;

La scuola di ballo

Autore: Loria, Arturo - Editore: - Anno: 1932 - Categoria: letteratura

Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento


Il padrone era solo nel caffè. Seduto sullo scranno della cassa volgeva lo sguardo triste per gli scomparti e le nicchie della sala dove qualche tavolo vuoto, passato a lustro da un riflesso, attirava il suo affisamento desideroso di annegar nei primi evanescenti miracoli di una immagine sconosciuta. Ma al più lieve spostar del capo l'ombra di una delle tante colonnine arabe che scendevano dall'alto come per uno sgocciolamento del soffitto o quella di un archetto a doppia fila di denti gialli, avvelenati in punta da tocchi di azzurro cupo, s'allungava sul piano lacustre della luce, riconoscibilmente, così che ogni suo tentativo di perdersi in uno specchio insolito restava deluso. La porta di strada cedette alla spinta dolce e il cinese entrò esibendo un ventaglino verde che al suo giuocar di mano s'aperse in più corolle tremolanti. Il caffettiere udì frusciar la carta, ma non si volse. Da quando si sentiva in colpa d'una decisione ancor segreta che avrebbe disperso i superstiti clienti, evitava di salutarli al loro ingresso, e tale tattica d'amorosa debolezza finiva per ridurlo agli esperimenti propri del tedio austero di un sagrestano in chiesa. Il cinese, conscio che un lungo viaggio bisognava agli occhi tondi del padrone perché scoprissero la sua presenza, rispettosamente s'era messo fermo. Nel cappotto europeo sdrucito e misero egli aveva aria consunta, ma il giallo naturale della pelle lo salvava da un più acuto sospetto di morbo lento, mentre la febbre lucentegli negli occhini neri serviva grazia alla sua ostinazione forse maliziosa. Ombra vagante del quartiere, faceva ogni sera una capatina nel caffè per mostrare di tavolo in tavolo i ventagli e certi animaletti d'avorio che offriva dentro una scatola tonda da pastiglie; quando s'era persuaso che non c'erano compratori per la sua mercanzia, calmo, rassegnato se n'andava, senza desistere fino alla porta dal gesto e dal sorriso dell'offerta. Preannunziati dalle voci, entrarono in gruppo quattro clienti abituali del pomeriggio tardo, e dietro a loro il cameriere, ch'era in strada a distrarsi, svelto e festoso come per l'arrivo di cari amici: il cinese, sempre fermo, attendeva che si sedessero per iniziar l'approccio e le pratiche del suo commercio. Fu allora che il padrone, inquietato dal ricordo di un passo che non aveva proseguito, lo scoprì all'improvviso insieme all'immagine che da tempo andava componendo di una religiosa moschea e s'adirò quindi contro l'infedele entratovi di soppiatto. «Va' via!» gli gridò. «Cosa ci stai a fare qui? Impara una buona volta a non venirci più; tanto è question di giorni e poi il caffè sarà chiuso.» Si tacque e trattenne il gesto minaccioso per lo stupore di aver rivelato la sua decisione in modo così imprevisto. Parve a lui che i fedelissimi raccolti intorno a un tavolo di fondo brusissero spauriti dall'annuncio brutale. Si trovò ad attendere un grido, una catastrofe di tazze e bicchieri come uno schianto funebre dietro le parole gravi, e invece il diradarsi delle voci e dei sussurri fino al più profondo silenzio d'attesa lo ricondusse alla solitudine penosa dell'uomo osservato da molti sguardi. Più vicino degli altri, il cinese lo fissava con timidezza stupita e al tempo stesso tendeva disperatamente il ventaglio a una coppia d'innamorati che, varcata la soglia, esitavano nella scelta di un tavolo, ché, l'essercene tanti vuoti non consigliava verso nessuna speciale segregazione. Per non turbare quei clienti di fortuna con la sua ira, il caffettiere abbassò lo sguardo, bofonchiando; la coppia sparì col cinese in una nicchia laterale. Di là si sentiva rider la ragazza per la scoperta fatta tra le scimmie e gli elefanti del venditore di un ciondolo col gallo e la gallina accoppiati. Il cinese venne poi a offrire al tavolo dei clienti abituali una mercanzia che dopo il miracolo di una vendita doveva a lui stesso parer ringiovanita, rinfrescata come il sorriso d'obbligo, più largo e fiducioso del solito. All'inchino dell'orientale il padrone non rispose, ma non per un resto di corruccio: si vergognava del suo impulso e temeva le spiegazioni da dare ai quattro che fumavano in attesa sorniona. Vinto dall'irrequietudine partì dalla cassa e prese a girellare su e giù per la sala. I due giovani, fidandosi dei molti ripari che colonnette e divisori offrivano al loro angolo, si baciavano, e le due teste congiunte si riflettevano per un giuoco di rimandi negli specchi di cinque pareti, qua immanenti e monumentali, là ridotte a proporzioni minime, quasi fossero ripescate da una vertiginosa profondità verdastra. Il caffettiere si scoprì a entrar ombra terza e perturbatrice nella combinazione dei riflessi e se ne schivò con una corsetta, giungendo prima di quanto avrebbe voluto al tavolo dei quattro. Quelli fumavano e fissavano le lor tazze di caffè con l'espressione contristata, ma calma di chi ha inteso annunziar la morte d'uno pel quale non c'era più speranza. «È proprio inevitabile?» chiese il più impegnato a dir qualcosa per esser seduto di fronte a lui. «Non potreste rimodernare? Trovare un socio?» Il caffettiere taceva, curvo e avvilito. Rotto il silenzio, gli altri tre s'unirono nel fare le loro condoglianze e nell'offrire consigli; ma fiaccamente. «Grazie, grazie» mormorò il padrone staccando le mani dal marmo su cui le appoggiava, quasi non potesse sopportarne il freddo. «So benissimo che qui nessuno può sostener la baracca. Questo caffè ha fatto il suo tempo. Ne son tanto persuaso che chiudo prima di trovarmi al fallimento» poi, ritornò alla cassa per mostrare che non aveva altro da aggiungere. Si sentiva triste e gonfio d'ira repressa: l'annuncio anziché turbare i fedelissimi era stato accolto come una liberazione da un impegno noioso. Ogni nuovo ch'entrava e si sedeva nel gruppo veniva subito messo al corrente della notizia. Nasceva lì per lì un parlottare, un pencolarsi l'uno verso l'altro, un far segni ammonitori di silenzio, seguiti da prudenti occhiate in direzione della cassa. Ormai i quattro erano diventati sette, ma sette consapevoli e taciturni, sette che chiedevano le loro bibite con voce secca, senza famigliarità, e in quell'aria mutata il cameriere da confidenziale si era fatto timido e serviva silenzioso, muovendosi a passi cauti. Di tratto in tratto lanciava al padrone assorto e grosso come un bove uno sguardo di rimprovero. L'ingresso nel caffè di un personaggio sconosciuto a tutti destò una frettolosa curiosità, buona a dissipar l'imbarazzo ch'era nell'aria. Il colorito brunastro e la vistosità non inelegante degli abiti lo denotavano meticcio. Grigio di capelli, ma ancor giovane, l'uomo aveva addosso l'uggia freddolosa e trasognata di chi vive di notte e solo per caso s'azzarda fuori durante il giorno. Alla curiosità generale si mostrava indifferente: seduto al tavolo più vicino alla porta era senza dubbio in attesa di qualcuno. Ogni tanto girava quei suoi occhi troppo bianchi e assonnati per la sala come ne prendesse la misura. Qualcuno entrò ancora. Era l'atteso: infatti lo sconosciuto sorrise al nuovo arrivato, invitandolo col gesto al suo tavolino. Questi, un vecchio frequentatore del locale, salutò cerimoniosamente intorno, strinse la mano dell'altro e si sedette sorridendo. Era, per quel che si sapeva, una specie di giocoliere a riposo, ridotto a vivere d'espedienti meno magici di quelli del suo antico mestiere. Procurava scritture a delle cantanti di varietà, montava piccoli spettacoli per i caffè, vendeva mobili usati, trafficava intorno ai fallimenti, forniva indirizzi di camere ammobigliate, rimediando un vivere gramo ed agitato, dalle giornate eternamente piene di appuntamenti, di gite in città e fuori, di lunghe attese nelle sale delle vendite giudiziarie. I grossi baffi nascondevano in lui l'impronta del comico da strapazzo che la voce enfatica e troppo esclamativa denunciava senza rimedio. Lo si vedeva per via accompagnato spesso da belle donnine bisognose del suo aiuto e delle quali pareva un babbo scalcagnato e sfruttatore. Ricevuto da loro quand'erano in pelliccia o nude a letto in una camera non ancor pagata s'era affezionato a quelle farfallone sempre sincere con lui come ad una compagnia che lo manteneva giovane, della quale restava il profumo un po' inebriante sul suo stinto pastrano. Al corrente d'ogni loro malanno della carne e del cuore, si vantava di star compilando una storia dell'amore moderno visto senza veli, affare questo per un editore di tanto coraggio che non era possibile trovarlo sul mercato. Qualche volta si lasciava vedere con una moglie piccola, grigia e sempre in lacrime. Allora camminava accanto a lei sorridente e felice come un passante che non la conoscesse e, quando quella singhiozzava, si volgeva a parlarle con sonora dolcezza, ma una mano pelosa entrava in tasca e agitava dei soldoni con suono irritato e di cattivo augurio. Il caffettiere che non aveva risposto al suo saluto, faceva ora di tutto per non incontrarlo con lo sguardo. Da quando l'altro s'era preso incarico di trovare un compratore per il caffè, gli portava la diffidenza e l'antipatia naturale verso chi per primo aveva indovinato la sua necessità dolorosa. Il giocoliere disegnava col lapis sopra il tavolino di marmo una pianta che il meticcio seguiva di lontano, con gli occhi stanchi. A un tratto questi s'alzò, percorse a passi di misura la sala, e, senza badare al padrone che lo fissava furioso, si chinò ad osservare l'impiantito, smosse un paio di sedie da una nicchia, fece suonare il ferro cavo d'una colonna, poi tornò a sedersi al tavolo dove sussurrò qualcosa all'altro. Il giocoliere venne alla cassa. «Lo porto in cucina» disse «e a vedere il cortile coperto. È necessario. L'affare si farà, state tranquillo.» Il padrone non gli rispose, ma come ad autorizzare una libertà che davanti a testimoni gli era dispiaciuta, annuì e indicò un usciolo, con gesto indifferente, sovrano. Però, spariti i due, fu invaso da un furore padronale di riconquista di fronte ai suoi clienti che lo guardavano mortificati di assistere a quel negozio così indelicatamente condotto. «Son stufo di tutti questi trappoloni che vengon qui per vedere il mio locale» fece. «Un giorno o l'altro ne piglio qualcuno a pedate.» «No: gli affari prima di tutto; ma giudizio al pagamento!» consigliò un grosso commerciante del quartiere, strizzando l'occhio. «Fatevi dare dei contanti; non accettate carta firmata. Non si sa mai con tipi come quello.» «Mi prendete per ingenuo» rispose il padrone e tacque: i due tornavano dalla cucina. Alla richiesta del meticcio di mettersi tutti e tre in disparte a trattar le condizioni dell'affare, il caffettiere si oppose, fissandogli invece un appuntamento per l'indomani dal suo avvocato. «Sta bene» approvò il meticcio; e fatto un cenno di saluto al suo compare, se n'andò, fissando con occhio improvvisamente luminoso la ragazza uscita senza il compagno dalla nicchia per cercar sui tavoli un giornale illustrato. «Perché non avete voluto trattar subito con lui?» chiese il giocoliere al padrone in tono di rimprovero. «Non troverete certo un'altra offerta come la sua. So bene che non avete l'acqua alla gola, ma in ogni modo, volevo dirvi che se il mio conoscente fa l'affare, intende d'aver libero il locale per lunedì. Ha fretta di costruire il suo teatrino di varietà: il momento è buono. Ci sono quattrini in giro...» Vide un gesto annoiato del suo interlocutore e allora lasciò la cassa e andò a sedersi in fondo con gli altri per spiegar loro tutto il piano del nuovo teatro di varietà nel quale sperava d'aver funzioni direttive. Il padrone, ascoltandolo, da un primo furore cadde in un'atonia sconsolata rotta ogni tanto dalla visione del "Caffè arabo" pieno di gente come al tempo in cui nel suo famoso sotterraneo "Le Notti d'Oriente" le danze, l'orgia, la baraonda, finivano solo al mattino. Da quattr'anni il sotterraneo era chiuso, ucciso da una rapida decadenza alla quale avevan fatto inutile lamento di musiche orientali quattro nerastri e memorandi bricconi. Gli affari divenuti magri avevano sbarazzato il caffettiere della moglie, che odiando in lui la città e l'insuccesso dell'impresa era tornata a vivere in provincia dai suoi, aprendogli la libertà e un tempo felice. Il caffè s'era ridotto a onesto ritrovo di borghesi colpiti in ritardo da uno stile caduto di moda, trascorso ormai troppo tempo dall'Esposizione Coloniale, e il sotterraneo era diventato l'alcova esaltante dove gli amori ancillari del padrone si profumavano di esotica atmosfera. Ma la città si mutava rapidamente insieme al gusto della gente. Il quartiere aveva subito grandi trasformazioni: banche e gallerie d'arte nascevano dove un fruttivendolo chiudeva bottega; i caffè, le sale da ballo, miracoli di luci e specchi, cambiavano decorazione dentro e fuori ogni due anni: superstite, anacronistico il Caffè arabo rimaneva nascosto tra tante novità, apriva le porte sulla sala immiserita e vuota, incrostava fino al primo piano della casa la sua facciatina ambigua tra il bazar e la moschea, sempre più disertato dalla clientela. Per questo, ascoltando il giocoliere che raccontava meraviglie del futuro teatrino, il padrone sentiva un groppo in gola che l'obbligava ogni tanto a un colpo di tosse. Allora i nove consumatori seduti in fondo alzavano il capo come verso un malato grave. Il cameriere, appoggiato al banco, vi allineava sopra dei gettoni gialli, manovrandoli in pile come pezzi di un giuoco di scacchi: sul marmo della cassa ve n'erano sparsi pochi, che non componevano nemmeno l'intreccio geometrico che il padrone andava cercando, per darsi un contegno. Era la prova ben chiara di un incasso povero, insufficiente a pagar le spese della giornata. Dopo questa scoperta che da parecchi mesi faceva quasi ogni sera, nacque nel caffettiere un bisogno improvviso di larghezza, di sfarzo, di generosità che vincesse la tristezza di quel lento cammino al fallimento. Guardò gli scaffali ancor pieni di buone bottiglie che mai gli chiedevan di stappare i placidi bevitori del suo caffè orzato, quasi purgativo. Tanto valeva fare un bel gesto: invitarli ad una cena e sbalordirli con quei liquori, annegarli dentro le cose prelibate per comprarsi da loro un buon ricordo del Caffè arabo, il saluto amichevole per quando lo avessero, dopo, incontrato per strada, galantuomo malandato e pieno di nostalgie. Dette un'occhiata in sala e partì dalla cassa. Si fermò, irresoluto, tra i tavoli vuoti. La presenza dei due innamorati che parevano anche loro divenuti curiosi di lui e sporgevano le teste di sopra la spalliera del divano, lo turbava per quanto voleva dire al tavolo di fondo. Si mosse e cercò d'emettere un suono naturale a conferma che la voce era chiara, non venata d'alcuna emozione. Ma la distanza tra sé e gli altri gli parve troppo lunga da percorrere in silenzio. «Il Caffè arabo chiude per sempre sabato sera alle sette» disse a voce alta. «Alle nove ci sarà un gran rinfresco d'addio per i clienti che vorranno accettare l'invito. Lo dico per tutti i presenti.» La sorpresa impedì al momento qualunque reazione, poi il giocoliere s'alzò dal tavolo e venne incontro a lui gridandogli: «Bravo! Bravo! Così si fan le cose. Lasciate che v'abbracci!» Entusiasmati, gli altri fecero un'evviva e promisero di trovarsi tutti alla gran serata d'addio del Caffè arabo. «Grazie, grazie» rispose il padrone. «Conto sull'amicizia di lor signori. Vorrei pregar tutti di non cenare a casa: troveranno qui anche una colazione fredda.» E si ritrasse, inchinandosi all'applauso, mentre l'ambiente gli pareva ridiventato suo, caldo e quasi giocondo. «Signore, signore...» Il padrone si volse, poi si diresse verso la nicchia donde la ragazza lo chiamava. «Non è vero forse che avete invitato anche noi due? Tutti i presenti, avete detto.» Sorpreso, egli non seppe dir nulla lì per lì, ma il sorriso furbo di lei gli riscaldava il cuore. «Certo» rispose «tutti vuol dire tutti. Sarei molto addolorato di non veder sabato sera lei, cara signorina, e il signore suo amico» e tese la mano al giovane che ghignava d'impaccio piuttosto antipatico. «Ci conto, dunque.» Dal tavolo di fondo tutti si sporsero a guardar la ragazza e a sorriderle, ospitalmente. Il padrone tornò alla cassa. Respirava grosso e si asciugava un certo sudore di liberazione: gli pareva di aver trovato la via giusta a partir dal suo caffè con meno rammarico. Lo sguardo che girava intorno per la sala raccoglieva sorrisi, piccoli cenni amichevoli, strizzatine d'occhio senza preciso significato: la pace, la concordia regnavano intorno al suo trono di re generosamente abdicante. A poco a poco il caffè rimase vuoto. Primi ad andarsene furono il giovane e la ragazza. Sulla porta gli fecero un inchino e uscirono cadendo in uno scoppio di risa, svanito presto nel rumor della strada; poi il giocoliere, solo, come preso d'improvvisa fretta verso una delle sue tante combinazioni, poi sei che vennero a stringergli la mano calorosamente e infine il grosso commerciante insieme a due professori di liceo piuttosto anziani ai quali stava spiegando in qual modo rapido i trafficanti possono fabbricar denaro. I tre salutarono appena: uno, perché parlava, gli altri due perché lo ascoltavano con la meraviglia priva d'invidia degli uomini ingenui, mentre il grosso, godendosi quell'effetto, si ripagava di molte incomprese conversazioni intellettuali. Eran già sul marciapiedi quando si ricordarono di un dovere: «A sabato» fecero sporgendosi a salutare; e allora, con un senso gelido di vuoto il padrone ebbe chiaro che fino a sabato non avrebbe riveduto la sua clientela affezionatissima. «Dammi un bicchierino» disse al cameriere che stava sbarazzando il banco «e fai più luce.» Verso le otto di sabato sera un parlottare nervoso e misterioso tra padrone e cameriere, il loro trascinar tavoli al centro, spazzare in terra fin sotto alle sue gambe, persuase l'ultimo cliente del pomeriggio a lasciare il Caffè arabo. Era un vecchietto stanco che aveva fatto calcolo di un lungo riposo in quella sala desolata e silente. Depose le monete del pagamento sul marmo e se ne andò verso la porta. Non si volse, ma si sentì pedinato da quattro piedi ritti sulle punte. Uscì, ed ebbe lo spavento del fragore di una saracinesca calata dietro quasi a tagliargli le spalle. Non si volse: si allontanò e nel suo passo di vecchio solo e malinconico c'era l'esitare di chi sta parlandosi e s'interroga con lamentosità di debole sul perché di un affronto, di una immeritata persecuzione. «Finalmente!» esclamò il caffettiere. «Non se ne andava più quel vecchio imbecille.» «E sì che gliel'ho fatto capire in tutti i modi» disse l'altro. «O chi l'avrà mandato proprio oggi, così sul tardi?» Ma il padrone tacque: il Caffè arabo era chiuso per sempre, la sua ospitalità morta, la sua funzione di ricovero finita con quell'ultimo cliente maltrattato. Guardava intorno, mirava alla saracinesca calata a metà e non sapeva se desiderava o temeva l'arrivo intempestivo di qualcuno di passaggio che provocasse una resurrezione del caffè. Anche il cameriere finì per fissare il bandone riccio della saracinesca con la intensità di chi aspetta qualcosa, poi andò ad abbassarlo del tutto per non veder più i piedi della gente. «È fatta» mormorò il padrone e spense un ordine di lampadine in alto, poi un secondo ordine dentro le nicchie. Immaginò che qualcuno assistesse dalla strada a quel precipitar di luce in ombra come ad una agonia chiara e comprensibile, pensò al marciapiedi impoverito ormai di quella luce riflessa che il caffè regalava ai passanti, a tutti coloro che aspettavano di trovarsi in quel tratto vivido per sorridere visibilmente, per volgersi e gettare uno sguardo alla donna mal compresa nell'ombra, e si sentì colpevole come avesse mancato a un dovere. In questo mentre la saracinesca rintronò d'un colpo battuto dal di fuori. Si raddrizzarono i due come ladri sorpresi a rubare; d'istinto si scambiarono un segno d'attesa e di silenzio. Un nuovo colpo, ma nessuna voce. Erano pallidi, tremanti d'indecisione. Il caffettiere cambiò il piede sollevato per l'ansia con l'altro e la scarpa cricchiò; l'inserviente, fermo sui piedi piatti come un soldato di piombo, barcollò un attimo e ritornò diritto. Ancora un colpo sul bandone sonoro. Le lingue paralizzate volevan chieder: "Chi è? Che c'è?" ma tardarono. Un gruppo di passanti disperse col suono delle voci il silenzio imperioso che accompagna l'immagine di una figura ritta in attesa dietro una porta. Il cameriere corse a sollevare la saracinesca. Nessuno. La gente correva alla cena su e giù per il marciapiedi formicolante: una figura fuggiva tra l'altre con un urlo atroce di strozza avvinazzata: un giornalaio. Quando, rialzata la saracinesca i due si ritrovarono isolati di nuovo dalla strada s'accorsero di aver avuto paura. «Non ci confondiamo» disse il caffettiere «qualcuno sarà stato. Forse il giornalaio che viene tutte le sere... Veramente l'avevo già avvertito di non venir più e non è tipo di bussare e star zitto con la sua vociaccia. Ora che ci penso» aggiunse «credo che sia stato il cinese. È venuto qui fino a ieri sera e io gli avevo promesso per oggi una bottiglia di sciroppo. È timido: ha bussato soltanto.» «È timido ma l'ha sempre vinta lui con quelle sue manierine. Non mi fido io di quei gialli.» «Di che vivrà?» insistette il padrone che al ricordo del cinese si sentiva profondamente triste come avesse perduto un amico. «Una volta sola gli ho visto vender qualcosa.» «Son gente quella che si sfama con quattro chicchi di riso» rispose il cameriere, e su questa fede mostrò che voleva risparmiarsi qualsiasi immagine di compassione. «Peccato! Non ho pensato a invitarlo per stasera!» «Come? Il cinese?» «Sicuro! Meglio lui che quel messicano maledetto! Siccome mi compra il locale vuol venire per forza con quell'altro giocoliere che s'è scusato di non portarmi anche sua moglie, perché in questi giorni la signora non si sente troppo bene. Non son più il padrone io, qui.» Si pentì di aver fatto quel lamento: «Va', va' in cucina a prendere i piatti» disse «e portami anche il mio costume arabo». L'inserviente venne a posar sul marmo di un tavolino un gran fagotto, aiutò il caffettiere a imbandir la tavola, e quando tutto fu in ordine fuggì per un usciolo, spegnendo la luce. «O stupido, riaccendi!» gridò il padrone, ma venutogli col buio un fresco senso di pace non insistette a chiamar l'altro. Dopo l'improvvisa caduta nell'oscurità il chiarore che dalla strada veniva dentro il caffè s'aumentava man mano sugli specchi, sugli ottoni rilucenti del banco, sulle bottiglie degli scaffali che uscivano ad una ad una dall'ombra, apparendo in improvvise file al girar degli occhi. Il caffettiere come volesse approfittare di una complicità delle cose prese intanto a spogliarsi. Buttata la giubba e la sottoveste, sfilati i pantaloni, si tolse anche, dopo un attimo di esitazione, le mutande. Tra due piani di marmo freddo si mosse la sua figura in camicia, si fece curva a slacciar le scarpe che furono lanciate lontano. I piedi strascicarono di agio dentro le babbucce. I pantaloni orientali salirono fino alla cintola, tagliando di un orlo bruno la camicia tesa e bianca sul ventre. Frusciando un casacchino serico vestì il busto sul quale s'allentò poi un'ampia giacca di seta. Così travestito il caffettiere salì in piedi sopra un tavolino e cercò di vedersi in uno dei grandi specchi. Si vedeva male perché più di mezza figura restava in una zona buia: fece per saltar giù coll'idea d'illuminar gli specchi quando un ricordo improvviso gli dette la ragione d'amare quella oscurità inconsciamente voluta. Rimase fermo un poco, pencolò a guardarsi meglio, fatti gli occhi al barlume azzurro, poi scese a nasconder vesti e scarpe dentro un mobile e andò a sedersi sopra un divano. Godeva la dolce luce non pagata ch'entrava dai vetri smerigliati fino a mezzo della loro altezza. Il lato della sala che rispondeva sul viale era pieno di ombre d'alberi che si allungavano sul pavimento, si spezzavano a salir sul piano marmoreo dei tavoli, si perdevano nel buio fitto di un angolo, ramificavano uno specchio o il cavo d'una nicchia di fatue apparenze boschive. L'altro lato che dava su una strada stretta era spoglio d'immagini riflesse. In alto, per i vetri chiari si vedeva l'opposta casa con una facciata biancastra dove la luce rosa e calda d'una finestra accesa metteva un gonfiore sentito da tutta l'architettura. Con gesto lento il caffettiere pettinava la sua barba, si palpava il corpo avvolto nella seta. I lampi intermittenti delle scritte luminose sul viale rompevano lo stagnare della luce indiretta come gridi nella sala vuota e sonante e a ciascuno corrispondeva un progresso verso un'immagine sepolta nella memoria come un masso bianco nell'acqua azzurra del mare. Si immergeva il caffettiere in quell'onda col disagio del soffocamento e insieme la trepidanza di toccare un fondo dal quale sarebbe risalito col tormento di un dolore e di un rimpianto ormai antichi. Aveva già compreso la forma dell'immagine finale di quel procedere e ancora non voleva vederla, se l'impediva con giuochetti di falsa attenzione all'ombre, ai lustri delle bottiglie, impaurito che fosse troppo viva. Chiuse gli occhi per non subire un nuovo lampo, ma ormai era troppo tardi per sviare un lavorio inconsciamente venuto a termine. Vedeva Susanna, ne sentiva l'approccio insidioso a quei doppi fondi della memoria che serbano terribilmente vivi i gesti, la voce, la nudità e l'odore delle donne amorosamente godute. Cuoca degli inquilini del terzo piano, corteggiata e festeggiata da lui con l'occhio e con la mano, Susanna si era persuasa a scendere di notte nel suo sotterraneo pieno di meraviglie. La complicità della portinaia apriva a quell'amore un usciolo interno del cortile per il quale Susanna giungeva ancor serva, ancor calda della lavanda fumigosa dei piatti ch'aveva reso esangui le mani grassocce e rossastre. Egli era ad attenderla nel suo costume arabo, messo la prima volta per darle quello sbalordimento che rende possibile o accelera la dedizione delle donne. Senza baci, senza carezze la spingeva in una specie di spogliatoio e scendeva nel sotterraneo ad aspettarla. Pochi minuti per indossar quattro cenci venuti dal deserto e la serva spariva, si mutava in una formosa ragazza araba piena di fuoco e di superba voluttà della quale pagava la gioia e lo stupore nuovo ogni volta, riprendendo l'abito e gli odori dell'acquaio. L'attesa, il caffettiere l'occupava a farsi bello come un principe carovaniere, ad accendere accorte luci nell'alcova, a dar fuoco ai legnetti odorosi che spandevano nel sotterraneo un'acre nuvola biancastra ch'egli con semplicità sentiva favorevole a gesti felini e silenziosi, a gridi gutturali di passione. In quelli chiamava Susanna "la mia gazzella", e lei rispondeva "il mio leone", e realmente per ciascuno nasceva dentro quella messa in scena una lirica libertà d'intendere che rendeva sincere le esotiche espressioni d'amore. Il piacere tradotto in mussulmano li ubriacava di imitar feroci costumi, di vivere e godere altrove, tanto atmosfera e ambiente agivano, così sorti dal caso, ma assai vicini nel resultato a quelli creati dall'infallibile cattivo gusto esotico delle megere che montano una casa da appuntamenti. La ridesta gelosia di un antico amante di Susanna aveva rotto l'incanto con una mancata tragedia di pugnale. La ragazza aveva dovuto partire con l'altro, schiava di un bestiale padrone che disarmava nel caffettiere ogni coraggio, ogni proposito di ricorrere a un aiuto di legge per la cupa volontà di sangue espressa negli occhi torbidi: pareva costui cercare nella denuncia delle sue brutalità un pretesto alla vendetta e quindi al gesto sanguinario. Un vero oblìo non era venuto mai per il caffettiere, bensì un senso penoso d'insufficienza, di viltà a crescergli le ceneri su quel fuoco ormai antico. Qualche volta pensava alla disgraziata proibendosi ogni ricordo erotico per rispettarla nel caso che fosse morta, e si sentiva, indossato il suo vestito arabo, capace di vendicarla, d'inventar per questo torture e atrocità. Eran però ritorni brevi sui quali si stendeva la sonnolenza di un mestiere che per la decadenza del caffè aveva cessato d'essere attivo. I suoi sensi, ora, trovavano nell'identica luce di tante felici attese il ricordo e l'immagine di lei, ma attenuati da una saggia e pur dolorosa dimenticanza della tragedia e dei suoi riflessi per dargli solo un desiderio di donna, d'addio carnale al suo caffè. Per reagire al passo difficile il suo sangue voleva il piacere, pericoloso compenso richiesto dall'età in declino. Bussarono di fuori, alla saracinesca. Egli balzò in piedi, corse ad accender la luce e sparì in cucina, lasciando al servo la cura d'aprire. Gl'invitati, ch'entrarono in un primo gruppo di sette, parvero ritrovarsi in un luogo che li rendesse immediatamente curiosi e pieni d'imbarazzo. Forse era la tavola imbandita al centro creando una nuova forma del locale, forse era il fatto di ritrovarsi ospiti in un ambiente dove avevan sempre pagato, a stupirli. «Il padrone» avvertì il cameriere «viene subito. È di là, vestito da turco» e rise come se quella follìa lo solleticasse di graditi ricordi. Stupiti, gli ospiti s'aggiravano col cappello in mano come i visitatori di un'esposizione, presi dal penoso senso di aver commesso una mala azione obbedendo all'invito splendido di un uomo quasi rovinato. «Troppo! Troppo!» sussurrò uno dei professori. «Quest'uomo vuole andare in rovina col nostro aiuto» e il pensiero degli affari andati male e della gente che vi mangia addosso lasciò senza respiro i due commercianti del gruppo, intenti a valutar la spesa del vino dall'esame delle etichette illustri. Dalla cucina spuntò il padrone: aveva aggiunto all'abito un turbantino a strisce brune e gialle. Venne a stringer la mano ai suoi invitati che lo miravano con stupore e disse: «Ho pensato che il mio Caffè arabo deve finir bene. Lor signori sono pregati di passar di là e di mettersi i costumi. Ci tengo per l'insieme.» «I costumi? quali costumi?» «Arabi, arabi come il mio. Ne ho una collezione comprata all'Esposizione Coloniale di quindici anni fa. Li tenevo per darli a nolo ai clienti, quando nel mio sotterraneo si facevan davvero le notti d'oriente. Adesso è venuto il momento di adoprarli per l'ultima volta. Sono di là» e accennò a una porticina che dava nello spogliatoio. «Ma perché i costumi?» chiese il più giovane dei due professori. «Basta che l'abbia lei: le sta benissimo.» Gli altri sorridevano impacciati. Il caffettiere si rannuvolò tutto. «Mi facciano il favore: vadano di là. Ogni chiodo ha un costume completo. I costumi son freschi e puliti: li ho tolti oggi dalla naftalina. Allegria, allegria, signori! Pensate a quando da giovani vi mettevate in maschera» e intanto andava spingendoli un dietro l'altro in quella strettoia piena di attaccapanni. «Che fatica!» brontolò sbattendo la porticina per chiuderla, poi si volse a salutare il meticcio ch'entrava nel caffè col suo compare. Il primo, assonnito e pur malizioso, ammirò un poco il padrone nel suo travestimento, sorrise e disse: «È un'idea, sapete.» «C'è un costume anche per voi due» rispose l'altro. «Sentite» fece il giocoliere «devo scusare mia moglie che non è venuta non per farvi torto, ma perché aveva un altro impegno. Forse sul tardi passerà a prendermi.» «Sta bene, sta bene. Andate a vestirvi.» I due aprirono la porticina. S'udì un grido d'orrore dentro lo spogliatoio. «Che male c'è?» si scusò il giocoliere. «Siamo tutti uomini. Ma che bellezza! Par d'essere tra le comparse di un teatro. » «Pensi quel che vuole, ma chiuda» protestò un magrino occhialuto ch'era in maniche di camicia. Il meticcio, adocchiato un costume dai colori vistosi, lo staccò dal chiodo. «Piano, piano, è il mio» disse il suo vicino. «Le sarà largo» rispose abbandonando subito la preda, poi prese a spogliarsi dopo aver dato incarico al giocoliere di scegliergli un costume a modo. C'era nell'andito stretto un pigia pigia silenzioso, un sospirar d'uomini lenti, chini a slacciarsi le scarpe, a cercare il gemello caduto, a sfibbiare una cintola. La porta fu ancora aperta: s'affacciò il padrone. «Le babbucce» avvertì «sono tutte in quello scaffalino. Chi ha le mutande lunghe le arrotoli fino a mezza gamba» e disparve, richiudendo. «Chi è pronto aspetti gli altri» gridò poi attraverso il legno. «Voglio vedere il colpo d'occhio» e i poveri diavoli dentro lo stambugio si sentirono fatti schiavi di un perfido tiranno che li obbligava ad una ridicola parata. «Poteva dircelo di questi maledetti costumi» brontolò il grosso commerciante «che non saremmo venuti» ed esitava a togliere i piedi dalle scarpe e a stamparli caldi sul pavimento per andar in cerca di un paio di babbucce. I più eran pronti ormai, ma il lavorio non era finito. Ciascuno rivoleva i propri abiti per prendervi il fazzoletto, il sigaro, i fiammiferi, pretesti delicati per toglier dalle tasche i portafogli e gli orologi d'oro. Il cameriere, entrato per dare il suo aiuto, sorrideva, avvezzo alla sfiducia, e non s'azzardava a toccar nulla. «Andiamo, adesso.» Come attesi da un pubblico curioso del quale avevan paura, quelle comparse si disposero in fila. Il primo aprì la porticina. «Avanti, avanti» fece il caffettiere piantato lì vicino per scrutarli al passaggio, come il graduato che ispeziona i soldati alla porta della caserma. «Bene! Magnifico, Lei! Cos'è quello sbrendolo? Tiri, tiri su. Ci dev'essere un laccio.» E andava da l'uno all'altro per dar consigli e ritocchi. «Si siedano, ora. Prendano posto. Ci sono i bigliettini con i nomi, è facile.» In quel momento gli ospiti capirono bene d'esser morti come clienti del caffè. La coscienza d'offrire, una volta tanto, dava al padrone un tono un po' imperioso, un'aria d'esigenza assai spiacevoli. Cominciò la ricerca dei posti, lunga per lo scontento e la malavoglia di chi doveva sedersi a quel banchetto forzato. Tutti si guardavano intorno negli specchi: i tre occhialuti della compagnia provavano a togliersi e a rimettersi gli occhiali, strumenti doppiamente necessari a ritrovare la perduta somiglianza con la consueta immagine di se stessi. Quando tutti furono seduti, due posti rimanevano liberi, senza cartellini. Erano per i due anonimi, per il giovane e la ragazza che non bisognava più attendere: l'ora dell'appuntamento era passata da un pezzo. Tutti fissavano ai due posti vuoti, scoraggiati, come se quell'assenza fosse di cattivo augurio o li privasse dell'unico piacere rimasto da sperare. «È già tardi! Se ne saran dimenticati» disse il caffettiere in tono di rabbioso rammarico. «Avranno avuto meglio da fare» commentò uno dei professori, poi temendo d'aver offeso con la sua frase l'ospite, si perse a insistere su quel che pensava fosse "meglio", mentre la sua faccia sotto il turbante perdeva la gravità solita e si ringiovaniva d'una espressione cupida della bocca, bianca nel ghigno e barbara. «Non vengono. Non hanno gradito il mio invito, si vede!» gridò il padrone. «Tu, servi» fece al cameriere «ma leva prima quei piatti: mi danno fastidio.» Immediatamente dopo, ciascuno si trovò di fronte all'impegno di mangiare e di bere senza voglia, senza calore collettivo a incoraggiarlo. L'osservarsi reciproco non era ancor finito. Pareva che ogni commensale non persuaso dai volti degli altri, cercasse sotto i mantelli e i casacchini le linee note degli abiti e delle forme a riempirli, e al tempo stesso di tale ricerca si sentisse il solo non travestito e quindi in diritto di compierla. Per questo, quando lo sguardo gli ricadeva sul proprio petto, n'aveva un soprassalto di meraviglia, e poi un abbandono triste alla irrimediabile fatalità comune. Alta splendeva sulla tavola una grossa lampada: le altre più piccole intorno eran fredde di luce riflessa, così che solo il centro del caffè era chiaramente illuminato. Il perdersi dei tavolini nelle nicchie e negli angoli più lontani tra le colonnine gialle era inquietante, lasciava le spalle senza sicurezza, spiate da invisibili testimoni. Qua e là chiazze sul muro, macchie sul pavimento, fili di luce elettrica fuor di posto, abbandonati e lenti, denunziavano uno squallore insospettato, una rovina troppo d'accordo con la decisa chiusura del caffè. Dietro il banco sguarnito di bottiglie un usciolo aperto lasciava vedere un passaggio stretto, di pietra nera e scabra, come un foro di grotta. Era la via per la quale il cameriere partiva a corsa verso la cucina per ritornare carico di piatti, quando una chiamata del padrone non lo faceva riapparir con viso tra curioso e spaventato ciondolando con le mani in agitazione il tovagliolo della sua insegna. Ad uno dei suoi ritorni lo si vide con quel tovagliolo arrotolato in capo a mo' di turbante. Esitò, così contraffatto, a farsi vicino al caffettiere, poi prese ardire, e sorrise a se medesimo, contento che fosse andata liscia. Il coraggio di parlare non l'aveva nessuno degli ospiti: solo il meticcio scambiava qualche parola col giocoliere seduto accanto a lui, e in quella loro intesa, parevano il principe dissoluto e il furbo confidente, entrati in incognito nella casa del buon mercante. Gli altri mangiavano, ma i loro sguardi si posavano con discrezione sul caffettiere nero e truce, poi si nascondevano, paurosi di vederlo a un tratto balzare in piedi brandendo come clava una bottiglia, rovesciar la tavola e menar strage in un accesso di pazzia provocato dal rimorso dei denari spesi così male. Quello, afflitto di come andava la sua cena, tentò di reagire al disastro: prese a masticare e a grugnire di piacere esagerato per far festa alle vivande e creare un'atmosfera cordiale e sbottonata d'uomini soli e buoni intenditori di cucina. «Ma cari signori» disse, vedendo che non approdava a nulla, «bisogna bere. Che cos'è quest'astinenza? Siamo arabi, è vero, ma di Maometto ce ne infìschiamo, noi!» L'assemblea rise, finalmente, sollevata. Il giuocare all'arabo che beve vino a dispetto del Corano aveva per tutti un fascino curioso, geografico e infantile. Ciabattando intorno alla tavola il cameriere riempì i bicchieri di bel vino rosso. Ad ogni sosta dietro uno dei commensali batteva un piede a terra a marcarla, sorridendo da solo della propria trovata a fare allegria. S'ebbe un'occhiataccia padronale che lo rese strisciante e silenzioso come un rettile, ma scoraggiato, piantò le bottiglie in mezzo alla tavola e partì per altri traffici in cucina. Venne quindi un momento di pericoloso silenzio. Fu allora che gli occhi di tutti si volsero dove quelli del caffettiere fissavano intenti. Dietro una delle grandi finestre rispondenti sulla strada, s'intravedeva l'ombra nera di una testa ferma a spiare. Si allontanava dal vetro, si riavvicinava: a tratti la forma di un copricapo sporgeva disopra l'arabesco della smerigliatura, nel vetro chiaro, e pareva proprio quella del berretto di un agente di città che fosse insospettito del caffè chiuso ad ora insolita, con dentro buon numero di gente. Gli ospiti si sentirono subito in fallo con qualche regolamento di polizia e temettero un'inchiesta tra ironica e brutale sul banchetto e su quei loro travestimenti, che nell'immaginazione turbata perdettero di colpo la loro innocenza. Nella tavolata c'era un mistero; sorgeva per ognuno il senso di partecipare a un rito, ad una strana cerimonia d'iniziazione segreta, per uomini soli. Nel silenzio perfetto, mentre ognuno fissava il padrone a gravarlo di quella responsabilità, un ticchettìo multiplo divenne avvertibile come la voce di una colonia di tarli dentro la tavola. Erano gli orologi portati sul ventre, legati a qualche laccio interno delle brachesse arabe. Fu una sorpresa rassicurante, un ripiombar nell'occidente borghese. Le mani cercarono là dove palpitava lo strumento civile, quasi volessero esser pronte ad esibirlo come una prova d'identità, un documento di rettitudine e di buoni costumi. «Vado a dirgliene due, io, a quel curioso» fece il caffettiere alzandosi. Corse al vetro, e là, ritto in punta di piedi, cercò di guardar fuori. Gli altri lo videro saltellar d'improvvisa gioia, mentre l'ombra nera spariva per paura. Al suo ordine secco il cameriere aprì di furia la saracinesca e il padrone balzò in strada dietro al grido rugginoso. Si udirono i suoi passi ciabattanti correre intorno al lato del viale, entrar nella strada tra le esclamazioni esilarate di alcuni cocchieri seduti in serpa, poi tornò silenzio. Finalmente egli riapparve trascinando qualcuno che spinse dentro, mentre il servo aggrappato alla saracinesca la riabbassava contro il mondo esterno, curioso e nemico. «Ecco qua la nostra invitata!» gridò trionfalmente il caffettiere, e per esporre all'ammirata curiosità dei suoi ospiti la ragazza che avevan veduto nel caffè giorni prima, andò a girare due o tre chiavette, aumentando la luce. Tutto il lampadario splendette sulla vergogna di lei che si copriva gli occhi con le mani. Magra, in piedi e così afflitta, smentiva ella un felice e lussuoso ricordo: ora l'abito scollato che appariva dal mantello aperto davanti, mostrava una ricchezza falsa di vetrini mal cuciti sopra una stoffa fragile, e quella miseria le diventava fìsica come s'ella uscisse di malattia. «Avanti, avanti» la incoraggiò il caffettiere spingendola a sedere nel proprio posto. «Aprite gli occhi: guardateci. Gli arabi son cavalieri con le donne. Siamo belli, non è vero?» La maliziosa curiosità del già intravisto, portò lei a scoprirsi gli occhi e a girarli intorno sorridenti. Gli arabi seduti a mensa le facevano inchini gravi e rispettosi. «Lei è quel signore che era seduto là, l'altra sera.» La voce fresca, vicina al riso, colpì tutti gradevolmente. L'interpellato a mostrar la propria soddisfazione per esser stato riconosciuto s'alzò un poco e aprì il mantello per far vedere gli abiti europei che aveva sotto: scoprì soltanto un gran groviglio di spaghi e i pantaloni un po' aperti sul ventre. Tutti risero e si accomodarono meglio sulle sedie: il meticcio e il suo compare parevano due raffinati spettatori che escon dalla noia dello spettacolo consueto per l'arrivo del numero che a loro interessa. Quando la ragazza si trovò a incontrar lo sguardo del meticcio n'ebbe un'occhiata così spogliatrice che trasalì e abbassò il capo. «E come va» chiese il caffettiere rimasto in piedi presso la seggiola di lei «che il vostro amico non è qui? Io avevo invitato anche lui.» Ella abbassò gli occhi e non rispose subito. «Non l'ho più visto da martedì: non so dove sia.» Ci fu un silenzio dopo la confessione come se quell'assemblea di capitribù ascoltasse un naufrago raccontare di un barbaro trattamento avuto presso un popolo limitrofo; poi il padrone non potette trattenersi. «Non ve l'abbiate a male,» sbottò «ma è un bel mascalzone... Non si pianta così una ragazza come voi!» Senza voce gli altri assentirono, e il silenzio pareva lasciato perché ella potesse piangere a suo agio di confortata vergogna. Troppo invitata a questo, la ragazza ruppe in singhiozzi. «Non più venuto: non l'ho più visto. Speravo di trovarlo qui perché mi son ricordata che voleva venirci.» « Può darsi che venga » disse il magrino dagli occhiali, guardandola di sotto i vetri con occhi enormi e troppo bianchi. «Ma mangiate intanto. Avete l'aria patita.» «Diciamo la verità, figliuola» intervenne il padrone «da quanto tempo non avete mangiato?» «Io? Perché? Ho mangiato... ho mangiato.» «Sarà, ma non ci credo. Il signorino è andato e non v'ha lasciato neanche da cenare. Fanno tutti così, questi giovanotti!» Ella non fece proteste: allentò la mano che stringeva un pezzo di pane, lasciò cader la forchetta sulla tovaglia come avesse disgusto di un cibo che le costava così caro. «No, no. Non c'è niente di male. La verità è la verità. Siam felici per noi che siate venuta. Non è vero? Mangiate, dunque, e pensate a cose allegre. Tu, versale del vino e preparami un posto, qui, accanto a lei.» Il cameriere obbedì in fretta e propose: «Non sarebbe bene scaldar prima un po' di brodo, per la signorina?» «Sicuro. Corri in cucina e porta il brodo.» Nell'attesa ella cominciò a mangiare un panino ripieno. Faceva bocconcini e masticava adagio come chi è quasi sazio. Gli uomini la guardavano con l'aria di scoprire una donna che mangia per la prima volta, e si scambiavano occhiate di soddisfazione ad ogni boccone ingoiato da lei, come bimbi che ristorano un passerotto trovato mezzo morto nella neve. Estraneo a questa commozione, il meticcio indagava con acutezza d'intenditore le braccia nude e il busto della ragazza, che, avvertito un pericolo da quella parte, una volontà sicura del fatto suo, evitava di dirigere a lui gli occhi ridenti e ancor lacrimosi. Il giocoliere, vedendo quell'interesse del meticcio si spiegava finalmente la sua voglia d'intervenire alla cena e la sua delusa apatia di prima. Mosso da istinto cortigiano, ammiccando e sussurrando prese a far giudizi e a esprimere parolette lusinghiere per la ragazza. «È un tipo, non vi pare? Bisognerebbe allevarla noi e poi lanciarla insieme al nuovo teatro. Un po' di denaro speso su di lei, un po' di smaliziatura e avremo un'attrazione stupenda. Guardatela bene: ha il magro che piace adesso. Cercate di parlarle, dopo. Quelle ragazze lì non sognano che il palcoscenico.» Il meticcio sempre muto sorrideva, e il padrone, accortosi di quel maneggio, teneva d'occhio tutti e tre, gelosamente. Anche lui cominciava ad avere il suo piano intorno alla ragazza. S'alzò per prendere qualcosa dietro il banco e tornò esibendo un costume arabo da donna, bianco a ricami d'argento. «È per un'odalisca» disse e si mise a illustrarlo in ogni particolare alla ragazza che gridava: «Bello! Bello!» palpando amorosamente la seta. «E mettetevelo, dunque » pregò egli « vi starà tanto bene.» La curiosità per l'immagine nuova persuase tutti ad esigere il travestimento. Anche il meticcio uscì dal suo silenzio per dire: «Ma sì, vestitevi da araba, signorina. Sarete più graziosa di tante che si vedono al "Casino".» «Non credo, ma dove vado io a vestirmi?» «Di là, signorina» fece il padrone. «Vengo con voi per accendere la luce.» La partenza dei due dalla tavola lasciò un vuoto impressionante. Ognuno guardava dalla parte dello spogliatoio dove il caffettiere buttando a terra abiti e camicie scopriva nella parete uno specchio. «Vi lascio: chiudo l'uscio.» Senza indugio, quello tornò in sala col viso di un asciutto cavaliere. Ormai tutti tenevano d'occhio la porta giallina, dove il buco della serratura apriva la sua frastagliata fauce nera. La coscienza che a pochi metri da loro una donna si spogliava agiva come un fluido. I discorsi eran rotti da risatine, da ammicchi, da sorrisi nervosi. Solo il caffettiere restava impassibile, deciso a parere il più discreto di tutti, ma cercava di ascoltare le parole che si scambiavano il meticcio e il suo compare, potenti nemici delle sue intenzioni, come aveva già capito. «Son quasi pronta» annunziò la ragazza di là dall'uscio, suscitando la visione di un disordine spumeggiante tra il quale la sua bellezza fiorisse di mal celate nudità. «È quasi pronta» ripete una voce, e tutti risero, fauni discreti e sicuri di dominarsi. Ella aprì la porta e uscì, finalmente, a passo di danza, agitando un velo verde. Felice d'indossare il costume e al tempo stesso un po' confusa del proprio coraggio, era bellissima. Il caffettiere, impallidito e a bocca aperta, senza sorriso, la fissava incantato da quell'immagine prepotente che confondeva ogni suo ricordo. «È troppo!» gridò poi tra lo stupore generale e, pentito, abbassò lo sguardo. Una perfezione sognata, un'odalisca da gran principe era davanti ai suoi occhi e li sentiva ciechi, abbacinati. Bevve, si alzò, venne vicino a lei che il grido aveva impaurito e: «Brava! Brava!» mormorò con una voce arrochita di cui gli altri uomini provarono disgusto e gelosia. «Brava!» ripetè. «Lasciatevi vedere, odalisca. Questa è la gran notte del mio povero Caffè arabo. Ho sempre sognato d'esser arabo» confessò traboccando di mescolate emozioni. «L'amore dev'esser più bello per loro.» L'uscita destò una secca, ironica ilarità negli ospiti e l'irritata protesta del magrino dagli occhiali che si mise a spiegare come ogni popolo abbia delle idee sbagliate a questo proposito sugli altri. Per sua esperienza tutto il mondo era paese. Trascinato da una foga vendicativa, non si peritò a dire che molti uomini capiscono l'amore solo in maschera, dimostrandosi degni di quella o di quell'altra categoria internazionale di viziosi. La ragazza, tornata al suo posto per mangiare il dolce e la frutta, appariva impensierita di tutto quello sfogo contro il fascino orientale, e un po' s'accigliava e un po' rideva con un'altra se stessa che l'era allegra compagna nell'avventura. Il meticcio ridacchiava coi professori e i commercianti, affermando che le città europee insegnavano a tutti i popoli in materia d'amore, perfino a lui, misto di razze lussuriose e raffìnatissime. Il caffettiere taceva non sapendo se sentirsi offeso o no dal discorso del magrino, però, siccome aveva l'odalisca seduta accanto, prendeva vantaggio di arie da padrone tenendo la mano sulla spalla di lei che non ci faceva caso: ogni tanto s'alzava a offrir vino in giro per ricordare agli altri che erano suoi ospiti. Fu bussato alla saracinesca. «È mia moglie certamente» fece il giocoliere per calmare la nuova inquietudine che veniva a tutti da quel colpo. «Viene a prendermi: siam d'accordo così.» Intanto l'inserviente aveva aperto. La donna meschina e grigia esitò sulla soglia, smarrita di non riconoscer nessuno di quegli uomini travestiti. «Entrate, entrate presto» ruggì il padrone. «Avete paura, o volete che tutti ficchino il naso negli affari nostri?» Impaurita ella si fece avanti: scrutava tutti con gli occhi rossi di piagnona. Scoprì finalmente il marito: allora corse a lui come a un porto di salvazione. «Beh! Sedetevi, mangiate, bevete, già che siete venuta» gli fece il caffettiere indispettito da quella presenza miserevole e di cattivo augurio. «E voi, presentatela, vostra moglie, a questi signori. Mi dispiace proprio, ma per lei non ho un altro costume da odalisca.» Tutti risero forte, anche il giocoliere che l'aveva messa a tavola e le porgeva i piatti di dolci come a dirle: "To', godi, e poi va' a raccontare alla gente ch'io son cattivo!". Si vide tentennar d'ira la testa grigia di lei. «Non lo vorrei neanche» rispose umilmente e, reclinando il capo, si mise a piangere. «Siete cattivo» disse la ragazza al caffettiere, e si mosse per offrir le sue consolazioni alla vecchia. Egli le tenne dietro, scusandosi che aveva voluto fare uno scherzo innocente, senza offese. Volle versar da bere alla sua vittima, riempirle di biscotti una gran borsa nera di tela cerata, protestando la sua amicizia con parole e carezzine. Rasserenata la vecchia, e finiti quei convenevoli, il padrone annunziò che il caffè sarebbe stato servito nel sotterraneo. «Molti di loro non lo conoscono, perché non si son mai azzardati a scenderci anche quando era una cosa allegra. Andiamo?» In fondo alla sala una ringhiera faceva riparo al pericolo di precipitar giù per una scala aperta al livello del pavimento. L'ospite scese per primo. Contro l'ultimo scalino una porta tagliata entro una nicchia portava scritto: "Notti d'Oriente". «Vedete?» fec'egli volgendosi a guardar gl'invitati che scendevano dietro a lui. Spinse la porta e girò una chiavetta di luce elettrica. Insieme a un odore un po' sgradevole di cantina e di stoffe rinchiuse usci dall'antro una fioca luce verde, rossa e azzurra, che si divise in macchie oleose sulla pietra degli scalini. «Avanti a tutti l'odalisca» fece il caffettiere che sentiva la ragazza ridere, premuta dagli uomini complimentosi e struscioni. Ella si liberò e fu la prima a entrar nel sotterraneo. Era una saletta quadrata, dal soffitto a volta dipinto a stelle e ad arabeschi d'oro su fondo cupo: nel muro opposto all'ingresso una gran nicchia aveva dentro una sorta di trono o di alcova sormontata da un baldacchino a mezzelune d'argento. Intorno alla tazza asciutta di una fontanina posta nel centro c'eran divani e tavolinetti sui quali enormi vassoi d'ottone velati di polvere riflettevano sordamente il lume composito delle lampadine a vetri colorati, sospese in alto, giro giro. Dai tappeti e dai cuscini dei vari giacitoi veniva un seccume ch'entrava nelle nari e dava il sospetto di prurigine per. le parti che dovevan sedervisi. Il caffettiere cercò sotto una botola una chiavetta e il primo getto gorgogliante e faticoso della fontana sprizzò alto, si spense e risalì fino a una zona dove si caramellò di verde e di rosso. «Bene! Molto bello!» approvarono gli ospiti, ma rimanevano in piedi, aggirandosi tra i divani e i tavolini come se cercassero un pretesto per andarsene. «Sedetevi, signori. Avremo qui il caffè e i liquori.» Vinta l'esitazione, qualcuno cominciò a sedersi sui divani scricchiolosi provocando il cadere a terra di una pioggerella minutissima d'imbottiture ridotte in polvere. Era rimasta libera l'alcova. Là il padrone condusse la ragazza a sedersi. Egli aveva gli occhi un po' lustri e la mano carezzevole sulla schiena di lei. Vennero il caffè e i liquori. Essere in pena che non trovava posto né pace, la moglie del giocoliere cercava l'unica vicinanza del marito, il quale faceva di tutto per scansarla, seccato di vedere il suo meticcio scontento. Tenace, ella lo seguiva ad ogni cambiamento di posto. L'uomo, allora, insieme ad uno sguardo di minaccia, le offriva bicchierini di liquore in segno di squisita attenzione e tentava poi di lasciarla lì, accanto al vassoio delle bottiglie. Quando vide che la sua manovra era inutile, si buttò furibondo in un sofà, e l'attirò giù a sedere, fingendo una di quelle improvvise tenerezze ch'esibiscono i vecchi sposi tra molta gente. Il rumor dell'acqua e il vederla fornivano un senso fresco che ingoiava il secco entrato nelle nari insieme all'odore delle stoffe tarlate e imbevute di polvere. In quella tregua venne ad ognuno di prendere un aspetto indolente e orientale. Chi era già recline sul divano, vi si coricò, e con la testa in basso e le gambe alzate su qualche appoggio lasciava lo sguardo perdersi nelle nuvole di fumo odoroso che mandavano gl'incensi accesi dal padrone accanto all'alcova, o nella contemplazione dei piedi chiusi dentro le babbucce ricamate. Le voci eran divenute discrete, velate. Poi ci fu un silenzio, un invito al sogno e al sonno che i passi del cameriere che scendeva la scala, ruppero di sorpresa. Ognuno si ricompose e guardò all'alcova. Caffettiere e odalisca eran decentemente seduti un po' discosti l'un dall'altra, e meditavano, seri seri. C'era però intorno a loro il senso di una inquietudine dominata, di quella forse che segue al rifiuto della donna offesa da un troppo ardito tentativo. L'immobilità trasognata di lei poteva nascondere lo sdegno, la fissità quasi sofferente di lui, rivelava piuttosto quello speciale atteggiamento del punito che chiede perdono per poter ricominciare l'assalto col vantaggio di un tacito discorso che ha rotto i primi pudichi preliminari. Comunque ebbero tutti coscienza che un lavoro di seduzione spicciola era stato iniziato nel momento del loro riposo, e l'invidia creò un'ira serpeggiante da l'uno all'altro, tanto più che la ragazza, volgendosi al padrone sempre assorto nella sua afflizione, sorrise come a concedergli quel perdono. Un sottile desiderio di guastare l'intesa e prender vendetta invase gl'invitati maschi: la vecchia rideva e tuffava il capo grigio in seno al suo uomo, sguaiatamente letificata da quella atmosfera, ma dopo alcune parole di lui, sussurratele all'orecchio fra tigreschi sorrisi, finì in un pianto ancor più molesto dello sghignazzare di prima. Il caffettiere aveva preso una mano della ragazza e gliela carezzava sorridendo. La coppia seduta nell'alcova si isolava così, senza pensiero degli altri, che si sentiron considerati come dei cari eunuchi, testimoni obbligatori di un tale approccio amoroso. Nessuno protestò con un grido o con un gesto all'orrore dell'immagine, ma ad un vendicativo resultato ciascuno giunse ugualmente fissando la ragazza ed esprimendole senza vergogna il proprio bisogno di consolazione fisica, chiedendo, implorando per pietà un segno, un cenno che lo chiamasse il favorito. Il caffettiere, turbato dai suoi ricordi e dalla ricchezza delle impressioni e delle speranze nuove, s’era distratto; però manteneva la mano sulla spalla di lei. Quell'avanzata collettiva di desiderio e di passione fu una rivelazione improvvisa per la ragazza che sussultò di sgomento. Il suo compagno, così avvertito, rise imprudentemente con la prontezza con la quale grida lo scottato, e gli altri aggiunsero alla loro ira quella per esser stati scoperti nel tentativo malizioso. Tutti risero, dopo, ma silenziosamente, come se capissero la loro sfortuna e disincantati vi si rassegnassero. Ma un resultato lo avevano ottenuto togliendo a lei l'incoscienza della sua posizione. La ragazza sorrideva, ora, non sapendo cos'altro fare, mentre da ogni parte le veniva risposto con una amorevolezza che prendeva impegno di nutrirla, di vestirla, di mantenerla e amarla quanto una sposa. Emanava da quegli egoismi una bontà nuova per lei, avvezza a star coi giovani: era una rinuncia a tormentarla per gelosia del suo passato, era un comprender largo, un prometter più cure che passione; ed ella capì il proprio valore relativo agli uomini ch'aveva d'intorno. Non le parvero più vecchi, né ripugnanti nelle loro profferte, anche perché il costume esotico li salvava da una rivelazione precisa delle brame, concedendo al loro contegno una fantastica libertà da attori che fanno la pantomima. Però uno tra tutti la turbava: era il meticcio. In lui non c'era influsso del travestimento: prometteva in modo chiaro larghi compensi. Eppure lo vedeva bello, così bruno di pelle e armonioso nei movimenti, ne indovinava come un futuro pericolo i successi tra le invidiate donne dei varietà, ne subiva il fascino d'uomo notturno, danzatore e bevitore vizioso. Era tentata e provocata da quella fredda attesa, e avrebbe voluto vederlo goloso e ridicolo come gli altri per non trovarsi più davanti al rischio che lui rappresentava d'una vita per la quale ricordava l'orrore appreso da bambina nei discorsi uditi in casa, pieni d'ingiurie e di maledizioni. Dovette volger sugli altri lo sguardo per sentirsi la bianca caduta in un'oasi di predoni paciocconi e paterni. «È vero:» confessò liberamente «ero affamata stasera. Da ieri mattina non mangiavo» e le parve con quella frase di rinunziare ad ogni attrattiva per il meticcio lussuoso, di ritornare a un mondo capace di sentir certe miserie di buona figliola. Un sospiro affannoso le ridette coscienza che il caffettiere era seduto accanto a lei. Si volse a guardarlo e sorrise di gratitudine quand'egli mormorò: «Poverina! Poverina!». Reclinando il capo si vide indosso il bel costume di donna araba e n'ebbe vergogna, desiderò di distogliere da sé tanti sguardi che dopo la sua confessione eran divenuti speranzosi e vivaci quasi per effetto di un liquore generoso. Un po' inquieta si accomodò, raccogliendosi tutta in un gesto pudico, poi vide l'altra donna dai capelli grigi come una protezione, un'ancora di salvezza, e con un cenno gentile la chiamò a sé. Quella venne correndo: il marito lanciò al meticcio un'occhiata di trionfo. Da quel momento il caffettiere temette le male arti della vecchia e non pensò più che al modo più sbrigativo di sbarazzarsi di lei e di tutti i suoi ospiti. S'alzò e salì nel caffè. Ci fu un silenzio d'attesa. La vecchia aveva strinto affettuosamente la ragazza e: «Bimba mia» le sussurrava «la fortuna va presa per i capelli. C'è qui un signore che può farvi un avvenire. Pensate che a giorni sarà padrone di un teatro di varietà. M'avete capito?». Intanto il meticcio s'era avvicinato fingendo d'osservar gli arabeschi dipinti nell'alcova, ma niente sfuggiva agli altri che sorridevano e ammiccavano, sebbene il giocoliere esprimesse a gesti che non ne vedeva il perché. Silenzioso e monumentale il padrone riapparve sulla porta del sotterraneo. Comprese il maneggio avvenuto nella sua assenza: la megera tentava, a favore del suo rivale, la bella fanciulla, ma si tenne calmo, per non compromettere con un errore la vittoria che sentiva di meritare. «Mi dispiace molto» annunziò «ma l'ora di chiusura per un locale come il mio è già passata. Non vorrei trovarmi a delle seccature.» Tutti si levarono in piedi. «No, no: c'è tempo ancora per un bicchierino. Lo dicevo così, tanto per avvertire.» Il magrino dagli occhiali s'avanzò risolutamente verso l'alcova. «Signorina» disse «le sono molto grato. Lei ha dato un po' di sorriso a noi uomini per solito poco allegri» e le baciò rispettosamente la mano. «Spero d'incontrarla ancora.» Fece un inchino al caffettiere. «Serberemo il ricordo di questa bella serata. Vi auguro di trovar presto un'iniziativa felice.» I due professori fecero dei saluti più sbrigativi e lo seguirono su per la scaletta. «La scienza è partita» gridò il padrone, e c'era nella sua voce la maliziosa attesa di veder presto partire anche l'industria e il commercio. I rimasti compresero e vennero a salutare la ragazza. «È tardi» disse ella scendendo dall'alcova «anch'io devo partire.» «Allora signorina, io e mia moglie possiamo accompagnarvi.» Il caffettiere lanciò un'occhiata furibonda al giocoliere, ma lo vide corazzato, imperturbabile, allora tentò una estrema difesa del suo bene. «Vi dico che la signorina l'accompagnerò io. Sta lontano di casa e intendo offrirle il viaggio in carrozza.» «Se è così, m'arrendo» rispose l'altro vedendo che il meticcio gli faceva segno di lasciar andare, e si diresse con la moglie verso la scala. Il meticcio, il padrone e la ragazza lo seguirono. Giunti su nel caffè, le voci dei primi chiusi nello stambugio col servizievole cameriere ricordarono che bisognava mutar d'abiti. «La signorina aspetterà che i signori abbiano finito» disse il caffettiere col tono di un ordine, e spinse tutti, anche la vecchia, nell'anditino. «Andate ad aiutar vostro marito» le impose. La porta dello spogliatoio nessuno l'aveva rinchiusa. Gli ospiti pigiati là dentro buttavano via i mantelli e i giubbetti restando in camicia con acrimoniosa, deliberata mancanza di rispetto verso la donna destinata a un altro. Qualcuno veniva in sala ancor sbracalato per abbottonarsi, tossicchiava e rientrava nell'andito donde un terzo usciva già vestito, tornando alla solita vita disadorna e compassata. Gli addii furono cortesi, ma senza gratitudine. Il meticcio venne a stringer la mano del caffettiere, gli sorrise come a un rivale buon vincitore, poi si volse a salutar lei che lo sentì tanto sicuro della sua rivincita che con un gesto vago gliela promise per l'avvenire. «Quando han fatto andrò anch'io a vestirmi» disse ella. «Come? Anche voi?» sussurrò piano ma disperatamente il caffettiere e girò gli occhi intorno per sincerarsi che nessuno poteva udire. «Restate ancora un po', ve ne prego. Ho da dirvi una cosa» e si precipitò ad aiutare un ospite che faticava a infilarsi la giacca. Mentre tutti salutavano al passaggio della saracinesca alzata a metà, egli si teneva accanto a lei, vigile, e sospettoso come un carceriere che teme d'aver concesso troppo ai visitatori. L'ultima schiena nera s'abbassò sotto il bandone: egli n'afferrò l'appiglio, tirò giù con forza e spinse fino in fondo, aiutandosi col piede. S'accorse allora del cameriere. « Quanto hai fatto di mancia?» domandò. «Poca roba, se devo dire la verità.» «Pigliati quello che c'è nel cassetto e va' a dormire. Per i nostri conti ci vedrem domattina a casa mia.» Commosso, il cameriere volle stringere in un abbraccio il suo padrone, poi a inchini esprimere alla ragazza la sua devozione anche per lei. Indugiava a partire, fermo nel centro della sala, come volesse fare un malinconico saluto al caffè. Infine sentendosi di troppo, sparì silenziosamente per il corridoio della cucina. «E ora torniamo giù» propose dolcemente il caffettiere. «Parleremo meglio. Voi siete la mia gazzella, non è vero?» e gli tremava d'ansia la voce. Non attese risposta: girò la chiave della luce per spegnere i tre ordini illuminanti della sala. Gli altri di fuori videro il caffè sparire nel buio, la casa ricomporre la sua architettura fin giù al marciapiedi solo un lucore rimase dietro ai vetri che veniva da. profondo mistero della notte araba.

2 La casa dipinta

La_scuola_di_ballo