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Leggere un'opera d'arte

Autore: Chelli, Maurizio - Editore: Edup I Delfini - Anno: 2010 - Categoria: critica d'arte

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Il metodo della pura visibilità Il primo importante contributo alla “lettura” di un’opera d’arte fu quello fornito dalla teoria della pura visibilità, messa a punto da Konrad Fiedler nella seconda metà dell’Ottocento, che si valse della collaborazione del pittore Hans Von Marées e dello scultore Adolf Hildebrand. Rifacendosi a Kant, Fiedler considera l’arte figurativa come forma pura, indipendente, testimonianza del “vedere di un’epoca”. Una composizione quindi va letta in base a quelli che sono i suoi elementi intrinseci, prescindendo da quelli che possono essere i significati o i fatti storici che ad essa si collegano. Il metodo trovò in Italia dei validi sostenitori, come Benedetto Croce e Roberto Longhi, che rimase sostanzialmente legato ad esso per tutta la sua attività di critico d’arte, ma fu Heinrich Wölfflin, storico dell’arte svizzero, a perfezionarlo, mettendo ordine in quei concetti che Fiedler, von Marées e Hildebrand avevano elaborato un po’ confusamente. Il risultato fu quello di aver individuato le seguenti categorie: Visione lineare La composizione si manifesta attraverso la linea, ossia attraverso il disegno dai contorni ben evidenziati ed il colore è subordinato ad esso. Visione pittorica La composizione è espressa direttamente attraverso il colore, senza l’ausilio del disegno. Visione superficiale La composizione si svolge su un unico piano frontale, non contemplando la rappresentazione dello spazio. Le figure vengono definite “paratattiche”, ovvero presentate frontalmente.

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Visione di profondità La composizione si sviluppa su diversi piani e quindi lo spazio viene rappresentato. Forma chiusa La composizione è organizzata rispetto ad un asse di simmetria e quindi è in sé conclusa, ha un suo “equilibrio” che verrebbe infranto qualora venissero sottratti o aggiunti degli elementi. È il caso della tipica struttura compositiva rinascimentale, indicata con il termine “piramidale”. Forma aperta La composizione esprime diverse traiettorie, verticali o diagonali e non avendo un asse di simmetria suggerisce
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la possibilità di poter essere continuata; come la tipica composizione barocca che si sviluppa in maniera del tutto asimmetrica. Visione a poli È il tipo di composizione da ricollegare alla forma aperta, dove non essendo presente un asse di simmetria, che coordina gli elementi in maniera organica, l’opera si configura come un insieme di episodi figurativi distinti, dei veri e propri “poli”, che vanno letti singolarmente. Ciò implica la partecipazione attiva del riguardante, che deve muoversi per analizzare i vari episodi ed in seguito collegarli alla visione di insieme. La lettura quindi va fatta iniziando dal particolare per poi giungere al generale.
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Tutta la grande decorazione barocca usa questo genere di visione, e come esempio riassuntivo possiamo indicare il Trionfo della Divina provvidenza, affrescato da Pietro da Cortona nel Palazzo Barberini. Visione unita È il tipo di composizione da ricollegare alla forma chiusa, dove, come abbiamo già detto, tutti gli elementi rispondono ad un asse di simmetria, determinando una visione “unita”. In questo caso la lettura va fatta partendo dal generale per scendere poi al particolare.
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Visione chiara In questo tipo di composizione tutti gli elementi sono ben definiti, in maniera “plastica” o “lineare”. Visione incerta E il tipo di composizione in cui tutti gli elementi hanno più un aspetto di “apparenza” che di “sostanza”. Ciò avviene nella visione pittorica dove le forme sembrano dissolversi attraverso il colore, perdendo la loro fisicità. Le opere degli impressionisti, dei post-impressionisti, dei divisionisti sono in genere caratterizzate da questo tipo di visione. Alcune delle categorie descritte possono essere utilizzate nella lettura di opere scultoree, come il bassorilievo e l’altorilievo. La “visione superficiale” corrisponde alla composizione a piano di fondo chiuso, dove le immagini in rilievo risaltano su un unico piano di composizione. La “visione di profondità” corrisponde invece alla composizione a piano di fondo aperto, dove le immagini sono organizzate secondo traiettorie diagonali che suggeriscono una profondità spaziale, e alla composizione per piani
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paralleli, dove le immagini risaltano su diversi piani di composizione, con aggetti plastici crescenti, partendo dal fondo fino al piano frontale. La visione di profondità si identifica nella “visione pittorica” in cui la luce trascorrendo nei vari piani di composizione determina un suggestivo effetto chiaroscurale che rende più sfumati i contorni delle figure. Il metodo della pura visibilità, dopo aver inquadrato il tipo di visione e di struttura compositiva, contempla l’analisi dei quattro fondamentali aspetti della composizione: la forma, lo spazio, il colore e la luce. La forma La forma può essere espressa in diversi modi, identificando vari stili: Stile plastico Nello stile plastico la forma è espressa mediante il chiaroscuro; ciò presuppone una fonte di luce ed un uso della stessa in funzione costrittiva. Gli esempi che potremmo citare sono molti, ma credo che la pittura di Caravaggio sia quella che più si presta a rendere l’idea. Rimane tuttavia insuperabile, nel senso dell’applicazione di questo stile, Masaccio con la sua Cacciata dall'Eden nella Cappella Brancacci, che oltre a restituire il senso del dramma, riesce a trasmetterci una ben determinata sensazione di tattilità. L’artista è in grado di farci cogliere la fisicità di quei corpi nudi, il loro peso che grava sulla terra. Michelangelo, che ha trattato lo stesso tema nella volta della Cappella Sistina deve accontentarsi del secondo posto.
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Stile plastico-lineare Nello stile plastico-lineare la forma viene espressa da un chiaroscuro attenuato e dalla cosiddetta “linea funzionale”, che imprime al contorno una vibrazione lineare e conferisce una certa durezza. Tra gli artisti che hanno usato questo stile bisogna annoverare: Giotto, Andrea del Castagno, il Pollaiolo, Andrea Mantenga, Cosmè Tura, Michelangelo, Botticelli. Nelle opere di ognuno di essi il rapporto tra il chiaroscuro (più o meno attenuato) e la linea funzionale varia fino a giungere alla dispersione del primo, come possiamo verificare nella Nascita di Venere del Botticelli dove la forma è soprattutto vibrazione lineare. In Michelangelo la linea funzionale serve a suggerire l’idea di “forma scolpita” (ricordiamo che l’artista si sentiva più scultore che pittore) e viene in genere associata non tanto all’effetto chiaroscurale ma al cangiantismo dei colori, come possiamo apprendere dal Tondo Doni, conservato agli Uffizi.
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Stile prospettico di forma In questo stile la forma è resa attraverso U suggerimento di volumi e dò serve ad evidenziare la disposizione prospettica della forma stessa nel suo sviluppo in diversi piani di composizione. La Vergine Annunciata di Antonello dii Messina, conservata a Palermo nella Galleria Regionale della Sicilia, può servirci da riferimento: la piramide del manto della Vergine e l'ovale del suo volto stanno lì ad indicarci il dispiegarsi della forma nello spazio, evocando la progressione dei piani. Detto in termini molto semplici: la forma, semplificata nei suoi volumi, è messa in scorcio e sono i volumi stessi diversamente disposti nello spazio a dare la sensazione di vari piani di composizione.
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Stile sintetico prospettico forma-colore In questo stile la forma viene espressa sempre attraverso volumi ideali e i piani di composizione non sono suggeriti ma rappresentati all’interno di una vera e propria prospettiva. In più la forma ha in sé una forte connotazione coloristica. La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, conservata agli Uffizi, oppure il ciclo di affreschi con la Leggenda della vera Croce, di Piero della Francesca, ad Arezzo, possono costituire un utile modello di paragone per identificare lo stile. Stile lineare Nello stile lineare la forma è resa sostanzialmente attraverso la linea, evidenziando il disegno. La maggior parte delle opere pittoriche realizzate dalle grandi civiltà del passato, a cominciare da quella egiziana, per poi passare a quella greca, presentano le caratteristiche tipiche di questo stile. Tutta la produzione legata all’ambito bizantino si esprime in questo modo, e così l’arte gotica, caratterizzata da un linearismo contaminato da accenti plastici, evidenti nelle opere di Simone Martini e di Ambrogio Lorenzetti. Anche l’arte moderna ha adottato questo stile: lo ritroviamo nelle composizioni di Gauguin, dei Fauves, dei Nabis, di Modigliani. Tuttavia nello stile lineare per eccellenza si suole indicare l’arte dei mosaici, in cui possiamo individuare tre filoni distinti:
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1. Stile plastico-lineare La forma è espressa attraverso la linea, ma con l’uso di tessere di colore diverso si cerca di suggerire il volume, creando una sorta di effetto chiaroscurale; a ciò bisogna aggiungere la tendenza ad esprimere lo spazio in profondità. Il mosaico del catino absidale della Basilica di Santa Pudenziana, a Roma, riassume in sé tutte queste caratteristiche: le varie figure, ed in particolare l’immagine del Cristo Giudice, sono rese in maniera plastica, inoltre la struttura ad emiciclo in cui si articola tutta la composizione serve a suggerire la profondità spaziale. Analogo discorso potrebbe essere fatto per il mosaico della volta del Battistero degli Ariani, a Ravenna.
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2. Stile coloristico-bizantino La forma è resa con la linea che racchiude un colore molto presente, sicché la linea finisce per essere subordinata al colore. In questo genere di composizioni non viene espresso lo spazio in profondità e tutto si risolve in superficie. L’esempio più nobile di questo stile può essere individuato nei due mosaici dell’abside di San Vitale, a Ravenna, dove sono rappresentati l’Imperatore Giustiniano e l’Imperatrice Teodora. 3. Stile lineare greco-bizantino Questo stile deriva dalla tradizione greca, dove la forma è configurata dalla linea e il colore sembra combinarsi alla linea senza fondersi con essa. È uno stile che possiamo identificare nella Teoria delle Vergini nella Chiesa di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna.
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Lo spazio Nelle raffigurazioni delle civiltà antiche, come quella egiziana, sumerica, minoica, micenea, lo spazio, o per meglio dire la rappresentazione dello spazio, non è contemplata. Gli artisti volevano fissare nelle immagini dei “tipi universali”, immutabili, e per fare questo dovevano decontestualizzarli, renderli avulsi dalla realtà, che è fatta di spazio e di tempo. È con la scultura greca, in ambito ellenistico, e poi con la scultura romana, che lo spazio comincia ad essere rappresentato in composizioni eseguite con la tecnica del bassorilievo e dell’altorilievo. Ne abbiamo già parlato dissertando sulla “visione pittorica”, individuando lo “schema a piano di fondo aperto” e lo “schema a piani paralleli”. Anche nella pittura romana possiamo trovare esempi di rappresentazione spaziale (in alcuni casi delle composizioni con un punto di fuga centrale), ma dopo la caduta dell’impero le cose sono destinate a cambiare: l’arte bizantina per rendere immanenti e spirituali le sue immagini nega lo spazio e bisognerà aspettare il XII secolo per vedere nuovamente riconsiderata l'idea dello spazio. LE PROSPETTIVE Da questo momento in poi cominciano ad essere codificati, in maniera del tutto empirica o razionale, i modi della rappresentazione o della suggestione spaziale, ossia quello della “prospettiva geometrica” e quello della “prospettiva aerea”. Di seguito ne elenchiamo i diversi tipi. PROSPETTIVA A LISCA DI PESCE E il primo tentativo razionale di rappresentazione geometrica dello spazio, molto usata nel XIV secolo e caratterizzata dal fatto che le linee di fuga convergono in diversi punti di fuga dislocati su uno stesso asse o su più assi.
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Se osserviamo gli edifici raffigurati negli Effetti del buon governo, dipinti da Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico a Siena, notiamo che essi rispondono a diversi punti di fuga disposti su diversi assi. PROSPETTIVA A FUOCO CENTRALE È la prospettiva geometrica per eccellenza, dove le linee di fuga convergono in un unico punto (o fuoco) centrale. In questo modo si crea una visione più omogenea rispetto a quello della prospettiva a lisca di pesce, ma ciò presuppone che l’occhio del riguardante sia puntato sul fuoco, che sia statico. Questo corrisponde ad una convenzione e non alla realtà, in quanto l’occhio si "muove” e quindi di conseguenza il fuoco cambia. Paradossal[mente,]
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anche se frammentaria, è più vicina al funzionamento del nostro occhio la rappresentazione della prospettiva a lisca di pesce. La prospettiva a fuoco centrale è il risultato di un processo di razionalizzazione a cui hanno concorso alcuni tra i più grandi artisti del Quattrocento, come Brunelleschi, Leon Battista Alberti e Piero della Francesca. Potremmo elencare una serie infinita di esempi, a partire dalla Scuola di Atene, dipinta da Raffaello nelle famose stanze vaticane, ma credo che la Consegna delle Chiavi, dipinta dal Perugino nella Cappella Sistina, possa superbamente esemplificare questo tipo di prospettiva. PROSPETTIVA A FUOCO LATERALE Definita anche “prospettiva diagonale” ha il fuoco che non è centrale ma disposto a destra o a sinistra. Serve a dare la sensazione di una maggiore profondità spaziale. Luca Signorelli ne ha fatto uso nelle Storie apocalittiche dell’Anticristo, dipinte nella Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto; Tintoretto ha utilizzato questo genere di
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rappresentazione nell’Ultima cena, per la Scuola di San Rocco a Venezia. PROSPETTIVA A DUE FUOCHI LATERALI Potremmo considerarla la “somma” di due prospettive diagonali, in quanto i fuochi sono due e sono disposti ai lati. Leonardo che contestava l’astrazione della prospettiva a fuoco centrale, se ne serviva spesso, come possiamo verificare nel Battesimo di Cristo, dipinto in collaborazione con il Verrocchio e conservato agli Uffizi, o nell’Adorazione dei Magi, conservata sempre agli Uffizi. PROSPETTIVA AEREA È un’invenzione dei fiamminghi, che invece di rappresentare lo spazio lo suggerivano attraverso la disposizione dei colori per piani paralleli che tendono a schiarire verso l'orizzonte usando una sequenza cromatica fissa: marrone, per il piano frontale; verde, per il piano intermedio; azzurro, per suggerire il piano di fondo. Il Corteo nuziale, dipinto da Pieter B ni egei, conservato nel Musée Municipal di Bruxelles, riassume in sé tutte queste caratteristiche. La rigidità della sequenza cromatica della pittura fiamminga verrà superata da Claude Lorrain, che farà interagire i colori nei vari piani, anche se poi in definitiva l’effetto generale è più o meno lo stesso. Il QUADRATURISMO Il quadraturismo è un uso molto importante della prospettiva geometrica, con forti caratteri scenografici, che consiste nella rappresentazione in scorcio (in genere dal sottinsù) di architetture. Serve a definire l’idea di uno spazio “sfondato”, e cioè di uno spazio che continua al di là della rappresentazione; per questo motivo solitamente ad esso si associa la prospettiva aerea. Nasce in
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ambito rinascimentale ma trova la sua maggiore applicazione in epoca barocca, come dimostra il mirabile dipinto di Andrea Pozzo, la Gloria di Sant’Ignazio, nella Chiesa di Sant'Ignazio a Roma. Qui l’artista fonde in maniera esemplare i principi della prospettiva architettonica con quelli della prospettiva aerea, creando un sistema di spazi fittizi e cieli aperti che ha costituito un modello di riferimento per tutta la grande decorazione barocca. Oltre al Pozzo, nel quadraturismo, si distinsero Gerolamo Mengozzi-Colonna, abituale collaboratore di Giovambattista Tiepolo, e i Bibiena, che nel Settecento diffusero questa arte in Europa. LE FINALITÀ DELLA RAPPRESENTAZIONE DELLO SPAZIO Le finalità della rappresentazione dello spazio sono sostanzialmente quattro: 1. Illusione della realtà 2. Comunicazione 3. Simbolismo 4. Temporalizzazione È indubbio il fatto che rappresentando lo spazio l’artista voglia darci l’illusione della realtà, simulare cioè qualcosa che appartiene alla sfera del mondo sensibile. Disponendo gli elementi in diversi piani, crea poi un meccanismo attraverso il quale l’occhio del riguardante riesce a “misurare” le distanze, facendo interagire quest’ultimo con l’opera, cosa che si traduce in un momento di comunicazione. Lo spazio può servire ad evocare un senso di vuoto, adatto ad esprimere un sentimento religioso oppure di solitudine, di contemplazione, d’infinito, assolvendo quindi anche ad una funzione simbolica. Inoltre lo spazio può divenire teatro dello svolgimento di un’azione e ciò implica l’idea del tempo: la “sequenza temporale” è il termine con il quale si indica lo sviluppo nello spazio e quindi nel tempo di questa azione. Il colore Il colore, che è uno degli aspetti fondamentali della pittura, può essere riassunto in tre principali categorie: Colore timbrico È il caso in cui il colore si riferisce a specifiche forme che giacciono in un unico piano di composizione frontale. I mosaici dello “stile coloristico bizantino” esprimono un colore timbrico, come del resto i dipinti di Piet Mondrian, oppure, ancora per citare un esempio, i dipinti di Andy Warhol. In sostanza il colore timbrico è quello che viene risolto tutto in superficie.
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Colore zonale E una variante del colore timbrico poiché il colore si riferisce a specifiche forme che sono dislocate in piani di composizione diversi. Molte opere del Rinascimento hanno un colore di tipo zonale, come il famoso Tondo Doni di Michelangelo, che abbiamo già citato, ma è soprattutto nella pittura dei manieristi che esso trova la sua più interessante applicazione. Valga come riferimento uno dei capolavori di Rosso Fiorentino, la Deposizione, conservata a Volterra.
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Colore tonale Quando un colore dominante definisce le forme con le sue variazioni di tono, ossia del suo grado di luminosità, siamo in presenza di un colore tonale. Lo stesso colore si estende dal piano frontale in profondità, determinando un genere di pittura atmosferica. I grandi pittori veneti, Tiziano, Giorgione, Tintoretto Veronese, sono i maestri indiscussi nell’uso del colore tonale. Il più famoso dipinto di Tiziano, l’Assunta, conservata nella Chiesa dei Frari a Venezia, è uno dei massimi vertici raggiunti nel campo della pittura tonale, ma non possiamo nemmeno dimenticare i grandiosi dipinti realizzati da Tintoretto per la Scuola di San Rocco. LE TEORIE SUL COLORE Nel corso dei tempi si è sviluppata una notevole produzione letteraria (dei veri e propri trattati) concernente il colore, studiato da un punto di vista scientifico, legandolo cioè alla fisica e all’ottica, oppure da un punto di vista psicologico-emozionale. Di notevole interesse è il contributo di Johann Wolfgang von Goethe che nel 1810 scrisse la Teoria del colore, cercando di integrare i due diversi punti di vista. Determinante è poi lo scritto di Eugène Chevreul, la Teoria dei contrasti simultanei, che si rivelò assai utile ai pittori impressionisti e post-impressionisti, i quali se ne servirono per armonizzare i colori nelle loro composizioni. Chevreul distinse i colori in “primari” (giallo, rosso, blu) e “secondari” (arancione, verde, viola); i secondari derivano dalla mescolanza di due colori primari. La teoria ruota attorno al concetto che i colori secondari si accompagnano sempre a dei colori “complementari”, che sono poi quei colori primari che non sono entrati a far parte della composizione dei colori secondari. Facciamo un esempio: mescolando il giallo con il rosso si ottiene il colore secondario arancione; il colore che è rimasto fuori è il blu che di conseguenza è il complementare all’arancione. Chevreul aggiunge che, in determinate condizioni, quando il colore complementare è assente, l’occhio umano provvede a crearlo. Possiamo verificare quest’affermazione con un semplicissimo esperimento che consiste nel prendere un foglio di colore verde e fissarlo con lo sguardo intensamente, dopo un certo tempo noteremo un alone rosso. Piuttosto originale è ancora la teoria elaborata da Vasilij Kandinskij, nel suo libro Lo spirituale nell’arte, dove l’artista cerca di elaborare un parallelismo tra la musica e il colore. Kandinskij dice che ogni colore si caratterizza per la sua “sonorità cromatica” e per la sua “risonanza”. La risonanza è strettamente legata alla distanza del colore preso in esame dai due “non colori”, ossia il bianco e il nero (un colore risuona di più se è vicino al bianco e viceversa di meno se è vicino al nero), ma anche alla forma che contiene il colore. Quindi l’effetto di risonanza è sottolineato da una determinata forma oppure attenuato da un’altra forma: i colori “acuti” hanno maggiore risonanza cromatica se contenuti in forme appuntite, mentre i colori “profondi” prediligono forme tondeggianti. Il giallo, che è classificato come colore acuto, risuona di più all'interno di una forma triangolare, mentre l’azzurro ha bisogno di una forma circolare. Dobbiamo notare che i pittori dell’antichità, pur non conoscendo queste teorie, giungevano agli stessi risultati per via empirica; non è raro trovare delle opere in cui i colori secondari sono associati ai relativi complementari. La luce La luce può essere usata in vari modi assolvendo ad una funzione costruttiva o espressiva, nell’esaminare opere realizzate in epoche diverse possiamo individuare l’uso ricorrente degli schemi elencati di seguito: Schema a fonte di luce unica La fonte di luce è unica e la luce proviene da destra o da sinistra; dal fondo (in questo caso fornisce un effetto di controluce) oppure è frontale. Questo schema, nei primi due casi, si presta ad un uso della luce in funzione co[struttiva,] che delinea la forma esaltandone la plasticità, mentre negli altri due casi, pur contribuendo a definire la forma, tende ad appiattirla, ad attenuarne il volume. I dipinti di Caravaggio, tanto per fare un esempio conosciuto, possono rientrare nei primi due casi (in genere l’artista usa una luce che proviene da destra o da sinistra che ha il compito di costruire plasticamente le forme), mentre Speranze deluse di Pellizza da Volpedo, e il Ritratto del Vescovo Bernardo de’ Rossi, di Lorenzo Lotto, nei restanti due casi. Nelle “speranze deluse” la luce, che arriva dal fondo, crea un effetto di controluce che sembra annullare la fisicità dei personaggi; nel “ritratto di Bernardo de’ Rossi” la luce, che arriva frontalmente, crea come un effetto di flash con il risultato di appiattire l’immagine. Schema a doppia fonte di luce luce arriva dal fondo e frontalmente immergendo le forme nell’atmosfera creando una sorta di continuità tra figure e ambiente. I primi ad utilizzare questo schema furono i pittori fiamminghi, che involontariamente misero in pratica alcuni dei concetti del filosofo neoplatonico Plotino (204-279 d.C.) il quale teorizzava questa continuità per simboleggiare l’armonia della natura come espressione del divino. Non sappiamo se Jan van Eyck, Hans Memlinc e Rogier van der Weyden avessero conoscenza delle Enneadi di Plotino (l’opera in cui il filosofo disserta sui modi della rappresentazione) ma siamo sicuri che Leonardo, nelle cui opere questo schema raggiunse i massimi risultati, doveva in qualche modo averle studiate. Nella Vergine delle Rocce, conservata al Louvre, e nel Cenacolo, del refettorio di Santa Maria delle Grazie, la fusione tra figura e ambiente è perfetta. Schema a fonte di luce localizzata In questo caso la luce non arriva dall'esterno ma è localizzata all’interno della composizione (in genere una lampada o una candela) e la figura umana è usata come uno schermo di questa luce. Tutta l’opera di Georges de La Tour è caratterizzata dall’uso di questo schema (di cui ricordiamo la Maddalena penitente, il San Sebastiano curato dalle pie donne, l’Adorazione dei pastori), ma anche quella del cosiddetto “Maestro della candela’ . Van Gogh lo usa in una delle sue opere più famose, I mangiatori di patate, Francisco Goya nella composizione 3 Maggio 1808: fucilazione alla montagna del principe Pio; Gerrit van Honthorst (detto anche Gherardo delle Notti) nella Vecchia che guarda una moneta. Potremmo anche citare molte altre opere, ma credo che quelle indicate assolvano a sufficienza il compito di inquadrare lo schema. Va inoltre puntualizzato che la luce comunque ha una funzione costruttiva, anche se l’aspetto più rilevante è quello dell’atmosfera particolarmente suggestiva, che si riesce ad ottenere grazie all’uso di una fonte localizzata. Schema a fonte di luce diffusa La luce non proviene da una fonte esterna o interna alla composizione ma è espressa direttamente dal colore; in questo modo la luce non ha più una funzione costruttiva ma espressiva. La composizione negli impressionisti ha in genere una fonte di luce diffusa; lo possiamo verificare nelle Case dai tetti rossi di Camille Pissarro, oppure nel Sentiero dell'Etarché sotto la neve di Alfred Sisley. La pittura di Gauguin, di van Gogh, dei Fauves (de Vlaminck, Derain) presenta questa peculiarità. Opere come il Paesaggio tacitiano con montagna (di Gauguin), o I girasoli (di van Gogh), oppure ancora La tavola imbandita (di Matisse) stanno a dimostrare come la luce possa essere “interna” al colore. Anche la scomposizione cubista, che frammentando l’immagine finisce per identificare lo spazio con la forma, si avvale di questo schema, come possiamo apprendere da Les Demoiselles d’Avignon, di Picasso. Schema a fonte di luce in movimento La luce non è fissa ma si muove, rivelando al suo passaggio elementi della composizione. È quello che possiamo vedere in opere come la Scena di battaglia di Salvator Rosa, o la Peste di Azoth di Nicolas Poussin. I significati dei colori Nei dipinti del Paleolitico superiore i pittori, attraverso la pittura tricromatica, esprimevano con il nero la morte, con il bianco la luce e con il rosso la vita. Nel corso dei secoli il repertorio cromatico si è via via arricchito anche simbolicamente, caratterizzandosi per la sua ambivalenza e plus-valenza. Ad esempio il colore nero nelle civiltà del Mediterraneo rappresenta il principio di tutto, dell’indistinto primordiale, ma anche la fine di tutto. Il bianco è un colore che evoca la manifestazione del divino, il percorso iniziatico e la purezza. Il rosso simboleggia forza, regalità, distruzione, ma ha anche un valore apotropaico. Per la storia del significato dei colori rimando al saggio di Lia Luzzatto e Renata Pompas (Luzzato, Pompas 2001) che segue in ordine di tempo quello di Manlio Brusatin (1981). Possiamo comunque richiamare in modo riassuntivo i significati originari e quelli stratificati nel tempo uniti alle sensazioni che riescono ad evocare e alla loro influenza sul linguaggio parlato. Il nero, il bianco e il grigio Il nero è oscurità totale, il bianco è il massimo della luminosità, due poli opposti carichi di significati: il primo induce ad un’idea negativa mentre il secondo ad una positiva. Ciò è talmente vero che nel linguaggio parlato la valenza simbolica dei due colori è spesso usata per esprimere dei concetti: fumata nera, lista nera, pecora nera, in contrapposizione a fumata bianca, mosca bianca, magia bianca. I nostri progenitori ricavarono il nero dal manganese e dal carbone di legna, e in seguito dal carbone di vite, bruciando l’avorio e dalla corteccia di un albero brasiliano, il cosiddetto “legno azzurro”. Il bianco invece fu in origine ricavato da cristalli di calcite, da conchiglie, da argille e in seguito da carbonato di calcio. Raramente è possibile trovare in natura il nero totale e la sua percezione è basata su un meccanismo di contrago, avendo bisogno della presenza di altri colori. Anche il grigio è piuttosto raro in natura e compare solitamente come effetto ottico: è il colore delle armi, del calcestruzzo, dei macchinari industriali, ma anche della saggezza e delle cose del passato ricoperte di polvere. Nel linguaggio parlato il grigio assume connotazioni positive e negative: materia grigia, eminenza grigia, vita grigia, giornata grigia. Il rosso Il legame del rosso con la vita è indubbiamente connesso al sangue, l’elemento con il segreto dell’esistenza, infatti fin dall’antichità furono attribuite a questo colore capacità speciali. Gli egiziani lo usavano per trascrivere avvenimenti importanti ed eventi positivi mentre nel Medioevo si identificò con la “chiave della conoscenza”, in relazione al procedimento alchemico per tramutare i metalli in oro (il rosso indicava l’ottenimento della pietra filosofale, quella che avrebbe permesso la trasformazione). Ma è anche il colore dell’ira e del delitto, del piacere fisico evocato nel linguaggio parlato con espressioni come film a luci rosse e quartiere a luci rosse. È il colore che ha la massima lunghezza d’onda e il massimo impatto emotivo, che può muoversi più velocemente rimanendo impresso nella retina. Nelle varie epoche il rosso è stato estratto in diversi modi: dal kermess, un insetto, dal cinabro (solfuro di mercurio), dalla “robbia” (radice della pianta Rubia Tinctoria). Il giallo Il primario legame simbolico di questo colore avviene con due importanti elementi della vita dell’uomo: il sole e l’oro. Quindi la sua prima valenza è positiva. Sin dall’antica Grecia gli veniva attribuito un valore estetico, tanto che, come racconta Menandro, uno scrittore del IV secolo a.C., molti uomini del suo tempo cercavano di ottenere un colorito biondo dei capelli cospargendoli con un particolare unguento, per poi esporli all’azione dei raggi solari. Ma il giallo è anche il colore dell’autunno e nel Medioevo viene usato convenzionalmente per rappresentare gli indumenti di Giuda Iscariota, associandolo al tradimento; nel Seicento diventa sinonimo di malattia: la bandiera issata su una nave contaminata è gialla. Nell’antichità questo colore veniva ricavato da minerali ricchi di ferro e dal solfuro di arsenico. Ha il massimo potere riflettente e dà l’impressione di irradiarsi; l’occhio umano è sensibile ad esso più di ogni altro colore e questo spiega perché è usato dai pubblicitari e negli avvertimenti relativi alla prevenzione degli infortuni dei macchinari pesanti. Il blu Il blu gode fondamentalmente di attributi positivi e il cielo e il mare incarnano primariamente la sua valenza, evocando immensità, serenità e gioia di vi[vere.] Nell’antica Grecia e a Roma è il colore usato per rappresentare la massima divinità dell’Olimpo, Giove, mentre a partire dal Medioevo è il colore del Santo della Vergine, regina del paradiso. In natura sono pochi i minerali dai quali si ricava: il turchese, l’azzurite e il lapislazzuli, da quest’ultimo si otteneva il costoso blu oltremare che serviva per miniare i manoscritti. Lo stesso colore era ottenuto chimicamente dal rame e dal cobalto, oppure dall’indaco e dal guado. Il blu dà l’impressione di chiudersi, ha un effetto calmante, in grado di diminuire addirittura la pressione sanguigna. È uno dei colori più diffusi nel campo del vestiario, come dimostrano gli indumenti dei lavoratori dell’industria, le tute dei meccanici e i jeans. Nel linguaggio parlato il blu viene utilizzato in maniera ragguardevole: sangue blu, uomo in blu, blue-moine, bas bleu. Tra queste risulta assai curiosa la genesi di quella riferita al sangue blu, per esprimere nobiltà, coniata in terra spagnola: le vene di aristocratici che non avevano discendenza araba apparivano più azzurre rispetto a quelle di nobili che avevano ascendenze moresche. Le poche valenze negative di questo colore sono associate alla depressione e alla tristezza, come testimoniano i canti dei negri d’America in schiavitù, i blues. L'arancione In passato ha sofferto di una crisi d’identità. Fino all’XI secolo, periodo in cui furono portate in Europa le arance, non aveva un nome e veniva identificato con il rosso e con il giallo. È un colore estroverso, allegro con risonanze esotiche ma essendo intermedio tra il rosso e il giallo non possiede la forza di nessuno dei due. Nell’antichità non vennero ottenuti efficaci coloranti arancioni: ricavati da tinture vegetali, erano deboli e piuttosto sensibili alla luce e quindi soggetti a sbiadirsi con il tempo. Soltanto nel XIX secolo si riuscì ad ottenere un arancione molto forte derivandolo chimicamente dalla Robbia. Nel Medioevo contraddistinse il vestiario degli scrivani e degli addetti ai lavori subordinati. Il verde Nell’antico Egitto la sua natura contraddittoria era già codificata; Osiride, la divinità della morte e della vegetazione, veniva raffigurata con l’incarnato verde. Sempre in Egitto venne per la prima volta accertato l’effetto benefico del verde per la vista, oggi sappiamo che il cristallino lo focalizza subito correttamente sulla quindi, ci si ispirava al loro colore, per dare vita ad immagini Spavente[voli.] Il verde è il colore della freschezza ma anche della muffa, della putrescenza, ed è il più mimetico retina. La sua valenza negativa la troviamo, sin dai tempi antichi, nel rappresentare in verde creature fantastiche, come mostri, draghi, chimere, ma la ragione va ricercata nella realtà: molti animali appartenenti alla categoria dei rettili e degli anfibi hanno provocato nell’uomo un senso di repellenza e, . Nel Quattrocento e nel Cinquecento era considerato il colore dell’amore e per il matrimonio le donne usavano vestirsi con abiti verdi, come possiamo vedere nel famoso dipinto, I coniugi Amolfini, di Jan van Eyck. Nei tempi antichi veniva ricavato dalla malachite ma dal XIX secolo in poi dalla sintesi chimica di una tintura detta “giada di Scozia”. Anche per il verde esiste una serie di espressioni usate nel linguaggio comune: pollice verde, essere al verde, anni verdi, verde di rabbia, sempre-verde. Il marrone Il marrone, che in fondo è un’arancione più scuro, non ha trovato grandi difficoltà nella sua strada per imporsi poiché rappresenta in maniera sostanziale la natura: terra, alberi, mammiferi. Gli viene attribuito il potere di evocare sensazioni di sicurezza e di comodità ed è associato a immagini piacevoli relative al cibo, come il cioccolato, il caffè, il pane rustico. Solo nella pittura del Seicento assume una valenza negativa, in particolare nei dipinti di Rembrandt, evocando il disfacimento della materia ma anche l’origine dell’uomo, il fango che Dio ha impastato per dare vita alla sua creazione, infondendogli poi il soffio vitale: un simbolismo che serve a sottolineare la caducità dell’essere umano. Recenti studi legati al mondo dell’infanzia hanno stabilito che la preponderanza di questo colore nei disegni dei bambini denota un sentimento di tristezza. Il viola e il porpora Nascono da due colori completamente opposti come significato: il rosso e il blu. Ci sono pochi elementi in grado di fornire un buon pigmento e fra questi spicca l’ossido di manganese, usato in epoca medievale. Nella tradizione antica il porpora era il colore più prezioso e a Tiro, in Fenicia, veniva ricavato da un mollusco, il murice. Questa connotazione di preziosità arrivò in epoca bizantina e servì a definire una nascita importante: porfiriogenito, il termine riferito a questo colore, stava ad indicare natali regali e l’appellativo del figlio del sovrano nato durante il suo regno. Secondo alcuni studiosi questo termine è in relazione con i drappeggi sontuosi che ornavano la stanza dell'imperatrice. Nella Chiesa la sua valenza simbolica è legata al mistero della Passione e alla nomina di un ecclesiastico a Cardinale: essere elevato alla porpora significa infatti essere nominato Cardinale, anche se nella realtà i paramenti cardinalizi sono più tendenti al rosso che alla porpora. Nel tempo ha incarnato il potere, ma anche la decadenza e la sensualità, poiché di colore porpora erano gli indumenti dei Romani corrotti nel periodo della fine dell’impero e dello stesso colore erano le labbra di Cleopatra. Infine secondo gli psicologici il porpora corrisponde anche alla sublimazione e alla interiorizzazione. Le tecniche La prima rudimentale tecnica pittorica fu quella degli uomini delle caverne, che utilizzavano colori tratti dalle terre e dai cristalli di calcite, con un legante che poteva essere il grasso animale, il sangue oppure la caseina. In Egitto, per la pittura parietale, della quale abbiamo testimonianze importanti nelle tombe, vennero usati pigmenti di origine minerale su un intonaco composto da argilla e paglia; sono colori molto fragili che si sono conservati solo grazie al clima particolarmente asciutto. È a Creta che per la prima volta viene utilizzata la tecnica dell’affresco, con colori tratti da minerali, poi perfezionata dagli Etruschi che dipingevano su un intonaco composto da argilla e paglia ricoperto da uno strato di latte di calce. I Romani svilupparono ulteriormente questa tecnica, rendendola più raffinata con la lucidatura finale realizzata con la cera, materia quest’ultima che era utilizzata anche per la pittura ad encausto. La tempera e l’affresco continuarono ad essere utilizzati anche nel Medioevo per poi trovare il momento di maggior gloria nel Quattrocento e nel Cinquecento. Nel Quattrocento inizia l’uso sistematico del colore ad olio, prima da parte dei pittori fiamminghi e poi da tutti i pittori d’Europa; è una tecnica che ha una seconda giovinezza nel Seicento, con la pittura barocca, e una terza giovinezza con la pittura impressionista nell’Ottocento. Tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento cominciano ad essere utilizzate le tecniche dell’acquerello e del guazzo, che avevano trovato sporadiche occasioni nella pittura cinquecentesca. Nella pittura moderna fa la sua apparizione una nuova tecnica: quella della pittura acrilica, che utilizza pigmenti all’acrile, solubili in acqua, resistenti al colore, e di resa brillante. La tempera Il termine deriva da “temperare”, ossia “stemperare i colori”, e serve ad indicare quella tecnica che usa l’acqua per sciogliere i colori e come legante di[verse] sostanze: il tuorlo d’uovo, l’albume, il lattice di fico, colle vegetali e colle animali. Il primo supporto utilizzato è il legno, in forma di tavole ricavate da alberi di pioppo, abete, noce o di quercia. Questo supporto veniva preparato con ripetute stesure di gesso e colla, per un totale di otto strati; quindi una volta asciutto veniva levigato e poi dipinto. L’assestamento del legno sensibile alle escursioni termiche, poteva causare anzitempo effetti di “cretto” piccole crepe sulla superficie del dipinto, per questo motivo in seguito si passò all’uso della tavola “incamottata”, una tavola ricoperta da una tela di lino, sempre preparata con colla e gesso, che aveva lo scopo di ritardare questi effetti indesiderati. All’uso della tavola incamottata segue quello della tela così come oggi la conosciamo, che mantiene soltanto un’intelaiatura lignea, con il vantaggio di ridurre i movimenti di assestamento del legno e il peso del supporto. Nei dipinti su tavola del Trecento e del Quattrocento compare spesso la foglia d’oro, ottenuta battendo l’oro tra due strati di pelle, e fissata sull’imprimitura con il bolo d’armenia, un’argilla grassa di colore rossiccio. Il bolo veniva mescolato con acqua e chiara d’uovo e poi disteso sulla superficie che doveva accogliere la foglia d’oro con quattro passate, usando un composto progressivamente più denso. Quindi si adagiava la foglia d’oro che veniva fatta aderire strofinandola con la bambagia, brunendola poi con un dente di lupo. Sulla foglia d’oro si potevano realizzare interventi decorativi mediante punzonatura e opus punctorum. La punzonatura consisteva nell’usare punzoni che premuti sulla foglia lasciavano una traccia in positivo o in negativo, mentre 1 ’ opus punctorum consisteva nel forare la lamina con punte metalliche, per tracciare un disegno composto da piccoli fori molto ravvicinati. L'affresco La tecnica dell’affresco consiste nel dipingere, come spiega la parola stessa, sull’intonaco “fresco”, e si serve della reazione chimica tra la calce spenta e l’anidride carbonica dell’aria secondo la formula: Ca (OH)2 + C02 = CaCo2 + H2 O Questa reazione chimica, che si chiama “carbonatazione”, fa sì che la calce si trasformi in carbonato di calce che imprigiona al suo interno il colore. I colori che vengono impiegati sono quelli di origine minerale, quelli cioè in grado di resistere all’azione caustica della calce: il bianco, derivato dal carbonato di calce; il giallo, il rosso e il verde, derivati da terre; il nero, ottenuto dall’avorio bruciato; il cinabro, ottenuto dal solfuro di mercurio; il blu oltremare, derivato dal lapislazzuli; l’azzurrite, ottenuta dal carbonato basico di rame. Per la buona riuscita dell’affresco è importante che il muro che sostiene sia tutto dello stesso materiale e che asciughi in maniera uniforme. L'intonaco è preceduto da una stesura composta da una parte di calce e da tre parti di sabbia a grana rossa, che viene definita col termine arriccio; l'intonaco invece è composto da una parte di calce, una parte di sabbia a grana fina e da una parte di polvere di marmo. I colori, che sono già preparati nelle gradazioni di tono, debbono essere stesi con rapidità, fintantoché l’intonaco è bagnato, altrimenti svanisce l’effetto della carbonatazione. Nella pittura pompeiana l’affresco riguardava la stesura di base della composizione, che poi veniva rifinita usando pittura alla calce, cioè colori mescolati alla calce. Un procedimento simile venne adottato nella pittura bizantina e nella pittura romanica, mentre nel Trecento venne introdotto il sistema delle “giornate” che consisteva nel preparare sull’arriccio soltanto quella parte di intonaco che poteva essere dipinto nell’arco di una giornata. Sull’arriccio veniva realizzato un disegno preparatorio, la cosidetta “sinopia”, termine che deriva dal nome della terra rossa utilizzata. Nel Quattrocento scompare l’uso della sinopia, che viene sostituita dalle tecniche dello “spolvero” e del “cartone”. Nella prima il disegno era tracciato su carta, che veniva bucherellata seguendo le linee del disegno; poi la stessa veniva poggiata sull’intonaco e vi si passava sopra un sacchetto con polvere di carbone, che attraversando i fori lasciava la traccia del disegno, traccia che poi veniva ulteriormente rifinita col pennello. Nella seconda il disegno, realizzato su cartone, veniva trasferito sull’intonaco per ricalco: il cartone veniva poggiato sull’intonaco e il disegno veniva ricalcato con una punta metallica. A titolo di curiosità ricordiamo che il restauro del Giudizio Universale di Michelangelo ha rivelato l’uso della tecnica del cartone per la parte bassa del dipinto, quella dell’inferno, e della tecnica dello spolvero per la parte alta. Nel Settecento viene introdotto un nuovo elemento nella preparazione dell’intonaco, il “cocciopesto”, che aveva due funzioni: preservare l’affresco dall’umidità e ottenere delle tonalità calde. La pittura ad olio La tradizione vuole che la pittura ad olio sia un’invenzione di Jan van Eyeck, ma studi recenti hanno dimostrato che questa tecnica era già conosciuta nell'antichità anche se poco usata. Il colore viene macinato con olii, che possono essere di lino, di noce e di papavero, con la successiva aggiunta di resine. I vantaggi di questa tecnica, rispetto alla tempera, sono diversi; il primo e che, asciugando lentamente, permette di tornare sul già fatto senza lasciare tracce evidenti delle riprese. Il secondo è la possibilità di ottenere sfumature molto particolari, per la grande fusione dei pigmenti; il terzo è la brillantezza dei colori. Il quarto è la possibilità di realizzare velature dirette, quando lo strato sottostante è asciutto, senza creare mescolanze con la stesura pre[cedente;] questo procedimento era impossibile con la tempera poiché era necessario interporre uno strato di lacca, che serviva ad isolare la stesura precedente da quella successiva, per evitare che i colori si mescolassero. Inoltre la pittura ad olio ha una maggior resistenza agli agenti atmosferici e ritarda la comparsa del cretto. L'acquerello e il guazzo La tecnica dell’acquerello utilizza un pigmento di origine minerale e la gomma arabica come legante. Il supporto utilizzato, carta o cartoncino, è trattato preventivamente con ammoniaca o fiele di bue per sgrassare la superficie e permettere al colore di aderire perfettamente. Il colore viene dato in stesure trasparenti che utilizzano come bianco il colore del supporto, e non deve essere mescolato. È una tecnica che richiede una grande abilità, perché la stesura è unica e non sono ammesse correzioni. L’uso del colore è preceduto da un leggero schizzo a matita che serve come guida, per organizzare gli elementi della composizione; questo schizzo, molto sfumato, rimane visibile sotto la stesura del colore. Questa tecnica rende possibili delicatissimi effetti luministici e atmosferici, ed è particolarmente indicata per la rappresentazione di paesaggi, che possono essere resi con pochi tocchi sintetici ma fortemente evocativi. La tecnica del guazzo è simile a quella dell’acquerello, con il pigmento che ha la gomma arabica come agglutinante, ma la luminosità non viene ottenuta sfruttando il bianco del supporto bensì con l’aggiunta vera e propria del colore bianco. La pittura realizzata con il guazzo è caratterizzata da una certa opacità, a differenza dell’acquerello che ha colori più brillanti. L'encausto Nella tecnica dell’encausto i pigmenti sono sciolti nella cera fusa e sono stesi con pennello o con spatole; il supporto è prevalentemente di legno. È un tipo di pittura già in uso presso i Greci, poi ripresa dai Romani. La cera era “cera punica”, ossia cera vergine bollita nell’acqua del mare, alla quale veniva aggiunto olio. Da questa tecnica deriva l’uso di proteggere gli affreschi esposti in ambienti esterni, con uno strato di cera, sempre disteso a caldo e poi lucidato; questo procedimento era indicato col termine di encausticatura. L'acrilico La tecnica dell’acrilico è caratterizzata dall’uso di un colore che ha pigmenti di acrile, un radicale dell’acido acrilico, solubile in acqua e resistente al calore. È un colore che essicca rapidamente ed ha un aspetto brillante, che permette di abbreviare i tempi di esecuzione, ed è forse questa la ragione che nell’arte moderna ha finito per soppiantare l’uso del colore a olio. La rappresentazione come mimesi o come espressione Forma, spazio, colore e luce concorrono a determinare una rappresentazione che può essere intesa come mimesi, ovvero come “imitazione” della realtà, oppure come espressione del sentimento e della visione del mondo dell’artista. Il risultato è una maggiore o minore fedeltà al dato naturalistico, giungendo con l’arte moderna all’estrema dissoluzione di quest’ultimo. In senso storico, l’arte come imitazione della realtà ha avuto una stagione lunghissima che si è conclusa con l’avvento del Romanticismo. Naturalmente diversi sono stati i modi attraverso i quali la mimesi è stata interpretata. I Greci, ad esempio, la vedevano come “idealizzazione” del soggetto rappresentato: per ottenere il massimo risultato utilizzavano più modelli naturali da cui traevano il meglio, non dimenticando la lezione di Policleto che con i suoi canoni aveva stabilito le regole della composizione perfetta, in cui tutte le parti erano armonicamente proporzionate. Gli artisti del Rinascimento si industriarono per rivitalizzare l’ideale greco, giungendo a definire un linguaggio classico, e così cercarono di fare nell’Ottocento gli artisti del Neoclassicismo, senza però riuscire ad essere troppo convincenti. Sul versante opposto la mimesi dell’arte etrusca o della Roma repubblicana, dove la fedeltà alla natura significava anche raffigurare i difetti, usati per avvicinarsi ancora di più alla realtà ed alla vita. E il modello messo in pratica, con le dovute differenze, molti secoli dopo da Caravaggio, il quale affermava di avere come unico maestro la natura, senza fare alcuna concessione al “decoro” e al “bello”. L’arte come espressione trova nel già citato Plotino un formidabile sostenitore, il quale affermava: Nell’arte la forma, prima di passare nella materia, esiste già nel nous (pensiero) dell’artista; l’arte è un’operazione spirituale, soggettiva, sia per l’artista che dà forma a ciò che ha dentro di sé, sia per l’osservatore, il quale riconosce nell’opera il riflesso della propria interiorità. È un’interpretazione dell’arte rivoluzionaria, completamente opposta a quella precedente, e come scriveva in un suo saggio Sergio Bettini (1966) non è più l’oggetto che viene riprodotto dall’artista, il quale l’accoglie nella propria visione, ma è l’artista che con l’atto della visione si situa fuori di sé, nell’oggetto che rappresenta. La forma è dunque il risultato di una visione interiore; è una forma affrancata dalla sua fisicità, come possiamo vedere nell’arte bizantina: le figure sembrano levitare e gli elementi naturalistici (fiori e piante) servono a scandire ritmicamente la composizione. I manieristi, nelle loro bizzarre pitture, ricercano, in maniera più esasperata la via dell’espressione: fanno assumere alle loro figure delle pose contorte; dipingono gli incarnati con colori inverosimili; rendono indefinito lo spazio. Gli espressionisti arrivano a violentare la forma, a lacerarla, per farla diventare un simbolo di sofferenza, basti pensare a L’urlo di Edvard Munch, oppure al Venditore di fiammiferi di Otto Dix. L’arte astratta di Kandinskij, che pure affonda le sue radici nella pittura espressionista, è la conseguenza estrema: l’arte si è completamente sganciata dalla realtà, ormai rappresenta solo se stessa e così facendo “rappresenta” l’artista. Wilhem Worringer, in un suo notevole saggio, Astrazione ed empatia, ricercò le ragioni che determinano la mimesi o l’espressione, giungendo alla conclusione che i due modi dipendono dal rapporto che l’artista ha con il mondo che lo circonda: quando il rapporto è armonico cerca di “imitare” la natura, viceversa se ne allontana, per crearne una parallela, più adatta alla sua visione del mondo. Iconografia e Iconologia Le ricerche condotte da Fiedler e compagni, puntualizzate da Heirich Wölfflin, furono continuate in Germania da Aby Warburg che iniziò a confrontare fra loro opere di epoche diverse, per verificare se le immagini che presentavano una forte similitudine nella forma corrispondessero ad un uguale significato. Mutuando un termine usato in archeologia, Iconografia (“descrizione dell’immagine”), Warburg denominò i suoi studi come “studi iconografici”, ricostruendo così una “storia delle immagini” intesa come storia della cultura che le aveva prodotte. Con Warburg l’interesse si sposta dal dato puramente formale al significato, non a caso è considerato l’ispiratore della moderna “Iconologia”. Il primo ad usare questo termine fu Cesare Ripa, che nel 1593 pubblicò Iconologia, libro corredato da illustrazioni, nel quale cataloga attentamente tutte quelle immagini che hanno un significato diverso rispetto a ciò che illustrano. Erwin Panofsky, storico dell’arte tedesco, formatosi alla scuola di Warburg, riprese il termine per indicare un metodo di interpretazione storica che ha come finalità il superamento dell’aspetto descrittivo e classificatorio tipico dell’iconografia. Il metodo di Panofsky consisteva nello studio dei valori formali delle opere d’arte contrapposto allo studio del loro significato (Panofsky 1962), attraverso tre livelli di lettura di un’opera: • “identificazione del soggetto primario”, ossia delle semplici forme (sovrapponibile all’analisi purovisibilista); • “identificazione del soggetto secondario” (identificazione del tema); • “identificazione del significato intrinseco” (il significato che si cela dietro il simbolismo unito a quello che l’artista involontariamente evoca rispecchiando la cultura del suo tempo). LA LETTURA DELL'OPERA D'ARTE L’esperienza della pura visibilità e il metodo di Panofsky hanno codificato una prassi secondo la quale la “lettura di un’opera d’arte” può essere condotta attraverso tre fasi distinte e in due diversi modi. Affrontiamo prima le tre fasi e poi i due modi. 1. Analisi preiconografica. Analisi dei dati puramente formali della composizione: tipo di visione; tipo di struttura compositiva; modo in cui vengono espressi la forma, lo spazio, il colore, la luce. 2. Analisi iconografica. Analisi del modo in cui viene configurata l’immagine, per individuarne gli aspetti salienti riconducibili ad una tradizione o ad una scuola. 3. Analisi iconologica. Analisi del significato che si cela dietro all’iconografia, voluto dall’artista, oppure frutto del tutto involontario della cultura del tempo a cui l’artista appartiene. Modo sincronico. Si studiano l’iconografia e l’iconologia di un certo tema rispetto ad uriepoca ben determinata. Ad esempio il tema della “Madonna in trono”, relativamente a composizioni che sono state tutte dipinte nel Quattrocento, cercando di individuare quelle che sono le varianti e le persistenze iconografiche e iconologiche. Modo diacronico. Si studiano l’iconografia e l’iconologia di un certo tema rispetto a diverse epoche. Ad esempio il tema precedente relativamente a composizioni che sono state dipinte nel Quattrocento, nel Cinquecento e nel Seicento. Si può scoprire che ad una stessa iconografia, secondo un’analisi diacronica, non corrisponde lo stesso significato iconologico. È il caso del Moscoforo, di tradizione greca, e del Buon Pastore, di tradizione paleocristiana: l’immagine è la stessa, un uomo che tiene sulle spalle un animale, ma il significato è diverso poiché mentre il primo conduce l’animale al sacrificio, il secondo lo salva. Nella trattazione che segue cercheremo di analizzare contemporaneamente l’aspetto iconografico e l’aspetto iconologico, cercando di individuare i temi ed i loro significati espressi da singole opere a nostro giudizio particolarmente rappresentative. I temi principali individuabili sono: • Tema religioso • Tema storico-mitologico • Ritratto • Paesaggio • Natura morta • Nudo Il tema religioso L’iconografia del tema religioso, nelle sue possibili varianti, tende a ripetersi, dato il fine dottrinario-educativo delle immagini, questo però non esclude la possibilità di cogliere delle differenze significative, che cercheremo di individuare nel corso del nostro studio. ICONOGRAFIE PIÙ SEMPLICI Iniziamo il nostro percorso ricordando le iconografie più semplici, prodotte in un periodo di tempo che va dal I-II secolo d.C. al Medioevo. BUON PASTORE Questa iconografia, che abbiamo già citato come esempio, nasce nei primi secoli dopo Cristo e mostra un giovane pastore con un agnello sulle spalle, oppure seduto tra le pecore. In entrambi i casi la figura del pastore simboleggia il Cristo Salvatore, mentre gli animali alludono ai cristiani, con riferimento alle parabole degli Evangelisti Luca e Giovanni. ALBERO La rappresentazione di un semplice albero, che compare in epoca bizantina, allude al tema della Redenzione; se si tratta di un albero di palma il suo significato è il Paradiso (figura 1). AGNELLO L’immagine dell’agnello può presentare tre diversi aspetti iconografici: l’agnello è rappresentato con nimbo (aureola) e stendardo; con nimbo e croce; in trono con il rotolo dei sette sigilli. I primi due modi sono simboli di Cristo, come del resto il terzo che però si riferisce al Cristo nell’Apocalisse. PANE È sin dall’epoca paleocristiana simbolo del corpo di Cristo e del suo sacrificio per la redenzione dell’uomo. PESCE Le lettere della parola greca pesce ιχθυς costituiscono le iniziali della espressione, in greco: “Gesù Cristo, di Dio, il figlio, salvatore”1. Per questo motivo l’immagine venne spesso raffigurata quando i Cristiani vivevano in clandestinità con significato cristologico; il pesce venne usato anche come allegoria del battesimo, come testimonia Tertulliano (160-220 ca.), scrittore cristiano di origini cartaginesi, che definisce “pisciculi” i battezzandi e “piscina” la fonte battesimale. UVA È il simbolo del sangue di Cristo e può essere raffigurata come semplice grappolo, oppure in una iconografia più complessa dove lo stesso grappolo appare appeso in un’asta sorretta da due uomini. In questo secondo caso può essere interpretata come prefigurazione della Crocifissione. In epoca tarda l’uva viene ad assumere ulteriori significati: se nera, evoca la Passione di Cristo; se bianca, serve a richiamare il tema della Resurrezione. SCENA DI VENDEMMIA E DI PIGIATURA DELL'UVA L’iconografia si caratterizza in due parti distinte: una dove degli eroti sono intenti a vendemmiare, l’altra dove degli eroti sono intenti a pigiare l’uva raccolta nei tini. Il tutto serve ad esprimere il “raccolto dei frutti della fede”. UCCELLO Appare per la prima volta nelle pitture delle catacombe con l’intento di simboleggiare l’anima. Se si tratta di una colomba sta a significare lo Spirito Santo, se invece è un pavone simboleggia il Paradiso e la Vita Eterna (figura 2). Bisogna ricordare che già in ambito pagano il pavone era usato come segno di immortalità poiché la sua carne non si decomponesse. MANO CHE ESCE DALLE NUÌ È una raffigurazione eoe che è simbolo di Dio. GIOVANE IN TUNICA E PALLI Questa iconografia è di origine paleocristiana, viene ripresa più volte nell’arte bizantina a rappresentare l’Angelo. TESTIMONI DEI MIRACOLI DI CRISTO Dei personaggi che assistono ai miracoli compiuti da Cristo spesso raffigurati nei mosaici bizantini, alludono agli apostoli. TRONO La rappresentazione di croce gemmata, tipico dell’iconografia bizantina, serve a simboleggiare l’Etimasia (l’attesa della seconda venuta di Cristo). Se sul trono appaiono una colomba e una croce il significato è invece quello della Trinità (figura 3). DRAGO o SERPENTE Era usato in epoca paleocristiana per simboleggiare il demonio o il male ICONOGRAFIE più complesse Ora passiamo ad analizzare delle iconografie più complesse, che so nella produzione artistica in un periodo compreso tra il V-VI secolo e il XVII secolo. MANO CHE ESCE DALLE NUBI È una raffigurazione codificata in epoca bizantina che è simbolo di Dio. GIOVANE IN TUNICA E PALLIO Questa iconografia è di origine paleocristiana, viene ripresa più volte nell’arte bizantina per rappresentare l'Angelo. TESTIMONI DEI MIRACOLI DI CRISTO Dei personaggi che assistono alla scena dei miracoli compiuti da Cristo spesso raffigurati nei mosaici bizantini, alludono agli apostoli. TRONO La rappresentazione di un trono vuoto con una croce gemmata, tipico dell’iconografia bizantina, serve a simboleggiare l’Etimasia (l’attesa della seconda venuta di Cristo). Se sul trono appaiono una colomba e una croce il significato è invece quello della Trinità (figura 3). DRAGO O SERPENTE Era usato in epoca paleocristiana per simboleggiare il demonio o il male in generale. ICONOGRAFIE PIÙ COMPLESSE Ora passiamo ad analizzare delle iconografie più complesse, che sono anche le più ricorrenti nella produzione artistica in un periodo compreso tra il V-VI secolo e il XVII secolo. MADONNA IN MAESTÀ È una iconografia di origine bizantina: la Vergine appare in trono, circondata da Angeli, e tiene sulle ginocchia Gesù Bambino, colto in atteggiamento benedicente. Se facciamo una analisi “sincronica” di questo genere di rappresentazione, riferita al periodo bizantino, scopriamo che la dimensione degli Angeli è la stessa di quella della Vergine, quindi che è del tutto assente il principio di gerarchia simbolica (figura 4). Se sottoponiamo la stessa iconografia ad un’analisi “diacronica”, notiamo dei cambiamenti: Giotto (figura 5), Duccio, Masaccio (Madonna di Ognissanti; Madonna in Maestà; Pala di Sant 'Anna Metterza-Uffizi) rappresentano gli Angeli più piccoli, mentre a partire dalla seconda metà del Quattrocento fino al Settecento si ritorna al discorso di origine. Simbolicamente l’immagine serve ad esprimere il concetto di Maria Vergine Regina dei cieli. SACRA CONVERSAZIONE Può essere considerata una variante dell’iconografia precedente, dove la Madonna in trono è circondata da Santi. Il termine sacra conversazione si riferisce al “colloquio muto”, fatto cioè di soli sguardi, tra la Vergine, il Bambino e i Santi. In genere la Vergine volge il suo sguardo in una direzione, mentre il Bambino lo volge nella direzione opposta. In alcuni dipinti la gerarchia simbolica può essere suggerita dal fatto che il trono si eleva su un alto basamento, come nella Pala Magnoli, di Domenico Veneziano conservata agli Uffizi, oppure può essere del tutto assente. Il Bambino è raffigurato in diversi atteggiamenti e uno dei più frequenti è quello di toccare il mento della madre. Quella che a prima vista sembra un’azione infantile e giocosa in realtà cela una forma rituale che risale alle antiche civiltà. In Egitto, al tempo del Nuovo regno (1580-1070 a.C.; XVIII-XX dinastia) era un segno di affetto e di lusinghe erotiche; nella pittura della Grecia arcaica rappresentava invece il corteggiamento; nell’arte della tarda antichità classica invece assumeva il significato allegorico dell’unione di Cupido e Psiche, ossia dello sposalizio del dio dell’amore con l’anima umana. Nel caso di Gesù Bambino, la cui figura è una simbiosi di umano e div ino, il gesto serve a configurare l’idea di Gesù figlio di Maria ma al tempo stesso di suo sposo celeste; la carezza quindi designa lo “sposo infante”. A partire dal XIII secolo l’immagine del Bambino comincia ad essere dipinta secondo la simbologia dettata da San Cirillo da Gerusalemme (IV secolo), il quale affermava che il capo significava la divinità di Cristo, mentre i piedi significavano la sua umanità. Accade così che il Bambino, prima di allora completamente vestito, comincia ad essere raffigurato con le gambe scoperte, come possiamo apprendere dalla Maestà della Madonna del Maestro di San Martino conservata nel Museo Civico di Pisa (figura 6), oppure dalla Madonna col Bambino di Coppo di Marcovaldo, conservata nella Chiesa di Santa Maria dei Servi, a Siena. Con il passare del tempo si arriva a rappresentare il Bambino completamente nudo, concentrando l’attenzione sugli attributi genitali, per simboleggiare l’umanazione del Cristo e quindi la consegna della sua umanità alla sofferenza e alla morte. Questa simbologia ha una sua spiegazione teologica: a Dio sono estranee “morte” e “generazione”; se la divinità si incarna per subire il destino umano, fa propria la condizione dell’essere che è sessuato e mortale; la mortalità che assume è correlativa alla sessualità, dal momento che è mediante la procrea[zione] che la specie, pur destinata individualmente alla morte, perdura collettivamente per attuare il progetto della redenzione. Nella Sacra Famiglia con Santa Barbara e San Giovannino di Paolo Veronese, conservata agli Uffizi (figura 7), il Bambino tocca il proprio sesso, simboleggiando l’inizio della sua missione terrena e quindi della Passione. Lo stesso gesto è possibile ritrovarlo in scene col Cristo adulto, che riguardano la Deposizione e il Compianto, con la funzione di simboleggiare la fine della sua missione terrena. Tratteremo più avanti gli esempi relativi a questo genere di simbolismo. Nell’iconografia della Sacra conversazione spesso appaiono dei motivi che alludono alla Passione o alla Resurrezione, come nella Pala di San Zeno, di Andrea Mantegna, o nella Pala Brera, di Piero della Francesca (figura 8). Nella prima il trono della Vergine si erge sopra un sarcofago, simbolo di morte che prefigura la Passione, mentre nella seconda il Bambino giace addormentato sulle ginocchia della madre, richiamando il tema della Resurrezione (il sonno è il simbolo di una morte apparente). Diversi altri ancora sono gli apparati simbolici che è possibile trovare in questo genere di composizione, come: il pomo, simbolo del peccato originale; il melograno, simbolo di Resurrezione ma anche dell’unione di molti sotto l’unica autorità della Chiesa; la zucca, simbolo di Resurrezione (collegato alla vicenda del Profeta Giona, che restò nel ventre della balena tre giorni, come Cristo nel sepolcro, e che quando fu rigettato a riva si risve[gliò] sotto un pergolato di zucche); la noce, raffigurata a metà, che secondo Sant’Agostino rappresenterebbe nel mallo la carne di Cristo, nel guscio la Croce e infine nel gheriglio la natura divina di Cristo. Nell’arte nordica, nelle mani del Bambino, può apparire un’arancia2, in sostituzione della mela, per simboleggiare il peccato originale. In alcuni dipinti il Bambino è intento a mangiare dell’uva, simbolo di Passione o di Resurrezione, a seconda che sia nera o bianca, come possiamo vedere nello scomparto centrale del Polittico del Carmine, di Masaccio, nella National Gallery a Londra, dove Gesù Bambino è intento a mangiare dei chicchi di uva nera, presi dal grappolo che la Vergine tiene nel palmo della mano (figura 9). Nelle mani del Bambino a volte può apparire un uccellino, in genere un cardellino, simbolo dell’anima. La scelta del cardellino risale alla leggenda secondo la quale la macchia rossa sul capo del volatile comparve nel momento in cui esso sorvolò la testa del Cristo, durante l'andata al Calvario, e togliendogli una spina dalla fronte si macchiò del sangue del Redentore. MADONNA CHE LEGGE CON IL BAMBINO In diverse opere del Quattrocento e del Cinquecento la Madonna è rappresentata nell’atto di leggere; il libro o i libri possono assumere dei significati diversi. Se il libro è unico, ed è nelle mani della 2 Sinaasappel in fiammingo vuol dire “mela cinese”. Vergine, simboleggia il libro della Sapienza, mentre se i libri sono due (uno in terra e l'altro tra le mani della Vergine) alludono al Vecchio e al Nuovo Testamento. Può verificarsi il caso in cui il libro appaia nelle mani del Bambino e allora il simbolismo si riferisce ai Vangeli. Simbolismo dell'HORTUS CONCLUSUSNell’iconografia della Sacra conversazione o della Madonna con il Bambino può apparire sullo sfondo un giardino, oppure un graticcio coperto di rose, il cosiddetto Hortus conclusus (giardino chiuso) simbolo della castità della Vergine (figura 10). Le rose possono essere rosse, riferendosi al sangue dei martiri, oppure bianche, Per simboleggiare la purezza della Vergine. In genere, le rose bianche sono delle peonie, per richiamare la definizione di “rosa senza spine”, relativa a Maria. Non è raro trovare rappresentati anche altri fiori, come ad esempio la viola, oppure la margherita, come simboli di umiltà che sono riferiti a Gesù Bambino ed alla Vergine. MADONNA CHE ALLATTA IL BAMBINO o MADONNA DEL IATTE È forse il tipo di iconografia pili antica (il primo esempio si trova nella catacomba di Santa Priscilla a Roma9: la Vergine vi appare in trono, in piedi, oppure seduta, mentre allatta il Bambino o ha semplicemente un seno scoperto, mentre il Bambino siede sulle sue ginocchia e ha lo sguardo rivolto verso il riguardante. L’immagine, che serve a simboleggiare la natura umana di Cristo, può arrivare ad assumere un carattere sostanzialmente profano, come possiamo apprendere dal dipinto di Jean Fouquet, conservato nel Musée Royal des Beaux-Arts di Anversa. SACRA FAMIGLIA Questo genere di rappresentazione compare a partire dal XV secolo, dopo che i Gesuiti svilupparono il concetto secondo il quale Gesù, Giuseppe e Maria, formavano una Trinità terrena corrispondente alla Trinità celeste. In genere l’immagine di San Giuseppe rimane un po’ isolata rispetto a quelle della Vergine e del Bambino. Tra le poche varianti possiamo ricordare la Sacra Famiglia di Simone Martini, conservata nella Walker Art Gallery di Liverpool, dove San Giuseppe e Gesù fanciullo sono raffigurati insieme mentre la Vergine è da sola (figura 11). La singolarità di questa opera risiede anche nel fatto che la scena sembra avere i tratti di un realistico quadretto di vita familiare: Gesù, con l’aria imbronciata, subisce un rimprovero per essersi allontanato a disputare nel tempio. Più in linea con l’iconografia tradizionale, per citare un altro esempio, è la Sacra Famiglia di Luca Signorelli, conservata agli Uffizi, dove ritroviamo il simbolismo tipico della Madonna leggente, ossia i libri che richiamano il Vecchio e il Nuovo Testamento. MADONNA COL BAMBINO E SAN GIOVANNINO È un'iconografia che comincia ad affermarsi nel XVI secolo: il San Giovannino è colto in atto d’adorazione o di giocare con Gesù, per sostanziare, a seconda dei casi, la natura divina o la natura umana del Cristo come possiamo vedere nella Sacra Famiglia Canigiani di Raffaello (figura 12). Un particolare significativo riveste l’immagine di San Giovannino nella Vergine delle rocce di Leonardo, al Louvre, significato che è svelato dal gesto dell’Arcangelo Gabriele, che lo indica; l’Arcangelo ha compiuto la sua missione (l’Annunciazione) e spetta ora a un uomo portare la novella agli altri uomini. MADONNA dei raccomandati o Madonna della Misericordia L’iconografia serve a testimoniare il ruolo della Vergine come mediatrice della grazia divina; la Vergine appare in piedi, con le braccia che tengono aperto un ampio mantello, sotto il quale sono accolti dei devoti genuflessi, di dimensioni molto ridotte rispetto alla figura della Madonna. Secondo molti studiosi l’origine è da attribuirsi agli ordini monastici del XIII secolo, tuttavia trova il suo migliore “prototipo” nella Madonna dei raccomandati, dipinta da Lippo Memmi, conservata nel Duomo di Orvieto. Spesso il gruppo dei devoti è composto da uomini e donne che rappresentano, simbolicamente, l'intero genere umano, oppure diviso in due ranghi: a destra gli ecclesiastici e a sinistra i laici. ANNUNCIAZIONE Il tema dell’Annunciazione iconograficamente, risale al V secolo d.C. Ne possiamo trovare un esempio nel mosaico dell’arco trionfale di Santa Maria Maggiore, a Roma, dove la Vergine appare in trono circondata da quattro Angeli mentre nel cielo si librano l’Arcangelo Gabriele e la colomba dello Spirito Santo. Dal XIII secolo in poi, gli elementi che entrano a far parte della composizione sono fondamentalmente tre: • l’Angelo • la Vergine • la colomba dello Spirito Santo A questi si accompagnano elementi simbolici supplementari, tratti dai Vangeli Apocrifi e dalla Leggenda aurea di Jacopo da Varagine. Nelle più antiche rappresentazioni compare un fiore, oppure dei fiori in un vaso; ciò è dovuto al fatto che molte autorevoli figure religiose dettero risalto al fatto che l’evento ebbe luogo in primavera. In seguito i fiori vennero sostituiti dal giglio, simbolo della purezza di Maria. Il giglio compare nelle mani dell’Arcangelo, ma viene sostituito da un ramo di ulivo nella pittura senese, come possiamo notare nell’Annunciazione di Simone Martini, conservata agli Uffizi. La ragione di questa sostituzione va ricercata nella tradizionale inimicizia tra Siena e Firenze, e poiché il giglio è emblema fiorentino gli artisti si trovarono nella condizione di doverlo eliminare. La scena avviene in genere all’interno di un portico e la Vergine mostra un duplice atteggiamento, di timore e di partecipazione. Nell’arte fiamminga il tema è invece rappresentato all’interno di una Chiesa, oppure all’interno di una casa. Nel primo caso, come possiamo vedere nella Annunciazione del Maestro di Flémalle, conservata al Metropoli[tan] di New York, la Vergine accoglie l’Angelo in una Chiesa gotica (figura 13). Tuttavia bisogna rammentare che i pittori fiamminghi ricorrono anche ad un altro simbolismo per richiamare la castità della Vergine, ossia il raggio di luce che attraversa l’impannata (la luce oltrepassa il vetro senza infrangerlo). Nel secondo caso, come possiamo apprendere dal dipinto l’Annunciazione di Jacques Daret, conservato al Louvre, Maria riceve l’Angelo in una stanza dal ricco arredamento borghese (figura 14). Ella è seduta in terra, in segno di umiltà, e l’arrivo dell’Angelo la coglie nella lettura di un libro, simbolica allusione al profeta Isaia. Lorenzo Lotto nell'Annunciazione conservata nella Pinacoteca di Recanati usa una iconografia piuttosto originale: la Vergine porge le spalle all’Arcangelo dimostrando tutto il suo spavento, condiviso anche dal gatto che appare sullo sfondo, intento a fuggire a causa della improvvisa e misteriosa presenza (figura 15); il gatto simboleggia il male scacciato dall’avvento del Cristo. Il dipinto presenta altri elementi simbolici, come l'impannata che allude alla castità della Vergine; la candela e la clessidra, simboli del tempo che si consuma; il talamo nuziale, che richiama il tema della Vergine sposa del Cristo, ossia l’unione della Chiesa con Dio; il libro chiuso e il libro aperto, simboli del Vecchio e del Nuovo Testamento. SPOSALIZIO DELLA VERGINE Iconograficamente il tema comincia ad essere rappresentato nel Medioevo ed in genere mostra al centro, tra Giuseppe e Maria, il sommo sacerdote, mentre ai lati si dispongono le figure dei pretendenti rifiutati da Maria e delle vergini, sue compagne. Giuseppe reca una verga fiorita e su di essa appare una colomba, mentre i pretendenti tengono tra le mani una verga rinsecchita; uno di essi è colto nell’atto di spezzarla, facendo leva sul ginocchio, in un impeto d’ira. Tutti gli elementi sono tratti dalla descrizione fatta da Jacopo da Viragine nella Leggenda aurea, secondo la quale Giuseppe sarebbe stato scelto in base ad un segno divino, ossia la fioritura della sua verga. Per essere precisi però bisogna ricordare che in realtà per fioritura si intende la trasformazione della verga che diviene verde, ma gli artisti hanno voluto richiamare il fatto facendo spuntare su di essa dei fiori, prendendosi per così dire una licenza poetica. Il Perugino nello Sposalizio della Vergine, conservato nel Musée des Beaux-Arts di Caen, usa questa iconografia da cui Raffaello deriva il suo famoso dipinto di Brera. Raffaello però introduce delle piccole varianti: rovescia lo schema delle figure dipinte in primo piano e dispone sul fondo un’architettura che richiama il tempietto di San Pietro in Montorio del Bramante (figura 16). La scena mostra lo scambio di anello tra Maria e Giuseppe alla presenza del sacerdote; sulla destra è raffigurato il gruppo dei pretendenti sconfitti, tra cui spicca in primo piano quello intento a spezzare la verga, mentre sulla sinistra compaiono le vergini. Lo Sposalizio della Vergine dipinto da Rosso Fiorentino per la Chiesa di San Lorenzo, a Firenze, pur muovendosi in linea di massima nell’ambito della stessa iconografia, si presenta come una composizione molto affollata, dove le figure sono organizzate secondo traiettorie semicircolari non concentriche; inoltre San Giuseppe, che nella maggioranza dei dipinti è rappresentato come un uomo avanti negli anni, ha le fattezze di un giovane aitante. VISITAZIONE Anche questo tema trova il suo sviluppo in ambito medievale e la scena mostra l’incontro di Maria ed Elisabetta in prossimità di un casamento; le due donne sono rappresentate nell’atto di salutarsi con un inchino. Nel Rinascimento il saluto viene espresso in forma di abbraccio, come possiamo apprendere dal quadro del Pontormo nella Pieve di Carmignano (figura 17). Il dipinto, nella struttura compositiva, richiama un’opera profana, le Quattro streghe di Albrecht Durer, con una insolita disposizione romboidale dei personaggi (Maria, Elisabetta e le rispettive ancelle). Le figure sono in punta dei piedi e la gonfiatura enfatica dei panneggi sembra conferire alle stesse una sorta di capacità aerostatica. L’atmosfera è visionaria, ma serotina e malinconica, con la strada cinquecentesca che si apre di sfondo a sinistra, tra pa[lazzi] altissimi e tetri. Non manca un particolare curioso, come i due piccoli fantomatici conversatori della panchina, che si intravedono in lontananza in basso a sinistra. NATIVITÀ, ADORAZIONE DEI MAGI, ADORAZIONE DEI PASTORI I tre temi presentano molte similitudini e traggono spunto dalle descrizioni dei Vangeli di San Luca e San Matteo. Nella scena gli elementi sono più o meno gli stessi: la capanna; il bue; l’asino; il Bambino sulla mangiatoia; la Vergine; San Giuseppe; i pastori o i Re Magi. È nel XV secolo che cominciano ad apparire delle varianti, e tra queste quella più importante riguarda il Bambino, che non è più nella mangiatoia ma deposto in terra, per simboleggiare la natura umana di Cristo. Il Trittico Portinari di Hugo van der Goes, conservato agli Uffizi, è l’esempio a cui si sono ispirati, molti artisti italiani (figura 18). La capanna, sostituita da un riparo costruito sui resti di architetture classiche, costituisce un’altra variante che serve ad affermare la fine del mondo pagano e l’avvento del mondo Cristiano, come possiamo vedere nella Adorazione dei pastori di Domenico Ghirlandaio, a Santa Trinità, a Firenze. Del tutto originale, è l’iconografia usata per la composizione Natività di Cristo, di Francesco di Giorgio Martini, nella Chiesa di San Domenico, a Siena. La scena è ambientata all’aperto e al posto della capanna compare un arco trionfale romano in rovina, sotto il quale trovano albergo il bue e l’asino. Anche in questo caso la frammentarietà dell’architettura classica ha lo scopo di richiamare la fine del mondo pagano. STRAGE DEGLI INNOCENTI Questo tema cominciò a delinearsi iconograficamente nel Medioevo, sia nella pittura che nella scultura. L’ambientazione è generalmente il cortile del palazzo di Erode dove dei soldati, armati di spada, strappano con inaudita violenza dei bambini dalle braccia delle rispettive madri, che tentano inutilmente di ribellarsi alla furia omicida dei carnefici. In terra giacciono ammassati i corpicini dei bambini uccisi mentre Erode osserva compiaciuto la scena da un balcone. Come esempio potremmo ricordare la Strage degli innocenti realizzata dal Maestro Fiorentino nella volta del Battistero di Firenze. Affidandoci alla consueta analisi diacronica potremo scoprire delle varianti, come nell’opera di Guido Reni conservata nella Pinacoteca di Bologna: qui gli elementi della composizione sono molto ridotti e la scena è ravvicinata (figura 19). L’attenzione dell’artista si concentra nella resa degli affetti ed in alto tra le nuvole compare un motivo nuovo, due angioletti che recano le palme del martirio. FUGA IN EGITTO L’iconografia della fuga in Egitto, che viene in qualche modo codificata nel XII secolo trae spunti dal Vangelo di San Matteo e dai Vangeli apocrifi. La Vergine viene rappresentata in groppa ad un asino ed ha tra le braccia il Bambino, mentre San Giuseppe tiene per la cavezza l’animale. Giotto, che dipinse questo episodio nella Cappella degli Scrovegni a Padova, inserisce altri personaggi, come la levatrice Salomè e tre figli di Giuseppe (il figlio di Giacobbe e Rachele), uno dei quali conduce l’asino, preceduto da San Giuseppe (figura 20). Annibale Carracci invece, nella lunetta conservata nella Galleria Doria Pamphilj, a Roma, fa procedere la Vergine a piedi, seguita dall’asino e da Giuseppe; il paesaggio, che non corrisponde a quello del racconto evangelico, mostra un corso d’acqua con un barcaiolo, un pastore con il suo gregge e sullo sfondo un’imponente architettura medioevale. Tutto ciò serve ad “attualizzare” il racconto, per renderlo vicino al mondo contemporaneo. RIPOSO dalla fuga in Egitto prima del XVI secolo nessun artista aveva mai rappresentato il tema che trovò nella pittura nordica la sua prima espressione, come possiamo apprendere dai dipinti di Joachim Patinir e di Albrecht Altdorfer, rispettivamente nel museo del Prado a Madrid e nella Dahlem Galerie a Berlino. Nel dipinto di Patinir la Vergine seduta tiene tra le braccia il Bambino, accanto un grande albero, mentre San Giuseppe appare un po' discosto, come del resto l’asino che è sullo sfondo; in primo piano un fagotto disteso in terra. Nel XVII secolo il motivo diviene molto popolare e diversi sono i pittori che lo interpretano; tra tutti emerge Caravaggio con il suo dipinto conservato nella Galleria Doria Pamphilj (figura 21). L’artista avvicina la scena e ricorre alla tipica “forma chiusa”, con la figura dell'Angelo, intento a suonare un violino, che funge da asse di simmetria. L’Angelo, ha una grazia botticelliana, legge la musica dallo spartito musicale tenuto aperto da San Giuseppe, rappresentato a sinistra con alle spalle l’asino; come è noto la musica allude alla “musica celestiale”, quindi al Paradiso. La Vergine, disposta a destra, è addormentata e tiene tra le braccia il Bambino a sua volta addormentato. Come abbiamo già avuto occasione di dire il sonno richiama il simbolismo della Resurrezione, corrispondentemente alla figura del Bambino, ma poiché è utilizzato anche per l’immagine della Madonna dobbiamo arguire che il Caravaggio abbia semplicemente voluto evocare, in maniera molto realistica, un senso di sfinimento. DISPUTA DI GESÙ NEL TEMPIO L’iconografia è una creazione del XIV secolo che contempla l’immagine del giovane Gesù, in genere al centro, circondata da uomini con la barba bianca, all’interno di un’architettura che dovrebbe ricordare il tempio di Salomone. Gesù tiene in mano un libro, simbolo del Nuovo Testamento, mentre uno degli uomini tiene in mano un rotolo di pergamena, simbolo del Vecchio Testamento. RESURREZIONE DI LAZZARO I miracoli operati da Gesù sono rappresentati in maniera ricorrente a partire dal V secolo: la Guarigione dell’ossesso; la Guarigione del cieco di Gerico; la Moltiplicazione dei pani e dei pesci; la Guarigione del paralitico di Bethesda; la Resurrezione di Lazzaro compaiono in moltissimi mosaici bizantini, tuttavia nello sviluppo temporale è l’episodio di Lazzaro a dominare la scena, inteso come prefigurazione della Resurrezione di Cristo. L’immagine di Lazzaro, con il corpo completamente ricoperto di bende, compare dinanzi all’ingresso di una esile architettura, che ha lo scopo di rappresentare il sepolcro, come possiamo vedere nel mosaico della Chiesa di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna. Cristo è raffigurato a destra, con il braccio disteso per infondere la grazia divina, che riporterà in vita Lazzaro. Si tratta di una composizione molto semplice, giocata su pochi elementi, ma con l’andar del tempo il tema viene arricchito di particolari e affollato di personaggi, come nell’opera di Sebastiano del Piombo, conservata nella National Gallery, a Londra (figura 22). Qui il sepolcro è evocato da una grande buca, dipinta in primo piano; Cristo ha sempre il braccio disteso in direzione di Lazzaro, che ha un fisico statuario (una vera e propria citazione michelangiolesca), mentre intorno si accalcano molte figure. Di particolare interesse è il paesaggio che l’artista raffigura sullo sfondo, con il fiume Tevere, dove alcune donne sono intente a lavare degli indumenti; secondo Federico Zeri questa scena sostanzierebbe una allegoria: la Resurrezione di Lazzaro potrebbe alludere alla auspicata Resurrezione di Roma, simboleggiata dal paesaggio, degradata e vilipesa dall'azione che le donne stanno compiendo. Il dipinto di Girolamo Muziano, famoso per aver ricevuto le lodi di Michelangelo, attualmente nella Pinacoteca Vaticana, pre[senta] un affollamento ancora maggiore ed un particolare iconografico che si riallaccia al simbolismo sessuale: uno dei personaggi tocca il coipo di Lazzaro in corrispondenza dei genitali per verificare se è effettivamente risorto. BATTESIMO DI CRISTO L’iconografia risale al periodo paleocristiano e si perfeziona in ambito bizantino, come possiamo vedere nel mosaico della cupola del Battistero degli Ariani a Ravenna. Il corpo di Cristo, nudo, appare immerso nell’acqua mentre il Battista, a destra, versa l’acqua sul suo capo; a sinistra è raffigurata la personificazione del fiume Giordano, che ha l’aspetto di un uomo barbuto mentre sopra la testa del Cristo compare la colomba dello Spirito Santo. Nel Rinascimento, l’immagine del Redentore ha soltanto i piedi immersi nell’acqua, e ad essa si accompagnano, oltre al Battista, degli Angeli che sono intenti a mantenere la tunica del Cristo o compiono azioni che hanno un significato simbolico. Piero della Francesca nel dipinto il Battesimo di Cristo, conservato nella National Gallery a Londra, usa proprio questo tipo di iconografia (figura 23). La figura del Cristo si erge immobile al centro della composizione, mentre riceve dalle mani di Giovanni il Sacramento; sopra la sua testa si libra la colomba. A sinistra compaiono tre Angeli, due dei quali si tengono per mano, alludendo alla riconciliazione tra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente. Sulla destra, in corrispondenza del piano intermedio, vi è l’immagine di un catecumeno che si sta denudando per ricevere il battesimo, mentre sullo sfondo appaiono dei personaggi in abiti orientali; uno di essi, sollevando il braccio indica il cielo. Il paesaggio è caratterizzato da declivi erbosi ed è costellato da tronchi di alberi recisi; questi tronchi simboleggiano i martiri ed in particolare il martirio del Battista. TRASFIGURAZIONE Questo tema ha un’iconografia che si fa risalire al VI secolo, in ambito orientale. L’episodio, descritto dagli Evangelisti Luca, Marco e Matteo, si riferisce al momento in cui Gesù manifestò la sua natura divina ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni. Dopo averli condotti in cima al monte Tabor egli si trasfigurò: il suo volto cominciò a splendere e i suoi abiti divennero di un candore abbagliante, mentre i profeti Mosè ed Elia apparvero al suo fianco. Due sono i principali modi iconografici attraverso i quali gli artisti hanno illustrato l’avvenimento. Il primo presenta il Cristo in piedi su una piccola altura, con ai lati i due profeti, mentre gli apostoli sono distesi in terra e cercano di ripararsi gli occhi dalla luce abbagliante. È il caso della Trasfigurazione dipinta da Giovanni Bellini, conservata nel museo Correr a Venezia (figura 24). La composizione di indubbia ispirazione mantegnesca, con un linguaggio duro e tormentato, è organizzata secondo tre livelli sovrapposti, che corrispondono ad un significato simbolico. Il livello più basso è quello della natura, espresso con delle pianticelle fiorite; il livello intermedio simboleggia l’umano, con le figure distese: il livello superiore è quello del divino, incarnato dalle figure di Gesù, Mosè ed Elia. La luce proviene dall’alto e scende per destare i dormienti e far sbocciare i fiori tra i sassi; è la luce divina che ridesta le coscienze sopite degli uomini e risveglia la natura. Il secondo unisce la Trasfigurazione ad un altro episodio che secondo i Vangeli è successivo alla discesa di Cristo dalla montagna, ossia quello della Guarigione dell’Ossesso. La Trasfigurazione di Raffaello, conservata nella Pinacoteca Vaticana ci fornisce l’esempio necessario (figura 25). La scena fortemente drammatica si sviluppa su due registri sovrapposti: in quello inferiore è rappresentata la guarigione dell’ossesso mentre in quello superiore è raffigurata la Trasfigurazione. Notiamo subito che le caratteristiche cromatiche e compositive sono estremamente diverse: la Trasfigurazione assume la classica “forma chiusa”, simmetrica, con la figura del Cristo che funge da asse di simmetria, e un colorismo luminoso, mentre la guarigione dell’ossesso si contraddistingue per la “forma aperta”, asimmetrica, e un colorismo scuro. Gli effetti luministici di quest’ultima sembrano prefigurare quelli caravaggeschi; del resto Caravaggio dovette amare e studiare a fondo questa opera, al punto di citare il personaggio dell’ossesso in una delle tele dipinte per la Chiesa di San Luigi dei Francesi, il Martirio di San Matteo, nella figura del Bambino che fugge inorridito a destra. Inoltre, alla staticità della scena riguardante la Trasfigurazione, Raffaello, contrappone la dinamicità dell’episodio dell’ossesso, richiamando il simbolismo dell'immanenza del divino e della relatività dell’umano. Le figure di Mosè ed Elia compaiono in relazione al racconto evangelico ma svolgono anche un molo simbolico di collegamento tra il Vecchio Testamento ed il Nuovo Testamento. Mosè reca le tavole della legge, tuttavia in altre composizioni può essere rappresentato senza di esse ma con la testa che irradia dei fasci di luce simili a due piccole corna, che simboleggiano il contatto col divino. CENACOLO O Ultima cena Come iconografia compare nel VI secolo in diversi mosaici bizantini; può essere d’esempio quello della parete destra della navata centrale nella Chiesa di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, che rispecchia fedelmente il modo con cui veniva abitualmente raffigurata la scena (figura 26). Gli apostoli e Gesù, che compare a sinistra, sono distesi attorno ad un desco dalla curiosa forma a D, sul quale campeggia un piatto con due enormi pesci, con intorno delle focacce di pane. Non può sfuggirci il fatto che San Pietro, accanto al Cristo, sembra ricevere una confidenza da quest'ultimo che induce gli altri apostoli a rivolgere progressivamente gli occhi verso Giuda, raffigurato dalla parte opposta a quella del Cristo. In maniera piuttosto originale l'anonimo mosaicista simboleggia con un gioco di sguardi l’annuncio dell’imminente tradimento; tutto è immobile tranne il lampeggiare degli occhi. Pietro Lorenzetti nel suo affresco per la Chiesa inferiore di Assisi usa una iconografia diversa: dispone i personaggi attorno ad un tavolo poligonale, con la figura del Cristo vista frontalmente, non rinunciando a descrivere un vivace quadretto di ordinaria quotidianità, nel piccolo ambiente che raffigura a sinistra, dove dei servi concedono degli avanzi ad un cagnolino famelico, accanto al quale giace un gatto addormentato. Andrea del Castagno nell’affresco del refettorio di Sant’Apollonia introduce delle altre varianti: Gesù e gli apostoli sono seduti attorno ad un grande tavolo rettangolare, di cui occupano tre lati, mentre isola la figura di Giuda rappresentandola sul lato completamente vuoto (figura 27). Leonardo nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, a Milano, dipinge la più famosa interpretazione del tema, cercando di dare corpo al dramma umano che scaturiva dall’annuncio del tradimento, per mettere in pratica la teoria degli affetti. Egli descrive un vasto ambiente, reso in prospettiva, nella cui parete di fondo è il tavolo con Gesù e gli apostoli. Gli apostoli sono riuniti in gruppi di tre ed hanno espressioni che corrispondono alla concitazione dei loro gesti; il Cristo è immobile, isolato in un gesto assoluto. Questa contrapposizione tra il movimento degli apostoli e la staticità della figura di Cristo serve ad esprimere simbolicamente la transitorietà dell’umano e l’immanenza del divino. Paolo Veronese nel dipinto poi ribattezzato Cena in casa Levi, conseivato nelle Gallerie dell’Accademia, a Venezia, trasforma l’episodio in un evento spettacolare, ambientandolo in uno spazio con tre grandi arcate che assomigliano al proscenio di un teatro classico, nel quale si muovono decine di attori. Gesù e gli apostoli sono circondati da buffoni, nani e lanzichenecchi che finiscono per far assumere alla composizione un carattere profano, tanto che il Tribunale dell’inquisizione processò l’artista, assolvendolo, alla fine, ma costringendolo a cambiare titolo all’opera. ORAZIONE NELL'ORTO Il tema cominciò ad essere rappresentato intorno al V secolo, come possiamo vedere nel mosaico della Chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, a Ravenna (figura 28). Qui il Cristo è raffigurato al centro, in piedi, mentre gli apostoli, più in basso, appaiono seduti. Nel XIII secolo l’iconografia presenta dei cambiamenti: il Cristo è inginocchiato in preghiera, con accanto gli apostoli, come mostra una delle storiette della Madonna in Maestà di Duccio, conservata nel museo dell’Opera del Duomo, a Siena. In epoca rinascimentale avvengono ulteriori trasformazioni: gli apostoli sono soltanto tre (Pietro, Giacomo e Giovanni) e giacciono addormentati ai piedi di un risalto di roccia, dove appare il Cristo con le mani giunte. È il modo con cui Andrea Mantegna dipinge la sua Orazione nell’orto, conservata nella National Gallery a Londra (figura 29). Il paesaggio è duro e ostile, con un albero sulla destra, su cui è appollaiato un avvoltoio, un chiaro simbolismo collegato alla morte del Redentore. Sulla sinistra, in alto, dei cherubini recano i simboli della passione, mentre sullo sfondo, a destra, si snoda un sentiero su cui avanzano soldati che arresteranno Cristo. Ancora diversa è la scena dipinta da Jacopo Tintoretto per la Scuola di San Rocco, a Venezia che mantenendo lo schema della figura di Cristo elevata rispetto a quelle dei tre apostoli, introduce l’immagine di un Angelo in volo che porge il calice a Gesù; lo stesso tipo di iconografia verrà usato da El Greco nel dipinto conservato nella Chiesa di Santa Maria ad Andujar (figura 30). L’artista però avvicina la scena, disponendo in primo piano ed in scorcio le figure dei tre apostoli addormentati, nel piano intermedio l’immagine del Cristo e dell’Angelo che sta per consegnargli il calice e sullo sfondo, molto in lontananza, le figure dei soldati che avanzano rischiarando la notte con delle torce. Tutto questo è reso con un tipo di pittura riassuntiva, dove come in tutte le opere di El Greco la linea ed il colore sembrano combattersi, determinando così un senso di movimento interno alla composizione. Il colore e la forma corrispondono poi a quei caratteri antinaturalistici tipici del manierismo che l’artista porta alle estreme conseguenze. CATTURA DI CRISTO L’iconografia è di origine bizantina ed in genere mostra l’episodio del bacio di Giuda a destra, mentre a sinistra compaiono dei soldati armati di spade e di lance. Un esempio del genere riguarda uno dei mosaici della Chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, a Ravenna. Il gruppo composto dal Cristo e da Giuda è di dimensioni maggiori rispetto a quello dei soldati, e questo non è dovuto al fatto che l’artista abbia voluto rappresentare un effetto di profondità, per richiamare la distanza tra gli stessi, ma ad un principio di “gerarchia simbolica”. Il Cristo, rappresentato frontalmente, appare immobile, mentre Giuda e i soldati, che recano picche e torce, sono in movimento, rispondendo al consueto simbolismo che lega alla staticità l’immanenza del divino e alla dinamicità la relatività dell'uomo. A partire dal XIII secolo lo schema compositivo diviene più complesso: fanno la loro apparizione gli apostoli, mescolati ai soldati e tutti circondano la figura di Cristo e di Giuda; spesso viene raffigurata anche la fuga degli apostoli, rendendo ancora più vivace ed animata la scena. Ambrogio Lorenzetti, nella Chiesa inferiore ad Assisi, ricorre proprio a questo genere di composizione, rappresentando anche la fuga degli apostoli a destra. Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, arricchisce di particolari la scena: raffigura San Pietro mentre irato recide un orecchio ad un servo del sommo sacerdote, Malco, e dà grande rilievo al movimento di picche e torce per infondere un senso ritmico all’azione (figura 31). Quello giottesco, in linea di massima, è lo schema che ha una maggiore durata nel tempo: van Dyck lo usa in una visione di tipo pittoricista, conservata nel museo del Prado, dove sembra esasperare il movimento organizzando le figure secondo le traiettorie diagonali che convergono verso l’immagine del Cristo (figura 32). Caravaggio invece, porta in primo piano il momento del bacio, riducendo il numero dei personaggi; rappresenta anche se stesso nell’atto di sollevare una lampada per illuminare Cristo, il vero uomo, come per testimoniare la sua ricerca della fede. FLAGELLAZIONE Questo tema compare solo a partire dal Medioevo: il Cristo è completamente vestito, oppure indossa un semplice perizoma, ha le mani legate ad un’esile colonna mentre riceve i colpi infertigli dai flagellatori, in genere due o tre soldati. Duccio, nella storietta del retro della Madonna in Maestà, aggiunge la figura di Ponzio Pilato, nell’atto di impartire l’ordine ai flagellatori, e una folla piuttosto compressa che assiste curiosa; è una visione piuttosto statica, come avviene anche nella versione resa, con grande enfasi prospettica, da Piero della Francesca, conservata nella Galleria Nazionale delle Marche ad Urbino, dove ad assistere non è la folla ma Giovanni Paleologo imperatore d’Oriente, che appare seduto sulla sinistra (figura 33). Alla ieratica contemplazione di Piero della Francesca, Luca Signorelli sostituisce un movimento spasmodico che sem[bra,] nelle figure dei flagellatori, incarnare il male, come possiamo vedere nella Flagellazione conservata a Brera. Il corpo di Cristo ha una posa rilassata e l’artista cerca di enfatizzarne il contrasto con quella dei carnefici, tesa fino allo spasimo, sicché simbolicamente, sono loro a soffrire e non il Cristo flagellato. Ancora più dinamica e violenta l’interpretazione offerta da Caravaggio nella Flagellazione conservata nei musei di Capodimonte, che come al solito avvicina l’inquadratura. Il corpo di Cristo si torce in due moti contrapposti causati dalle azioni dei due aguzzini: quello a sinistra ne spinge il capo, tenendolo per i capelli, mentre quello a destra, intento ad assicurare le funi, sferra un violento calcio alla gamba destra del Cristo, facendogli perdere l’equilibrio. INCORONAZIONE DI SPINE Anche quest’iconografia ha origini medioevali e viene associata in genere all’episodio del Cristo deriso, dove dei personaggi intorno alla figura di Cristo compiono azioni di sbeffeggiamento e tra queste quella di porre sulla testa del Redentore una corona di spine. Così Giotto dipinge l’episodio nella Cappella degli Scrovegni, a Padova. Intorno alla fine del XIV secolo l'incoronazione diviene un soggetto autonomo e tale resterà fino al XVII secolo. Hieronymus Bosch nel suo Cristo incoronato di spine, conservato nel monastero di San Lorenzo, all’Escorial, raffigura il Cristo circondato da brutti ceffi che vestono abiti contemporanei; uno di questi rincalza con un bastone la corona sulla testa di Gesù (figura 34). Questo particolare della corona che viene premuta sulla testa attraverso l’uso di bastoni diviene nel Cinquecento una sorta di convenzione, che permette anche di esprimere il simbolismo della croce. Nel dipinto di Tiziano nella Alte Pinakothek di Monaco i bastoni degli aguzzini si intersecano due volte, evocando doppiamente la croce (figura 35). CROCIFISSIONE Quando i Cristiani vivevano ancora in clandestinità il tema della Crocifissione veniva richiamato dall'immagine di un agnello con la croce, il cosiddetto “agnello mistico” con aureola cruciforme. Dopo il riconoscimento ufficiale del culto, da parte di Costantino, è la semplice croce ad essere raffigurata e per trovare l’iconografia della Crocifissione, così come noi la conosciamo, dobbiamo attendere il VI secolo. L’origine è orientale e il Cristo vi appare con il busto eretto, indossa una tunica ed ha gli occhi aperti. È l’immagine del Cristo trionfante che sconfigge la morte, alludendo alla resurrezione. Un esempio di questo genere lo possiamo trovare nella Chiesa di Santa Maria in Antiqua al Foro Romano, nella cappella privata di Papa Giovanni VII, risalente all’VIII secolo (figura 36). Solo a partire dall’XI secolo l’iconografia subisce una trasformazione: all’immagine del Cristo trionfante succede quella del Cristo sofferente con il capo reclinato da un lato e un nimbo (aureola) circolare. Il Crocifisso su tavola di Giunta Pisano, conservato nella Chiesa di San Domenico, a Bologna, mostra queste caratteristiche con in più la figura della Vergine e di San Giovanni Evangelista disposte sui due lati del braccio orizzontale della Croce. Nel XIII secolo, sul braccio verticale della croce, ai lati del corpo di Cristo, cominciano ad essere rappresentati alcuni episodi della Passione come: • la cattura di Cristo • la flagellazione • la deposizione dalla Croce • la deposizione nel sepolcro • le pie donne al sepolcro Nella cattedrale di Pistoia possiamo trovarne un esempio nel Crocifisso dipinto su tavola da Coppo di Marcovaldo e Salerno di Coppo (figura 37). Tra il XIV e il XV secolo si afferma un genere di composizione in cui le immagini a figura intera della Vergine e di San Giovanni sono disposte ai piedi della Croce, alle quali si accompagna quella della Maddalena, in genere inginocchiata, nell’atto di abbracciare il piede della croce o di sollevare le braccia. Masaccio ce ne fornisce una versione nella sua Crocifissione conser[vata] a Capodimonte, dove il tema è affrontato con un realismo che non ha precedenti (figura 38). Partendo dal gesto violentissimo della Maddalena con le braccia proiettate verso l’alto (molto calzante e poetica la descrizione di Cesare Brandi che la definì come “l’immagine di una farfalla trafitta”), l’artista costruisce la stupenda struttura in cui si situano le figure attorno al Cristo irrigidito in una sovrumana tensione, con la testa infossata tra le spalle. La Vergine non più idealizzata, è invecchiata, solida e granitica seppure nell’espressione del dolore, mentre San Giovanni è una figura esile, ancora più caratterizzata nel gesto. La Crocifissione risponde anche ad una iconografia che contempla la presenza dei due ladroni crocifissi ai lati del Cristo. In genere mentre Cristo appare in una croce “immissa” (con le braccia che si intersecano), i due ladroni sono rappresentati in una croce “commissa” (con le braccia congiunte). Inoltre Disma e Gesta (questi erano i nomi del buon ladrone e del cattivo ladrone) appaiono legati e non inchiodati, per differenziarli simbolicamente dalla figura del Cristo. Antonello da Messina nella Crocifissione, conservata nel Musée Royal des Beaux-Arts di Anversa, per sottolineare ancora di più la differenza, raffigura i due ladroni appesi su tronchi d’albero, con dei corpi che assumono delle pose contorte (figura 39). Queste pose, che in qualche modo suggeriscono il movimento, in contrapposizione alla immobilità del Cristo, richiamano un simbolismo molto diffuso in al[tri] generi di dipinti, ossia “l’immanenza” del divino (espressa dalla immobilità) e la “transitorietà” dell’umano (espressa dal movimento). Nelle varie Crocifissioni, dipinte tra il XV, XVI e XVII secolo, compare un teschio accanto alla Croce, simbolo del Monte Golgota (tradotto “luogo dei teschi”), ma anche della tomba di Adamo, poiché secondo alcuni scritti medioevali lì sarebbe avvenuta la sepoltura del nostro progenitore. In questo modo, simbolicamente, gli artisti creavano un collegamento tra la Caduta e la Crocifissione, ossia tra il Peccato Originale e la Redenzione. DEPOSIZIONE DALLA CROCE Le prime rappresentazioni inerenti a questo tema risalgono al X secolo, in ambito bizantino; gli elementi iconografici sono costituiti: • . dalla Croce • . da Nicodemo (che toglie i chiodi) • da Giuseppe d’Arimatea (che sostiene il corpo di Cristo) • . dalla Vergine • da San Giovanni Uno dei più originali modi di comporre il momento in cui Cristo viene calato dalla Croce ci viene offerto da Pietro Lorenzetti nella Chiesa inferiore di Assisi. La struttura compositiva è di tipo piramidale, tutta spostata a sinistra, in modo da lasciare il vuoto, a destra, su cui far risaltare la Croce. Nicodemo, a destra, è intento a togliere i chiodi dai piedi sanguinanti, mentre, dalla parte opposta, Giuseppe d’Arimatea sostiene il corpo del Redentore. La Vergine, come in un estremo atto di affetto, poggia la guancia sulla fronte del figlio e i suoi occhi sono sulla stessa traiettoria degli occhi del Cristo. Infine la Maddalena, con un manto rosso, bacia con devozione i piedi del salvatore. Nel XIV e nel XV secolo cominciano ad essere raffigurate anche delle scale, in genere due, su cui stazionano Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, mentre sotto, oltre alla Vergine e a San Giovanni, compaiono alcune figure femminili. In alcuni casi la scala è una e sulla stessa si articolano le figure di Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, come nella Deposizione di Rogier van der Weyden, conservata nel museo del Prado (figura 40). In quest’opera possiamo notare che il numero dei personaggi ai piedi della croce si è notevolmente accresciuto: insieme alla Vergine, che cade in preda ad uno svenimento ed è sostenuta da San Giovanni, l’artista raffigura uomini e donne che manifestano in modi diversi la loro partecipazione all’evento. In qualche modo l’artista sembra anticipare le composizioni del XVI secolo, sempre molto affollate, dove l’immagine della Maddalena, sempre in ginocchio e nell’atto di abbracciare o baciare i piedi di Cristo, comincia ad acquistare una certa importanza, destinata ad aumentare nel XVII secolo, in epoca controriformista, dove viene assunta come simbolo della penitenza cristiana. I pittori manieristi hanno spesso interpretato l’episodio e tra tutti si distingue Rosso Fiorentino con la sua Deposizione nella Pinacoteca di Volterra. Qui la tragedia è resa con tale immediatezza da far apparire la scena una sorta di agghiacciante allucinazione. La Croce e le scale, asimmetriche le une alle altre, determinano una instabilità angosciosa e si staccano su un cielo teso come una lastra d’acciaio e uno sfondo che assomiglia ad un deserto lunare. Nei volti dei dolenti possiamo leggere una disperazione che mai così straziante si era potuta cogliere nelle figurazioni medioevali. È piuttosto singolare che nessuno dei grandi pittori del Rinascimento (Michelangelo, Raffaello, Leonardo, Tiziano) abbia voluto mai affrontare questo tema. COMPIANTO DI CRISTO, TRASPORTO DEL CORPO, DEPOSIZIONE NEL SEPOLCRO Il Compianto di Cristo (o Pietà) è dei tre temi il più rappresentato e può assumere diversi aspetti iconografici: il corpo di Cristo può giacere sulle ginocchia della madre, oppure in terra, mentre il numero delle figure può variare. La contemplazione del corpo del Signore permette ai dolenti di abbandonarsi alle loro emozioni, di manifestare quelli che Leonardo chiamava “affetti”, in una mescolanza di pietà e dolore. In alcune di queste composizioni è possibile ritrovare il simbolismo legato alla sessualità del Cristo, come nella Pietà di Pietro Perugino conservata agli Uffizi, dove il Cristo morto, disteso sopra le ginocchia della Vergine, ha la mano sinistra disposta in corrispondenza del sesso (figura 41). Questo gesto si ricollega a quello compiuto da Gesù Bambino (Sacra Famiglia con Santa Barbara e San Giovannino di Paolo Veronese) che simboleggiava l’inizio della passione e che in questo caso invece allude alla fine della Passione. Il trasporto del corpo di Cristo morto è un’iconografia tipicamente rinascimentale, poiché non esistono esempi del genere nell’arte dei secoli precedenti. Di solito il coipo è adagiato su un lenzuolo tenuto da due uomini, identificabili in Giuseppe d’Arimatea, che tiene il lenzuolo in corrispondenza della testa del Cristo, e in Nicodemo che tiene il lenzuolo in corrispondenza dei piedi del Cristo. Completano la scena le figure di San Giovanni Evangelista, delle pie donne e della Vergine, colta nell’atto di perdere i sensi. La Pala Baglioni, di Raffaello, conservata nella Galleria Borghese a Roma, è forse una delle interpretazioni più famose del tema, che tra l’altro presenta dei riferimenti iconografici michelangioleschi: la figura di Cristo ha forti assonanze con quella scolpita nella Pietà in Vaticano, mentre la figura della donna inginocchiata, che si volge a sostenere la Madonna, richiama la posa della Vergine del Tondo Doni; nel dipinto compare anche la Maddalena, intenta a sostenere la mano del Redentore. La Deposizione del Sepolcro ha assunto, nel periodo che va dal Medioevo al Rinascimento, iconografie diverse: in antico l’evento si svolge dinanzi ad una grotta, che presenta un ingresso, accanto al quale è disposta una grande lastra, oppure all’interno del sepolcro; nel Rinascimento invece il sepolcro è simboleggiato da un sarcofago, in cui sta per essere calato il corpo di Cristo. I personaggi che animano la scena sono più o meno gli stessi del Trasporto, con la Vergine intenta a baciare il volto di Gesù, mentre la Maddalena ne bacia i piedi. CRISTO MORTO Il corpo del Cristo morto, adagiato sulla pietra dell’unzione, è una iconografia piuttosto rara, sostanzialmente dipinta in due varianti: una in interno, con un punto di vista molto ravvicinato e le immagini della Vergine e di San Giovanni accanto al corpo di Cristo; l’altra in esterno, con il corpo di Cristo in primo piano e le figure della Vergine, San Giovanni e la Maddalena in lontananza. Il Cristo morto (titolo originale Cristo in scurto) del Mantegna, conservato a Brera, rientra nella prima delle due varianti (figura 42). È una composizione molto drammatica, dove il corpo di Cristo, dipinto in scorcio e ripreso da un punto di vista rialzato, sembra compresso in uno spazio angusto che sembra esasperare il senso del dramma. La povertà della tavolozza cromatica e il panneggio tormentato sottolineano la tensione emotiva dell'avvenimento. la stessa che appare nei volti della Vergine e di San Giovanni; il panneggio evidenzia un volume in corrispondenza del sesso, una tumescenza fallica, che simbolicamente allude alla Resurrezione. Questa identificazione tra erezione e Resurrezione ha radici nell’antico Egitto: Osiride, dio dell’oltretomba, viene raffigurato con il membro che sporge a guisa di lancia. Più tardi, in ambito greco ed etrusco, il “satiro itifallico”, dipinto in alcuni vasi funerari, serve ad esprimere il concetto di immortalità. È quindi evidente che il simbolismo adottato dal Mantegna ha una derivazione pagana. La Meditazione su Cristo morto, conservata nello Staatliche Museum di Berlino, dipinta da Vittore Carpaccio, rientra nella seconda delle due varianti. In primo piano, disteso su una tavola funeraria, appare il corpo di Cristo, mentre sullo sterrato dello sfondo, a destra, compaiono la Vergine, San Giovanni e la Maddalena, e a sinistra dei personaggi intenti alla preparazione del sepolcro (figura 43). RESURREZIONE L’iconografia di questo tema ha origini medioevali e rimane praticamente inalterata fino al Rinascimento. Il Cristo è raffigurato in piedi sul sarcofago e reca in mano un vessillo bianco con una croce rossa, simbolo della Resurrezione; intorno al sarcofago sono disposti dei soldati, alcuni addormentati, altri nell’atto di risvegliarsi. Sullo sfondo un “paesaggio moralizzato” presenta due diversi aspetti: brullo e roccioso, per simboleggiare la virtù; ricco di vegetazione, per simboleggiare il peccato. L’esempio più famoso è quello offerto da Piero della Francesca, nell’affresco della Pinacoteca Comunale di Sansepolcro (figura 44). Ci sono naturalmente delle eccezioni, come possiamo apprendere dal Polittico Aver oidi, dipinto da Tiziano, conservato nella Chiesa dei Santi Nazaro e Celso a Brescia. Qui, nello scomparto centrale, il Cristo, che ha un fisico molto prestante, si libra come in volo recando il vessillo svolazzante. Tintoretto nella Resurrezione, dipinta per la scuola di San Rocco, mostra il Cristo che ascende in cielo in una esplosione di luce, uscendo dal sepolcro la cui pietra è tenuta da un gruppo di Angeli. CENA IN EMMAUS Questa scena comincia ad essere rappresentata solo a partire dal XII secolo e diviene piuttosto frequente nelle composizioni del XVI secolo. In genere mostra tre figure intorno ad un tavolo: Gesù al centro, visto frontalmente, mentre spezza il pane, e due discepoli colti come in un momento di stupore, relativamente al fatto di aver riconosciuto nell’uomo che siede con loro il Cristo. Sicuramente è stato Caravaggio con la sua Cena in Emmaus, conservata nella National Gallery, a Londra, a dare la prova migliore riguardo a questo tema (figura 45). Il momento della agnizione di Cristo da parte dei discepoli è descritto come se stesse accadendo sotto i nostri occhi: Gesù è imberbe, al centro, con il braccio destro in atteggiamento benedicente, mentre i due discepoli hanno un moto di soprassalto. Il personaggio a destra, che ha una conchiglia appuntata sul petto, simbolo del pellegrino, allarga le braccia quasi a misurare lo spazio, mentre l’altro afferra i braccioli della seggiola come per sollevarsi. Rispetto alla iconografia tradizionale, Caravaggio, aggiunge una quarta figura, l’oste che compare a sinistra. Molti degli elementi della natura morta che sono disposti sul tavolo rispondono ad una simbologia: nel cesto, ad esempio, troviamo i pomi, simbolo del peccato originale; la pera, simbolo del corpo di Cristo; l’uva nera, simbolo di Passione. Il pane e il vino poi sono ulteriori simboli eucaristici, che sono spesso usati in questo genere di composizione. NOLI ME TANGEREL’episodio dell’apparizione di Cristo alla Maddalena nasce come iconografia tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV secolo; contempla l’immagine della Maddalena inginocchiata, con le braccia protese, e l’immagine del Cristo che con grazia respinge il suo abbraccio. Il Redentore può essere rappresentato con il vessillo della Resurrezione oppure con una zappa, che si riferisce al racconto di San Giovanni Evangelista, secondo il quale la Maddalena avrebbe scambiato, in un primo momento, il Salvatore per un giardiniere. Duccio nella storietta del retro della Madonna in Maestà, conservata nel museo dell’Opera del Duomo, lo rappresenta con il vessillo, mentre il Beato Angelico, nell’affresco del convento di San Marco, con la zappa. È lo stesso modo con cui lo rappresenta Tiziano nel dipinto conservato alla National Gallery: la zappa però non è poggiata sulla spalla come nella composizione dell’Angelico ma è tenuta in verticale a mo’ di appoggio (figura 46). La composizione del grande pittore veneto presenta poi una particolare struttura fatta di rispondenze: la traiettoria verticale descritta dalla figura del Cristo viene doppiata da quella dell’albero in secondo piano, mentre la traiettoria diagonale descritta dalla figura della Maddalena viene ripetuta dal cespuglio accanto all’albero; in questo modo Tiziano realizza una perfetta fusione tra figura e paesaggio. ASCENSIONE DI CRISTO Il tema dell’Ascensione compare in ambito medioevale con diversi modi iconografici: la figura di Cristo, che sale in cielo, può essere rappresentata frontalmente, all’interno di una mandorla (simbolo di glorificazione), oppure di profilo, sempre inscritta in una mandorla. La mandorla può essere espressa in forma di luce o da cherubini che si assiepano attorno al Redentore. In genere la composizione mostra nella parte alta il Cristo mentre nella parte bassa compaiono gli apostoli, in piedi o inginocchiati in preghiera, e la Vergine, simbolo della “Chiesa” che Cristo lascia sulla terra. Giotto nell’affresco della Cappella degli Scrovegni, a Padova, usa il secondo tipo di iconografia: Gesù è visto di profilo, ha i piedi immersi in una nuvola e le braccia sollevate verso il cielo, mentre in basso fanno la loro apparizione, in due gruppi distinti, gli apostoli; quello a sinistra conta la presenza della Madonna, mentre quello a destra presenta San Pietro e San Paolo. Andrea Mantegna, nel Trittico dell’Adorazione dei Magi, conservato agli Uffizi, nello scomparto a sinistra dipinge l'Ascensione di Cristo ricorrendo al primo tipo di iconografia: il Cristo, che reca il vessillo della Resurrezione, è in una mandorla formata da cherubini; gli apostoli, tranne uno, e la Vergine sono in piedi con lo sguardo rapito verso il cielo (figura 47). Tintoretto, nel dipinto realizzato Per la Scuola di San Rocco e attualmente nella Alte Pinakotek di Monaco articola la figura di Cristo con un movimento spiraliforme, sostenuta da un turbinio di Angeli, che recano delle palme e dei rami d'ulivo; in basso gli apostoli, frammentati in tre diversi gruppi, e tra questi spicca l’immagine di San Pietro in primo piano che con una mano tiene un grande libro, simbolo del Nuovo Testamento, e con l'altra stringe una pietra, simbolo del suo ruolo di padre fondatore della Chiesa. MORTE DELLA VERGINE Questo episodio compare nei dipinti attorno al XIII secolo e trae spunto dal racconto della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine. La scena, descritta in un interno, mostra il corpo della Vergine adagiato sopra un letto, circondato dagli apostoli. Andrea Mantegna, nel dipinto conservato nel museo del Prado, dispone la Vergine sul letto di morte nel fondo di uno spazio descritto prospetticamente, che si apre su una visione lacustre; per alcuni studiosi la visione riguarda le chiuse del Mincio (figura 48). Gli apostoli sono disposti in modo da sottolineare la scansione prospettica; alcuni recano dei ceri accesi, la cui luce è simbolo della fede cristiana. Notiamo che gli apostoli sono undici, manca infatti San Tommaso, che secondo gli scritti del Nuovo Testamento era impegnato nella sua opera di apostolato (a questa assenza si ricollega l’iconografia del “Dono della cintola”, dove la Vergine appare a San Tommaso per donargli la cintola come prova della sua ammissione, anche fisica, in cielo). Domenico Beccafumi, nell’affresco dell’Oratorio di San Bernardino, a Siena, porta la scena in primo piano, affollandola completamente; oltre agli apostoli compaiono alcune figure femminili e, in alto, accompagnato da un volo di cherubini, il Cristo in scorcio che discende come per abbracciare la Madonna. Anche Caravaggio, che nel suo dipinto conservato al Louvre ha dato una superba interpretazione del tema, intrisa di grande religiosità, riporta l’episodio in primo piano. La Vergine appare distesa in un cataletto, mentre gli apostoli esprimono con le parole (il gruppo a sinistra) o con il silenzio il loro dolore. ASSUNZIONE DELLA VERGINE L’iconografia viene codificata in ambito gotico, nel XIII secolo, nei rilievi scultorei che adornano i portali delle chiese dedicate alla Vergine. Ne possiamo ritrovare gli aspetti salienti nel tabernacolo scolpito da Andrea Orcagna per Orsanmichele, a Firenze. La scena è divisa in due momenti: in basso, la Vergine sul letto di morte con intorno gli apostoli, mentre in alto la stessa appare in una mandorla sostenuta da Angeli in volo. In seguito il tema viene adottato nella pittura in forme diverse; Andrea Mantegna, nell’affresco della Cappella Ovetari, nella Chiesa degli Eremitani, a Padova, dipinge in alto la Madonna in una mandorla circondata da cherubini e in basso gli apostoli che rivolgono in alto i loro sguardi (figura 49). È sostanzialmente l’iconografia usata da Tiziano per la sua Assunta dei Frari, a Venezia. Tiziano però elimina la mandorla e aggiunge l'immagine in scorcio dell’Eterno, sopra quella di Maria, che appare con le braccia sollevate e con una espressione di rapimento mistico. Gli apostoli, rappresentati in basso, seguono l’evento con grande concitazione. Ancora più concitata, nel suo insieme, è la versione fornita dal Tintoretto nella pala conservata nella Chiesa dei Gesuiti, a Venezia, dove nella parte bassa della composizione gli apostoli sono raffigurati accanto ad un sarcofago che simboleggia la tomba di Maria. INCORONAZIONE DELLA VERGINE Anche questo tema fa la sua prima comparsa nei rilievi scultorei delle chiese gotiche, nel XIII secolo, per poi essere ripreso nelle composizioni pittoriche. Il dipinto di Paolo Veneziano, conservato nelle Gallerie dell’Accademia, a Venezia, mostra l’iconografia più ricorrente: la Vergine siede in un trono, con accanto il Cristo che la incorona. Il Beato Angelico nell’Incoronazione della Vergine (figura 50), conservata agli Uffizi, divide la scena in due parti: in alto, una nuvola dove la Vergine viene incoronata da Gesù; in basso una moltitudine di Santi e Angeli musicanti, con diversi strumenti musicali, come l’organo portativo, il liuto e le chiarine, lunghe e sottili trombe, utilizzate spesso anche nel tema del giudizio finale. Raffaello nella Pala Oddi, conservata nella Pinacoteca Vaticana, divide ancora in due momenti la composizione: in alto l’incoronazione che avviene alla presenza di Angeli musicanti e chembini; in basso gli apostoli, attorno ad un sarcofago vuoto da cui spuntano gigli e margherite (simbolicamente riferiti alla purezza e all’umiltà di Maria), con lo sguardo rivolto in alto (figura 51). Bisogna notare che per suggerire la profondità spaziale, Raffaello dispone il sarcofago in modo che lo spigolo punti in direzione del riguardante. PENTECOSTE Questa iconografia ha origini medioevali e trova il suo maggiore sviluppo nel XIV secolo; in seguito compare piuttosto raramente. Vi appaiono gli apostoli, in genere seduti, mentre vengono raggiunti da fasci di luce emanati dallo Spirito Santo. Simbolicamente la scena allude alla discesa, in ognuno di essi, dello Spirito Santo che dona a loro la capacità di esprimersi nelle diverse lingue, rendendo così possibile la loro opera di apostolato nel mondo. In alcuni dipinti è raffigurata anche la Vergine, disposta al centro, e i raggi luminosi sono sostituiti da fiammelle che ardono sopra la testa dei vari personaggi. Giotto nella Pentecoste dipinta per la Cappella degli Scrovegni, usa il primo tipo di iconografia: gli apostoli sono seduti all’interno di un ambiente descritto da un esile architettura mentre dall’alto discendono dei raggi. El Greco, invece, nel dipinto conservato al Prado, si serve del secondo tipo: la Vergine, su un alto podio, ha intorno i dodici apostoli (bisogna ricordare che Giuda era stato sostituito da Mattia) e sopra la testa di ognuno compare una piccola fiamma, mentre in alto campeggia la colomba dello Spirito Santo (figura 52). Rimane a tutt’oggi incomprensibile la scarsa frequen[tazione] del soggetto data l’importanza del tema simbolico che si riferisce alla fondazione della Chiesa. GIUDIZIO UNIVERSALE Il tema, che riguarda la seconda venuta di Cristo, quando i morti risorgeranno e saranno giudicati, comincia ad essere rappresentato nei rilievi scultorei dei portali delle chiese tra il XII e il XIII secolo. Il Cristo, seduto in trono, è accompagnato sui due lati dagli apostoli, mentre sotto di loro i morti sorgono dalle tombe o dalla terra. Strada facendo la composizione diviene più complessa e quando giunge ad essere rappresentata in pittura si articola su tre diversi livelli, come possiamo apprendere dall’affresco di Giotto, nella Cappella degli Scrovegni. In alto, sui due lati, due Angeli “arrotolano” i cieli, mentre al centro il Cristo Giudice, all’interno di una mandorla, appare col suo esercito di Angeli e con i dodici apostoli. In basso, a sinistra, gli “eletti”, mentre a terra, perseguitati e divorati dai demoni, sono raffigurati i “dannati”. Su questo tema Michelangelo, traendo qualche spunto dagli affreschi di Luca Signo[relli] nel duomo di Orvieto, costruisce il suo grandioso Giudizio Universale nella Cappella Sistina (figura 53). Egli crea una composizione “centrifuga”, il cui fulcro è costituito dalla figura di Cristo, che col suo gesto sembra imprimere alla scena un movimento rotatorio, che inizia dal basso a sinistra, dove i corpi emergono dalle sepolture per ricongiungersi alle anime e salire in cielo; sulla destra il movimento si completa con la caduta verso il basso delle anime dannate, terminando nella barca di Caronte. In alto, sulle due lunette, degli Angeli apteri (senza ali) recano simboli della Passione, mentre in basso, immediatamente sopra alla figura di Caronte, appaiono l’Arcangelo Michele e l’Arcangelo Gabriele, rispettivamente con il “libro degli Eletti” (il più piccolo) e il “libro dei Dannati” circondati da Angeli tubicini, ossia degli Angeli che suonano le trombe del Giudizio. Tra le figure, oltre alla Vergine disposta accanto al Cristo Giudice, sono riconoscibili: San Bartolomeo, dal fisico possente, che tiene in una mano lo strumento del suo martirio e nell'altra la pelle scorticata, in cui è possibile ravvisare un volto, identificato come autoritratto di Michelangelo; San Pietro, che ha il volto di Papa Paolo III e tiene in mano le chiavi del Paradiso; San Lorenzo, con la graticola, suo tradizionale attributo; Santa Caterina di Alessandria, con la ruota dentata e spezzata del martirio. Nella parte bassa della composizione, spicca Minosse, rappresentato a destra con le orecchie d’asino ed un serpente arrotolato intorno al corpo che gli morde il pene. A questa figura è legato un episodio della varia aneddotica sviluppatasi intorno al Giudizio Universale: Biagio da Cesena, cerimoniere del Papa, avendo avuto l’opportunità di visionare gli affreschi in corso d’opera, aveva espresso delle critiche negative, reputando l’opera blasfema e scandalosa, allora Michelangelo aveva deciso di punirlo ritraendolo nella schiera dei dannati, facendogli “interpretare” il ruolo di Minosse per ridicolizzarlo. Sull’idea del movimento rotatorio michelangiolesco Rubens costruì il suo Giudizio Universale, conservato nella Alte Pinakothek di Monaco. L’artista traduce simbolicamente il peccato in figure molto carnali e dalle pose lascive (come nella parte sinistra della composizione), le stesse che a destra, dopo il Giudizio, precipitano nel baratro dell’inferno dove vengono afferrate dai demoni. CROCIFISSIONE DI SAN PIETRO L’iconografia nasce tra il XII e il XIII secolo e mostra l’immagine di San Pietro crocifisso a testa in giù tra due “metae”, gli obelischi che erano disposti nel Circo romano e che servivano da riferimento per conteggiare il numero di giri effettuati dalle bighe in gara. Secondo alcune fonti infatti il martirio sarebbe avvenuto nel Circo di Nerone, che era situato nell’area in cui oggi sorge la basilica vaticana. In alcuni dipinti al posto delle metae possono trovarsi una piramide e una costruzione a tronco di piramide; in questo caso si fa riferimento ad alcuni scritti che identificano il luogo in un’area compresa tra la piramide Cestia e la “Meta Sudans”, la fontana che si trovava sotto l’arco di Costantino. Nel Dossale di San Pietro, di un anonimo pittore senese, conservato nella Pinacoteca di Siena, troviamo invece due edifici, disposti ai due lati della croce, una terza variante di fantasia che non ha nessun riferimento. Giotto, nello scomparto laterale (sinistro) del Trittico Stefaneschi, conservato nella Pinacoteca Vaticana, usa il secondo tipo di ambientazione (figura 54). La Croce con il Santo è disposta al centro e sotto alla stessa si dispongono due gruppi contrapposti di figure; in alto un clipeo con l’effigie dell’apostolo sostenuto da Angeli. Più tardi la scena comincia ad essere rappresentata in modo diverso, focalizzando il momento della “elevazione della Croce”, come possiamo vedere nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Paolina. Qui l’artista usa una struttura compositiva molto particolare: organizza i personaggi secondo una traiettoria circolare in modo che racchiudano uno spazio vuoto, su cui fa risaltare la croce; in questo modo Michelangelo simboleggia la solitudine di San Pietro dinanzi alla morte, poiché non c’è traccia di presenza divina. Il dramma è tutto terreno e per sottolinearlo, l'artista, usa un orizzonte piuttosto alto, limitando così la parte del cielo. Pietro, che si contorce sulla croce, ha lo sguardo rivolto verso il riguardante e la sua espressione è severa, ammonitrice. Molto significativ a è poi l'immagine dello sterratore, che inginocchiato sotto la croce scava la buca dove sarà confitta; sembra raggomitolato su se stesso e scava con le mani. A questa opera Caravaggio deve essersi ispirato per realizzare la Crocifissione di San Pietro, conservata nella Chiesa di Santa Maria del Popolo, a Roma (figura 55). Porta in primo piano il gruppo della Crocifissione, rovesciandone lo schema, e aggiungendo il personaggio che tira la fune per sollevare la Croce; lo sterratore ha compiuto il suo lavoro e spingendo le braccia sul manico della pala solleva la schiena per aiutare i compagni. La traiettoria descritta dal corpo del Santo e quella descritta dallo sterratore insieme all’uomo che tira la fune si intersecano suggerendo il simbolismo della croce. Non può nemmeno sfuggirci il fatto che i tre uomini compiono il loro lavoro con grande fatica e l’espressione del Santo è di dolorosa e rassegnata accettazione. CONVERSIONE DI SAN PAOLO Il tema ha origini medioevali, da un punto di vista iconografico, e viene solitamente rappresentato con l’immagine di Paolo appena caduto da cavallo, mentre dei soldati cercano di prestargli soccorso oppure cercano di calmare i cavalli spaventati; in alto può apparire la figura di Cristo. Tuttavia è nel XVI secolo che gli artisti si cimentano con maggiore frequenza e assiduità nel raffigurare l’episodio. Ognuno lo sviluppa con l’intento di rinnovarne l’iconografia, come ad esempio Luca Signorelli nell’affresco della Sagrestia di San Giovanni, nel Santuario della Santa Casa a Loreto (figura 56). Il pittore elimina la presenza dei cavalli e mostra i soldati (vestiti con abiti contemporanei) nell’atto di ripararsi gli occhi, con le mani o con gli scudi, dalla luce accecante causata dall’apparizione di Cristo; soltanto Paolo, disteso in terra ha gli occhi ben aperti, pronto ad accogliere quella visione. Michelangelo nell’affresco della Cappella Paolina dà luogo ad una composizione corale di grande drammaticità, dove l’esasperazione del vuoto centrale serve a concentrare l’attenzione sull’immagine del Cristo, in scorcio, piombante dal cielo e sulla figura di Paolo caduto in terra. Di grande efficacia è lo scorcio del cavallo scalpitante in fuga, che serve a raccordare la scena col paesaggio sullo sfondo. Caravaggio, nella sua Conversione di Saul, conservata nella Chiesa di Santa Maria del Popolo, a Roma, fornisce una versione completamente diversa, dove alla dinamica concitazione si sostituisce una statica contemplazione (figura 57). Qui il Cristo non è raffigurato ma simboleggiato dalla luce che investe Paolo, con le braccia spalancate pronto ad accogliere il messaggio divino. Soltanto, il cavallo, tenuto per le briglie da un uomo, accenna ad un movimento, sollevando la zampa come per non calpestare il Santo. MARTIRIO DI SAN PAOLO Anche quest’iconografia ha origini medioevali e mostra il santo inginocchiato con accanto la testa appena recisa mentre attorno si assiepano figure di soldati; il carnefice è colto nell’atto di rinfoderare la spada con cui ha ucciso l’apostolo. Così rappresenta la scena Giotto nello scomparto laterale (destro) del Trittico Stefaneschi, conservato nella Pinacoteca Vaticana. Sullo sfondo, disposta su una piccola altura, appare una figura femminile con le braccia sollevate, pronta ad accogliere un velo che gli viene inviato dal Santo, raffigurato all’interno di un clipeo sostenuto da Angeli. Giotto fa riferimento ad una leggenda secondo la quale Paolo, durante il suo cammino verso il luogo dell’esecuzione (le Tre Fontane), incontrò una donna, chiamata Plautilla, che gli donò il proprio velo per bendarsi gli occhi; dopo morto il Santo apparve alla donna per restituirgli il velo macchiato di sangue. Domenico Beccafumi nel San Paolo in trono, conservato nella Pinacoteca Civica di Siena, unifica i temi della Conversione e del Martirio, mediandoli con la figura centrale del Santo, in trono, colto nell’atto di leggere e con la spada, suo tradizionale attributo (figura 58). Nella scena del Martirio, dove come al solito il carnefice è intento a rinfoderare la spada, sullo sfondo, in lontananza, procede una figura femminile con un velo bianco in testa, con evidente riferimento a Plautilla. MARTIRIO DI PIETRO DA VERONA L’episodio si riferisce all’uccisione del Santo domenicano ad opera dei Catari, appartenenti ad una Chiesa eretica contro la quale egli combatteva nel ruolo di inquisitore. La scena è ambientata in un bosco; Pietro giace in terra ed ha una mano levata come in un gesto di difesa mentre l’assassino sta per colpirlo con una spada. Accanto un frate domenicano fugge in preda ad un grande spavento, mentre in alto dei cherubini recano la corona e la palma del martirio. Il Domenichino, nel Martirio di San Pietro, conservato nella Pinacoteca di Bologna, usa questo tipo di iconografia (figura 59). Giovanni Bellini, nella Morte di San Pietro, conservata nella National Gallery di Londra, distende la scena in una visione più ampia. In primo piano, a sinistra, dipinge la barbara uccisione del Santo, mentre sullo sfondo raffigura un bosco dove alcuni boscaioli sono intenti a tagliare degli alberi. Bisogna ricordare che tradizionalmente l’albero reciso è simbolo del martirio; osservando poi il modo mirabile in cui è resa la boscaglia possiamo cogliere delle influenze dell’arte nordica, riferibili ad Albrecht Dürer. La figura di questo Santo può comparire anche in altri generi di composizioni, come nelle Sacre conversazioni, dove è raffigurato con una ferita in testa (“Pala Brera”, di Piero della Francesca) oppure con una spada conficcata nella testa (“Madonna dell’Umiltà con Angeli e Santi”, di Filippo Lippi). Martirio di SANT'ORSOLA È il momento conclusivo delle “Storie di Sant’Orsola”, raffigurate in forma di cicli pittorici, dei quali sicuramente il più famoso è quello di Vittore Carpaccio, conservato nelle Gallerie dell’Accademia, a Venezia (figura 60). Forse, prima di passare alla descrizione dell’iconografia del tema, è bene ricordare brevemente la vicenda della Santa, tratta dal racconto della Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Orsola, figlia di un re cristiano di Bretagna, viene chiesta in sposa dal figlio di un re pagano di Inghilterra; Orsola acconsentì a patto che il futuro sposo divenisse cristiano e l’accompa[gnasse] in pellegrinaggio a Roma, dove ella voleva recarsi in compagnia di diecimila vergini per incontrare il Papa. Il futuro sposo accettò la richiesta e quindi Orsola con il suo numeroso seguito si imbarcò a Colonia per risalire il Reno fino a Basilea, per poi proseguire a piedi fino a Roma. La notte dell’imbarco a Colonia Orsola ebbe un sogno premonitore: un angelo entrava nella sua stanza porgendole la palma del martirio; a Roma il Pontefice l’accolse con tutti gli onori e da questi fu accompagnata nel viaggio di ritorno. A Colonia però, infestata dagli Unni, tutti trovarono la morte; solo Orsola fu risparmiata in un primo momento, perché il capo dei barbari la voleva in sposa, ma siccome ella si rifiutò venne uccisa. La scena dell’uccisione è molto affollata e drammatica: Orsola, in primo piano, è raffigurata inginocchiata, con le mani giunte in preghiera, presaga della fine, ha accanto un soldato che punta l’arco nella sua direzione; sullo sfondo è in atto il massacro delle vergini, del Papa e del suo seguito. SAN GIORGIO E IL DRAGO L’iconografia risale al XIII secolo e può riferirsi a due momenti diversi della storia che ci viene tramandata dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Secondo il racconto il Santo guerriero, originario della Cappadocia, durante il suo peregrinare sarebbe giunto in una città della Libia terrorizzata dalla presenza di un orribile drago che esigeva tributi umani; avrebbe prima ferito con la lancia l’animale, liberando la principessa che era l’ennesima vittima designata, ed in seguito lo avrebbe ucciso dietro la promessa della conversione in massa degli abitanti della città. Perciò sono due, in genere, i tipi di rappresentazione: San Giorgio vestito con l’armatura, cavalca un cavallo bianco mentre trafigge il drago con la lancia, accanto al quale si intravedono resti umani, alla presenza della principessa; San Giorgio, dopo aver condotto il mostro nella piazza della città si appresta a sferrare il colpo mortale con la spada. Cosmè Tura, negli sportelli dell’organo del Duomo di Ferrara, conservati nel Museo del Duomo, raffigura il momento del ferimento in una composizione concitata e nervosa, dove il muso del cavallo supera in terribilità quello del drago, e la figura della principessa in fuga ha accenti melodrammatici (figura 61). Vittore Carpaccio, nei due teleri conservati nella scuola di San Giorgio degli Schiavoni, a Venezia, rappresenta entrambi gli episodi: nel primo, alla macabra descrizione degli avanzi del pasto del drago l’artista contrappone un paesaggio fiabesco sullo sfondo; nel secondo dà sfogo ad una nota di folclore raffigurando una folla abbigliata in maniera ricca e variopinta. Nonostante il Santo sia stato oggetto di culto sin dal secolo IV in pittura fa la sua prima apparizione in epoca piuttosto tarda, intorno al XTV secolo San Sebastiano è legato ad una colonna o ad un albero e ha il corpo trafitto da dardi; a volte accanto possono apparire i suoi carnefici, colti nel momento in cui lanciano le frecce oppure nel momento in cui l’azione è già compiuta. Hans Memling nel Martirio di San Sebastiano conservato nei Musei Reali di Bruxelles raffigura il martire legato ad un albero mentre degli arcieri svolgono il loro compito con grande senso del dovere e accuratezza, senza tradire alcuna emozione; il santo che ha lo sguardo rivolto verso il riguardante, non soffre, simboleggiando così il trionfo della fede sulla morte. Antonio del Pollaiolo, nel dipinto conservato nella National Gallery di Londra, usa la stessa iconografia ma, mentre il Santo non mostra ancora sofferenza, gli aguzzini compiono con grande partecipazione e dispendio di energie la loro funzione; si noti l’espressione dei personaggi intenti a prendere la mira (figura 62). Andrea Mantegna nel San Sebastiano, conservato al Louvre, fa apparire il Santo legato ad una colonna, con accanto i volti sgraziati dei carnefici che hanno già lanciato i loro dardi; la colonna e la città in rovina sullo sfondo rappresentano simbolicamente la fine del “mondo pagano” e l’avvento del “mondo cristiano”. Lo stesso Mantegna dipingerà una seconda volta il tema caricandolo di ulteriori simbolismi, come possiamo vedere nel San Sebastiano della Ca’ d’Oro a Venezia (figura 63). La figura del Santo, stavolta isolata, risalta su un fondo scuro e reca nel volto una smorfia di dolore; i panneggi e i capelli sono mossi dal vento, in alto compare una collana, che è disposta ai lati della testa, che serve a simboleggiare la transitorietà dei beni terreni. Che la composizione abbia il carattere di memento mori è peraltro dimostrato dal cartiglio, in basso a destra, avvolto su una candela spenta, dove compare la scritta: “Niente è stabile tranne il divino”. Osservando il panneggio notiamo che il volume in corrispondenza del sesso è evidenziato per assolvere alla consueta simbologia della “vita oltre la morte”. Il culto di San Sebastiano come protettore contro la peste favorì una imponente produzione di immagini a carattere devozionale; la scelta del Santo è legata in qualche modo alla credenza pagana, secondo la quale le malattie erano provocate dalle frecce di Apollo, quindi Sebastiano assumendo sul suo corpo gli strali avrebbe risparmiato i malanni all’umanità. SUSANNA E I VECCHIONI Tra i temi più rappresentati, tratti dagli scritti Apocrifi del Vecchio Testamento, troviamo quello di Susanna e i vecchioni, di cui ricordiamo il contenuto. La storia si svolge durante l’esilio babilonese degli Ebrei; Susanna, moglie di un ricco ebreo, diviene l’oggetto del desiderio di due anziani che erano soliti spiarla mentre si faceva il bagno. Un giorno i due uscirono allo scoperto e la ricattarono dicendo che se non si sarebbe concessa alle loro voglie l’avrebbero accusata di adulterio (per la legge ebraica era punito con la morte); Susanna si rifiutò e venne perciò costretta a subire le conseguenze dell’infamante accusa. Tutto sembrava perduto poiché durante il processo le affermazioni dei due calunniatori avevano trovato credito, ma uno dei giovani della tribù, Daniele, non del tutto convinto chiese di poter interrogare separatamente i due uomini per sapere da ognuno di loro sotto quale albero Susanna e il suo presunto amante si sarebbero incontrati. Siccome le versioni risultarono discordanti (uno affermò che si trattava di un albero di cedro, mentre l’altro di una quercia), Susanna venne riabilitata e i due subirono la lapidazione. L’iconografia ha origini medioevali e si riferisce al momento in cui Daniele ristabilisce la giustizia; dietro la storia di Susanna si cela il simbolo della Chiesa minacciata dagli ebrei e dai pagani. In seguito, soprattutto nel Rinascimento, il tema viene rappresentato privilegiando la scena di Susanna al bagno mentre viene spiata dai vecchioni, offrendo agli artisti l’opportunità di raffigurare il nudo femminile. Il risultato è che il tema assume un carattere profano, venato di erotismo, come possiamo apprendere dalla Susanna e i vecchioni del Tintoretto conservata nel Kunsthistorisches Museum di Vienna (figura 64). Qui il delicato chiarore che filtra dalle fronde del giardino rischiara lo splendido corpo della donna, mentre le immagini dei vecchi sono mimetizzate tra le siepi; sullo sfondo appaiono degli animali e perfino una veduta di Venezia. Tipicamente fiammingo è il modo con cui l’artista indaga gli oggetti da toilette sparsi sul prato e l’acconciatura della donna. Il Domenichino, nel dipinto conservato nella Galleria Doria Pamphilj, dà alla scena un carattere divertente: i vecchioni sono usciti allo scoperto e uno di questi scavalca freneticamente, in preda alla libido, una balaustra per raggiungere la preda. ESTER ED ASSUERO Il tema è tratto dall’Antico Testamento e viene sviluppato iconograficamente nel Medioevo in tre episodi distinti, che corrispondono a tre momenti diversi della storia di Ester: • il ripudio di Vasti • l’incoronazione di Ester • il trionfo di Mardocheo Prima di passare alla descrizione di queste composizioni è utile ricordare il racconto veterotestamentario: il re persiano Assuero (V secolo a.C.) dopo aver ripudiato Vasti, la legittima consorte che lo aveva offeso, scelse al suo posto Ester, una fanciulla molto bella, non sapendo che era ebrea. Ester era stata allevata da Mardocheo, un ebreo inviso al capo dei ministri del re Amàn, il quale aveva decretato l’uccisione di tutti gli ebrei che vivevano nel territorio dell’impero Persiano. Mardocheo chiese ad Ester di intercedere presso il re, ma presentarsi al cospetto del sovrano senza essere stati convocati era proibito anche alla stessa regina, che contravvenendo alla rigida etichetta avrebbe potuto rischiare la pena di morte; tuttavia Ester corse il rischio e indossate le vesti più belle entrò nella stanza del re che la ascoltò, decidendo poi di risparmiare il suo popolo. Amàn finì impiccato sulla forca che aveva fatto preparare per giustiziare Mardocheo. Nell'intercessione di Ester la Chiesa vide una sorta di prefigurazione simbolica del ruolo della Vergine, come mediatrice nel Giudizio Universale. Per descrivere l’iconografia prendiamo come esempio le tre grandi tele dipinte da Paolo Veronese per il soffitto della Chiesa di San Sebastiano alle zattere, a Venezia. Nel Ripudio di Vasti i personaggi compaiono sulla diagonale descritta da una ripida scalinata, resa con grandiosi effetti di scorcio, mentre un accenno di elementi architettonici si apre sullo sfondo. In Ester incoronata da Assuero, il gruppo di figure è ancora impostato su una diagonale, al cui centro campeggia l’immagine di Ester, sontuosamente abbigliata come una dama del Cinquecento, mentre riceve dalle mani di Assuero la corona che la farà diventare sua sposa; è una composizione piena di luce e di colori sfavillanti, con un cielo terso sullo sfondo che rende ancora più preziosa la scena (figura 65). Nel Trionfo di Mardocheo, che raffigura il momento in cui Mardocheo vestito di abiti regali è portato in trionfo sul carro del re, l’artista esaspera il senso scenografico: il gruppo tumultuoso di figure in primo piano, con i grandi cavalli rampanti, sembra precipitare sullo spettatore, contrastando con la scordatissima balconata nel fondo, dalla quale si affacciano delle persone, quasi come se fossero degli spettatori in una rappresentazione teatrale. GIUDITTA E OLOFERNE Anche questo tema è tratto dall’Antico Testamento e trova la sua espressione iconografica in ambito medioevale, dove Giuditta incarna simbolicamente la virtù che trionfa sul vizio. La storia di Giuditta si svolge al tempo delle cam[pagne] militari del re Assiro Nabuccodonosor contro gli Ebrei; Betulia era una piccola fortezza e resistendo al nemico impediva allo sterminato esercito assiro di entrare a Gerusalemme. Quando, a causa della lunga durata dell’assedio, la città stava per capitolare, la giovane e ricca Giuditta si recò con la sua ancella nel campo nemico, dove fu catturata e invitata dal comandante Oloferne ad un banchetto nella sua tenda; alla fine del banchetto Oloferne, ubriaco, si addormentò e allora Giuditta ne approfittò per decapitarlo con la sua stessa spada, mettendo poi la testa in un sacco portato dalla sua ancella. Con la scusa di voler pregare fuori dall’accampamento, le due donne, riuscirono a fuggire indisturbate e tornarono a Betulia; qui, il mattino seguente, Giuditta fece esporre la testa di Oloferne sulle mura della città e i nemici, privati del loro comandante, alla vista del macabro trofeo fuggirono spaventati. Nel corso di tre secoli gli artisti hanno affrontato il tema prediligendo di volta in volta alcuni dei momenti della storia. Botticelli, ad esempio, nelle due piccole tavole conservate agli Uffizi rappresenta la Scoperta del cadavere di Oloferne e il Ritorno di Giuditta a Betulia (figura 66). Nella prima egli mostra l’attimo in cui l’eunuco Vagao e gli ufficiali assiri scoprono nella tenda il cadavere di Oloferne; nell’opera il tormentato modellato del nudo, l’esasperata gestualità dei personaggi e la frammentazione dei piani luminosi contribuiscono a drammatizzare la scena. Nella seconda invece l’artista raffigura Giuditta mentre ritorna a Betulia con la sua ancella Abra che tiene sopra il capo la testa di Oloferne; Giuditta conserva ancora la spada con cui ha ucciso l’assiro e un ramo d’ulivo che simboleggia la pace (col suo gesto interrompe l’assedio nemico). L’atmosfera è distesa con una bella descrizione del paesaggio immerso nella luce dell’alba; nel volto di Giuditta riusciamo a leggere un’espressione malinconica, che è in linea con un concetto neoplatonico secondo il quale la malinconia è l’unica attitudine possibile di fronte al prodursi degli eventi. Nel Seicento gli artisti scelgono il momento cruento dell’uccisione di Oloferne, come possiamo vedere nel famoso dipinto di Caravaggio conservato nella Galleria d’Arte Antica di Palazzo Barberini, a Roma (figura 67). Il pittore ci restituisce la sensazione di un’esecuzione in diretta mentre il colpo di spada recide la testa dal collo, producendo la violenta fuoriuscita del sangue dalle arterie spezzate. Giuditta ha l’espressione decisa di chi ha la consapevolezza di compiere una missione; la serva Abra, che qui è un’anziana donna, strabuzza gli occhi e solleva il panno pronto ad accogliere la testa di Oloferne. Artemisia Gentileschi, nel dipinto degli Uffizi, supera in efferatezza il Caravaggio: Giuditta svolge il suo compito in maniera sadica (nel suo volto possiamo leggere un’espressione di compiacimento), aiutata dall’ancella che cerca di bloccare ogni reazione del povero Oloferne. Questo diverso modo di interpretare l’atteggiamento di Giuditta ha dei riscontri autobiografici: Artemisia aveva subito uno stupro da parte del pittore Agostino Tassi e nel dipinto si immedesima nel ruolo di Giuditta, per esprimere in modo esasperato il suo odio contro gli uomini. DAVIDE E GOLIA È un’iconografia di origine medioevale che si presenta sostanzialmente in due diverse forme: il giovane eroe è raffigurato in piedi, tiene ancora in mano la fionda con cui ha abbattuto il gigante, la cui testa recisa appare in terra, oppure, in una scena più ravvicinata, Davide tiene per i capelli la testa di Golia. Antonio del Pollaiolo nel Davide vincitore, conservato nei Musei di Stato di Berlino, usa il primo genere di rappresentazione: l’immagine del giovane eroe si staglia su un fondo grigio ardesia e si caratterizza per un linearismo rigoroso che la rende elegante e slanciata, in contrapposizione con l’orribile testa mozzata del gigante che conserva nel volto una espressione di dolore. Caravaggio nell’intenso e drammatico dipinto della Galleria Borghese (figura 68) invece usa il secondo tipo di rappresentazione: David che ha ancora in mano la spada, osserva con un sentimento di pietà la testa del nemico, tenendola sollevata con il braccio teso: Golia ha il volto dello stesso Caravag[gio,] che dopo aver tentato di sfuggire alla giustizia, rifugiandosi a Malta, in Sicilia e poi a Napoli, si sente braccato e prossimo alla fine, di lì a poco morirà di malaria sulla spiaggia di Porto Ercole. Guido Reni nel Davide con la testa di Golia, conservato agli Uffizi, usa un'iconografia vicina a quella caravaggesca, aggiungendo alcuni elementi simbolici (figura 69). David ha un corpo e una posa che ricordano i fauni di Prassitele; ha il braccio destro pog[giato] sul troncone di una possente colonna, mentre l’altro disteso mantiene, trattenendola per i capelli, la testa di Golia su un muretto di pietra, accanto al quale si intravede la spada e una pianta sempreverde. La colonna frammentaria è il simbolo della fine del mondo pagano ma al tempo stesso della “forza” della fede, mentre il sempreverde simboleggia la vita eterna. BANCHETTO DI ERODE, SALOMÈ CON LA TESTA DEL BATTISTA L’iconografia, risale al XII secolo ma si afferma solo nel Rinascimento ed in genere si riferisce ad una scena che comprende diversi momenti del racconto, in una sorta di sequenza temporale, come possiamo apprendere dall’affresco nel coro del Duomo di Prato, eseguito da Filippo Lippi. La composizione si sviluppa attraverso tre fasi salienti: a sinistra l’ingresso dell’imponente figura del Battista; al centro la danza di Salomè; a destra il drammatico epilogo con la testa mozzata del Battista sul vassoio. La figura di Salomè si impone per la sua squisita sensibilità lineare e per la cadenza che sembra precorrere i modi di Botticelli. Donatello, nella formella della fonte battesimale, nel Battistero di Siena, affida alla prospettiva il compito di “temporalizzare” il racconto; sullo sfondo, tra le arcate si intravedono dei servi che trasportano il vassoio con la testa del Battista; nel piano intermedio dei musici indifferenti; in primo piano i convitati reagiscono con orrore alla vista del macabro trofeo (figura 70). La figura in primo piano di Salomè recante il vassoio con la testa del Battista, con accanto un numero variante di personaggi, è l’altro modo con cui gli artisti hanno sviluppato il tema. Caravaggio nella Salomè con la testa del Battista, conservata nell’Escorial a Madrid, mostra la giovane fanciulla mentre sostiene il vassoio con la testa, da cui però distoglie lo sguardo; i due personaggi che le sono accanto, una donna avanti negli anni ed un giovane, guardano con attenzione. Tiziano nella Salomè della Galleria Doria Pamphilj ripropone, più o meno, lo stesso tipo di iconografia ma limita il numero dei personaggi. Sopra l’arco che si vede sullo sfondo troviamo un’immagine di Cupido che, secondo gli studiosi (primo fra tutti Erwin Panofsky) rivelerebbe l’adesione di Tiziano ad una versione profana della storia del Battista, secondo la quale sarebbe stato fatto decapitare da Erode perché Erodiade ne era follemente innamorata. Nel 1800, con Gustave Moreau, l’iconografia trova una nuova versione, con l’immagine di Salomè che sospende la sua danza perché vede apparire la testa spiccata del Battista circonfusa di luce (figura 71). Iconografie dei santi Sant'Anna Madre della Vergine, in genere raffigurata con l'incarnato scuro e con un manto verde sopra una veste rossa. Sant'Agata Questa Santa, di nobili origini, viene raffigurata con abiti preziosi mentre tiene la palma del martirio e un piatto con due mammelle, che si riferiscono al suo martirio, avvenuto con l’estirpazione delle stesse. Sant'Agnese È una delle prime sante cristiane e il suo principale attributo è l’agnello, che richiama il suo nome, ma può essere rappresentata anche con la palma del martirio e la spada, con la quale fu decapitata. Sant'Agostino È uno dei quattro Padri della Chiesa, generalmente in abiti vescovili, con mitra e pastorale; come ulteriore attributo può comparire un cuore fiammeggiante, simbolo del suo fervore religioso. Sant'Ambrogio Padre della Chiesa, che ebbe un ruolo importante nella lotta contro l’eresia ariana, e per questo compare con un flagello a tre code, simbolo trinitario che riafferma il principio della trinità messo in discussione dall’arianesimo; in genere veste abiti vescovili, con mitra e pastorale. Sant'Andrea Martire, fratello di San Pietro, è raffigurato con il simbolo del suo martirio, una croce a forma di X. Sant'Ansano Santo patrono di Siena, ha come attributi il vessillo della Resurrezione e un cuore con la scritta IHS, che è l'abbreviazione del nome di Gesù in greco. Sant'Antonio Abate Santo eremita di origine egiziana, viene sempre raffigurato in compagnia di un maiale, mentre tiene una stampella e un campanello il maiale ha un doppio significato: rappresenta il demonio, che il santo ha sconfitto, ma anche l’animale dal quale veniva tratto il lardo con cui si ricavava un medicamento per curare il fuoco di Sant’Antonio. Il campanello invece allude al suono divino con il quale il santo avrebbe vinto le tentazioni. Sant'Antonio da Padova Santo originario di Lisbona, grande predicatore, viene rappresentato con in mano una fiamma o un cuore fiammeggiante, simboli del suo fervore religioso; altri attributi sono un libro, il giglio e il crocifisso fiorito. Santa Barbara Santa martire raffigurata con una piccola torre, che richiama l’episodio della torre fatta costruire dal padre Dioscoro per tenerla prigioniera dopo che si era convertita, oppure con un calice e l’ostia; più raramente è rappresentata con una piuma di pavone, simbolo di eternità. San Bartolomeo Martire che ha come attributo un coltello, strumento del martirio, con il quale fu scorticato vivo, e la sua pelle adagiata su un braccio. San Benedetto Il fondatore del più antico ordine monastico occidentale ha una iconografia che presenta un considerevole numero di attributi riferiti a diversi episodi della sua vita: il pastorale e la mitra, che lo identificano come abate di Montecassino; un vassoio, riferito ad un suo miracolo, il risanamento di un vassoio che la nutrice aveva avuto in prestito; un bicchiere o un calice infranto, che si riferiscono al tentativo di avvelenamento da parte del suo nemico prete Fiorenzo; un cespuglio di spine, che ricorda il modo con il quale vinceva le tentazioni della carne, gettandovisi sopra. San Bernardino da Siena L’iconografia presenta un santo dal volto scavato, con una tavoletta o un disco dove appare la scritta IHS circondata da fiamme; talvolta compare accanto al suo orecchio la colomba dello spirito santo, per simboleggiare l’ispirazione divina delle sue parole. San Biagio Santo martire, è rappresentato con abiti vescovili e la mitra, tiene un pettine simile a quello usato per la cardatura della lana, con il quale fu martirizzato. Santa Caterina d'Alessandria Santa martire che viene raffigurata con una ruota dentata spezzata, alla quale la santa si appoggia, ma può apparire anche con una spada, arma con la quale fu uccisa, e con la palma del martirio. Santa Caterina da Siena È rappresentata con un velo bianco e il manto nero; regge la croce con il giglio, simbolo di purezza, e un libro, che si riferisce ai suoi scritti. Santa Chiara La fondatrice dell'ordine delle Clarisse; ha una veste grigia, una cuffia bianca coperta da un velo nero, e tiene un pastorale, che si riferisce alla fondazione dell’ordine, oppure un giglio e la croce. I Santi Cosma e Damiano Secondo la tradizione questi santi martiri erano gemelli e medici, uccisi durante le persecuzioni di Diocleziano. Sono raffigurati con una lunga toga e un cappello rosso, mentre tengono tra le mani strumenti chirurgici o un mortaio con pestello. San Cristoforo L’iconografia presenta un uomo dalla statura gigantesca che tiene sulle spalle un bambino; ha il corpo parzialmente immerso nelle acque di un fiume e tiene in una mano un lungo bastone. Sant'Eligio E il santo protettore degli orefici e dei maniscalchi; viene raffigurato nelle vesti di vescovo e ha come attributi il martello, l’incudine e una zampa di cavallo, che si riferisce a un miracolo da lui operato, quando per ferrare un cavallo indemoniato gli amputò una zampa, per compiere agevolmente il suo lavoro, finito il quale gliela riattaccò. Santa Elisabetta Madre di San Giovanni Battista, raffigurata in genere come donna anziana col capo velato. Santa Elisabetta d'Ungheria Principessa ungherese divenuta poi suora francescana, che dedicò la sua vita alla cura dei malati e dei bisognosi; è rappresentata con l’abito delle terziarie francescane e ha il capo ornato da una corona. Sant'Erasmo Santo martire che ha come attributo un argano riferito al suo martirio: i suoi carnefici lo sventrarono, avvolgendo poi le sue viscere con un argano. Sant'Eustachio L’iconografia lo presenta come soldato, perché secondo la tradizione era un ufficiale dell’esercito romano ai tempi di Traiano; ha come attributo una testa di cervo con un crocifìsso, riferito alla sua conversione avvenuta durante una battuta di caccia, quando vide apparire un cervo con un crocifìsso tra le corna. San Floriano Santo martire di origine austriaca, ucciso per annegamento, dopo che gli era stata legata una pietra al collo; per questo motivo viene rappresentato con una macina di mulino accanto o legata al collo. San Francesco d'Assisi Fondatore dell’Ordine francescano è rappresentato con un saio grigio o bruno, con un cordone alla vita che presenta tre nodi, per simboleggiare i voti di povertà, castità e obbedienza; altri attributi sono le stimmate nelle mani e nel costato. San Gerolamo Padre della Chiesa, raffigurato spesso nel molo di penitente con un sasso in mano, con accanto un cappello cardinalizio rosso, che si riferisce al fatto che è uno dei dottori della Chiesa, un leone e dei libri: questi ultimi alludono alla “vulgata”, la traduzione del vecchio testamento in latino fatta dal santo. San Giacomo maggiore Santo martire, fratello di San Giovanni Evangelista, rappresentato con i seguenti attributi: la spada, simbolo del suo martirio; il bastone del pellegrino; la borraccia e la conchiglia. San Giovanni Battista È il santo che annunciò agli uomini la venuta del Cristo, martirizzato con la decapitazione; ha come attributi una croce che reca un cartiglio con la scritta “Ecce agnus dei”, una ciotola e un agnello con nimbo cruciforme. San Giuliano l'ospitaliere Santo protettore dei locandieri e dei viaggiatori, raffigurato in abiti preziosi, in relazione alle sue nobili origini, e con la spada. San Gregorio Magno padre della Chiesa, in genere raffigurato in veste di Pontefice, con la tiara e la triplice croce pastorale; talvolta compare con la colomba dello spirito santo, che allude alla ispirazione divina dei suoi scritti. San Lorenzo Santo martire di origine spagnola, bruciato vivo su una graticola, in genere raffigurato con indosso una dalmatica e una graticola accanto o sotto i suoi piedi. Santa Lucia Santa martire durante le persecuzioni di Diocleziano, rappresentata in genere con un piatto dove sono disposti due occhi, oppure con uno stelo con due occhi, simboli che non hanno nessuna relazione con il suo martirio ma che riguardano il suo nome e il contatto col divino. In alcune rappresentazioni compaiono altri attributi, come la palma del martirio e un coltello conficcato nella gola, che si riferisce proprio al modo in cui fu uccisa. Santa Maria Egiziaca Auletride (prostituta) pentita che espiò i suoi peccati conducendo una vita eremitica nel deserto, rappresentata in genere vecchia e con il corpo smagrito, vestita solo dei suoi lunghi capelli. Come attributo possono comparire tre piccole pagnotte, che furono il suo cibo nel deserto. San Maurizio Santo martire, prima soldato romano, giustiziato insieme ai suoi soldati perché dopo la conversione si era rifiutato di sacrificare agli dei pagani. È rappresentato con abiti da soldato romano, ha la pelle scura e tiene in mano la palma del martirio. Sant'Onofrio Santo eremita, raffigurato come vecchio dalla lunga barba con indosso una tunica; i suoi attributi sono due leoni e alcune monete accanto ai suoi piedi che alludono al suo rifiuto dei beni terreni. Santa Orsola Santa martire di nobili origini, massacrata dagli Unni insieme a undicimila vergini, a Colonia; come attributi possiamo trovare la corona e un manto foderato di ermellino, che la identifica come principessa di Bretagna, e una freccia che si riferisce al martirio. San Paolo Santo martire, spesso raffigurato in compagnia di San Pietro; ha come attributi la spada, che si riferisce al martirio ma anche al fatto che prima della conversione era un soldato romano, e un libro, che si riferisce al fatto che è l’autore delle Epistole. San Pietro Il principe degli apostoli, fondatore della prima comunità cristiana a Roma, fatto crocifiggere da Nerone. Viene rappresentato con una o più chiavi, in relazione al passo del Vangelo di San Matteo: “A te io darò le chiavi del regno dei cieli”. Come altri attributi possono comparire il gallo, che richiama l’episodio del rinnegamento di Cristo; la croce capovolta; la croce pastorale triplice. San Rocco Santo originario di Montpellier che dedicò la sua vita alla cura degli appestati; per questo viene rappresentato con una piaga sulla coscia. Altri suoi attributi sono un cane; il bastone e la conchiglia del pellegrino. Santo Stefano Santo martire, ucciso con la lapidazione; indossa la dalmatica dei diaconi e come attributo presenta una pietra, tenuta in mano oppure disposta sulla sua testa. San Tommaso Santo martire, raffigurato giovane e sbarbato con i seguenti attributi: la squadra del costruttore; la cintola della Vergine, riferita alla sua incredulità riguardo al fatto che la Vergine era stata assunta in cielo con tutto il corpo; la lancia e il pugnale, riferiti al suo martirio. San Zaccaria Padre di San Giovanni Battista e marito di Santa Elisabetta che viene raffigurato vecchio, con un rotulo per scrivere o con un dito davanti alle labbra, per simboleggiare la punizione divina che lo aveva reso temporaneamente muto perché non aveva creduto all’annuncio dell’Arcangelo Gabriele riguardo alla imminente paternità. Tetramorfo È la rappresentazione dei quattro Evangelisti secondo la visione di San Giovanni Evangelista nella Apocalisse, San Giovanni è raffigurato in forma di aquila; San Marco in forma di leone; San Luca in forma di toro; San Matteo in forma di Angelo. Spesso le figure degli Evangelisti possono essere rappresentate insieme alla figurazione tetramorfica. Il tema storico-mitologico Il tema storico-mitologico ha un repertorio iconografico straordinariamente ricco già in ambito antico, dal quale nel corso dei secoli gli artisti hanno potuto attingere per dare nuova vita alle gesta di guerrieri, dei ed eroi. L’arte vascolare, la statuaria e gli affreschi murali hanno rivelato la vitalità del tema e con le loro immagini hanno stimolato l’immaginario dei pittori a partire dal Rinascimento. Come abbiamo fatto per il tema religioso inizieremo descrivendo le iconografie più semplici per poi passare a quelle più complesse. GIOVE o ZEUS Il principe degli dei è raffigurato in trono o come figura stante, con una folta barba, la testa cinta di alloro; ha in mano uno scettro oppure dei fulmini, rappresentati simbolicamente con un fascio di fiamme o con una specie di piccola forca a tre denti. Accanto può apparire l’aquila, sua messaggera, spesso usata come immagine allusiva del dio stesso. GIUNONE o ERA La sorella e sposa di Giove corrisponde iconograficamente ad una tipologia matronale; indossa una corona o un diadema e reca una melagrana, simbolo della sposa tradita. Può essere rappresentata con l’uccello a lei sacro, il pavone, oppure in un carro tirato da due pavoni. MINERVA o ATENA Figlia di Giove, protettrice delle scienze e delle arti, è raffigurata come figura stante con lancia, scudo ed elmo. Suo tradizionale attributo può essere la civetta, simbolo della sapienza. DIANA O ARTEMIDE Figlia di Giove, nata dall’unione con Latona, personifica la castità ed è resa in veste di cacciatrice, con arco e faretra; può essere accompagnata da alcuni cani e da un cervo. È identificata anche con Selene: in questo caso reca sulla fronte una falce di luna e guida un carro trainato da cavalli. VENERE O AFRODITE Figlia di Giove e della titana Dione (oppure nata dalla spuma del mare formatosi attorno ai genitali di Urano evirato da Saturno), è la dea dell’amore e della bellezza. È raffigurata come figura stante, con un braccio sollevato a coprire il seno e l’altro disteso, la cui mano copre il pube (Venus Pudica), oppure in un carro trainato da colombe o da cigni. Altri attributi sono il fiore di mirto e la mela. MARTE O ARES Figlio di Giove e Giunone, dio della guerra, corrisponde iconograficamente ad un tipo virile, con la barba oppure col volto glabro, armato di spada, con uno scudo e l’elmo; talvolta indossa una corazza, oppure la stessa, insieme alle armi, è disposta in terra quando è rappresentato come “sconfitto” dall’amore. APOLLO O HELIOS Figlio di Giove e Latona, dio della poesia e della musica ed in seguito dio solare, ha una immagine di giovane sbarbato, con un volto dai tratti delicati e vagamente femminei. Nella veste di dio della musica reca una strumento musicale a corda, in genere una cetra (Apollo Citaredo) ed indossa una corona d’alloro. Nella veste di dio solare guida un carro trainato da quattro cavalli e indossa una corona raggiante (Apollo Helios). Più raramente può assumere l’aspetto di un arciere, con arco, frecce e faretra. CUPIDO o EROS Figlio di Marte e Venere, incarna il dio dell’amore e viene raffigurato come un fanciullo alato, armato di arco, frecce e faretra. MERCURIO O HERMES Figlio di Giove e della ninfa Maia, messaggero degli dei ma anche protettore dei ladri, dei viandanti e dei mercanti. È raffigurato come un giovane atletico che indossa il petaso, un copricapo rotondo con due ali, e porta ai piedi dei calzari alati. In mano reca il caduceo, una verga recante due serpi intrecciate e terminante con due piccole ali. NETTUNO o POSEIDONE Figlio di Saturno e Rea, figlia di Gea e Urano, è il dio del mare e protettore dei naviganti. Ha l’aspetto di un vecchio barbuto e dalla capigliatura folta e riccia, con un corpo atletico e vigoroso. Il suo attributo è il tridente, un forcone con tre punte uncinate. Può essere rappresentato mentre cavalca un delfino oppure mentre conduce un carro trainato da ippocampi. BACCO o DIONISO Figlio di Giove e di Semele, è il dio della fertilità e della vendemmia, che ha l’aspetto di un giovane nudo, coronato da tralci di vite e con in mano un tirso, ossia un bastone torto sormontato da una pigna e circondato da pampini di edera. Possono accompagnarlo le baccanti (o menadi), figure femminili in atto di danza e con dei tamburelli. SATURNO o CRONO Figlio di Urano e di Gaia (la madre terra), dio della terra e del tempo, è raffigurato come un vecchio barbato che reca una falce, simbolo relativo al raccolto ma anche al racconto mitologico secondo il quale avrebbe con la stessa evirato il padre Urano. Come personificazione del tempo ha come attributo un serpente che tiene in bocca la propria coda formando un cerchio. VULCANO o EFESTO Figlio di Giove e Giunone, dio del fuoco nonché fabbro al servizio degli dei e di eroi, per i quali forgia le armi. È rappresentato con la barba accanto ad un’incudine e tiene in mano un martello, assistito nello svolgimento del suo lavoro dai ciclopi, giganti che possiedono un solo occhio. CERERE o DEMETRA Figlia di Saturno e di Rea, dea dell’agricoltura e della prosperità, ha l’aspetto di una giovane donna che indossa una corona di spighe e tiene tra le braccia una cornucopia, da cui dispensa i frutti della terra, oppure un covone di grano ed una falce. ACI E GALATEA Galatea è una nereide (una delle cinquanta ninfe del mare protettrici dei naviganti) ed ama il giovane Aci, provocando la gelosia di Polifemo che era stato da lei rifiutato. Quando i due amanti si incontravano il ciclope suonava il suo flauto per disturbarli finché un giorno non decise di vendicarsi uccidendoli, lanciando su di essi un enorme masso; Galatea riuscì a salvarsi gettandosi in mare mentre il povero Aci rimase schiacciato. La ninfa pregò gli dei di farlo ritornare in vita ed ottenne che il sangue del suo amato si trasformasse in una fonte. Iconograficamente il tema è sviluppato in due modi: Polifemo è su una altura còlto nell’atto di suonare il flauto, mentre in basso, accanto ad uno specchio d’acqua Aci e Galatea amoreggiano; Polifemo solleva un pesante macigno per scagliarlo contro i due amanti che fuggono. Claude Lorrain, nel dipinto Marina con Aci e Galatea, conservato nella Gemaldegalerie di Dresda, usa il primo modo, mentre Sisto Badalocchio (allievo di Carracci) nell’affresco di Palazzo Verospi, a Roma, usa il secondo. In genere le due iconografie citate hanno come pendant il tema riguardante il “Trionfo di Galatea”, dove la ninfa è raffigurata in piedi su una conchiglia tirata da delfini, circondata da tritoni, nereidi e centauri marini. Così rappresenta la scena Raffaello nell’affresco della Farnesina, a Roma: Galatea procede su una conchiglia trainata da due delfini, mentre degli amorini la bersagliano con i loro dardi e attorno si affollano le diverse creature marine. Molto bello ed armonico è l’effetto di torsione espresso nel movimento del corpo di Galatea, che si volge come a guardare lo scampato pericolo (figura 72). AMORE E PSICHE Psiche era una fanciulla molto bella, tanto da suscitare l’invidia di Venere che inviò Amore con il compito di farla innamorare di un mostro, quest’ultimo invece si innamorò di lei, conducendola con l’aiuto dei venti nel proprio palazzo, dove si recava a visitarla di notte. La regola era però quella di non osare mai vedere il volto di Amore, ma Psiche convinta dalle sorelle, che nel frattempo erano andate a visitarla, una notte accese una lampada per mettere fine anche alla sua curiosità; l’amante addormentato gli si rivelò in tutta la sua bellezza ma ella inavvertitamente fece cadere una goccia d’olio dalla lampada, che raggiunse il corpo di Cupido destandolo. L’amato svanì nel nulla e così il suo palazzo e Psiche cominciò una disperata ricerca che si concluse dinanzi al cospetto di Venere che gli promise di fargli incontrare Amore a patto che ella superasse quattro difficili prove: “la prova dei semi”; “la prova della lana dorata”; “la prova dell’acqua sacra”; “la prova del vaso della bellezza”. La prima prova consisteva nel separare una grande quantità di semi di vario genere, mescolati tra loro, per farne dei mucchi distinti; Psiche riuscì a compiere ciò che era umanamente impossibile grazie all’aiuto di formiche. La seconda prova consisteva nel tosare della lana d’oro da alcuni montoni infuriati, con grave rischio per la vita; questa volta una canna parlante consigliò Psiche di aspettare il tramonto, quando gli animali sarebbero andati a dormire, poiché avrebbe potuto raccogliere la lana impigliata nei rovi senza correre alcun pericolo. La terza prova consisteva nel riempire una brocca d’acqua, attingendola da una fonte sacra situata sulla sommità di un monte altissimo; questa volta fu un’aquila a soccorrere Psiche che volò fino alla sorgente e riempì per lei la brocca. La quatta prova contemplava la discesa nell’Ade per farsi consegnare da Proserpina il vaso della bellezza che non avrebbe dovuto essere aperto per nessuna ragione; Psiche sapendo che le sostanze contenute nel vaso l’avrebbero resa più bella e considerando che la cosa sarebbe stata utile in relazione all’imminente incontro con Amore, non rispettò la consegna e aprì il vaso. A causa di ciò, la fanciulla cadde in un sonno profondo dal quale non si sarebbe più risvegliata se Amore non fosse sopraggiunto, riportandola in vita grazie all’intervento di Giove. La conclusione della storia fu il matrimonio tra Amore e Psiche ed un fastoso banchetto a cui parteciparono tutte le divinità dell’Olimpo. I vari momenti del racconto sono stati illustrati da diversi artisti, soprattutto in epoca rinascimentale, tuttavia l’iconografia più diffusa è quella che mostra Amore, con le ali ancora spiegate, mentre abbraccia Psiche per riportarla in vita. È un’iconografia usata non solo nella pittura ma anche nella scultura, come possiamo vedere in Amore che risveglia Psiche di Antonio Canova, conservato al Louvre. Giulio Romano, negli affreschi di Palazzo Te, a Mantova, prendendo spunto dall’esperienza vissuta accanto a Raffaello nella Farnesina, sviluppa diverse iconografie relativamente alle fasi salienti della storia, e tra queste spiccano per originalità quelle relative alle quattro prove che sono delle vere e proprie “invenzioni” dell’artista. Nella Prova dei semi (figura 73) Psiche appare sconsolata e piangente, in primo piano, seduta accanto ai vari mucchi di semi che le formiche stanno formando. Nella Prova della lana dorata, Psiche è raffigurata in lontananza e osserva gli animali che dovrebbe tosare, mentre in primo piano fa bella mostra di sé un bizzarro dio fluviale (figura 74). Nella Prova dell’acqua sacra, Psiche ha accanto l’aquila che l’aiuterà a compiere l’impresa, mentre sullo sfondo si vede la montagna. Nella Prova del vaso della bellezza, Psiche è inginocchiata davanti a Proserpina, che ha tra le mani il vaso della bellezza e siede accanto a Plutone. Non meno originale è l’iconografia delle Nozze di Amore e Psiche, viste dal basso in scorcio, con le mani dei due protagonisti che si congiungono per lo scambio dell’anello. Iconologicamente la storia di Amore e Psiche vuole significare l’aspirazione dell’anima ad unirsi al desiderio, per trovare il piacere. Che il tema sia venato di erotismo è indubbio e lo stesso Giulio Romano, in alcune scene, sembra esasperare questo aspetto. APOLLO E DAFNE Apollo viene punito da Eros per averlo offeso (gli aveva detto che il tiro con l’arco era cosa da uomini e non da fanciulli); lo colpisce con un dardo dalla punta d’oro (che fa innamorare) mentre trafigge Dafne con un dardo dalla punta di piombo (che fa disamorare), con il risultato di far cadere Apollo in un delirio amoroso non corrisposto. Dafne è sempre in fuga inseguita da Apollo che non si vuole arrendere, allora la fanciulla per sfuggire definitivamente al suo persecutore chiede a suo padre, il dio fluviale Peneo, di metterla in salvo e per questo viene trasformata in un albero d’alloro. L’iconografia più diffusa è quella che mostra Dafne, con le braccia sollevate che si stanno già trasformando in rami con delle foglie, mentre Apollo affannato sta per abbracciarla. In questo modo dipinge la scena Antonio del Pollaiolo in Apollo e Dafne opera conservata nella National Gallery di Londra. E così anche il Bernini, nel mirabile gruppo statuario della Galleria Borghese, a Roma scolpisce nel marmo di Carrara l’ultimo inutile tentativo di Apollo di raggiungere l’amata Dafne (figura 75). La dea Atena aveva inventato il flauto a doppia canna, ma trovando sconveniente che suonandolo le si gonfiassero troppo le guance lo gettò via; il sileno Marsia lo trovò, imparò a suonarlo e con grande presunzione ritenne di poter sfidare Apollo, dio della musica, in una gara musicale. La sconfitta fu inevitabile anche perché furono le Muse a svolgere il molo di giudice, così per punizione il povero sileno venne legato ad un albero e scorticato vivo. Una delle iconografie più antiche è del periodo ellenistico e possiamo trovarla in una scultura conservata nei Musei Capitolini a Roma. Il sileno è legato, con le braccia sollevate, ad un albero dove appare di lato il flauto; ha i muscoli del corpo tesi ed un’espressione di sofferenza nel volto. In pittura, nel Cinquecento e nel Seicento, l’iconografia può assumere due diverse forme che riguardano il momento della gara musicale o quello della punizione. Pietro Perugino nel dipinto Apollo e Marsia, conservato al Louvre, rappresenta la sfida: a destra ritrae Marsia seduto ed intento a suonare il flauto, mentre a sinistra, in piedi, raffigura Apollo che osserva con aria baldanzosa ed ironica il suo rivale (figura 76). Tiziano nella Punizione di Marsia, conservato nel Museo statale di Kromeriz, illustra il drammatico epilogo con una composizione affollata di personaggi, con colori cupi rischiarati da improvvisi colpi di luce. Il sileno è appeso per le gambe ad un albero; mentre due uomini lo stanno scorticando, altri, a destra, osservano la scena e il dio Apollo, a sinistra, è intento a suonare una lira da braccio. Ribera (artista spagnolo di ispirazione caravaggesca) nella composizione Apollo e Marsia (figura 77) del Museo di Capodimonte, usa un’iconografia simile alla precedente, stavolta però è Apollo in persona ad eseguire la punizione, che con compiacimento sadico guarda il povero Marsia urlare e contorcersi dal dolore. BACCO E ARIANNA Arianna, che aveva aiutato Teseo ad uscire dal labirinto con lo stratagemma del filo, venne rapita dallo stesso Teseo con l’intenzione di portarla ad Atene, ma durante il viaggio con la nave fece una sosta nell’isola di Nasso dove inspiegabilmente la abbandonò. Arianna sconsolata invocò gli dei che inviarono Bacco in suo aiuto, il quale se ne innamorò facendola diventare sua sposa. Le scene in genere raffigurate dagli artisti sono quelle dell'Incontro di Bacco ed Arianna e del Trionfo di Bacco ed Arianna. Un dipinto conservato nell’Accademia di San Luca, a Roma, attribuito alla scuola di Guido Reni, mostra proprio il momento in cui i due si incontrano: Arianna è adagiata su una roccia ed ha un atteggiamento che rivela una certa diffidenza nei confronti di Bacco, che le sta di fronte, con la mano poggiata sul petto, come ad indicare che le sue intenzioni sono buone; accanto a Bacco è Venere che cerca di aiutarlo a vincere la ritrosia di Arianna. Intorno dei fauni e degli amorini che danzano e suonano strumenti musicali, mentre in alto Cupido si appresta a ricevere dalle mani di un amorino la corona destinata ad Arianna. Annibale Carracci nell’affresco con il Trionfo di Bacco e Arianna di Palazzo Farnese, a Roma, utilizza un’iconografia ancora più complessa (figura 78). Bacco e Arianna sono seduti su due carri, rispettivamente trainati da due tigri e due caproni; sopra la testa di Arianna vola un amorino che sta per adagiarvi sopra una corona. I carri sono preceduti da un pingue sileno ebbro, mantenuto da fauni in groppa ad un asino e circondato da menadi danzanti e da un satiro che gonfiando a dismisura le gote suona una buccina. CEFALO E PROCRI Celalo, marito di Procri, è l’oggetto del desiderio di Aurora, la divinità che fa sorgere il sole, e siccome non essendo corrisposta, disattendeva il suo compito, con grave rischio per il destino della terra, gli dei fecero in modo che Cefalo si innamorasse di lei. L’unione però durò poco poiché Cefalo sentiva nostalgia della legittima consorte; Aurora lo lasciò andare instillando in lui però il dubbio sulla fedeltà di Procri. Cefalo decise di mettere alla prova la moglie e si ripresentò a lei sotto mentite spoglie, corteggiandola con insistenza e quando stava per cedere le rivelò la sua vera identità. La reazione di Procri fu quella di fuggire via per divenire sacerdotessa di Diana, ma quest’ultima fece in modo che i due tornassero a vivere insieme, e in più donò a Cefalo, che era cacciatore, un cane ed un giavellotto infallibile. La mattina Cefalo spesso andava a caccia, invocando la brezza Aura quando la stanchezza e il caldo cominciavano a fiaccare le sue forze; qualcuno che aveva sentito invocare quel nome riferì il fatto a Procri che ingelosita, pensando ad un tradimento, si recò sul posto per spiare, nascosta tra i cespugli, Cefalo. Vedendo muovere le fronde Cefalo pensò che si trattasse di un animale e lanciò il suo giavellotto che essendo infallibile colpì nel segno, scoprendo poi inorridito che aveva ucciso Procri. Due sono gli episodi della storia dipinti dagli artisti, ossia il momento della riappacificazione e il momento della morte di Procri. Claude Lorrain in Cefalo e Procri riuniti da Diana, conservato nella National Gallery di Londra, ambienta la scena in un vasto paesaggio; Cefalo e Procri stanno per congiungere le loro mani sotto lo sguardo attento di Diana, che ha accanto un cane, mentre un poco discosto è un fanciullo con il giavellotto (figura 79). Baldassarre Pemzzi nel fregio ad affresco della Sala delle prospettive della Farnesina, dipinge la Morte di Procri, mostrando, a destra, la donna distesa in terra trafitta da un dardo e Cefalo che le sta di fronte, mentre sullo sfondo Aurora conduce il suo carro accompagnata dal marito Titone. DANAE E LA PIOGGIA D'ORO Acrisio, re di Argo, aveva rinchiuso in una costruzione di bronzo sua figlia Danae poiché gli era stato predetto che sarebbe stato ucciso dal figlio che lei avrebbe avuto. In questo modo egli pensava di tenere lontana sua figlia dagli uomini, ma Giove, che aveva notato che la costruzione presentava delle crepe, vi penetrò sotto forma di pioggia d’oro fecondando Danae. Nacque cosi Perseo che divenuto adulto uccise involontariamente Acrisio, lanciando un disco durante una gara. Iconograficamente il tema non ha molte varianti: Danae, nuda, appare distesa su un morbido giaciglio e ha lo sguardo rivolto in alto da dove scende una luce dorata oppure una pioggia di monete. Tiziano nella Danae del Museo del Prado di Madrid usa sostanzialmente il secondo tipo d’iconografia, aggiungendo l’immagine di una vecchia ancella che solleva il grembiule per raccogliere le monete e un cagnolino acciambellato accanto alla giovane (figura 80). DIANA E ATTEONE Il principe Atteone, andando a caccia, si trovò involontariamente nel luogo dove Diana e le sue ninfe facevano il bagno; vedere la nudità di Diana era una cosa proibita ai comuni mortali, così per punizione Atteone venne trasformato in cervo e sbranato dai suoi stessi cani. Iconograficamente il tema è stato sviluppato in due differenti versioni: la prima riguarda la scena con Atteone che sorpreso si trova ad assistere al bagno di Diana; la seconda invece riguarda il momento della trasformazione in cervo con i cani che gli balzano addosso. Francesco Albani nel suo dipinto del Louvre, Diana e Atteone, raffigura Atteone mentre sopraggiunge sul luogo; le ninfe, disposte attorno a Diana, cercano di coprire le nudità di quest’ultima. Tiziano nel dipinto Diana e Atteone, nella National Gallery di Londra, mostra Atteone in fuga, mentre si sta trasformando in cervo, con i cani che gli sono addosso e Diana che lo insegue tenendo l’arco. DEUCALIONE E PIRRA Giove stanco delle nefandezze compiute dagli uomini sulla terra decise di punirli inviando un diluvio, da cui si salvarono solo Deucalione, figlio di Prometeo, e sua moglie Pirra, grazie ad un’arca costruita dallo stesso Deucalione. Cessato il diluvio i due invocarono gli dei di popolare la terra nuovamente; la risposta degli dei fu sibillina poiché invitava i due coniugi a coprirsi la testa e a gettare alle loro spalle le ossa della loro madre. I due però compresero che per madre gli dei intendevano la “Madre terra” e seguendo le istruzioni lanciarono all’indietro delle pietre: dalle pietre lanciate da Deucalione nacquero degli uomini da quelle lanciate da Pirra delle donne. L’iconografia ricorrente è quella che rappresenta Deucalione e Pirra, con il capo velato, intenti a raccogliere e lanciare sassi dietro di loro: alle loro spalle figure maschili e femminili. Baldassarre Peruzzi nel fregio ad affresco della Stanza delle Prospettive alla Farnesina a Roma usa proprio questo tipo di iconografia. ERMAFRODITO E SALMACIDE Salmacide, ninfa delle sorgenti, si innamorò perdutamente di un giovane, figlio di Mercurio (Hermes) e di Venere (Afrodite); un giorno approfittando del fatto che il giovane si era immerso nella sorgente lo abbracciò fortemente trasportandolo nel fondo; qui pregò gli dei che la facessero rimanere unita a lui per sempre. Gli dei accolsero la sua preghiera e dall’unione scaturì un solo corpo, con seni femminili e genitali maschili, ossia nacque Ermafrodito. Nicola Buonvicini, nel soffitto della Sala dell’ermafrodito della Galleria Borghese, a Roma, dipinge il momento in cui il giovane sta per immergersi nella sorgente. GIGANTOMACHIE I Giganti sovrapposero due montagne per dare la scalata all’Olimpo, con lo scopo di spodestare Giove, ma Giove scagliò i suoi fulmini abbattendo le mon[tagne] ed uccidendo i Giganti. L’iconografia più antica del tema è di epoca ellenistica e la possiamo ritrovare nel fregio dello zoccolo dell'Ara Massima di Pergamo, oggi nei Musei di Stato di Berlino (figura 81). Qui, in una lunghezza di circa 100 metri si sviluppa la cruenta lotta degli dei contro i Giganti, con una passionalità ed una teatralità sottolineate dal gioco violento e contrastato della luce e dell’ombra. Dai gorghi d’ombra emergono direttamente, con un risalto crudo, le massime sporgenze del rilievo; l’estremo particolarismo della resa anatomica dei nudi e dei panneggi contribuisce a rendere più accidentate le superfici, favorendo il rimbalzare della luce e generando una espressione di moto concitato. Quest’idea di movimento esasperato, di tumulto, ritorna nella iconografia più famosa, e sicuramente più riuscita, del tema, ossia la Caduta dei Giganti di Palazzo Te a Mantova, dipinta da Giulio Romano (figura 82). In alto cam[peggia] il trono di Giove, all’interno di un tempio a pianta circolare (che ricorda il tempietto del Bramante); in basso è Giove che irato lancia i suoi strali, assistito da Giunone. Alla stessa altezza si attestano intorno le figure delle altre divinità dell’Olimpo, variamente atteggiate. Sotto, la caduta rovinosa dei giganti, travolti da enormi pietre che lasciano intravedere degli squarci di paesaggio, dove vagano piccole scimmie macchiate di sangue. Secondo la tradizione le scimmie, da sempre simbolo della lussuria e della umanità degradata, sarebbero state generate dal sangue dei Giganti. Iconologicamente la Caduta dei Giganti di Giulio Romano, ha un significato politico: Giove simboleggia l’imperatore Carlo V mentre i giganti sconfitti simboleggiano i principi italiani ribelli. Inoltre gli attributi di Giove, ossia l’Olimpo, il Fulmine e l’aquila fanno parte dello stemma dei Gonzaga, committenti dell’opera. GIUDIZIO DI PARIDE Paride, figlio di Priamo re di Troia, fu indicato da Giove come unico, possibile giudice (poiché era un uomo bellissimo) per decidere chi fosse tra Giunone, Minerva e Venere la più bella. Ognuna delle dee cercò di accaparrarsi il favore di Paride con varie promesse: Giunone gli promise il dominio del mondo; Minerva la vittoria in ogni battaglia; Venere l’amore di Elena, moglie del re di Sparta Menelao, ritenuta la donna più bella del mondo. Paride scelse l’offerta di Venere assegnando a lei il pomo d’oro che la eleggeva come la più bella. Il tema presenta due tipi di iconografia: la prima mostra Paride mentre riceve da Mercurio il pomo d’oro, mentre la seconda, che è anche la più diffusa, raffigura Paride mentre lo consegna a Venere. Annibaie Carnicci nell’affresco di Palazzo Farnese, a Roma, dipinge Mercurio che discende in volo mentre Paride porge la mano per accogliere il pomo (figura 83). Pieter Paul Rubens nel Giudizio di Paride, conservato nella National Gallery, a Londra, raffigura Paride di spalle, nell’atto di cedere a Venere il simbolo della vittoria, mentre un putto in volo sta per incoronarla. Ai lati di Venere Atena, vista frontalmente, e Giunone che volge le spalle al riguardante. RATTO DI EUROPA Europa, figlia del re di Tiro, giocava sulla spiaggia con le sue ancelle, quando apparve Giove sotto forma di toro. La fanciulla ingannata dalla apparente mitezza dell’animale gli salì in groppa e il toro attraversò il mare per raggiungere l’isola di Creta, dove Giove riprese il suo normale aspetto e violentò Europa. L’iconografia più antica risale al V secolo a.C. e riguarda l’arte vascolare, dove l’immagine mostra semplicemente Europa in groppa al toro. In seguito la scena si arricchisce di particolari, come nel Ratto di Europa di Tiziano, conservato nel Gardner Museum di Boston. Qui Europa appare come distesa sul dorso del toro, che sembra procedere velocemente nell’acqua, mentre sulla sponda si intravedono le ancelle in grande agitazione. Paolo Veronese, nel dipinto realizzato per la Sala dellAnticollegio di Palazzo Ducale, a Venezia, organizza il tema come una sequenza temporale: in primo piano l’elegantissima figura di Europa, seduta sul bianco toro, che le bacia amorosamente il piede lambendolo con la lingua, mentre le ancelle la sostengono e alcuni puttini le volano sopra spargendo fiori; nel piano intermedio il toro, con sopra Europa, si avvia verso il mare; nel piano di fondo si allontana tra le onde con Europa che si volge a salutare le compagne (figura 84). BATTAGLIA TRA LAPITI E CENTAURI Durante la celebrazione delle nozze di Piritoo, re della Tessaglia, e Ippodamia, i Centauri, che erano presenti in qualità di invitati, forse a causa del troppo vino, cominciarono a comportarsi selvaggiamente cercando anche di oltraggiare la sposa e le altre donne dei Lapiti. La festa si trasformò in una battaglia, con caduti da ambo le parti, alla fine però i Lapiti ebbero la meglio. Michelangelo ha affrontato il tema in un’opera giovanile, un bassorilievo con la Battaglia tra Lapiti e Centauri, conservato nel Museo di Casa Buonarroti a Firenze (figura 85). Le figure che si accalcano alla maniera dei rilievi di Nicola Pisano suggeriscono un movimento circolare; la figura che campeggia al centro sembra con il suo gesto dare l’avvio al movimento (una anticipazione del Cristo Giudice del Giudizio Universale). Piero di Cosimo, uno degli allievi più dotati di Leonardo, nella Battaglia tra i Centauri e i Lapiti, conservata a Londra nella National Gallery, dipinge una scena molto affollata con tre episodi salienti: al centro, sullo sfondo, si dà inizio alla lotta; a destra un centauro afferra una donna per i capelli mentre uno dei Lapiti cerca di liberarla, scagliando un’anfora contro di lui, e intorno si svolgono altri combattimenti; a sinistra due Lapiti cercano di divincolare una donna dall’abbraccio di un centauro, mentre accanto un altro centauro sta per essere finito con un colpo di clava. CADUTA DI ICARO Icaro e Dedalo riuscirono a fuggire dal mitico labirinto di Creta (progettato dallo stesso Dedalo) grazie alle ali costruite da Dedalo unendo con la cera delle penne. Non seguendo il consiglio di Dedalo, che gli aveva detto di non avvicinarsi troppo al sole, Icaro perse le ali e precipitò in mare. Il tema ha una iconografia che risale all’arte vascolare del V secolo a.C., ripresa poi in epoche successive. Icaro è raffigurato mentre precipita a testa in giù con accanto Dedalo che prosegue il suo volo oppure osserva la scena dal basso. La storia di Icaro fu molto rappresentata nel XVI e nel XVII secolo con intenti moraleggianti, come invito alla moderazione. Piuttosto singolare è la versione dipinta da Pieter Bruegel e conservata nei Musei Reali di Bruxelles, che non ha l’aspetto di un dramma ma quello di una visione idilliaca (figura 86). Il punto di vista dall’alto suggerisce quello di Icaro ancora in volo, prima della rovi[nosa] caduta in mare, rappresentata in basso a destra; l’aratore, il pastore, rimangono indifferenti di fronte alla tragedia di Icaro, mentre la natura si mostra in tutto il suo incanto. CADUTA DI FETONTE Fetonte convinse il recalcitrante Apollo-Flelios, suo padre, a fargli guidare il carro del sole, ma non avendo l’esperienza necessaria finì per perderne il controllo facendo incendiare la terra. Giove per evitare ulteriori disastri scagliò il suo fulmine distruggendo il carro e facendo precipitare Fetonte nel fiume Eridano che secondo alcuni studiosi potrebbe identificarsi col fiume Po. Anche questo tema fu usato per i suoi risvolti morali in molti dipinti del XVI e del XVII secolo. L'iconografia mostra Fetonte che precipita a capofitto con il carro e quattro cavalli, mentre da un lato appare Giove nell’atto di lanciare i suoi strali. La composizione di Francesco Caccianiga nella “Stanza del Sole” della Galleria Borghese, a Roma, può essere presa ad esempio per questo tipo di iconografia. MORTE DI ADONE Mirra, figlia del re di Cipro Cinira, si era invaghita del padre e una notte, complice l’oscurità, riuscì a giacere con lui senza che questi si avvedesse che si trattava della propria figlia. Scoperto in seguito l’inganno Cinira voleva uccidere Mirra, che fuggi pregando gli dei di trasformarla in un altro essere; fu trasformata in un albero, dal quale nacque Adone, frutto dell’incesto. Crescendo Adone divenne talmente bello da essere desiderato da Venere e da Persefone (Proserpina) che se lo contendevano aspramente, al punto da rendere necessario l’intervento di Giove. Quest’ultimo stabilì il tempo che Adone avrebbe dovuto trascorrere in compagnia di Venere e quello da dedicare a Persefone. Durante il periodo in cui Adone era con Venere egli si recò a caccia e fu ucciso da un cinghiale; la dea accorse ma non potendo riportarlo in vita lo trasformò in un fiore, l’anemone. Due sono i tipi di iconografia che riguardano la storia: uno relativo alla partenza di Adone per la caccia, con il commiato da Venere, l’altro riferito al triste epilogo, con Venere che accorre in soccorso, inutilmente, dell’amato. Tiziano nel dipinto Venere e Adone, conservato al Prado (figura 87), mostra Venere che con il suo abbraccio cerca disperatamente di trattenere Adone, armato di lancia e con due cani al guinzaglio, mentre sullo sfondo, a sinistra, Cupido giace addormentato sotto un albero. Ribera nella composizione Venere e Adone di Palazzo Corsini, a Roma, illustra la folle corsa di Venere, con le braccia sollevate in segno di disperazione per raggiungere il corpo esanime di Adone. RAPIMENTO DI GÀNIMEDE Gànimede era un bellissimo giovane, figlio di Troo, re di Troia, tanto bello da meritarsi l’appellativo di “più bello di tutti i mortali”. Giove se ne inva[ghì] e trasformandosi in un’aquila lo rapì per portarlo sull’Olimpo; qui lo rese immortale ed eternamente giovane, facendolo divenire suo coppiere. L’iconografia più antica è quella che compare nell’arte vascolare del V secolo a C. e mostra un giovane con berretto frigio, coperto da un mantello con accanto un’aquila. Nel Rinascimento la scena assume un carattere dinamico, poiché l’aquila è colta in volo mentre con gli artigli sostiene il corpo del giovane. Anche la pittura del Seicento usa questo tipo di iconografia, come nel dipinto di Francesco Albani, Il ratto di Ganimede, conservato a Roma nella Collezione Lemme (figura 88), o nel Ratto di Ganimede di Rembrandt conservato nella Gemaldegalerie di Dresda. Nel primo, Ganimede è rappresentato come un giovane fanciullo che si abbandona alla presa dell’aquila, poggiando le braccia sulle sue ali; nel secondo è invece raffigurato come un bambino atterrito e piangente, sollevato con violenza dall’aquila che affonda gli artigli nella sua camiciola. LEDA E IL CIGNO Leda era la moglie del re di Sparta Tindareo e Giove, trasformatosi in cigno si unì a lei, dando poi alla luce Elena e i Dioscuri (Castore e Polluce), che secondo il mito sarebbero nati da un uovo. L'iconografia, come nel caso del mito precedente, risale al V secolo a.C. e compare sia nell’arte vascolare che nella scultura, e in genere mostra il cigno che con le ali spiegate accoglie in una specie di abbraccio la figura di Leda, raffigurata nuda. Il bassorilievo conservato nel Museo Archeologico di Atene, risalente al II secolo Archeologico corrisponde perfettamente alla scena (figura 89). Nel Rinascimento accanto a Leda e il cigno compaiono due uova, dalle quali stanno uscendo due bambini, come possiamo apprendere dal dipinto conservato nella Galleria Borghese, a Roma, attribuito alla scuola di Leonardo. GIOVE E la ninfa lo La ninfa Io era la figlia del re di Argo e Giove che l’aveva incontrata presso un fiume se ne invaghì; la invitò a fare una passeggiata nei boschi ma ella fuggì e allora Giove si trasformò in una coltre di nubi per avvolgerla e possederla. Giunone insospettita dalla nuvola si recò verso di essa e allora Giove trasformò la ninfa in giovenca, ma Giunone comprese che in quell’animale era celato un inganno e perciò chiese a Giove di donarle la bestia, che fece sorvegliare da Argo, il cane dai cento occhi. Per poter liberare la povera Io Giove dovette ricorrere a Mercurio che travestito da pastore prima fece addormentare Argo, suonando il flauto e cantando, poi lo uccise recidendogli la testa. In ambito antico non esiste una testimonianza iconografica; il tema trova un grande sviluppo dal Rinascimento in poi. L’iconografia più diffusa raffigura Giove, in forma di nube, che abbraccia la ninfa, colta in abbandono estatico, come mostra l’opera del Correggio conservata nel Kunsthistorisches Museum di Vienna (figura 90). NARCISO ALLA FONTE Narciso era di una tale bellezza da far innamorare sia donne che uomini; tra le donne la più appassionata era la ninfa Eco che venne rifiutata dal giovane, in quanto non voleva concedersi a nessuno. Eco per la vergogna si nascose -dia vista del mondo facendo udire solo la sua voce che ripeteva le parole di Narciso. Narciso fu punito dalla dea Nemesi che lo fece innamorare della propria immagine riflessa in uno stagno, cosicché volendo egli abbracciarla fini nell’acqua ed annegò, e fu poi trasformato nel fiore che porta il suo nome. L’iconografia è quella che mostra Narciso nell’atto di specchiarsi in uno stagno o in una fontana, mentre accanto sbocciano dei fiori di narciso. Caravaggio, nel Narciso della Galleria d'Arte Antica di Palazzo Barberini, pur ricorrendo a questo tipo di iconografia dà un suo personale contributo creando una doppia immagine, quella reale e quella riflessa nell’acqua che è esattamente speculare (figura 91). ORFEO ED EURIDICE Euridice, sposa di Orfeo, mentre correva per sfuggire alle attenzioni di Aristeo figlio di Apollo, fu morsa da un serpente velenoso e morì. Orfeo, abilissimo suonatore di lira, discese nell’Ade e grazie al potere della sua musica ottenne da Plutone il permesso di riportare Euridice nel mondo dei vivi, a patto però che non si voltasse a guardarla prima di essere usciti dall’Ade. Orfeo però non riuscì a resistere alla tentazione di vedere se Euridice lo seguisse e voltandosi vide la sua sposa scomparire per sempre. Disperato Orfeo cominciò a condurre una vita solitaria, evitando le donne, ma un giorno incontrò sulla propria strada le baccanti che in preda al furore dionisiaco volevano possederlo; siccome egli si rifiutò venne da queste ucciso e fatto a pezzi. Iconograficamente il racconto è stato affrontato in tre modi: uno illustra la discesa di Orfeo nell’oltretomba; l’altro il momento in cui, voltandosi, perde per sempre Euridice; infine il drammatico epilogo con la morte inflittagli dalle baccanti. Giulio Romano nell’affresco della Stanza delle Metamorfosi, a Palazzo Te, a Mantova, raffigura Orfeo dinanzi a Plutone e Proserpina mentre suona la lira. Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino, nel dipinto Orfeo ed Euridice, rappresenta l’attimo in cui Orfeo ed Euridice stanno per uscire dall’Ade; l’immagine della donna, il cui busto ruota all’indietro, suggerisce il ritorno nell’oltretomba, dove sono ad attenderla Plutone e Proserpina che si vedono sullo sfondo (figura 92). Massimo Stanzione, pittore influenzato dal Caravaggio, nel suo Orfeo e le Baccanti mostra Orfeo caduto in terra mentre le baccanti stanno per infierire su di lui: quella in primo piano sta per trafiggerlo con un bastone appuntito e le altre sono pronte a sferrare colpi di bastone e a lanciargli delle pietre. La struttura compositiva è la tipica “struttura a ventaglio”, con le figure femminili che si avvicinano progressivamente alla figura di Orfeo. PAN E SIRINGA Il dio Pan inseguiva la ninfa Siringa per possederla, ma ella, in prossimità del fiume Ladone, invocò gli dei di trasformarla in canna per sfuggire al suo inseguitore. Così Pan si ritrovò ad abbracciare un fascio di canne che al soffio del vento produssero un suono melodioso; Pan fu così colpito da quel suono che pensò di riprodurlo costruendo con le canne un flauto a cui dette il nome di Siringa. In genere l’iconografia riguarda il momento conclusivo della storia con la figura di Siringa in mezzo a delle canne mentre Pan sta per raggiungerla; accanto a Siringa spesso appare il dio fluviale Ladone, disteso e con il braccio poggiato su un'anfora dalla quale sgorga l’acqua. Jordaens, allievo di Rubens, nella composizione Pan e Siringa dei Musei Reali di Bruxelles usa questo tipo di rappresentazione, aggiungendo la figura di un puttino che reca una torcia, simbolo di passione amorosa riferito a Pan (figura 93). PERSEO E ANDROMEDA Perseo, figlio di Giove e Danae, dopo aver ucciso Medusa (dalla cui testa nacque Pegaso, un cavallo alato poi utilizzato dall’eroe) liberò Andromeda, incatenata ad una roccia come vittima sacrificale di un mostro marino, uccidendo l’orribile creatura. Iconograficamente il tema viene illustrato con la figura di Andromeda che sta per essere raggiunta dal mostro mentre Perseo brandendo la spada si appresta ad ucciderlo. Piero di Cosimo nel dipinto Perseo libera Andromeda, conservato agli Uffizi, dipinge la scena come sequenza temporale: in alto, a destra, Perseo discende in volo; al centro è in piedi sul dorso dell’animale con la spada sguainata; a sinistra la povera Andromeda si dimena in preda al terrore (figura 94). VERTUMNO E POMONA Vertumno, dio delle stagioni si invaghì della ninfa Pomona, che però non era interessata all’amore ma soltanto alla cura dei giardini. Vertumno corteggiò inutilmente la ninfa, ricorrendo a vari stratagemmi, e soltanto quando si presentò a lei con le sembianze di vecchia ottenne una certa attenzione, di cui si servì per farla desistere dal suo isolamento. Quando Pomona sembrava coinvolta dal suo discorso Vertumno si trasformò nel bel giovane che era, facendola innamorare. L’iconografia è caratterizzata da una sorta di “giardino chiuso”, che allude alla inviolabilità del regno di Pomona, dove compaiono oltre ai due protagonisti della storia tante altre figure, che simboleggiano i travestimenti di Vertumno. Il Pontormo nell’affresco della villa Medicea di Poggio a Caiano si rifà a questo genere di composizione, dove seduti sul muretto che chiude il giardino spiccano Vertumno, a sinistra, e Pomona, a destra. ATAIANTA ED IPPOMENE Atalanta era una formidabile cacciatrice, più interessata alla caccia che agli uomini, tuttavia aveva numerosi pretendenti che fecero una brutta fine: Atalanta li sfidò in una gara di corsa con l’intento di concedersi se avessero vinto, oppure di ucciderli se avessero perso. Purtroppo i poveri pretendenti persero la gara e la vita, tranne Ippomene che usò l’astuzia: mentre correvano gettò in terra tre pomi d’oro ed Atalanta non resistendo alla tentazione di raccoglierli perse la gara, e fu costretta a concedersi. L’iconografia più consueta è quella che mostra il momento della corsa con Atalanta che si ferma per raccogliere i pomi, come possiamo vedere nel dipinto di Guido Reni conservato nelle Gallerie di Capodimonte, a Napoli (figura 95). Qui l’azione è sottolineata dal movimento descritto dai manti, che svolazzano in direzioni opposte, suggerendo delle traiettorie diagonali parallele a quelle espresse dalle gambe dei due, che si incrociano. CIMONE E PERO Cimone era un uomo avanti negli anni ed era in carcere in attesa di essere giustiziato; secondo l’uso i condannati non venivano nutriti ed erano perciò destinati a morire d’inedia anzitempo. Ciò non accadde a Cimone poiché sua figlia Pero, andandolo a visitare in carcere, lo nutriva facendogli suggere il latte dal proprio seno. L’iconografia mostra una giovane fanciulla con un seno scoperto mentre un uomo canuto con la barba sugge dalla mammella. Caravaggio nelle Sette Opere della Misericordia raffigura Pero che porge il seno al padre che si affaccia dalla grata della prigione, per simboleggiare una delle opere della misericordia corporale, ossia “dar da mangiare agli affamati” (figura 96). RATTO DELLE SABINE Romolo per risolvere il problema della mancanza di donne, poiché nessun abitante delle città vicine intendeva dare la propria figlia come sposa ai Romani, organizzò una festa al Circo Massimo alla quale invitò il popolo dei Sabini; durante i festeggiamenti le donne degli ospiti furono rapite e i loro parenti cacciati. In seguito i Sabini, per lavare l’onta, ritornarono in forze a Roma ma non poterono fare altro che constatare l’inutilità dell’azione, in quanto le loro figlie si erano innamorate dei loro rapitori. Quella del ratto è una iconografia molto affollata dove il racconto assume una certa teatralità, espressa dalla violenza con cui i soldati romani compiono l’azione e dalla disperata reazione delle vittime. Pietro da Cortona nel dipinto conservato nei Musei Capitolini, a Roma, suggerisce il luogo del rapimento facendo vedere sullo sfondo un obelisco, usato come meta (per conteggiare il numero dei giri compiuti dalle bighe) nel Circo Massimo, ma anche rappresentando la statua del dio Conso, a cui erano dedicati i giochi circensi, disposta accanto al trono di Romolo, colto nell’atto di impartire l’ordine di rapimento (figura 97). A sinistra, vicino ad un bambino piangente, troviamo Ersilia, l’unica donna sposata, rapita per errore dai soldati (Romolo aveva stabilito che dovevano essere rapite solo donne nubili), e che poi diventerà sposa dello stesso Romolo. GIURAMENTO DEGLI ORAZI L’episodio riguarda la contesa tra Roma e la città nemica di Alba Longa, risolta facendo combattere tre romani, gli Orazi, contro tre esponenti della parte avversa, i Curiazi; Roma ottenne la vittoria poiché l’unico sopravvissuto nello scontro fu uno degli Orazi. L’iconografia tipica è quella utilizzata da David nella composizione conservata al Louvre, dove la scena ha uno sfondo scarno, simile a quello di un teatro greco, con un porticato dorico, i cui archi inquadrano tre distinti gruppi di figure: i tre Orazi che tendono le mani; il vecchio padre che solleva le spade; le donne che piangono. BATTAGLIA DI PONTE MILVIO L’iconografia delle battaglie è quella in qualche modo codificata nel mosaico della Battaglia di Isso, conservato nel Museo Archeologico di Napoli, dove l’azione viene descritta con grande efficacia, utilizzando effetti di scorcio, movimenti e un contrappunto ritmico fornito dalle lance che svettano in tutta la composizione. La battaglia di Ponte Milvio, che vide la vittoria di Costantino su Massenzio è una delle tante battaglie dipinte nel corso dei secoli e riassume in sé tutte le caratteristiche tipiche di questo genere. Quella dipinta da Giulio Romano, su cartoni di Raffaello, nella Sala di Costantino mostra il futuro imperatore, sul cavallo impennato, mentre sta per scagliare una lancia contro il nemico mentre intorno infuriano i combattimenti. Le pose sono esasperate, come del resto gli effetti di torsione, e ciò non corrisponde soltanto all’effetto di drammatizzazione ma anche alla connotazione manieristica dello stile con cui ha dipinto l’artista. FATICHE DI ERCOLE Ercole, dopo aver ucciso i propri figli in un momento di follia, venne punito dagli dei che gli imposero di servire il re di Tirinto Euristeo, svolgendo qualsiasi compito gli venisse affidato. Ricordiamo sommariamente le varie fatiche e le iconografie attraverso le quali sono state rappresentate. Ercole e il leone Nemeo Un leone terrorizzava gli abitanti di Nemea e siccome era invulnerabile ai colpi di clava Ercole dovette ucciderlo stringendogli il collo, strangolandolo. La scena mostra Ercole che facendo leva con un ginocchio sul dorso dell’animale ne spalanca le fauci. Ercole e l'idra di Lerna La palude di Lerna, vicino Argo, era infestata da un mostro acquatico che aveva sette teste; Ercole affrontandolo aveva mozzato una delle teste ma con gran sorpresa vide che al posto di questa ne erano cresciute altre due. Chiese l’aiuto del nipote, che con dei tizzoni ardenti bruciò le ferite dell’idra per evitare che spuntassero altre teste, ed in questo modo riuscì ad ucciderla. L’iconografia più diffusa, già in epoca antica, nei rilievi di alcuni sarcofagi, mostra Ercole mentre colpisce con la clava le teste dell’orribile mostro. Così raffigura la scena anche Antonio del Pollaiolo nel dipinto Ercole e l’idra, conservato negli Uffizi, a Firenze. Tuttavia sono presenti anche delle varianti, come possiamo apprendere dal dipinto di Gustave Moreau, famoso pittore simbolista, che illustra il momento che precede lo scontro. Ercole e l’idra sono uno di fronte all’altro e sembrano studiarsi attentamente; ai piedi dell’animale giacciono i corpi delle sue vittime. Ercole e la cerva Cerinea La cerva Cerinea aveva corna auree e zoccoli di bronzo, inoltre era irraggiungibile perché correva ad una velocità incredibile. Ercole la inseguì per un anno e alla fine riuscì a catturarla usando una rete. L’iconografia ricorda molto quella della storia col leone, poiché l’eroe tiene la cerva per le corna puntandole un ginocchio sul dorso. Ercole e II cinghiale di Erimanto Sul monte Erimanto viveva un terribile cinghiale che devastava il territorio e impauriva gli abitanti. Ercole lo spinse verso le nevi catturandolo poi con un laccio; quindi lo portò vivo da Euristeo, che vedendolo si spaventò al punto di nascondersi in una giara. L’iconografia mostra Ercole col cinghiale sulle spalle, mentre accanto da una giara spunta la testa di Euristeo. Ercole e le stalle di Augia Le stalle del re dell’Elide, Augia, non erano state pulite per trent’anni, Ercole escogitò un sistema molto pratico e rapido: deviò il corso di un fiume facendone passare le acque nelle stalle, che così furono mondate. L’iconografia contempla la figura di Ercole che poggiato sulla sua clava osserva lo scorrere delle acque ai suoi piedi. Ercole e gli uccelli del lago Stintalo Il lago Stinfalo era popolato di temibili uccelli, forniti di artigli e becchi di bronzo, con piume appuntite ed avvelenate; Ercole li spaventò con il suono prodotto da piatti di ottone, facendoli così sollevare in volo, per abbatterli con le sue frecce. L’iconografia mostra Ercole che con l’arco teso è pronto a colpire gli animali in volo. Ercole e il toro di Creta Il toro di Creta, che apparteneva a Minosse, era un bellissimo esemplare della sua specie, destinato ad essere sacrificato in onore di Poseidone. Minosse però cambiò idea facendo arrabbiare il dio del mare, che rese il toro furioso; Ercole riuscì a domarlo e a portarlo a Tirinto. L’iconografia è caratterizzata dall’immagine di Ercole che tiene il toro per un laccio, legato al collo dell’animale. Ercole e le cavalle di Diomede Diomede era un re molto crudele che possedeva delle cavalle selvagge le quali si nutrivano di carne umana; ogni qualvolta uno straniero si smarriva nel suo regno veniva catturato e dato in pasto alle cavalle. Ercole riuscì a rubare le cavalle e dopo aver ucciso Diomede le sfamò con il corpo di quest’ultimo, riuscendo a domarle. L’iconografia mostra Ercole mentre tiene per le redini una cavalla, brandendo con l’altra mano una clava. Ercole e il cinto di Ippolita Le amazzoni erano donne guerriere della Cappadocia, la cui Regina Ippolita possedeva un prezioso cinto d’oro che le era stato donato da Ares (Marte). Ercole fu incaricato di rubare il cinto, poiché Euristeo intendeva farne dono alla figlia. Per raggiungere il suo scopo Ercole dovette combattere contro le Amazzoni e uccidere la stessa Ippolita. La scena mostra Ippolita distesa in terra mentre Ercole, in piedi, tira verso di sé il cinto. Ercole e la mandria di Cerione Gerione era un gigante mostruoso, che aveva due gambe, sei braccia e tre teste; possedeva una mandria di buoi che erano governati dal gigante Eu[rizione] e sorvegliati da un cane a due teste. Per poter rubare i buoi, Ercole, dovette prima uccidere Eurizione e il cane, poi visto che era inseguito da Gerione dovette uccidere anche quest’ultimo scagliandogli contro una freccia avvelenata. L’iconografia è di due tipi: una riguarda Ercole che combatte con Gerione, rappresentato con tre teste e che brandisce tre clave; l'altra invece raffigura Gerione disteso in terra mentre Ercole porta via un bue, tirandolo per le corna. Ercole e i pomi delle Esperidi I pomi d’oro erano i frutti di un albero che si trovava in un giardino sacro, sorvegliato da un drago con cento teste, e custoditi dalle ninfe Esperidi, figlie di Atlante, il gigante che sosteneva il mondo, e della Notte. Ercole uccise il drago e riuscì a prendere i pomi che portò ad Euristeo. L’iconografia mostra Ercole ai piedi di un albero attorno al quale è avviluppato il drago. Ercole e Cerbero Cerbero, cane con tre teste e coda di serpente, sorvegliava gli Inferi non permettendo ai vivi di entrare né ai morti di uscire; a Ercole fu affidato il compito di catturare l’animale e di portarlo ad ELiristeo. Disceso nell’Ade l’eroe ebbe il permesso di compiere la sua missione da parte di Plutone che però gli vietò di usare qualsiasi arma; Ercole con la forza delle mani fece perdere i sensi all’animale, potendo così condurlo fuori dagli inferi. L’iconografia mostra Ercole mentre trascina Cerbero tirandolo per una catena legata intorno al collo dell’animale. Il ritratto Il ritratto, come genere, nasce intorno al IV secolo a.C. in Grecia, grazie soprattutto a Lisippo, autore del ritratto ufficiale di Alessandro Magno; si estende in seguito in ambito etrusco e in ambito romano, con aspetti diversi. Il ritratto etrusco, realizzato per scopi funerari, tende a “prolungare” idealmente la vita oltre la morte; quello romano è invece, per così dire, rivolto all’indietro, tende cioè a rivelare nell'immagine presente il tempo vissuto, il passato; per il romano il valore della persona si identifica con la storia, con ciò che ha fatto. Gli etruschi si limitavano ad accentuare fortemente alcuni tratti, come la bocca, il naso, gli occhi, all'interno una struttura tipica, mentre i romani concepiscono il verismo in modo integrale, nel senso che la cruda e talvolta spietata riproduzione del dato fisionomico non viene subordinata ad alcuno schema prestabilito; inoltre, molto più dei caratteri psicologici l’artista cerca nel volto del modello la traccia degli eventi vissuti, ed in questo senso si può dire che la ritrattistica romana si avvicina alla storiografia. È fuor di dubbio che gli artisti si servissero delle maschere di cera che si solevano formare sul volto dei defunti, determinando la tipologia del “ritratto a busto”, sconosciuta all’arte greca. Non è però esatto spiegare soltanto con l’uso delle maschere il verismo della ritrattistica romana dell’epoca repubblicana, che nasce invece dalla attitudine dei Romani a cogliere e tramandare con la maggiore esattezza gli aspetti più contingenti e caratteristici della realtà. Un espressivo documento di questa tendenza è la memoria sepolcrale di Vibo e Vecilia, conservata nei Musei Vaticani (figura 98). Come significato artistico l’opera non può considerarsi eccezionale, ma è comunque assai suggestiva per l’acuta individuazione di quella famiglia di “bravi romani all’antica”, catonianamente austeri e virtuosi. Degna di nota è soprattutto l’immagine di Vecilia, realizzata con un modellato asciutto e con semplici e aspri contorni che definiscono un volto intenso ma privo di attrattive femminili. Nei ritratti di personaggi illustri, come quelli di Pompeo, Cesare, Cicerone, prevale la tendenza ellenizzante, intesa a nobilitare e a comporre in un tutto euritmico i tratti individuali. Sotto questo aspetto è di particolare interesse la ritrattistica augustea specie quella avente per tema Augusto stesso, che fu raffigurato più volte ed in diversi atteggiamenti e funzioni. Una delle opere più rappresentative è la statua loricata di Prima porta, conservata nei Musei Vaticani. In essa è palese il richiamo al canone greco; la figura che ha gli attributi del condottiero e al tempo stesso dell’oratore, è in un atteggiamento di calmo e sicuro dominio. Nel volto la resa fisionomica è al tempo stesso precisa e generalizzata, quasi ad indicare che proprio quella particolare persona assume, per la grandezza storica delle sue gesta, valore universale. Il riferimento al classicismo greco permea in generale gran parte della ritrattistica del II secolo d.C., grazie anche al gusto dell’imperatore Adriano; questo si può vedere nei numerosi ritratti dell’imperatore e del suo sfortunato compagno Antinoo, rappresentato in numerose versioni. A partire dal III secolo si abbandona del tutto l’uso di copiare i greci e nella ritrattistica si delineano nuove forme, tendenti ad accentuare taluni tratti potentemente espressivi, nell’ambito di una rielaborazione semplificata e quasi schematica del volto, come possiamo apprendere dal Ritratto virile o dal Ritratto di poeta tragico (figura 99), entrambi conservati nei Musei Capitolini, a Roma. Anche la pittura, di cui purtroppo abbiamo un numero minore di testimonianze, rispecchia questa tendenza, come dimostra il Ritratto di Paquio Proculo e sua moglie, conservato nel Museo Archeologico di Napoli (figura 100). Questa immagine sembra rivelarci la fatica quotidiana attraverso la quale i due hanno raggiunto la loro agiatezza; per farsi ritrarre hanno assunto delle pose che imitano quelle degli aristocratici: l’uomo stringe goffamente tra le mani un papiro, poggiandolo sotto il mento, mentre la donna porta vezzosamente lo stilo alle labbra, per scimmiottare l’atteggiamento delle gran signore. La conseguenza estrema di questa tendenza espressionistica ci viene testimoniata dalle teste colossali di Costantino e Costante II, conservate nel Palazzo dei Conservatori, a Roma (figura 101). Con l’avvento del Cristianesimo il genere viene di fatto abbandonato e bisogna aspettare il Medioevo per ritrovarlo in alcuni dipinti; spesso però la fedeltà naturalistica è sacrificata ad una esigenza simbolica. Tra le prime opere che testimoniano la ripresa del genere bisogna annoverare il San Francesco dipinto da Margaritone d’Arezzo, conservato nel Museo di Arezzo. È un’immagine rozza ma molto espressiva, che testimonia la ricerca di una certa plasticità. Si deve però a Giotto il ritorno ad una concezione naturalistica e ad un tipo di ritratto che in qualche modo costituisce un modello per gli artisti che lo seguiranno. Il ritratto di Bonifacio VIII, in Laterano e il ritratto di Enrico Scrovegni, raffigurato nella veste di offerente, mostrano i segni della ritrovata fedeltà nei confronti della natura. Nel Quattrocento saranno i fiamminghi a determinare un vero e proprio stile del ritratto, a figura intera, con la descrizione minuziosa dell’ambiente che la contiene, oppure a mezzo busto, con un fondo scuro attraverso il quale usare la luce in funzione costruttiva. I coniugi Arnolfini, dipinti da Jan van Eyck, conservati nella National Gallery di Londra appartengono al primo tipo di ritratto: i due sposi vengono raffigurati all’interno della camera nuziale, dove peraltro compaiono degli elementi che hanno una funzione simbolica, come ad esempio il cane, che allude alla fedeltà, o le ciabatte che richiamano l’intimità, oppure ancora il talamo che simboleggia la passione amorosa, un’unica passione, sottolineata dal lampadario che presenta una sola candela accesa (figura 102). Il Ritratto di Certosino di Petrus Christus, conservato nel Metropolitan Museum di New York, appartiene al secondo tipo di ritratto (figura 103). Il volto, dall’espressione pungente, del monaco emerge nella cocolla della tonaca, che descrive il busto attraverso una forma piramidale, animata dalle diverse direzioni delle pieghe messe a contrasto. La ritrattistica rinascimentale rivela da una lato una tendenza idealizzante mentre dall’altro una ricerca tesa a rendere la psicologia del personaggio rappresentato. Naturalmente il ritratto idealizzato corrisponde ad un carattere celebrativo, mentre il ritratto psicologico corrisponde più a un carattere privato. Inoltre mentre il ritratto idealizzato indaga prevalentemente sull’apparenza del soggetto rappresentato, ossia ne specifica il ruolo di potente o di aristocratico, quello psicologico tende invece ad indagare l’essere, ossia la personalità, il carattere del modello. Il ritratto di Eleonora col figlio Giovanni, dipinto dal Bronzino, rientra nel primo tipo: qui tutto serve ad evidenziare lo status della donna, moglie di Cosimo De’ Medici, a partire dalla posa e dal ricchissimo abito (figura 104). In quest’opera, conservata negli Uffizi, l’artista raffigura i due personaggi in una dimensione che sembra trascendere il tempo, stilisticamente ed espressivamente uniti dal valore fermo della luce e dall’accordo dei colori particolarmente preziosi. Il ritratto di Pietro Aretino, conservato nella Galleria Palatina, a Firenze, rientra nel secondo tipo. Tiziano, che lo ha dipinto, ha cercato di fissare sulla tela non solo la fisionomia del noto poeta toscano ma anche la sua arrogante supponenza, mettendone, così, a nudo l’interiorità. Tuttavia anche in alcuni dipinti a carattere celebrativo è possibile trovare una tendenza all’analisi introspettiva, come possiamo apprendere, ad esempio, nel ritratto di Carlo V a cavallo, conservato nel museo del Prado e dipinto dalla stesso Tiziano. L’imperatore, paludato in una lucente corazza e con lancia, procede lentamente col suo cavallo, ma non ha l’atteggiamento trionfalistico solitamente usato per rappresentare i potenti, rivela invece una inquietudine superbamente sottolineata dal cielo rossastro sullo sfondo. A Venezia, nel Cinquecento, si sviluppa il cosiddetto “ritratto allegorico”, che oltre a raffigurare il personaggio allude a dei significati in maniera simbolica. La vecchia, dipinto da Giorgione e conservato nelle Gallerie dell’Accademia, a Venezia, è il ritratto della madre usato come allegoria della vanitas, un monito su quello che è il destino della bellezza terrena (figura 105). La donna, col volto segnato dall’età, reca in mano un cartiglio dove appare la scritta “col tempo”, chiaro riferimento allo sfiorire della bellezza, spesso causa della vanità femminile. Ella poi è rappresentata al di là di un muricciolo che la separa dallo spazio reale, ossia lo spazio del riguardante, quasi che l’artista abbia voluto così simboleggiare un confine tra la “vita attiva” e la “vita contemplativa”, tra il tempo vissuto e il tempo che resta da vivere. Il Ritratto di donna, detta anche la Dorotea, dipinto da Sebastiano del Piombo, conservato nei Musei di Stato, a Berlino, è invece un'allegoria del ma[trimonio,] come dimostra il gesto della mano destra, riscontrabile in molti dipinti femminili dell’epoca (figura 106). La mano ha il dito indice e il dito medio dischiusi a mo’ di forbice, una sorta di codice figurato che richiama tre fatti fondamentali: l’unione, ossia il matrimonio (il gesto evoca il numero due); il taglio del cinto virginale, ossia la perdita della verginità; il virus viva (il gesto evoca la lettera V), ossia che il ritratto è stato fatto col modello dal vero. Inoltre la donna mostra un canestro colmo di frutti, alludendo ai “frutti dell’unione”, cioè ai figli nati. Per quello che riguarda il ritratto femminile bisogna ricordare che a Leonardo si deve una interpretazione diversa della donna, non più subalterna all’uomo, ma alla pari se non competitiva. Fino ad allora, la donna, era una presenza legata all’umiltà, alla sofferenza votata al sacrifìcio, ma con Leonardo avviene il grande cambiamento: la donna diviene fiera e sicura di sé, non è solo bella ma anche, e soprattutto, intelligente. La Dama con l’ermellino, conservata nel museo di Cracovia, può essere presa ad esempio (figura 107). La donna, che probabilmente è Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, ha lo sguardo rivolto verso l’esterno e rivela un’espressione sicura, trattiene l’animale, che sembra artigliarne il manto con la mano destra, ripetendo l’azione dell’animale stesso. L’ermellino è in genere usato come simbolo di purezza, poiché secondo una leggenda esso muore se la sua candida pelliccia si macchia, ma Leonardo non vuole assolutamente riferirsi a questa simbologia, quanto piuttosto alla selvaticità dell’animale che viene “domato” dalla donna. Nel Seicento il ritratto diviene soprattutto testimonianza di un molo sociale, di ciò che l’individuo ritratto rappresenta nella società. Antonie van Dyck, allievo di Rubens, fissa i canoni della ritrattistica dell’epoca. Egli scopre che il personaggio è anche persona e che il prestigio e l’autorità non precludono il rapporto di simpatia, la comunicazione umana. L’immagine non deve avere nulla di convenzionale o rituale, ma porta naturalmente i segni della propria situazione mondana, senza soffocare la sensibilità e il sentimento. I volti non sono caratterizzati da un’insistenza descrittiva, ma bastano pochi accenni per suggerire una prontezza di reazione psicologica, una attitudine aperta e benevola verso il mondo, quasi ad indicare che al peso dell’ufficialità e alla responsabilità del potere ci si sottopone più per gli altri che per se stessi. L’ambiente è formato da poche cose allusive che assumono il significato di attributi: un plinto o una base di colonna per simboleggiare il “palazzo”; l’angolo di un tavolo per alludere al “pubblico ufficio”; oppure un sommario spunto paesaggistico per richiamare la natura. Il Ritratto di Carlo I a caccia, conservato al Louvre, raffigura il re d’Inghilterra in una posa regale, con accanto due servitori, di cui uno intento a fissare le briglie del cavallo. È un’opera venata di romanticismo che pur rivelando un carattere di ufficialità tende ad attenuarne gli effetti: il re, elegantemente vestito, è pur sempre un uomo e come tutti gli uomini si prende i suoi svaghi. In definitiva van Dyck cerca sempre di far comunicare i suoi personaggi con il riguardante, usa la loro aura di potenza o di nobiltà per renderli simpatici, per avvicinare. Di tutt’altro genere la ritrattistica di Rembrandt che sembra “isolare” i suoi personaggi nella storia segreta della loro esperienza vissuta. Il pittore predilige immagini di vecchi, di uomini che sono già usciti dalla vita sociale e che assomigliano a dei patriarchi biblici. I loro volti recano i segni della quotidiana consumazione della vita, del patire e del distruggersi nel confronto con gli altri, della solitudine come ultima condizione dell’esistenza. Il piccolo dipinto su rame, Ritratto di vecchia in preghiera, conservato nella Residenzgalerie di Salisburgo, riassume l’idea del ritratto di Rembrandt. Molto probabilmente la donna raffigurata è la madre del pittore, colta in atto di preghiera, sdentata e con le mani rugose, usata come allegoria della pietà quale unica arma della vecchiaia. La stessa tipologia caratterizza una delle opere più intense di Giacomo Ceruti, la Vecchia contadina (figura 108), conservato in una collezione privata. Velasquez, vicino in qualche modo a van Dyck, nella ritrattistica sente il valore del “dialogo” con il riguardante, indipendentemente dal fatto che il personaggio del ritratto sia un re, un villano o un pazzo deforme. Per realizzare questo intendimento pone come primaria condizione la rinuncia al giudizio che implica non espressamente il riconoscimento della nostra superiorità o inferiorità rispetto all’altro. Nel Ritratto del Principe Carlos Balthazar a cavallo, conservato nel Museo del Prado, non è tanto il volto del principino a prevalere nella composizione quanto lo scorcio del cavallo, che salta sopra la testa del riguardante, dive[nendo] l’elemento di “comunicazione” tra il fruitore e il giovanissimo cavaliere (figura 109)Anche quando dipinge il Ritratto di Innocenzo X, riesce nel suo intento: quell’uomo dall’aria arcigna e scontrosa, che incarna il simbolo del potere, ci comunica la sua natura di individuo collerico, facendo passare in secondo piano l’aspetto ufficiale della scena (figura 110). L’incarnato rosso, il camauro rosso, la mozzetta rossa, la poltrona di velluto rosso e la portiera, sullo sfondo, rossa non fanno altro che sottolineare il carattere sanguigno di questo Pontefice. Nei pochi ritratti dipinti anche Caravaggio ricerca la comunicazione: i suoi personaggi ci guardano, come il Papa di Velasquez, ma lo fanno con lo scopo di farsi accordare la nostra complicità. Il Ritratto di Papa Paolo VBorghese uno dei capolavori della ritrattistica caravaggesca, conservato nella Collezione del Principe Borghese a Roma, corrisponde ad una immagine rassicurante, quasi modesta nell’interpretare il ruolo di potente. Nel Settecento il ritratto ha i toni galanti e superficiali della vita di corte, come possiamo apprendere dall’opera di François Boucher che è l’artista più rappresentativo del genere, nella sua epoca il Ritratto di Madame Pompadour, conservato nella Alte Pinakotek di Monaco, si impone subito per la raffinatezza esecutiva e per la preziosità dei colori (figura 111). La famosa amante di Luigi XV è mollemente adagiata su un divano e indossa un abito molto sfar[zoso;] intorno tutto ci parla del suo gusto, del suo amore per la letteratura, del suo potere (la lettera, l’anello col sigillo e la ceralacca sul piccolo mobile accanto al divano). In Italia fu Rosalba Carriera, con i suoi delicatissimi pastelli, ad esprimere la svaporata delicatezza della sua epoca; la galleria dei suoi ritratti è estremamente varia e va da altezzosi esponenti della nobiltà a tenere immagini infantili, a giovani popolane rosee e imbellettate come damine. Nell’Ottocento prevalgono caratteri idealizzati e celebrativi dei pittori neoclassici o l’esasperato realismo dei pittori romantici. Jacques-Louis David incarna perfettamente l’aspetto retorico della ritrattistica ufficiale. Il dipinto che rappresenta Bonaparte al San Bernardo, conservato nel castello Charlottemburg, è un esempio illuminante della retorica davidiana. Il futuro imperatore è raffigurato su un cavallo che si impenna, con la criniera e la coda mosse da un vento impetuoso: il gesto è inequivocabile; sta impartendo l’ordine di attacco. Tuttavia in ambito neoclassico esistono anche delle eccezioni, come possiamo vedere nel Ritratto di Monsieur Bertin di Jean-Auguste Dominique Ingres, conservato al Louvre, reso con una forma di realismo così crudo ed efficace che finisce per trasformare il personaggio in una sorta di simbolo della protervia e dell’arroganza della borghesia francese dell'epoca (figura 112). Bertin era un uomo d’affari ed era anche direttore del Journal des Débats, un vero e proprio pescecane del suo tempo e l’artista riesce ad esprimere totalmente questo aspetto: la mole imponente, lo sguardo penetrante, l’espressione accigliata, ci restituiscono l’immagine di un uomo dal quale è meglio stare alla larga. Il realismo della ritrattistica romantica trova il suo culmine nella serie di ritratti di alienati mentali dipinti da Théodore Gericault per il dottor Georget, uno dei pionieri della psichiatria. Ciascuno di questi quadri illustra una diversa condizione psicotica, come ad esempio la cleptomania, o la monomania dell’invidia, e la loro originalità sta nel fatto che la descrizione dell’anomalia mentale ha lo scopo di rappresentare una condizione patologica e non di fornire oggetto di scherno. Il Ritratto di donna con monomania dell’invidia, conservato nel Musée des Beaux-Arts di Lione (figura 113), è forse l’opera più rappresentativa: l’anziana donna ha gli occhi iniettati di sangue, in una faccia sogghignante, così tragica ed orribile da avergli fatto guadagnare l’appellativo di “Iena”. Nella seconda metà dell’Ottocento, con l’avvento della pittura impressionista, il ritratto punta a cogliere “l’essenza” della fisionomia e del carattere del modello. I tratti di pennello con la loro immediatezza conferiscono alle im[magini] una motilità che è indizio di vita, come testimonia il Ritratto di Stéphane Mallarmé dipinto da Edouard Manet, conservato nel Musée d’Orsay a Parigi, oppure il Ritratto di Claude Monet che legge di Auguste Renoir, conservato nel Musée Marmottan, sempre a Parigi. Agli inizi del Novecento, a partire da van Gogh, il ritratto diviene lo spunto di una ricerca ossessiva tesa a rappresentare i moti più profondi dell’animo umano; la somiglianza è solo un pretesto poiché il principale interesse è quello di catturare una visione interiore. Il Ritratto del dottor Gachet, dipinto da van Gogh, conservato nel Musée d’Orsay, esemplifica chiaramente questa visione (figura 114). L’uomo seduto ad un tavolo ha il busto inclinato e poggia la testa sul braccio destro, il cui gomito punta sul tavolo stesso; la sua è una condizione di abbandono, di malinconia, resa non solo attraverso la posa e l’espressione del volto ma anche dal movimento di blu della pennellata, che evoca come un perdersi nel mare dei ricordi. Sulla stessa linea si sviluppa la ritrattistica degli espressionisti che arrivano anche a deformare violentemente l’immagine per poter meglio esprimere il senso di inquietudine o di sofferenza che animano i loro modelli; Ernst Ludwig Kirchner, ad esempio usa un dise[gno] spigoloso, basato sulla linea retta, tendendo a creare un effetto di contrazione delle forme, come possiamo vedere nel Ritratto di Marcella, conservato nel Nationalmuseum di Stoccolma (figura 115). L’immagine è quella di una ragazza dal volto smarrito, caratterizzato dalla enormità degli occhi e della bocca; è nuda e con il corpo è come ripiegata su se stessa, trasmettendoci angoscia e solitudine. Il senso di disagio è come accresciuto dalla mancanza di armonia tra i colori, tanto che i gialli del fondo sembrano balzare in primo piano soffocando il rosa dell’incarnato. L’estrema conseguenza è la dissoluzione dell’immagine, tipica nell’opera di Francis Bacon che arriva a corrompere e trasfigurare i volti dei suoi personaggi. Nel Ritratto di Innocenzo X, replicato in circa quaranta differenti versioni, l’iconografia del famoso personaggio dipinto di Velasquez viene tormentata, corrosa al punto da rendere irriconoscibile l’effigie del Pontefice (figura 116). Il paesaggio Il tema del paesaggio si sviluppa in epoca romana, dove nelle varie composizioni funge da semplice sfondo oppure diventa soggetto principale, come negli affreschi del tablinio della casa di Marzio Lucrezio Frontone, a Pompei, con la rappresentazione di edifici dai grandi porticati disposti in un ambiente collinare. Si tratta di un paesaggio ripreso dal vivo, reso con un effetto di prospettiva centrale, teso forse a testimoniare la ridente posizione dell'abitazione del committente. Esistono tuttavia nell'arte romana anche dei paesaggi fantastici che esprimono il bisogno di evasione e che non indicano luoghi concreti ma luoghi che potremmo definire dello spirito, come testimonia il cosiddetto Paesaggio in controluce, un monocromo con lumeggiature bianche che evoca un’atmosfera irreale (figura 117). In questo ambito spesso accade che la figura umana sia vista in lontananza, dipinta in dimensioni ridotte e resa con pochi tratti di pennello, come è possibile vedere nell'affresco con Ercole nel giardino delle esperidi, nella casa del sacerdote Amandus a Pompei. Nei secoli successivi alla caduta dell’impero romano, il paesaggio come soggetto autonomo scompare quasi del tutto, per poi riaffiorare tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV. La tendenza è quella di idealizzare la natura, con un paesaggio che si allontana sempre di più dalla realtà, una sorta di giardino delle delizie in cui è eternamente primavera. Nasce il cosiddetto “paesaggio idealizzato”, molto diffuso nell’ambito della pittura del gotico internazionale, collegato in genere al simbolismo dell’hortus conclusus (il giardino chiuso che allude alla castità della Vergine). La tavola conservata nello Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte, con la scena di Maria nel giardino del Paradiso, ci offre la testimonianza di questo modo di intendere il paesaggio. Qui, in un giardino cinto da mura merlate, appare la Vergine, colta nell’atto di leggere, come immersa in un tripudio di fiori e di graziose piante abitate da uccellini. Ambrogio Lorenzetti negli Effetti del buongoverno (figura 118), dipinti nella Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena, dava invece una diversa interpretazione del tema. Nella bella descrizione della campagna senese egli rappresenta l’uomo intento a seminare, mietere, trebbiare e a potare viti; oltre a suggerire lo spazio, reso con una bella prospettiva a volo d’uccello, l’artista, rappresentando dei lavori svolti in stagioni diverse, vuole esprimere anche l’idea del tempo, dando vita ad un esempio di “paesaggio temporalizzato”. Nel XV e nel XVI secolo la natura serve spesso a sostanziare una allegoria morale, determinando il modello di “paesaggio moralizzato”. In questo caso il paesaggio è costituito da due parti contrastanti, come una parte autunnale e una parte primaverile, oppure una parte rocciosa e scoscesa e una parte pianeggiante e rigogliosa, a cui corrispondono in primo piano figure che simboleggiano la virtù e il vizio, oppure il sacro e il profano. Possiamo richiamare due opere famose caratterizzate da un paesaggio del genere: la Resurrezione di Piero della Francesca, conservata nel Museo Civico di Sansepolcro, e Amor Sacro e Amor Profano di Tiziano, conservato nella Galleria Borghese di Roma (figura 119). Nell’opera di Piero della Francesca il paesaggio che appare sullo sfondo, a sinistra, riferito alla figura del soldato che si sta risvegliando (simbolo del risveglio della coscienza spirituale), è brullo, mentre quello che appare sullo sfondo a destra, riferito alle figure dei soldati che dormono, è verdeggiante. Nel dipinto di Tiziano il paesaggio sullo sfondo a sinistra, riferito alla figura femminile vestita, è scosceso e reca in alto una fortezza, mentre quello che appare sullo sfondo a destra, in corrispondenza della figura femminile nuda, è tutto in pianura, con un laghetto e una vegetazione rigogliosa. Leonardo inaugura un nuovo genere di paesaggio, reso nei suoi aspetti fenomenici, dove la luce ha un ruolo determinante, quello che possiamo indicare col termine di “paesaggio atmosferico”. La resa della densità atmosferica, che ha l’effetto di sfumare i contorni delle figure, determina una visione dove il paesaggio e la figura sono un continuum, senza stacchi, tesa ad esaltare la natura come madre cosmica di tutti gli eventi che appartengono alla realtà sensibile. Una volta stabilito il principio, che è alla base di questo modo di interpretare la natura, l’artista può anche rivivere il paesaggio nella memoria, riprodurlo cioè in una visione interiorizzata, come accade in genere nella pittura di Giorgione e Tiziano. L’enigmatico dipinto della Tempesta, conservato nelle Gallerie dell’Accademia, risponde perfettamente a questa caratteristica: il pittore evoca l’immagine grandiosa di una natura che sta per esplodere nella furia dei suoi elementi; non si tratta di una natura studiata en plein air ma di una natura rivissuta nell’immaginazione, per catturarne l’essenza (figura 120). La visione atmosferica è anche alla base dei paesaggi di Lorrain, che però studiava attentamente dal vivo le possibilità coloristiche offerte da un paesaggio all’alba o al tramonto. Se confrontiamo la luce del dipinto di Lorrain con la luce dei dipinti di Giorgione o Tiziano possiamo subito renderci conto della differenza; Lorrain è stato poi il primo ad aver posto il sole nel cielo di[pingendolo] in maniera non convenzionale. Prendiamo ad esempio la composizione Veduta dì porto all’alba, conservata nella Alte Pinakothek di Monaco, dove la scena è un pretesto per dipingere lo spettacolo affascinante del cielo che scolora al sorgere del sole, reso come un disco luminoso visto in trasparenza e che si riflette sulla superficie appena increspata dal mare. È inutile dire che se mai abbiamo avuto l’occasione di assistere ad uno scenario del genere possiamo cogliere l’aspetto fortemente realistico della luce di Lorrain. Nel Settecento il paesaggio, con il “vedutismo”, viene per così dire razionalizzato: i luoghi sono rappresentati in modo da essere riconoscibili, con il risultato di privilegiare il valore dell’immagine su quello del significato. Canaletto, Guardi e Bellotto sono gli artisti che mettono a punto, anche se in modo diverso, questo genere di interpretazione. Gli stessi sviluppano il tema del paesaggio fantastico disseminato di rovine classiche, indicato col termine di “Capriccio”, dove nella stessa composizione vengono accostati edifici che nella realtà si trovano in luoghi diversi. Il Capriccio con rovine classiche, ad esempio, dipinto da Canaletto, mostra l’Arco di Costantino accanto a un edificio che ricorda il Pantheon (figura 121). Nell’Ottocento la pittura di William Turner è legata ancora ad una visione atmosferica, ma la luce è intesa come energia che trasfigura la realtà annullandone la concretezza materiale. Turner deve molto alla lezione di Lorrain ma il suo tentativo, peraltro riuscito, è quello di superarla giungendo ad una sintesi estrema, come possiamo apprendere dal dipinto conservato nella National Gallery di Londra intitolato Pioggia, vapore e velocità (figura 122). Il paesaggio di Turner anticipa quello dei pittori impressionisti, dove la natura è colta nell’apparenza legata all’attimo della percezione. Anche nel cosiddetto “paesaggio impressionista” la luce è un aspetto fondamentale, che però si identifica nel colore. Monet, Renoir, Pissarro (figura 123), tanto per citare alcuni nomi, hanno affidato alla luce il compito di catturare la momentaneità del reale. Le “sensazioni colorate” non sono altro che l’espressione pittorica legata ad una visione emozionale della percezione.
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Ben diversa è la concezione del “paesaggio surrealista”, fatto sostanzialmente di immagini ipnagogiche, cioè di immagini che potrebbero essere derivate da uno stato di sonno-veglia. Nell’opera di Dall troviamo scenari lunari, cieli infuocati, oppure siderali dove, nonostante la presenza di strani esseri, predomina un senso di vuoto, come possiamo vedere, ad esempio nel dipinto Reminescenza archeologica dell’Angelus diMillet, conservato nel Salvador Dalì Museum di Saint Petersburg, in America (figura 124). In qualche modo questo carattere visionario era stato anticipato da Hyeronimus Bosch, con i suoi paesaggi apocalittici; Bosch però affolla di figure e di eventi la scena, dove tutto sembra accadere o è già accaduto, mentre Dalì tende a creare un’atmosfera immobile dove tutto deve ancora accadere. In questo senso di attesa possiamo trovare il punto di contatto tra il paesaggio surrealista e il paesaggio metafisico, che trova in Giorgio De Chirico il suo principale artefice. Nelle sue Piazze d’Italia l’artista sembra bloccare il tempo, per creare un attimo di sospensione, preludio di un evento possibile come possiamo vedere in Mistero e malinconia, opera ora in una collezione privata in America (figura 125). Il “paesaggio simbolista”, quale quello rappresentato da Gustave Moreau e Odilon Redon, è animato da una natura misteriosa, a volte aspra e rocciosa, a volte fantasmagorica. La natura descritta da Moreau nella composizione Edipo e la Sfinge, conservata nel Metropolitan Museum di New York, è arida, pietrificata, con un cielo plumbeo, ostile alla vita, mentre quella descritta da Redon nel Ciclope, conservato nel Kroller Museum a Otterlo (figura 126), è un’esplosione di colori che evocano forme indistinte. Il “paesaggio cubista” nasce dall'esigenza di cogliere l’aspetto strutturale esprimendo la natura in una sintesi forma-colore, che richiama il famoso enunciato di Cezanne: “trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono”. Georges Braque nel dipinto II castello a la Roche-Goyon, conservato nel Musée d'Art Moderne di Villenueve d'Ascq, traendo spunto dalla lezione cezanniana, crea un tessuto pittorico fatto di semplici volumi colorati, con il risultato di identificare la forma con lo spazio (figura 127). Possiamo concludere questa breve dissertazione sul paesaggio ricordando il “paesaggio classico”, che ha ispirato una miriade di artisti, compreso il già citato Lorrain, i cui canoni furono dettati dall’Accademia degli Incamminati di Annibale, Agostino e Ludovico Carracci. Il meccanismo che ha prodotto questi canoni è lo stesso usato dagli artisti della statuaria greca del V secolo a.C., che per realizzare una scultura si servivano di più modelli, traendo il meglio da ognuno di essi. Gli spunti per rappresentare la natura andavano ripresi dal vivo e “ordinati”; in questo modo alberi, monti, architetture diventavano gli elementi utili ad individuare i vari piani di composizione. Un esempio ci può essere offerto dal Paesaggio con fuga in Egitto, di Annibale Carracci, conservato nella Galleria Doria Pamphili, a Roma: • i due alberi a sinistra indicano il piano di composizione frontale; • il risalto del terreno a destra ed il bosco a sinistra indicano il piano di composizione intermedio; • il castello, sullo sfondo, il piano di composizione di fondo.
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La natura morta Le origini di questo tema sono antichissime e si fanno risalire alla fine del IV secolo a.C., in ambito ellenistico; si trattava di un tipo di rappresentazione illusionistica, attraverso la quale l’artista poteva dimostrare la sua abilità nel simulare la realtà. Significativo è l’episodio descritto da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, riguardante il pittore Zeusi, che avrebbe dipinto dei grappoli d’uva in maniera tanto fedele da ingannare alcuni uccelli che vanamente cercarono di beccarne gli acini, ma che a sua volta sarebbe stato ingannato allorché cercò di aprire un tendaggio dipinto dal pittore Parrasio. Nella pittura romana la natura morta conserva il suo carattere illusionistico e spesso appare sotto forma di affresco, mosaico, o “quadro appeso” (imita un quadro, con tanto di cornice, appeso alla parete). Il tema sopravvive in forme diverse nel Medioevo, come nella Cappella degli Scrovegni a Padova, dove Giotto dipinge un falso coretto sulla parete dell’arco trionfale, dandoci l’illusione di un vano con volta a croce, dalla quale pende un lampadario. Un altro esempio è quello offerto da Taddeo Gaddi (allievo di Giotto) che nella Chiesa di Santa Croce, a Firenze, dipinse una finta nicchia con patera, pisside e ampolle. Nel XV secolo la natura morta venne utilizzata anche nell’arte dell’intarsio, come possiamo apprendere visitando lo studiolo di Federico da Montefeltro, nel Palazzo Ducale di Urbino, finemente decorato ad opera di Francesco di Giorgio Martini e Baccio Pomelli. Bisogna aspettare però il XVII secolo perché la natura morta acquisti una sua autonomia, come genere, e ciò avviene nella pittura olandese, dove il tema viene sviluppato in scene di diverso tipo: Scene di Mercato, Scene di Cucina, Bodegones, Scene di Cacciagione, Allegorie dei cinque Sensi, Tavole imbandite, Composizioni con fiori, Composizioni con strumenti musicali, Composizioni con libri. SCENE DI MERCATO Questo genere di composizioni hanno come indubbio motivo ispiratore le mutate condizioni economiche dell’Olanda, che avevano consentito un diffuso benessere, con il conseguente incremento della produzione e del consumo dei prodotti alimentari. La scena di mercato è quindi una sorta di celebrazione del momento positivo che la società olandese sta vivendo, ma spesso può assumere un carattere moralizzante. Nei dipinti di Pieter Aertsen, al “trionfo del cibo” si oppone una scena biblica che appare sullo sfondo. La Scena di mercato, conservata nella Alte Pinakotek di Monaco, mostra in primo piano i venditori di un mercato, con la loro merce, mentre sullo sfondo è rappresentato il tema dell ’Ecce homo. In un altro dipinto dello stesso artista, lo Spaccio di carne (figura 128), conservato nell’Universität Kunstsammlung di Uppsala, compare in primo piano una strabiliante varietà di carni, pollame, salsicce, esibita su tavoli, ceste, oppure appesa; in lontananza, in una specie di radura, una donna a cavallo sta offrendo del cibo ai poveri, alludendo ad una delle Sette opere della Misericordia. Il nipote di Aertsen, Joachim Beuckelaer, abbandona il carattere moraleggiante a favore di una visione tutta profana, in cui i prodotti alimentari esibiti sembrano, per la loro abbondanza ed invadenza, sommergere la figura umana, come possiamo vedere nella Venditrice con frutta, verdure e pollame, conservata nello Staatliche Kunstsammlungen di Kassel (figura 129). SCENE DI CUCINA Le scene di cucina hanno una grande affinità con quelle di mercato, mentre queste ultime palesano l’aspetto della commercializzazione dei prodotti della terra, le prime evidenziano la prosperità del committente, la sua agiatezza economica. Tuttavia è possibile trovare anche in questi dipinti dei significati moralizzanti, come nella Scena di cucina dei Musei di Stato di Berlino, dipinta da Joachim Uytewael. In un interno troviamo sparsi sul pavimento dei pesci, della frutta e della verdura, mentre appesa oppure disposta su dei banchetti fa bella mostra di sé della cacciagione. Notiamo che sulla destra due servi stanno amoreggiando; questo fatto sostanzierebbe il simbolismo erotico che, secondo la tradizione olandese, veniva associato al pesce o alla carota, intesi come simboli fallici; sullo sfondo invece troviamo la rappresentazione di Lazzaro e il ricco Epulone. A questo punto il messaggio che l’artista ha voluto dare appare piuttosto chiaro: il cibo e il sesso se vissuti smodatamente, come piacere, conducono alla perdizione e cioè all’inferno, come avverte l’episodio narrato dal Vangelo di San Luca (bisogna ricordare che Epulone fu condannato alla pena dell’inferno per aver negato del cibo a Lazzaro e averne provocato la morte). BODEGONES In Spagna la pittura di Pieter Aertsen e Joachim Beuckelaer ebbe notevole influenza determinando un genere definito con termine Bodegones, per indicare la rappresentazione di interni di botteghe con esposizioni di merci. Non è raro trovare all’interno di questo genere di composizioni dei simbolismi che riconducono il tema profano in un’orbita di sacralità: sono i cosiddetti bode[gones] a lo divino, a cui Velasquez dette un impulso piuttosto forte. La Vecchia che cucina due uova, conservato nella National Gallery di Edimburgo, è uno degli esempi più famosi (figura 130). Qui l’azione è bloccata nel suo svolgersi: la donna, nell’atto di friggere due uova, si ferma come all’improvviso, tenendo sollevato il mestolo col quale stava cucinando, come se fosse apparso qualcuno (la donna guarda fuori campo, verso sinistra), e allo stesso modo reagisce il ragazzo che reca una fiasca di vino e un melone (il suo sguardo è però diretto verso il riguardante). La raffigurazione alluderebbe all’arrivo della Maddalena in casa di Marta per recare la notizia che Cristo è presso di loro; quindi mentre lo sguardo della donna rivelerebbe la presenza della Maddalena, quello del ragazzo richiamerebbe la presenza di Cristo. Questo genere di composizione rientra nell’ambito del tema “natura morta” per il modo realistico, lenticolare, con cui sono indagati tutti gli elementi del genere. Velasquez amava moltissimo realizzare composizioni di questo tipo e questo si evince anche da una sua famosa affermazione: “Preferisco essere il primo nel quotidiano che il secondo nel sublime”. SCENE DI CACCIAGIONE Le nature morte con cacciagione sono allegorie della condizione di privilegio del committente. A differenza del periodo medievale, dove ogni libero cittadino aveva il diritto di praticare la caccia, a partire dal XV secolo questa diventa esclusivo appannaggio dei principi e degli aristocratici. Il bellissimo dipinto di Willem van Aelst, Natura morta con volatili abbattuti e strumenti da caccia, conservato nei Musei di Stato di Berlino, risponde a questo significato (figura 131). È possibile però trovare anche in questo genere di composizioni un simbolismo, legato alla vanitas, come ad esempio nella Natura morta di uccelli del Maestro di Hartford, conservato nella Galleria Borghese. I volatili, appesi o distesi in terra, con i loro variopinti piumaggi sembrano richiamare il senso della caducità della vita, come testimonia la presenza della civetta, unico volatile vivo, tradizionalmente legato a Minerva, e quindi simbolo della saggezza, ma anche attributo del sonno e quindi della morte. ALLEGORIE DEI CINQUE SENSI Un altro aspetto della natura morta è relativo alla rappresentazione allegorica dei cinque sensi, dove tutti gli oggetti dipinti hanno il compito di evocarli. La composizione di Jacques Linard I cinque sensi, conservata a Strasburgo nel Musée des Beaux-Arts, mostra un vaso di fiori che allude all’olfatto; uno spartito musicale che simboleggia l’udito; dei frutti che richiamano il senso del gusto; uno specchio e un dipinto che alludono alla vista; delle carte da gioco, un borsellino e una scacchiera per simboleggiare il tatto. TAVOLE IMBANDITE Quello delle tavole imbandite è uno dei modi più ricorrenti con cui viene affrontato il genere della natura morta, forse anche quello più appagante da un punto di vista della resa illusionistica. Frutta di stagione, frutta secca, dolci, formaggi, bottiglie di vino, ornano tavole ricoperte da ricche tovaglie, ma quello che sembra in apparenza magnificare l’opulenza della società contemporanea spesso nasconde un significato simbolico legato al motivo religioso. Prendiamo ad esempio la Natura morta con pane e dolciumi di Georg Fiegei, conservata nel Museo di Francoforte (figura 132). A prima vista la composizione appare come un tripudio di squisitezze, come fichi canditi, zucchero candito, pane bianco, vino. Notiamo però che alcuni elementi della confetteria suggeriscono, nella loro forma, la lettera A e la lettera O, ossia la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco Alfa e Omega, che secondo l’Apocalisse fanno riferimento a Dio quale principio e fine di tutto. Il calice col vino e il pane sono simboli eucaristici, mentre la farfalla che troviamo posata sui dolci, in alto a destra, con le ali impolverate di zucchero a velo, è da epoca antichissima simbolo di Psiche, e quindi dell’anima, alludendo alla Resurrezione, dal momento che si libera della crisalide, apparentemente morta, rinascendo a nuova vita. Il riferimento religioso del dipinto è poi confermato dalla presenza della croce, formata dal pane e dal pezzo di zucchero che vi è poggiato sopra, come possiamo vedere in basso a sinistra. Il simbolismo religioso può essere anche espresso in composizioni in cui la frutta è associata alla presenza di un pappagallo e di una mosca, o di un pappagallo e di un topo, come nella Natura morta con dessert di Georg Flegel, conservata nella Alte Pinakothek di Monaco, o nella Natura morta con pappagallo nano, del medesimo autore, conservata nei Musei di Stato di Berlino. In entrambi i dipinti Fiegei esprime simbolicamente la caducità dell’uomo, diviso nella lotta tra il bene (il pappagallo) e il male (il topo o la mosca). Floris van Dijck fu forse il più famoso dei pittori che si dedicarono al genere delle tavole imbandite, e spesso anche le sue opere richiamano un simbolismo di carattere religioso. Prendiamo la Natura morta del Frans Hals Museum, ad Haarlem, dove su una tovaglia di damasco rossa fanno bella mostra di sé frutti, formaggi, pane, un calice di vino rosso, uva e perfino noci (figura 133). Anche se a prima vista quello che balza
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agli occhi è il “lusso alimentare” scendendo nel particolare scopriamo un significato diverso rispetto alla apparenza. Il formaggio, ad esempio, è il cibo del digiuno protestante, mentre il pane e il vino sono simboli eucaristici; l’uva bianca e l’uva nera alludono alla Passione e alla Resurrezione; la mela è il simbolo del peccato originale; la noce, che è spaccata, secondo la simbologia stabilita da Sant’Agostino, richiama la croce nella durezza del guscio, il divino corpo di Cristo nel gheriglio e la natura umana del Cristo nel mallo. COMPOSIZIONI CON FIORI Le composizioni con fiori erano già apparse come soggetto secondario in molte composizioni del XV secolo (van Eyck, Memling, Maestro di Flemalle), per lo più con significati allegorici mariani (la castità di Maria oppure l’umiltà). Nel Seicento il vaso con fiori diventa un soggetto autonomo, che secondo Karel van Mander, pittore e scrittore olandese, avrebbe trovato il suo primo artefice in Lodewijck van den Bosch, di cui purtroppo non possiamo vantare opere. Dobbiamo perciò ripiegare su Atnbrosius Bosschaert, la cui opera più famosa, Vaso di fiori su un davanzale è conservata nel Museo dell’Aja. Il vaso è collocato su un davanzale di una finestra con arco a tutto sesto, da cui si intravede un paesaggio segnato da monti e colline, realizzato con la tecnica della prospettiva aerea. Nel vaso compaiono fiori che fioriscono in stagioni diverse: rose, giacinti, mughetti, tulipani, calendule, viole, anemoni, iris. Jan Brueghel il Vecchio è il primo ad abbandonare il riferimento paesaggistico, iniziando a rappresentare il tema su uno sfondo indistinto, come nel Vaso di fiori, con monete, conchiglie e un gioiello, dipinto nei primi anni del Seicento per il Cardinale Federico Borromeo (figura 134). La presenza di elementi che richiamano la tattilità (le monete, le conchiglie e il gioiello) uniti agli elementi che richiamano l’olfatto (i fiori) potrebbero fare di questa composizione una allegoria dei sensi. In alcune opere assieme ai fiori compaiono, in contrapposizione simbolica, una farfalla (il bene) e un sauro (il male); in questo caso la natura morta è usata come allegoria della “vanitas”, ossia della caducità dell’esistenza. La natura morta del Maestro di Flartford, conservato nella Galleria Borghese a Roma, mostra un vaso di fiori accanto al quale, in basso a destra, sono due sauri (che sembrano fronteggiarsi), mentre in alto, sopra i fiori, volano delle farfalle. COMPOSIZIONI CON STRUMENTI MUSICALI Il tema della natura morta con figure e strumenti musicali era già stato affrontato da molti artisti nel Quattrocento e nel Cinquecento, basta il Concerto campestre di Giorgione per testimoniare il vertice raggiunto in questo genere di opere. La rappresentazione di soli strumenti musicali ha uno scenario tutto italiano, dominato dal pittore bergamasco Evaristo Baschenis. Egli proveniva da una famiglia di pittori, divenne prete, ma per tutta la vita accanto all’ufficio religioso esercitò il mestiere di artista, dipingendo le sue nature morte per committenti aristocratici, cultori e appassionati di musica. Nessuno prima di lui era riuscito a rendere la tattilità di strumenti musicali in maniera così convincente, descrivendoli nei minimi particolari; interpretare però le sue composizioni come semplice omaggio all’arte della liuteria sarebbe limitativo. Infatti dietro questi bellissimi oggetti si cela un significato, derivato dal trattato De Musica di Agostino, secondo il quale le tonalità musicali percepite dai sensi farebbero riferimento a Dio. Bisogna inoltre ricordare che, dal Medioevo in poi, alla musica furono attribuite funzioni terapeutiche, come risulta dal trattato Summa Musicae, scritto da Johannes De Muris nel XIV se[colo,] in cui si afferma che la musica ha un potere curativo, soprattutto per quei mali generati dalla malinconia e dalla tristezza. L’umore malinconico, in ambito antico, era associato al segno zodiacale dello scorpione e spesso in alcuni dipinti di Baschenis, insieme agli strumenti musicali compare un mappamondo dove viene evidenziato questo segno, confermando il simbolismo a cui abbiamo testé accennato. Un esempio di questo genere lo possiamo trovare nella Natura morta con strumenti musicali, conservata nel museo di Colonia (figura 135). COMPOSIZIONI CON LIBRI Con la diffusione della cultura universitaria, iniziata nel XIII secolo, il libro perde il suo carattere di sacralità (ricordiamo che la produzione libraria era al servizio della teologia), e con l’avvento della stampa diventa un mezzo democratico per diffondere la cultura. L’atteggiamento dei conservatori nei riguardi del fenomeno era piuttosto critico, poiché vedevano nella diffusione del libro un pericolo, una sorta di miccia a lenta combustione che rischiava di far saltare la cultura dominante. Nascono così delle rappresentazioni in cui i libri assumono un significato negativo, divenendo sinonimo di Vanitas. Per questo motivo vengono dipinti con le copertine lise e le pagine accartocciate, corrosi dall’usura del tempo. Un bel[l’] esempio ci viene offerto dalla Natura morta con libri, di un anonimo artista spagnolo, conservata nei Musei di Stato di Berlino, dove accanto al libro compare una clessidra, simbolo dell’inesorabile trascorrere del tempo (figura 136). Lo scrittore Robert Burton nel libro Anatomia della malinconia scriveva: Abbiamo già un caos e una confusione di libri che vanno oltre misura; i libri ci opprimono, la lettura ci ferisce gli occhi, e a furia di sfogliarne le pagine le dita ci fanno male. Frasi che edite nel 1621 testimoniano la considerazione negativa data al crescente interesse per la lettura. COMPOSIZIONI CON SCENE DI BOSCO Questo genere fu meno praticato rispetto a quelli che abbiamo già citato; gli artisti rappresentavano piccole porzioni di sottobosco, rendendole in ogni piccolo dettaglio: funghi, fiori, rospi, rane, insetti costituivano un microcosmo sconosciuto ed interessante, utile a stimolare la curiosità del riguardante. Otto Marseus van Shrieck fu il principale artefice di questo tipo di pittura, seguito da Rachel Ruysch sua allieva prediletta. La composizione con Fiori sul tronco, della Ruysch e conservata nel Museo di Kassel, ci offre lo spunto per analizzare il tema. L’artista mostra un ceppo inaridito, attorno al quale si avvolgono fiori di diverso genere, come gigli, rose, convolvoli; intorno sauri, rospi, insetti sono impegnati in combattimenti che sembrano simboleggiare la quotidiana lotta per la sopravvivenza, tutti indagati con la sapienza di un zoologo e di un entomologo. COMPOSIZIONI CON FIORI E IMMAGINI SACRE E il caso più singolare di natura morta, dove una immagine sacra, in genere riprodotta all’interno di una cornice, è circondata da serti di fiori a ghirlanda, che hanno una valenza simbolica. Daniel Seghers, allievo di Jan Bmeghel il vecchio, fu uno degli artisti che con successo si dedicarono a questo genere. La sua era una pittura dai toni brillanti, e i suoi fiori hanno una luce interna, non sono cioè soggetti ad una fonte di luce esterna ma sembrano emanarla essi stessi; la luce quindi è usata in funzione espressiva e non costruttiva. In genere l’artista realizzava i suoi dipinti servendosi della collaborazione di un altro pittore al quale affidava il compito di dipingere le immagini sacre, mentre a se stesso riservava la decorazione floreale. Alcuni esempi di riferimento sono: • il dipinto Ghirlanda di fiori con Madonna e Bambino, eseguito assieme ad Erasmus Quellinus, conservato nella Pinacoteca Vaticana; • la Ghirlanda con Madonna e Bambino, eseguito con la collaborazione di Cornelius Schut, conservato nel Museum Voor Schone Kunst di Gent (figura 137). Il nudo Il nudo come tema nasce nel Paleolitico superiore, legato al rituale magicoreligioso, ne possiamo avere un esempio nella famosa Venere di Willendorf (figura 138) conservata nel Naturhistorisches Museum di Vienna, ma è con i Greci che acquista un significato legato all’estetica. I Greci collegarono la rappresentazione del corpo all’ordine razionale focalizzando l’idea di bellezza in un sistema di proporzioni. Le maggiori testimonianze del nudo ci sono offerte dalla scultura, essendo la pittura del tutto perduta, ma la diffusione del tema nell’arte vascolare, che ne ripete le iconografie, prova la sua importanza. All’inizio il nudo fu soltanto maschile, ispirato a quella emozione sublime che i giovani nudi in palestra potevano suscitare secondo la cultura del V secolo a.C., poi in epoca relativamente tarda compare il nudo femminile. A quest’ultimo si arriva gradualmente, facendo prima intravedere parti del corpo con l’ausilio del panneggio a piega bagnata, come testimoniano le Cariatidi di Alcamene nell’Eretteo dell’Acropoli Ateniese. Il nudo non serve soltanto ad esprimere sensualità ma anche ad esaltare le tensioni che animano il corpo in movimento oppure la vulnerabilità alle sensazioni e alle emozioni, come dimostrano due opere memorabili: il Discobolo di Mirone e il Laocoonte di Aghesandro, Atanadoro e Polidoro. Del nudo dei Romani, che derivarono le loro interpretazioni dai modelli greci, abbiamo consistenti testimonianze pittoriche che si estendono all’eros più basso della pornografia, visibili negli affreschi dei lupanari di Pompei. Con la caduta dell’impero il nudo scompare per riapparire nel Medioevo con scene che ri[guardano] il Giudizio Finale, nelle immagini dei risorti che devono essere giudicati e dei dannati condannati a patire le pene dell’inferno. In questo ambito il nudo acquista il significato di anima spogliata dagli orpelli della mondanità; da questo simbolismo più tardi si svilupperà la contrapposizione tra figure nude, che incarnano la bellezza assoluta e la castità, e le figure vestite, che riflettono i capricci e la transitorietà del mondano. Nel Medioevo il nudo serve anche ad esprimere il peccato, come dimostrano i capitelli e le facciate delle chiese romaniche e gotiche, spesso nella tipologia ostensiva dei genitali che si collega al tema della lussuria. Nel Quattrocento il nudo torna nelle scene che rappresentano la Cacciata dall’Eden, raggiungendo esiti di grande naturalismo, che può essere esemplato dalla drammatica composizione di Masaccio nella Cappella Brancacci, a Firenze, o dalle opere visionarie di Hyeronimus Bosch, dove il nudo corrisponde sempre ad una umanità corrotta e schiava del peccato. Nel Cinquecento il nudo diviene oggetto di studio per la formazione artistica, confortato da studi di anatomia, e diventa un modo per significare la virtù eroica all’antica, per evocare la bellezza assoluta, la castità o la carnalità. La Venere dormiente di Giorgione, conservata nella Gemäldegalerie di Dresda, corrisponde alla Venere Urania, che simboleggia la castità (figura 139), mentre la Venere di Urbino, conservata agli Uffizi, corrisponde alla Venere Pandemia, che si rifà al significato opposto (figura 140). Nel Seicento il nudo trionfa nelle rappresentazioni mitologiche e in quelle di San Sebastiano trafitto dai dardi dei suoi carnefici, dove alla bellezza del corpo si contrappone la violenza del martirio. Come esempio potremmo ricordare lo splendido San Sebastiano di Jusepe Ribera, conservato nelle Gal[lerie] di Capodimonte, a Napoli. Qui il santo, legato ad un albero e martoriato dalle frecce, ha una espressione estatica che serve ad evocare il contatto col divino. Nel Settecento, secolo di grandi trasformazioni che vede la Francia nel molo di protagonista, il nudo, oltre ad esprimere i tradizionali temi mitologici, testimonia la crescente rilassatezza dei costumi che ha come modello la corte reale, più impegnata nelle attività mondane che nella gestione dello stato. François Boucher dipinge il Ritratto di giovane cortigiana, conservato nel Museo del Louvre, a Parigi, che rappresenta Luisa O’Murphy, amante di Luigi XV (figura 141). La fanciulla, distesa su un letto, rivela le grazie di un corpo invitante che si contrappone all’innocenza del volto; la descrizione ravvicinata dell’ambiente e il disordine rendono molto realistica e coinvolgente la scena. Nell’Ottocento, sempre in Francia, Ingres realizza la Bagneuse di Valpinçon conservata nel Museo del Louvre, a Parigi, e la Grande odalisca, conservata nello stesso museo. Nella prima il nudo femminile è visto di spalle e sembra rivelarsi ai nostri sguardi allo scostarsi di una tenda; la luce proviene dall’alto e avvolge il corpo della donna, soffermandosi sul collo e sulla spalla sinistra, lasciando in penombra tutto il resto. La pesante tenda verde-bmno, in primo piano a sinistra, ha la funzione di quinta che serve a suggerire la profondità spaziale, ossia la distanza che ci separa da quella desiderabile visione (figura 142). La seconda rivela quel sottile compiacimento estetico che spesso allontana l’artista dal dato realistico; la donna, vista di spalle con il volto in direzione del riguardante, ha due vertebre in più, ma questo non deve aver preoccupato Ingres, il quale amava affermare che il rigore scientifico può nuocere alla sincerità del disegno e può condurre ad una banale interpretazione della forma. L’opera suggestiona e seduce per la ricercatezza delle soluzioni cromatiche e riesce a rendere quel senso di dolce abbandono tipico nelle rappresentazioni di donne orientali. Eugène Delacroix, nella Morte di Sardanapalo, utilizza il nudo per dare vita ad un tema storico, quello del re che per sfuggire al popolo in rivolta decise di suicidarsi dopo aver fatto uccidere tutto quello che era servito al suo piacere, come servi, concubine, cavalli e persino cani, per poi bruciare tutto in un enorme rogo. Nella composizione, come ebbero a dire i critici dell’epoca, le donne nude si abbandonano alla morte come se si abbandonassero ad un amante, trasformando la tragedia in una sorta di orgia collettiva. Effettivamente l’opera, conservata nel Museo del Louvre, sembra evocare una vena di erotismo che attenua la drammaticità del racconto. In Spagna Francisco Goya realizza per il ministro Godoy la Maya desnuda, conservata nel Museo del Prado, che fa rivivere il tema della Venere Pandemia, con una figura maliziosa e invitante ma tutto sommato meno attraente delle veneri cinquecentesche (figura 143). In Italia Francesco Hayez affronta ripetutamente il nudo femminile, ricorrendo alle storie mitologiche e a quelle del Vecchio e Nuovo Testamento, popolando le sue opere di ninfe, sante, eroine dalle carni vellutate, algide ma
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pervase da un erotismo sottile e inquieto. In Betsabea al bagno, conservata in una collezione privata a Lugo, gli sguardi, le pose e i gesti rispondono ad un compiacimento erotico che forse sfugge in un primo momento ma che poi si precisa con l’osservazione attenta dei particolari. Basta osservare con quale trasporto l’ancella con la brocca guarda Betsabea e con quale delicatezza l’altra tiene il piede della sua padrona, mentre le allaccia il sandalo. Gustave Courbet lega il nudo alla provocazione e allo scandalo, quando realizza Pigrizia e lussuria, oggi conservato nel Museo del Petit Palais, a Parigi (figura 144). L’opera mette in scena una rappresentazione di lascivia lesbica, dove due donne si abbracciano distese su un letto. La provocazione raggiunge l’acme con l'Origine del mondo, dove raffigura il particolare dell’organo sessuale femminile in primo piano. Nel Novecento il nudo diventa anche un pretesto per la ricerca volta alla semplificazione delle forme, che usa come modello di riferimento la scultura arcaica, quella africana in particolare. Lo dimostra ad esempio Picasso con le sue Demoiselles d’Avignon, conservate nel Museum of Modern Art di New York (figura 145). L’opera, che aveva come titolo originale “Il bordello filosofico”, rappresenta le donne di una casa di tolleranza di me d’Avignon; qui ogni pulsione erotica viene bandita e quei corpi sono un campo di sperimentazione che preannuncia la scomposizione cubista. Con Modigliani il nudo, come scriveva Claude Roy, è il più nudo dei nudi, perché riesce ad esprimere anche un’interpretazione psicologica; è un nudo sensuale senza però essere mai morboso o volgare. Come esempio possiamo citare il Nudo rosso, conservato in una collezione privata, una figura femminile sdraiata che esprime un senso di voluttuoso abbandono (figura 146). Di carattere completamente diverso è il nudo di Egon Schiele, che ricerca una sensualità morbosa nei corpi acerbi di adolescenti, dove l’eros non è mai evocato in maniera gioiosa quanto piuttosto come colpa, con il risultato di drammatizzare il tema. È una visione legata alla storia personale dell’artista che giovanissimo vive una relazione incestuosa con la sorella e più tardi subirà un processo e un arresto per corruzione di minorenne. I suoi nudi sono resi con un linearismo nervoso, con pose spesso contorte e qualche indumento che serve da contrasto alla nudità. La composizione intitolata Amicizia, conservata in una collezione privata, riassume in maniera immediata il linguaggio di Schiele, con le immagini di due corpi smagriti e saldamente avvinghiati (figura 147). Otto Dix, uno dei maggiori esponenti della Nuova oggettività in Germania, lega il nudo in prevalenza al tema del bordello e dell’amore mercenario. I suoi nudi, che spesso mostrano corpi in decadenza, sono la negazione dell’eros, ed evocano un senso di grottesco, quasi che l’artista si proponga un intento moralizzante. Le Tre donne, conservate nella Galerie der Stadt di Stuttgart, rappresentano tre tipologie femminili prive di qualsiasi attrattiva, hanno ventri gonfi, seni piccoli o cadenti, corpi sovrabbondanti od ossuti. Il Surrealismo trova il maggior interprete del nudo in Salvador Dalì, con opere sospese tra l’evocazione del desiderio e la paura di non poterlo soddisfare, adombrando il problema dell’impotenza. La composizione intitolata Vergine autosodomizzata dai corni della propria castità, conservata in una collezione privata, è una tra le più singolari (figura 148). La scena mostra una ragazza dai lunghi capelli biondi, vista di spalle, poggiata con le braccia al davanzale di una finestra, circondata da forme che ricordano il corno di un rinoceronte, che può essere interpretato anche come simbolo fallico. Dalì, parlando di questa opera, affermò che il corno di rinoceronte vuole richiamare il simbolismo del liocorno, che tradizionalmente allude alla castità ma che in questo caso diventa l’elemento che attenta le virtù della fanciulla. Sempre nell’ambito del Surrealismo spicca il nudo di Man Ray, che si serve della fotografia e dà vita ad una delle opere più originali della sua produzione, Le Violon d’Ingres, un omaggio alla Bagneusedi Valpingon che con l’aggiunta di due chiavi di violino vuole evocare nella sagoma del corpo femminile la cassa armonica di uno strumento musicale (figura 149). Un discorso a parte merita l’interpretazione di Tamara de Lempicka, che deriva la sua figurazione dalla lezione del Bronzino, di Ingres, con contaminazioni cubiste. Gilles Néret in un saggio sull’artista ha reso con poche parole le sensazioni evocate dai suoi nudi: A guardare le donne di Tamara si sente come uno schiaffo; tutta la superbia del loro portamento, ovvio che sono interessate all’amore, o magari al sesso, ma guai al partner che mostrerà la minima debolezza, sono donne che non hanno ormai niente da spartire con le Veneri che nel corso di tutta la storia dell’arte si sono divise l’onore di apparire su una tela. Tamara inventa un prototipo di donna liberata, consapevole di sé e aggressiva, come possiamo vedere ad esempio nel Gmppo di quattro nudi femminili, conservato in una collezione privata (figura 150). La Pop Art usa il nudo come affermazione della libertà sessuale associandolo ai prodotti della società consumistica e tra gli artisti che praticano il tema si distinguono Tom Wesselmann e Alien Jones. Il primo dipinge figure a colori piatti, spesso senza volti, accostate ad elementi tratti da manifesti pubblicitari, come possiamo apprendere dalla composizione intitolata Grande nudo americano, conservata nella Mayor Gallery a Londra, dove in primo piano troviamo immagini di frappè e di gelati. Il secondo ancora più esplicito e provocante dipinge immagini ad alto tasso erotico, senza volto come Wesselmann, connotate dalla presenza di simboli fallici. A titolo esemplificativo possiamo ricordare l’opera Senza titolo, conservata in una collezione privata, che mostra un corpo femminile ripreso frontalmente, attraversato in verticale da una striscia di colore rosso che richiama la sagoma di un pene. Le opere citate risalgono agli anni Sessanta e a una società ancora legata al principio della censura, oggigiorno con la liberalizzazione dei costumi e con il bombardamento dei media il nudo ha perso il suo carattere eversivo e come tema nella pittura compare raramente.