedra c'eran più file di poltrone per gl'invitati e i vari benefattori; dietro a quelle cominciavano, rinserrate, le seggiole nude e bianche dei vecchi. In una saletta laterale si vedevan, cariche di dolci e frutta, le tavole del rinfresco. Quando Anna arrivò in sala, Lucrezio, vestito di nero e grave di una gravità che ricordava quella del padre s'inchinava all'ingresso di un gruppo di signori anziani. Ella non osò attraversare le file di poltrone già occupate: si mise nell'apertura di una porta, appoggiandosi allo stipite. I vecchi seduti la fissavano stupiti di vedere una così bella signora rimanere in piedi: uno, e poi un altro s'alzarono a offrirle il posto. Al suo rifiuto pien di grazia i più vicini le posero un'attenzione curiosa come ricordasse loro qualcosa, ma si distrassero al passaggio di due inservienti con dei vassoi colmi di biscotti. Lucrezio montò in cattedra. Anna soffrì del subitaneo silenzio quasi ch'egli si fosse esposto a un grave pericolo. Mentre lui parlava ella n'aveva pena: sentiva lo sforzo fatto per mettere insieme quel lacrimogeno discorso ascoltato dai vecchi, intenti come bimbi cui piacciono le fluenti parole. Dopo Lucrezio parlò il ricoverato istruito da lui. Quel balbettio ebbe presto fine: il vecchio scese di cattedra intenerito dagli applausi e dalle strette di mano che parevano garantirgli un avvenire d'oratore. Tornato coi compagni in fondo alla sala parlava forte, così da infastidire, mentre uno dei benefattori prendeva la parola. Finiti i discorsi, tutti quelli delle poltrone passarono nella saletta del rinfresco e i vecchi rimasero lì, scambiandosi i sorrisi del povero che si crede mistificato. Lucrezio raggiunse Anna. «Che ci fai qui» chiese nervosamente. «Vieni con me: devo presentarti a tanta gente.» «È la direttrice» sussurrò una voce, lì vicino. Ella udì e ne fu colpita come da una cosa triste. Mentre Lucrezio e i suoi dipendenti accompagnavano all'uscita i benefattori e le autorità, i vecchi entrarono nella saletta, si fecero padroni delle tavole già briciolose e sciupate, dei vini, dei dolci, della frutta. S'udiva fin nell'atrio il loro vocìo, il tintinnar dei bicchieri, poi zittii e un ridere d'evasi che non san ben sicura la loro libertà. Lucrezio comprese con sgomento l'errore commesso lasciandoli senza sorveglianza. Fatti grandi inchini frettolosi agli ultimi partenti, corse nella saletta per vedere di calmare i ricoverati con la sua presenza. Anna gli tenne dietro: temeva una scatto d'ira, un eccesso malaugurato e rattristante. Si sfrenava la ressa dei vecchi intorno alle tavole saccheggiate. Alcuni, provvisti di bottiglie di vino, facevan da mescitori nella calca, e versavano a chi supplichevole tendeva il bicchiere, poi, strizzando gli occhi di affettuosa complicità, ingollavano al collo della bottiglia. Nella furia di arraffar qualcosa, i più s'imbestialivano in lotte intorno al vino e ai dolci; altri, tiratisi in disparte sputavano i bocconi duri e i semi delle arance, o s'insidiavano goffamente il bottino, mentre sotto il saio comune un riflesso o dolce o bieco dell'uomo di un tempo compariva inquietante. La voce e i gesti di Lucrezio non avevano alcun potere. L'economo venuto accanto a lui gli diceva: « Lei ha voluto fare le cose in grande. Guardi, ora: chi li tiene più?» e stringeva di sofferenza la bocca piccina, inseguiva con gli occhi polizieschi le mani che aveva visto rapaci piombar sui biscotti o sopra una fruttiera. «Non me n'importa nulla!» gli gridò Lucrezio sul viso, e trascinò Anna fuori da quell'ambiente irrespirabile. Quando furono in giardino corse loro incontro un custode, indaffarato, rosso di collera. «Signor Direttore» fece «ci son laggiù in fondo cinque o sei di questi mascalzoni che si bevono del vino portato via di sala. Tre bottiglie, ne hanno. Ho provato a riprenderle e a momenti ne ho avuta una nella testa. Come devo fare, io?» e nella domanda rabbiosa manifestava la sua voglia di vendetta. «Vado io a calmarli» rispose Lucrezio, pallidissimo. «Tu, Anna, resta qui: torno subito.» Anna rimase sola in un incrocio di viali: Lucrezio e il custode sparirono al primo svolto. Ella si sentiva dolorosamente inquieta: le pareva che Lucrezio accettasse ormai anche il veleno della sua situazione all'Ospizio come un male già previsto, meschino a paragone di un altro più grande, atteso con spavento. Tre vecchi che uscivan dalla villa vennero verso di lei. Due incespicavano a camminare, sghignazzando; il terzo correva dietro a loro a piccoli passi e precipitosi, sempre in pericolo di non reggersi e cadere in avanti. Dovevano aver bevuto e fatto uno scherzo a qualcuno, perché non si tenevano più, esilarati. Il primo, per riprender fiato si buttò a sedere sopra una panchina. Tossiva e rideva: gli altri due soffrivano la loro risata lunga e canora in piedi, tentenni accanto a lui. Due nuovi vecchi sopraggiunsero dalla casa. Ridevano e si davano degli spintoni, portando le mani alle tasche gonfie: apparivano all'orlo le teste gialle delle arance rubate sulle tavole. Questi si accorsero di Anna ferma contro una siepe. «C'è la signora direttrice» avvertirono, spaventando i primi che n'ebbero le risate tronche. Ella volle rassicurarli con un sorriso. Un poco esitanti i vecchi le si fecero dintorno. Erano attratti da lei: la fissavano con gli occhi scialbi entro le palpebre arrossate, cercando di esprimerle ch'erano meravigliati e contenti. Anna sorrideva sempre, ma aveva paura: voleva andarsene, presa dentro un cerchio di volti rugosi, schiusi a un sorriso roseo e umido di gengive. «Offriamo le arance alla signora» propose uno. Le mani tremolanti offersero i frutti. «Signora, signora, uno anche da me, uno anche da me» così imploravano i mendichi generosi e un po' ebbri. Ella accettò le arance. «Grazie, grazie: non tante. Tenetele per voi: le mangerete a passeggio» e si odiò per quella frase da vera direttrice. Fece un cenno amichevole di saluto. I vecchi si aprirono al suo passaggio, poi, come se un nuovo liquore li avesse pervasi, scoppiarono a ridere. Anna si volse quand'era già lontana. I vecchi si buttavano fra loro le arance. Le palle d'oro volavano per l'aria come in un giuoco di bimbi felici. Anche Lucrezio guardava, sbucato col custode da un vialetto. Raggiunse la donna e, toccandola, disse: « Vedi, ho fatto dell'Ospizio un giardino d'infanzia, e questo mio padre non me lo perdonerà in eterno.» Rise, ma ella ebbe paura. Usciti per un cancello, Lucrezio prese la via di casa. Bisognava percorrere dei brevi tratti di strada e svoltar tre volte lungo i muri prima di giungere a un largo donde si vedeva la casa. All'ultimo svolto ne appariva il lato senza appoggi, fetta lugubre, incatramata contro le intemperie. C'era qualcosa di nuovo nell'aria: sull'ultime impalcature viste di sbieco scherzavano i riflessi rossi di un gran sole vicino al tramonto. Lucrezio si fermò. Aveva da confidarsi a lei che taceva aspettando. «Data la mia cattiva prova» disse sorridendo «accetteranno le mie dimissioni da direttore. Non ho forza di andare avanti così» aggiunse per spiegare le sue ultime parole. «Sento che a far quel mestiere bisogna diventare come mio padre: vecchi duri e sordi a tutto.» Anna per approvarlo gli strinse la mano. A un tratto egli si staccò da lei, corse in avanti: si fermò poi dopo pochi passi, lì, sul marciapiede. Guardava la sua casa. La facciata rosa beveva il sole del tramonto che l'arricchiva e l'espandeva rossastra fuori dall'altre case smorte e bene allineate. Il sole, rappreso pallone di fiamma, batteva in pieno sui vetri di una finestra resa cieca, ma così incandescente che gli occhi non ne sopportavano l'abbaglio. L'altre finestrelle al paragone eran buchi nel muro mal quadrati da una crocetta di legno. Chi passava, levava il capo verso quella luce dorata, stupito di trovarla in città, in una strada triste e remota, poi s'accorgeva della coppia immobile, di lei così bella, e proseguiva ironico, pensando ai rischi che ha un marito troppo poetico: egli, pallido in viso, aveva lo sguardo incantato sulle pietre, gli spigoli e i davanzali, ricchi di un fuoco intimo e dolce di ferro rosso che si spegne. «Vedi» fece Lucrezio, toccando Anna. «Pensa come dev'esser bella la nostra camera con quel sole dentro; ma forse la finestra lo specchia soltanto. Andiamo a vedere» e s'indugiò un momento a mirar la fonte luminosa che splendeva meno vivida e sicura: a tratti il vetro ritrovava tra le colorazioni verticali e fredde di specchio la sua buia trasparenza sull'interno. Salirono in casa di corsa. Egli aprì la porta della camera da letto. Non c'era sole, ma una luce grigia appena toccata di riflessi rosei. Lucrezio si strinse ad Anna, la tenne a sé con la forza dell'angoscia. «Cosa ci stiamo a fare qui, in questa casa dove mi sento morire? Andiamo via! Andiamo via!» Ella fece un gesto di disperato accoramento e seguì lui che fuggiva verso le scale. Gli prese il braccio e lo condusse fuor di casa, verso i rumori della città, come egli fosse già il vecchio dai passi incerti e contati cui si concede oggi lo spettacolo delle novità degli altri uomini, a fornirgli un aspetto ricordevole del mondo ch'ei si prepara a lasciare.
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