Le arti belle in Toscana da mezzo secolo XVIII ai dì nostri
Autore: Saltini, Guglielmo Enrico - Editore: Le Monnier - Anno: 1862 - Categoria: critica d'arte
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AVVERTIMENTO.
Da molto tempo si lamenta mancare all’Italia una compiuta storia delle arti belle, che nello svolgimento dei fatti e nel modo estetico di considerarli nulla lasci a desiderare. Ma per dar mano a questa grande opera, bisognava raccogliere da ogni parte nuovi documenti e memorie, le quali appurando e correggendo le molte ma non sempre sicure che già possedevamo, spargessero lume dove rimaneva ancora tanta incertezza. Meglio chiarire la esposizione dei fatti, sarebbe stato appianare la via in molte parti; laonde a ciò s’intese in quest’ultimi trent’anni, e con molto ardore, dagl’Italiani e dai forestieri. E oggi i nuovi documenti resi di pubblica ragione, e le studiate monografie di quegli artisti e di quelle opere, che abbisognavano di più sicure testimonianze, danno frutti utilissimi e non isperati. Molte vecchie strane credenze, molte vane superstizioni, molti fallaci giudizi si posero da parte, e vennero messi in sodo nuovi argomenti dei quali l’estetica saprà quando che sia vantaggiarsi, e già incomincia a farlo. Ancora qualche passo di più e poi invocheremo dalla Provvidenza un forte ingegno, che appropriatesi le moltiplici ricerche, gli studj indefessi, i lavori utilissimi fatti fin qui, sappia cavarne un libro degno della nazione italiana. Allora i sani e veri principii sui quali riposa il risorgimento delle arti nostre,
non saranno più tema controverso e combattuto; ma saldi dogmi di quella nuova civiltà, che sorta col Cristianesimo quando si diradarono le tenebre del medio evo, alla realità materiale messe avanti l’idea, al disonesto servaggio la libertà e l’eguaglianza, e trionfò delle tradizioni pagane colla fede e col sentimento. Allora appariranno manifeste le cause certe dello scadere dell’arte dopo Michelangiolo, della totale sua rovina nel cominciare del passato secolo, e dei primi passi, se non bene sicuri almeno belli e generosi, che poi uomini di alto intelletto impressero sul suo sentiero. La natura dei tempi e l’indole dei nuovi studj ci faranno comprendere d’onde nasca la presente luce delle arti belle, e dove vadano a parare le voglie in questo lungo e fiero cozzo d’idee, che i meno savi deridono, e i più seguono trepidando, perchè sanno doverne uscire la ragion d’essere di un periodo venturo. Lo studio della civiltà di un popolo comprende intiero e sotto ogni aspetto quello del suo sapere, e la storia artistica, scientifica e letteraria sono l’ultima e più vera esplicazione della sua vita.
Non pertanto questa presente istoria delle arti nostre, che quasi ci vedemmo svolgere sotto gli occhi, o perchè sembrassero vietarlo rispetti di civile comunanza, o perchè il tema non fosse creduto importante com’è di fatto, o perchè sia costume degli uomini stimar meno e meno darsi pensiero di ciò che più gli tocca da vicino; non solo manca intieramente all’Italia, ma anche ci fanno difetto le memorie, che pure saremmo in debito stretto di tramandare con le opere ai figliuoli. Chè se questo rimprovero va senza restrizione di sorta ad ogni parte della penisola, molto più grave convien farlo a Firenze e alla scuola toscana, la quale, spero non vorrà negarmelo alcuno, tiene anch’oggi il primato sopra d’ogni altra italica. Non chiediamo già ai cultori di questi studj la storia dell’arte del tempo nostro,
perchè se furon sempre da tenersi in poco conto le istorie contemporanee politiche e letterarie, peggio assai sarebbe di queste artistiche; ma si domandano raccolte di fatti e di date, cronache fedeli insomma, che riescano guida sicura a chi dovrà lavorare dappoi.
Tutto quanto si racconta in questo libretto intorno ai principali architetti, scultori, pittori e incisori toscani, che sono stati da mezzo il secolo XVIII ai dì nostri, può dirsi presso che nuovo, ben poco trovandosene nei libri. Ma comunque la brevità del tempo che ci fu assegnato (poco più di un mese), sia scusa sufficente appresso i saggi e i discreti del poco che abbiamo detto e delle mende che ci fossero uscite dalla penna; non paghi dell’opera nostra faticosa, consentiamo a darla in luce, solamente perchè ci stringe la inchiesta di far conoscere in qualche modo l’arte odierna toscana alla grande Inghilterra, che ne ha ospitato alcuni saggi nel palazzo della Esposizione Internazionale di Londra, insieme con quelli delle altre province italiane e delle nazioni sorelle.
DELL’ARCHITETTURA.
Quali fossero le condizioni di quest’arte nobilissima in Toscana intorno alla metà del secolo passato, lo dicono chiaro due monumenti allora inalzati; l’arco di trionfo fuori la porta a San Gallo, eretto nel 1739, quando Francesco II di Lorena veniva a Firenze per raccogliervi l’eredità medicea, e la facciata della chiesa di San Marco fatta nel 1777. Il primo è una poco lodevole imitazione di quello costantiniano di Roma, con l’aggiunta di goffi ornati di stranissime fogge; la seconda barocca nell’insieme e nel disegno scorretta, non ha altro pregio tranne la tenacità della materia, la quale benché sia un composto di calce, anch’oggi dura saldissima. Vero è che ambedue queste opere non sono fattura di toscani, dovendosi la prima all’architetto lorenese Giadod, e la seconda ad un frate carmelitano di Rimini, per nome Giovacchino Pronti; ma le abbiamo per ciò ricordate, chè l’aver ricorso a costoro poco abili, fa dubitare seriamente si avessero in poca stima gli architetti del paese.
Laonde se fin qui, senza tener conto delle antiche tradizioni, senza nemmeno degnare di uno sguardo gli stupendi monumenti dei bei tempi dell’arte nostra, o interpretandone male a proposito il significato e lo stile, parve l’architettura durante il secolo XVII e la prima metà del XVIII scadere miseramente; dopo quel tempo qualche sano intelletto non ancora affatto guastato dalla corruzione universale, tentò riprendere i buoni studj, e questi sforzi, sebbene non sempre avventurati, furono argomento di buon augurio.
Tra quelli che intesero a maggior castigatezza nell’arte, fu
Giuseppe Salvetti fiorentino (n. 1734, m. 1800), che più puro nello stile, più grave e decoroso nelle masse, più conseguente nell’interno spartimento delle sue fabbriche, meritò giuste lodi. La facciata dello spedale di Bonifazio Lupi da lui eseguita in Firenze nel 1787, insieme alla nuova disposizione interiore di quel pio luogo; e la fabbrica non spregevole del Conservatorio di Ripoli, incominciata nell’anno stesso, sono belle testimonianze di gusto e sapere. E che il Salvetti fosse uomo culto e d’imparare amantissimo ce lo dice la ricca collezione che s’era fatta di libri d’arte; i quali, comperati dopo la sua morte dal regio erario, furono il cominciamento della presente biblioteca dell’Accademia fiorentina di belle arti. — Anche Massimiliano Leonardo De Vegni di Chianciano, terra su quel di Siena (n. 1731, m. 1801), fu architetto per iscienza e perizia non meno che per erudizione commendevole. E benchè facesse i principali studj negli stati romani, ove prese stanza dopo la morte del padre, attese assai alle cose toscane, come mostra quel suo bel trovato per dare qualunque figura ai tartari, che si depongono dalle acque termali di San Filippo alle falde del Monte Amiata, non molto lungi dalla via di Roma. Fece egli conoscere che questo tartaro, poteva depositarsi sopra forme di zolfo in modo da assomigliare al marmo pario e ai più duri alabastri. Di questa sua scoperta, che avvivò in quei luoghi una nuova manifattura, tuttora in parte esistente, discorse a lungo egli stesso in una lettera stampala a Bologna nel 1761 e che porta per titolo: Descrizione del Canale e Bagni di San Filippo in Toscana e suoi annessi. Si hanno di lui a stampa diversi altri scritti d’arte, tenuti pregevoli. — Contemporaneo a costoro fu il letterato e architetto Zanobi Filippo Del Rosso (n. 16 dicembre 1724, m. 28 gennaio 1798). Uno dei suoi primi scritti è la Notizia intorno alla vita e agli studj di Giuseppe Ignazio suo padre.
onorato collocamento tra quelli delle fabbriche reali, e molte cose in patria operò. Basti ricordare la scala della Galleria degli Uffizi coi due vestiboli che alla medesima introducono; il così detto Caffeaus nel giardino di Boboli, eretto nel 1776, e dal quale si offre allo sguardo gran parte della sottoposta Firenze e dei suoi contorni; la chiesa de’ Ricci da lui nel 1769 ridotta alla presente grandezza, e in fi ne il convento e l’oratorio di san Firenze dei Padri Filippini, incominciato nel 1772. La facciata di questo convento è d’ordine dorico e dì buono stile, ma non così quella dell’oratorio, che per simmetria gli convenne fare compagna all’altra della Chiesa, miserabile opera eseguita nel 1715 da certo Ruggeri architetto. — Figlio di Zanobi fu Giuseppe Del Rosso (n. a Roma 16 maggio 1760, m. in Firenze 22 gennaio 1831). Condotto fanciullo in Toscana, giovanissimo ancora vi dette saggio del suo sapere nell’arte paterna e della non comune erudizione, rispondendo ad un programma dell’Accademia di Parigi intorno all’architettura egiziana. Dopo il 1791, reduce da un viaggio fatto a Roma per istudio, ebbe in patria l’ufficio di suo padre. Ricorderemo in breve le opere sue principali, come la cappella della Vergine nel duomo d’Arezzo, eseguita nel 1796; il suo maggior altare nella chiesa di Santa Maria Novella di Firenze, inalzato nel 1807, ma nel decorso anno disfatto perchè mal rispondente allo stile severo di quel tempio stupendo; i lodati restauri nella basilica di sant’Alessandro di Fiesole, fotti nel 1814; l’altar maggiore ivi costruito cinque anni appresso, e infine il nostro teatro Goldoni da lui con belle proporzioni eretto nel 1817, là dove prima sorgeva l’antico monastero di Annalena. Ma se il Del Rosso fu tenuto in buon conto siccome artista, assai maggior lode meritò come archeologo. Discorrere qui delle dotte memorie e dei libri che scrisse sopra molti temi di svariata erudizione, non lo concedono i limiti del nostro lavoro; ma chi sa delle cose toscane non le ignora dicerto. — Nè vuol tacersi che aveva intanto operato in Pistoja sua patria, Stefano CIARDI (n. 1748, m. nel maggio del 1818), architetto che amò seguitare e studiare gli antichi esempi. Fu adoperato in più restauri di fabbriche e chiese dal vescovo Scipione de’ Ricci, e per suo comando eresse dai fondamenti nel 1787 il palazzo vescovile di quella città, la cui facciata spartita a pilastri di pietra, con ampia terrazza sorretta da colonne d’ordine dorico è vaga e di buon disegno.
Ma l’uomo d’ingegno vigoroso, che colle fatiche e l’industria seppe emergere dalla oscurità a cui pareva lo avesse condannato la fortuna, fu GASPERO PAOLETTI fiorentino (n. 7 dicembre 1727, m. 19 febbrajo 1813). Dotato da natura di quel gusto squisito che le anime gentili sentono, ma che non s’impara a scuola, appresi da un mediocre architetto gli elementi dell’arte, non pensò che a francarsi dalla imitazione dei suoi coetanei, e a ripristinare lo stile, che i nostri vecchi maestri, in ispecie il Brunellesco e il Palladio eransi formato, studiando bene addentro i vetusti monumenti. Infatti messi da banda gli ornati soverchi e le ridicole fogge, allora in voga, ricondusse nelle opere le buone, belle e pure linee del cinquecento, e presto venne in fama del primo architetto dei nostri tempi. Eretta in Modena la chiesa dei Padri Teatini, che ottenne a fare per gara d’ingegno coi migliori architetti d’Italia; da Pietro Leopoldo I che ne conobbe il sapere, fu ascritto tra i regi architetti, ed ebbe poi cattedra nell'Accademia fiorentina, riformata (1785) sopra più savi ordinamenti. Nel 1773 edificò ai bagni di Montecatini le tre principali fabbriche, oltre il regio palazzetto, cioè le Terme Leopoldine, locale grandioso con portico a colonne di travertino, stanze pei bagni riscaldati, e docce, e sale di consultazione pei Medici; il Bagno Regio, elegante fabbricato ridotto poi ad uso di ospedale, e il cosi detto Stabilimento del Tettuccio, che comprende il gran cratere, donde scaturiscono le acque purgative. Contemporaneamente fece il nostro architetto i due cortili alla Real Villa del Poggio Imperiale in prossimità di Firenze, e nel 1776 dette il disegno per la sala degli stucchi nel palazzo dei Pitti; ed ivi anche incominciò quella nuova parte di fabbrica che risponde sul giardino di Boboli ed è chiamata della Meridiana, una delle cose sue più stimate, e da paragonare solamente a quelle dei migliori tempi dell’arte. Fece poi nel 1779 il disegno della famosa sala della Niobe per la Galleria degli Uffizi, ed è infine sua lodata fatica la riduzione del soppresso ospedale di S. Matteo in Accademia di Belle Arti, eseguita nel 1781. Quanto poi il Paoletti si conoscesse di meccanica e d’ingegneria lo mostrarono e il traslocamento di una intiera volta dipinta a fresco da Matteo Rosselli,
Imperiale, e il trasporto nella nuova fabbrica dell’Accademia, dell’abside della cappella del palazzo della Crocetta, in cui Giovanni Mannozzi
Ma se al regio architetto Paoletti si deve grande riconoscenza per quello che fece, più assai conviene tributargliene per quello che seppe insegnare. I migliori architetti della prima metà del nostro secolo, il Valentini, il Melocchi, il Salucci, il Cacialli, il Poccianti, il Digny, (procediamo per ordine di date), uscirono dalla sua scuola; laonde anche per questo rispetto merita d’esser chiamato restauratore dell’arte. — Giuseppe Valentini da Prato (n. 1752, m. 1833) apprese dal padre i rudimenti dell’arte, ma venne poi a Firenze e la studiò col Paoletti. Ritornato in patria dopo aver veduta Roma, si dette ad operare e non senza lode. Sono ivi di suo disegno la Canonica di Santa Maria delle Carceri, la porta del collegio Cicognini e l’educatorio di San Niccolò; in Firenze l’interno della chiesa di Santa Maria degli Ughi, e a Montepulciano il teatro. — Cosimo Rossi Melocchi di Pistoja (n. 18 agosto 1758, m. in Firenze 12 ottobre 1820) apprese dal Paoletti i buoni precetti dell’arte. Riuscì però migliore teorico che pratico, come dimostra il libro da lui pubblicato nel 1805: Saggio intorno alla determinazione dell9 ombre nei diversi soggetti dell’architettura geometrica, e l’ufficio che poi sostenne di vice-presidente nell’Accademia fiorentina. Non pertanto ci rimangono di lui alcune opere non indegne di essere commendate, come il restauro della villa di Scornio su quel di Pistoja, proprietà allora del cavaliere Giuseppe Puccini; quello del teatro dei Ravvivati, e il Panteon eretto nel 1812 sulla piazza di San Francesco di quella istessa città. — Giovanni Salucci architetto fiorentino (n. primo di luglio 1769, m. 18 luglio 1845) fu dei più bravi allievi del Paoletti, e come tale onorò la patria in terra straniera. Prima uffiziale di Stato maggiore nell’esercito francese, vide finire a Waterloo la fortuna di Napoleone; quindi dopo varie vicende nel 1817 divenne architetto del re di Wittemberg, e fece per esso molte e belle fabbriche. Provato però come sapesse di sale il pane altrui, volle nel 1839 tornare in patria, sperandola più benigna, ora che vi tornava ricco, se non d’oro, di meriti. Ma la sua terra natale,
che s’appaga di piangere i figliuoli morti, meglio che tenerne conto vivi, non si curò di lui, che travagliato dalla fortuna morì allo spedale di Santa Maria Nuova, ed ebbe modestissima tomba nel chiostro del convento di San Marco dalla pietà d’un amico sincero: il quale per rivendicarlo dall’oblio immeritato ne scrisse una bella memoria biografica. E veramente fu degno di lode, perchè ebbe nell’arte immaginativa pronta singolarissima. Le opere sue principali furono il casino di Weill-im-Kloster; un tempio assai bello di forma circolare sopra una collina poco distante da Stuttgard chiamata Rothenberg, per servire di tomba alla regina Caterina morta nel 1819; il palazzo di campagna sul Rosenstein e un altro reale a Stuttgard, ambedue di buon disegno; nella città medesima una cavallerizza, che è tenuta tra le più grandi della Germania, e finalmente il disegno di un gran teatro per gli spettacoli musicali e per le rappresentanze diurne, che mostrava assai nuovità nel concetto. —
GIUSEPPE CACIAGLI di Firenze (n. 1770, m. 6 ottobre 1828) dimostrò anch’esso col fatto quanto giovassero a bene operare gl’insegnamenti del suo illustre maestro. Divenuto architetto della Corona, in sul finire del passato e nel cominciare del presente secolo esegui in patria molte lodate fabbriche. E oltre i diversi adornamenti che fece nel palazzo e nell’attiguo giardino dei suoi protettori, i conti della Gherardesca, sono opera sua il così detto quartiere Napoleone ai Pitti, gli ornati delle sale dell’Iliade e d’Ercole nella galleria di questa istessa reggia, e finalmente la facciata anteriore e la cappella (1812) della villa del Poggio Imperiale, che già più volte abbiamo ricordato.
PASQUALE Poccianti di Bibbiena, terra popolare del Casentino in Toscana (n. 18 maggio 1774, m. 18 ottobre 1858), ebbe da natura le più belle doti della mente. Appena decenne rimasto orfano del padre, lo zio paterno Vincenzio lo volle in Firenze ad attendere alle arti belle nell’Accademia. In breve il giovinetto tirato da naturale disposizione all’architettura, seppe fere suo pro delle lezioni del Paoletti; sotto il quale anche in privato andò per assai tempo esercitandosi. Datosi con molto amore allo studio dei monumenti greci e romani, ne trasse gusto squisito, pratica delle buone regole, e assai correttezza nello stile; tanto che mostrate appena le prime opere giovanili promettitrici, ebbe a vent’anni un pubblico ufficio nello Scrittoio delle Fabbriche. Di qui poi
l’incarico d’inalzare per la regina d’Etruria la facciata della villa deirimperiale; ma fattone appena il portico, mutarono le sorti della Toscana, e quel lavoro rimase sospeso, finché sotto i Francesi lo finiva il Cacialli. Pure non mancarono al Poccianti, nominato architetto regio, molte e splendide occasioni per far conoscere quanto sapesse; ma noi ci limiteremo a toccare delle principali per desiderio di brevità. Affidati particolarmente a lui i grandiosi lavori dei Pitti, prima, seguendo le tracce del maestro, attese a terminare l’aggiunta palladiesca che questi avea fatta al palagio dal lato della meridiana; e sebbene molte e non comuni difficoltà gli si parassero innanzi, seppe vincerle tutte, e la condusse a fine degnamente. La facciata di mezzogiorno e molte interne parti di questa fabbrica saranno sempre al loro architetto argomento di bella lode. Costruì poi nel gran cortile la magnifica scala che dà comodo accesso ai quartieri del lato sinistro, e dal breve spazio a ciò destinato, che non pareva rispondere ad un partito grandioso e ad una ricca decorazione, seppe cavare un’opera, che che voglia dirsene, per molti pregi mirabile. Nel 1839 finiva, anche qui secondo le tracce segnate dal Paoletti, i basamenti delle due logge che formano le ali della facciata esterna del palazzo, superando anche il non lieve ostacolo della straordinaria inclinazione della piazza. Chi verrà dopo noi potrà credere facilmente, che tutta la parte anteriore di questo superbo monumento sia un medesimo pensiero in un sol tempo eseguito. E ancora devonsi a lui i restauri della loggia dell’Orcagna, e specialmente la nuova costruzione del ballatoio che le fa corona (1840); la tribuna della biblioteca Mediceo-Laurenziana, non troppo bene rispondente al suo scopo, compiuta nel 1841 per collocarvi la magnifica libreria che il conte Angelo Maria d’Elci aveva donato alla città, e il grandioso progetto per l'ampliamento della istessa Laurenziana, col fine di riunirvi tutti i manoscritti che nelle altre si conservano, e anche isolarla dai pericolosi contatti; bel pensiero che la ingente spesa fece metter da parte. A Livorno poi, invece di aggiunte e restauri, condusse dai fondamenti gli Acquidotti con il Cistemone e il Cisternino, che sebbene non vadano affatto scevri di mende, cosa non concessa alle opere umane, non pertanto e perii concetto grandioso, e per la squisita eleganza delle parti onorano la memoria del valent’uomo. Eresse anche in quella città un ponte presso il forte di Porta Murata, di semplici forme ma di monumentale so[lidità;]
una cappella dedicata alla Vergine nella chiesa dei Minori Osservanti a San Romano, e intraprese la riduzione e ingrandimento della chiesa dei Cavalieri in Pisa, che poi non vide compiuta. Ebbe il Poccianti lunga la vita e quasi mai scompagnata dalla buona salute, e ciò gli permise operare indefesso per l'arte sua che molto amava. Pure l’invidia e la malignità non ristettero dal morderlo e lacerarlo, perchè chi fa assai e bene offende sempre chi non può fare nè sa. Ma quando improvvisa e per tremendo caso lo colse mentre attendeva ai lavori la morte, unanime si levò il compianto, e la voce dei contemporanei, a cui farà eco non perituro quella dei posteri, lo disse il primo e il più valente tra gli allievi del Paoletti, qello che davvero avea con lui gareggiato al restauramento dell’arte in Toscana.
Il conte LUIGI CAMBRAY DIGNY fiorentino (n. 1779, morto 22 febbraio 1843) fu anch’esso della bella scuola. D’ingegno pronto e fatto sicuro dai buoni studi, operò quasi sempre con assai correzione ed eleganza, e n’ebbe onore in Italia e fuori, singolarmente appresso i Francesi che lo vollero membro dell’istituto. Le cose sue principali sono la chiesa d’ordine dorico ai bagni di Montecatini (1824), la loggia reale per le pubbliche feste tutta in pietra e d’ordine corintio costruita in Firenze nel 1827, la grandiosa dogana delle Filigare, il teatro di Prato (1831) e la chiesa dei SS. Pietro e Paolo eretta in Livorno nel 1832. Eletto poi gonfaloniere nella nostra città, nel 1842 procurò che dal Comune si aprisse più ampliamente quel tratto di strada che va da Orsanmichele al Bigallo; utilissima opera che non gli fu concesso vedere ultimata.
Non pertanto mentre fiorivano in Toscana gli architetti fin qui ricordati, altri ancora studiavansi esercitare l’arte loro con amore e con gusto, facendosi legge lo studio dell’antico e i nuovi esempi della bella scuola del Paoletti. Tali il Paccagnini di Montanino; il Fantastici, il Santi, il Pianigiani di Siena; il Pacini di Colle; il Manetti, il Veraci, il Silvestri, il Leoni di Firenze; il Lazzarini e il Nottolini di Lucca; il Gherardesca e il Castinelli di Pisa, e il Bettarini di Portoferraio. Del merito di ciascuno d’essi diremo qui brevemente, per ricordare poi le opere di quei nostri artisti che onorano di presente il paese.
FRANCESCO PACCAGNINI di Montalcino (n. 1780, m. 1832) non mancò di sapere. È fatta sul suo disegno la bella scala del convento di Sant’Agostino a Siena, oggi stanza del Collegio To[lomei,]
e devesi pure a lui l’ampliamento della chiesa di San Francesco, pregevole edifìzio della sua patria.
AGOSTINO FANTASTICI da Siena (n. 1782, m. 24 luglio 1845) fu assai diligente nell’arte, che aveva imparata dal padre suo. La cattedrale di Montalcino riedificata con suo disegno (1818-32), l’atrio maestoso che serve d'ingresso al Collegio Tolomei in Siena (1818), la chiesa e la canonica di Fogliano, oggi propositura del suburbio senese (1828), e la facciata della chiesa dell’educatorio di Santa Maria Maddalena in quella istessa città sono sue opere non senza pregi. —
LORENZO SANTI fu pure di Siena (n. 1783, m. 1839); sebbene, compiuti a Roma gli studj, passasse a Venezia, e nominato architetto dei regi palazzi, vi conducesse la vita. D’ingegno vigoroso e versatile, e fornito di non comune erudizione, lasciò in carta molte invenzioni architettoniche degne di essere ammirate. Però di suo fece poco e non bene, se vogliansi eccettuati alcuni riattamenti in Venezia al Palazzo Regio, a quello del Patriarca, al Tribunale Criminale, all’Archivio Generale ai Frari e alla chiesa di San Silvestro. —
GIUSEPPE PIANIGIANI di Siena (n. 12 maggio 1805, m. 23 ottobre 1850) sortì da natura il culto delle arti belle, e dimostrò per esse fin da fanciullo ferma propensione. Fatti i primi studj d’ingegneria e matematiche, venne in Firenze a cercarvi maggior perfezione, e fu allievo del celebrato P. Inghirami D. S. P. Nel 1829 era già ascritto ai lavori del bonificamento della provincia grossetana, e nel 1831 professore di fisica teoretica nella patria università. Visitò nel 1836 la Francia e l’Inghilterra, ove potè a bell’agio studiare gli apparecchi e i meccanismi immaginati a perfezionamento delle vie ferrate, e dei quali fece suo vantaggio quando fu ascritto tra gl’ingegneri aggiunti alla costruzione della strada ferrata livornese, e poi in quella di Siena, che egli stesso ideò e condusse con ammirabile sapienza. Cominciata però nel 1845, non gli concesse la morte immatura, che fu dolore di tutti, vederla compiuta. Giovanni Pacini nativo di Colle (m. oltre i sessanta il 24 aprile 1838) fu della scuola del Paoletti, e seguitandone i buoni principii nulla operò a caso, e molto attese alla correzione dei suoi disegni. La fabbrica detta della Sanità nel porto di Livorno lo mostra artista diligente.
GIUSEPPE MANETTI fiorentino (n. 1761, m. 17 febbraio 1817)
studiò in Roma l’architettura eoa molto profitto, e al suo ritorno in patria, appena di anni ventiquattro, ebbe dal principe la cura delle fabbriche dell’Opera del Duomo, e d’altri pubblici edifizi. Fu poi maestro dell’Accademia fiorentina sotto la reggenza borbonica, ingegnere nell’ufficio de’ Ponti e Strade sotto il governo francese, e primo architetto delle Reali Fabbriche dopo la restaurazione; e in tanta varietà di reggimento e di uffici, mantenne intatta la fama dell’onestà e del sapere. — Paolo Veraci di Firenze (n. 4779, m. 9 febbraio 4844) ebbe anch’esso ingegno volto a ben fare, come lo prova la costruzione del pubblico macello fatta in patria nel 4835, e quella del cimitero della Compagnia della Misericordia, ivi eretto, fuori la porta a Pinti nel 4839. — Bartolommeo Silvestri pure di Firenze (n. 1781, m. 6 marzo 4854) educato agli esempi del Paoletti, molto seppe dell’arte edificatoria, e non mancò di buon gusto nelle decorazioni. E sebbene lavorando sempre in restauri, riattamenti ed in altre cose d’ingegneria, poco operasse di nuovo, la palazzina Ad Votum da lui rifatta in via Larga (oggi Cavour) è esempio di buono stile ed elegante. —
FRANCESCO LEONI fiorentino (n. 2 aprile 4795, m. 28 ottobre 4850) studiò con assai profitto architettura nell’Accademia di Belle Arti sotto il conte Digny. Conseguito nel 1825 il premio di concorso, e dato saggio della sua abilità con alcuni lavori che il maestro gli fece fare nel Casentino e a Piombino, nel 4849 divenne architetto delle Regie Fabbriche. Dei lavori che eseguì pel suo ufficio sarebbe lungo discorrere; rammenteremo solo che fa in grazia sua, se furono scoperte le celebri pitture giottesche della cappella del palagio del Potestà in Firenze, di cui ritrovò le tracce nel 4844 mentre attendeva ad alcuni restauri. Ma non vogliamo tacere di alcune opere singolari che fece come primato architetto. Il teatro che nel 1834 costruiva al Borgo San Sepolcro è tenuto assai bello, e la forma elegante data fino dal 4837 alla prigione delle Stinche, quando si volle togliere alla vista di Firenze quelle mura squallide e disadorne, gli meritò pure assai lode; specialmente per la vasta, graziosa ed armoniosissima sala eretta al primo piano ad uso della Società Filarmonica. Lasciò il Leoni anche molti altri disegni. Quelli di due teatri, che uno per la fabbrica delle antiche Stinche, e l’altro pel nuovo quartiere di Barbano; quelli per la facciata del Duomo di Firenze, che desideriamo vedere al prossimo concorso, e in fine il grandioso per la formazione
del mentovato nuovo quartiere, aperto nella città nostra tino dal 1845. Questo, che con poche e lievi modificazioni venne poi sott’altro nome eseguito, fu la causa principale della sua alienazione e quindi della morte: tanto accorò l’infelice la solenne ingiustizia dei suoi concittadini.
GIOVANNI LAZZARINI da Lucca (n. 1769, m. 1834) esercitò con lode l’architettura. Le molte chiese da lui edificate nel contado lucchese; vari ponti che fece sul Serchio, e la ricostruzione in città del teatro del Giglio quale oggi si vede, sono opere pregevoli; singolarmente quest’ultima, che ha bella forma, sufficiente ampiezza, e rende molto bene la voce. — LORENZO NOTTOLINI (n. 6 maggio 1687, m. 12 settembre 1851) fu architetto e ingegnere lucchese da onorare il nostro tempo. Fornito di ricca immaginazione e sapiente criterio, raggiunse con le opere grandiose gli antichi esempi. I suoi lavori del palazzo ducale, sebbene pei capricci di Maria Luisa borbonica non eseguiti secondo il primitivo concetto; il tempietto o nuovo oratorio che dire si voglia, eretto nel cimitero a forma di croce greca, ornato di cupoletta sferica, e portico dinanzi sorretto da colonne corintie; e il real palazzo di Viareggio rimasto incompiuto, sono monumenti che basterebbero soli alla fama di un artista. Ma l’opera sua degna dei più bei tempi dell’arte è l'Aquidotto, già, sebbene imperfettamente, ideato sotto il dominio francese dall’architetto Sambucy, e che dal colle di Guamo conduce l’acqua potabile in Lucca. Il Nottolini vi pose mano nel 1823, e il 21 giugno del 1832 le fonti desideratissime consolavano la città. Facciamone in breve la descrizione. Scorrono le acque sul colle per un doppio canale murato e coperto lungo metri 1653,607, e giungono dovè principia la pianura già purgate da spesse cisterne e frequenti cascatelle. Ivi si versano in un grande ricettacolo rotondo tutto di pietra e decorato di una cupola, dal quale passano sopra magnifiche arcate in linea retta per lo spazio di m. 3424,90 sino alla spianata intorno alla città. Gli archi sono 459 a pieno centro e di un diametro di m. 5,167. Ogni 17 archi evvi un pilastrone che provvede alla maggiore stabilità dell’edifizio, e anche al suo adornamento. Tutta l’opera si eleva m. 14,762 nel punto più basso della campagna, e m. 12,991 accostandosi alla città. Gli archi sono di mattoni ed i pilastri in muramento con bozze e filari. Compimento e fine dell’arcata è un vago edifizio a guisa di tempio rotondo, d’ordine
dorico, tutto in pietra, con portico in giro sorretto da dieci colonne senza base, alte m. 9,448, e terminato da Cupola, che si eleva da terra m. 19,49.
ALESSANDRO GHERARDESCA pisano (n. 11 marzo 1779, m. 11 gennaio 1852) coltivò con grande amore le arti belle, alle quali era andato educandosi, peregrinando a Roma e in altre parti d’Italia. Di ritorno alla patria fu ingegnere di ponti e strade e anche si piacque della scenografia; ma ebbe merito principale come architetto. Il palazzo Pretorio in Pisa, la cui facciata, avuto mente alla forma dell’antica fabbrica, presenta pregi non comuni; e in Livorno la vasta Casa Pia di Lavoro, che immaginò e diresse, sono le sue opere principali. Ma entrati in quel luogo per forza d’arme nel maggio del 1849 gli Austriaci, distrussero barbaramente quanto veniva loro tra mano, e il patrimonio più caro del Gherardesca, i suoi studj e le sue memorie andarono disperse. Fu questa per lui la più grande delle sventure, e tanto se ne accorava che infermatosi, un lento morbo lo condusse al sepolcro. Lasciò alcuni libri di cose d’arte, e fu per molti anni maestro d’Architettura e direttore dell’Accademia Pisana. —RODOLFO CASTINELLI di Pisa (n. 21 novembre 1791, m. 27 marzo 1859) fu anch’esso valentissimo architetto e ingegnere. Costretto il padre suo dalle politiche vicende de’ tempi a lasciare la patria, si rifugiò in Francia, e lo pose ai primi studj nel collegio di Sorreze. Di là il giovinetto passava alla Scuola Normale di Parigi, e poi in quella pisana, essendo ripatriato fino dal 1806. Venne quindi a Firenze e vi attese con grande amore all’architettura e alle matematiche, arti e scienze in cui riuscì non secondo a nessuno dei contemporanei. A Napoli fece le prime prove nell’operare, aiutando Antonio Niccolini, artista suo compaesano, nella ricostruzione del teatro San Carlo; e in Toscana fu adoperato prima (1818) nell’ufficio del Catasto, poi con miglior senno dal Fossombroni (1826) nel corpo degli ingegneri del governo. Dei molti e pregevolissimi lavori che fece in questo impiego basterà ricordare la colmata di un vasto territorio paludoso e che rendeva l’aria malsana, appresso Livorno; le moltiplici strade rotabili in piano e in monte costruite in diverse parti della Toscana; la rettificazione del canale dell’Elsa in vicinanza di Colle; l’inalzamento di quei grandiosi argini a strada, opposti lungo il monte pisano alla doppia pressione dell’Arno e del padule di Bientina; e i quattro ponti di
Bocca d'Elsa e Bocca d’Usciana nel Valdarno inferiore, di Bocca di Zambra a poche miglia superiormente da Pisa nella istessa valle, e presso la terra di Montevarchi nel Valdarno superiore; opere tutte di bene intesa esecuzione, pubblicamente lodate da molti, e di alcune delle quali l’architetto istesso stampò esatti resoconti. E anche le cose che fece per i privati sono meritevoli di ricordanza, come il vago tempietto che Andrea Vaccà Berlinghieri volle eretto sui colli pisani alla memoria del padre, medico esimio de’ suoi tempi; e il severo e dotto restauro della bella e antichissima chiesa del Santo Sepolcro, opera medioevale del Diotisalvi. Le memorie scientifiche che mise in luce, gli articoli per l’Antologia, e diversi altri suoi scritti politici e d’occasione non smentiscono la fama di grande ingegno che godette come architetto; le belle qualità dell’animo che l’adomavano traspaiono all’esame della sua vita privata; e le virtù cittadine risplendono chiare nell’amore che portò alla patria: per essa nel 1848 combattè la prima guerra dell’Indipendenza, fece a Curtatone le trincee lodatissime che il 29 di maggio protessero l’eroica difesa de’ nostri, e sopportò con fermezza gli sdegni dell’estreme fazioni, vagheggiando sempre la liberazione d’Italia per opera di tutti gl’italiani, ammaestrati finalmente, com’egli credeva, dall’esperienza a starsi d’accordo.
LUIGI BETTARINI di Portoferraio (m. oltre gli anni sessanta il 21 dicembre 1850) fu architetto di molto valore. Napoleone I nella breve prigionia dell’Elba lo ebbe carissimo, e benché assai giovane designava affidarli opere importanti nell’isola. Nè l’età provetta smentì la gioventù promettitrice del Bettarini. Dal 1815 in poi servi lo Stato in più e diversi uffici dell’arte e sempre riportò lode come valente e integerrimo. Il grandioso lavoro del fosso coperto di Livorno, detto il Voltone, e la piazza che vi soprasta, ricorda le opere più belle che mai si facessero di quella specie. Condusse ancora il ponte detto di Santa Trinità presso la fortezza vecchia, e devesi a lui il lodatissimo progetto per gli Spedali, secondo il quale si sarebbero compresi nell’antico edifizio molti fabbricati estranei, e tra gli altri la banca dei pagamenti. Ma i troppo magnifici concetti non sono pei tempi meschini, e il dispendio dell’opera non concesse attuarla. Un decreto del 4 febbraio 1841 ordinava al Bettarini di recarsi a Tolone per istudiare sul bacino di quel porto il disegno del nuovo da costruirsi in Li[vorno;]
ma crediamo che nulla poi si facesse di ciò, e l’opera cadde in mani straniere, pel solito vezzo di chi, stimando reggere con senno, gratificava la gente di fuori screditando il paese.
Diremo adesso dei viventi seguendo, secondo il metodo nostro, l’ordine cronologico delle date di nascita. — STEFANO MINUCCI di Firenze (n. 1791) fece i suoi studj sotto il Paoletti e il Cacialli, quindi a Roma, e riuscì architetto e perito di non comune valore. Devonsi a lui l’ingrandimento della canonica della chiesa dei Santi Apostoli nella nostra città, eseguito nel 1829; molti disegni di restauri dei monumenti romani e alcuni d’invenzione, per la maggior parte ora esposti a Londra, e anche un bel trovato per migliorare Fattuale metodo di coprirei tetti, che ebbe le lodi dell’accademia dei Georgofili e un premio dal governo.— GIUSEPPE MARTELLI fiorentino (n. 1791) è fornito di perizia e buon gusto, come addimostrano diverse opere che fece in patria. Ricordiamo il Conservatorio della Santissima Annunziata da lui nel 1824 ridotto quale oggi si vede, e dove è ammirabile la scala voltata a spirale con assai vaghezza ed accorgimento; la Tribuna di Galileo eretta nel 1840 al Museo di Fisica e Storia Naturale, e il palazzo della prima Esposizione Italiana costruito in men di tre mesi nel decorso anno. — GIUSEPPE MICHELACCI fiorentino architetto assai studioso di ben fare, costruì a Montecatini alcuni fabbricati aggiunti a quelle Terme, e la così detta Locanda Minore, studiandosi di conservare con diligenza lo stile delle cose del Paoletti. — GAETANO BACCANI pure di Firenze (n. 6 giugno 1792) è discepolo della medesima scuola. Studioso dei buoni esempi dei suoi celebri maestri, nelle fabbriche che fece cercò sempre la purezza delle linee e una certa tal quale grandiosità che ricorda l’antico. Le principali sono in Firenze, come il palazzo già Salviati rifatto intieramente pel principe Don Cammillo Borghesi nel 1821, e riuscito secondo la intenzione di lui, splendida reggia di festini; la canonica del Duomo rifatta nel 1826, dopo avere in parte atterrato l’antica per ingrandire da quel lato la piazza; il restauro interno della Cattedrale, eseguito nel 1842, nella quale occasione rifece anche le cantorie e le cornici degli organi, seguendo con finissimo gusto le linee architettoniche del magnifico tempio; il campanile della chiesa di Santa Croce nel 1847; i nuovi adornamenti e il gran vestibolo fatto di pianta al R. Teatro della Pergola (1857);
il restauro della basilica di San Lorenzo, operato d’ordine del governo della Toscana nel 1860 e in fine molte altre fabbriche di privati per la più parte commendevoli. — ANTONIO CORAZZI di Livorno (n. 17 dicembre 1792) che dopo avere nel 1818 architettato in Firenze con assai buone proporzioni il teatro diurno, detto l’Arena Goldoni, e anche coadiuvato il Del Rosso nella costruzione di quello notturno; passò a Varsavia, ove stette lungamente e fece molte lodate opere. Tra le principali voglionsi notare, oltre diversi edifìci del governo, l’Accademia delle Belle Arti e il Ginnasio, il regio palazzo, e il Teatro Nazionale, amplio edifìzio destinato a diversi pubblici spettacoli e divertimenti. — GIOVAN BATTISTA SILVESTRI fiorentino (n. 12 gennaio 1796) che merita d’esser mentovato per là magnifica villa Demidoff da lui eretta, con molte altre fabbriche ivi annesse, a San Donato nei contorni di Firenze dal 1828 al 31; e per essere stato il primo ai nostri tempi, che facesse un disegno per la facciata di Santa Maria del Fiore, in stile che più si avvicina al carattere di quel monumento. N’ebbe il pensiero mentre studiava a Roma. — NICCOLA MATAS anconitano (n. 6 dicembre 1798) venuto in Toscana da assai tempo, vi fece prima i due lodevoli disegni per un Camposanto da costruirsi alla chiesa di San Miniato al Monte in prossimità di Firenze, e per la Facciata di Santa Maria del Fiore; e poi un terzo per la facciata di Santa Croce, (sopra un gozzetto di Simone del Pollajolo detto il Cronaca), che adesso con la direzione dell’autore, e a spese della pietà cittadina, si va con grande espettativa eseguendo. — VITTORIO BELLINI fiorentino (n. 1798), che con buone proporzioni, gusto ed eleganza fece in patria e fuori diverse opere architettoniche. Per esser breve ricordo solo il teatro d’Arezzo, quello Alfieri di Firenze ricostruito dai fondamenti nel 1828, il palazzo Batelli edificato nel 1831 ad uso di tipografia e poi l’altro grazioso degli Alberti sul canto di via del Fosso in faccia alle antiche case di codesta famiglia. —LEOPOLDO PASQUI pure fiorentino (n. 18 febbraio 1801) a cui si devono e l’elegante restauro della cappellina intitolata alla Vergine delle Grazie (1835), posta sul ponte d’Arno che da Lei s’intitola, e l’ingrandimento del collegio di san Giovannino dei nostri Padri delle Scuole Pie, insieme alla ben proporzionata sala per gli esperimenti pubblici degli alunni, ivi costrutta nel 1836. — ALESSANDRO MANETTI figlio dell’archi[tetto]
Giuseppe già mentovato, è ingegnere e idraulico di molto valore. Si debbono in gran parte a lui i grandiosi lavori intrapresi fino dal 1828 per sanare le Maremme toscane, sulle tracce segnate dal Fossombroni. Ne discorse da se stesso il Manetti nella Memoria sulla sistemazione della Val-di-Chiana e sul bonificamento dette Maremme, stampata in Firenze nel 1849. Sono anche sue opere molto lodate, il prosciugamento del lago di Bientina con botte sotto l'Arno, e la nuova cinta delle mura di Livorno, da lui incominciata nel 1835 e condotta a termine sette anni appresso. — Telemaco Buonaiuti fiorentino (n. 1802 circa) è architetto di molto ingegno. Si devono a lui in Firenze il fabbricato dei bagni Peppini detti Delle Antiche Terme, perchè occupano una porzione dell’area ove esistevano quelle romane; il Bazar edificato a spese di suo padre nel 1834, e che ritiene il nome di famiglia; la sua casa in via dei Calzajoli nel 1843 e il teatro nell’antico locale delle Stinche dal suo proprietario detto di Pagliano, e che può contenere ben quattromila spettatori. — Federigo Fantozzi di Firenze (n. 15 agosto 1803) non saprei dire se sia più valente architetto o erudito conoscitore e scrittore delle cose d’arte. I suoi ponti costruiti in Toscana, che uno sull’Era presso Peccioli, lungo m. 122,562, su m. 10,214 d’altezza, ed a cinque archi; un altro sulla Possera per servizio delle fabbriche di sai borace del conte Larderell che ha m. 21,595 d’altezza e magazzini annessi ai due capi, in comunicazione tra loro per mezzo di una botte interposta tra la volta e il piano superiore della strada, opera di singolare difficoltà, e la chiesa collegiata di Pieve san Stefano, che sarebbe oggi compiuta, se le sventure a cui andò soggetta quella terra non lo avessero fin qui impedito. Le opere poi di erudizione da lui date a stampa sono la Pianta geometrica della città di Firenze (1843), e la Nuova Guida della medesima (1844), la quale vince ogn’altra fin qui stampata per sapere e per critica. — MARIANO Falcini di Campi, terra su quel di Firenze, (n. 10 maggio 1804), merita singolare ricordo, tanto è studioso della buona scuola toscana. Si vedano tra le cose sue fatte in patria la palazzetta della marchesa Vettori in via dei Tintori e l’Edicola monumentale della torre cosi detta della Sardigna; e poi lo Spedale e il campanile della collegiata di Pietra Santa, il teatro di Cortona, il disegno di quello da eseguirsi in Alessandria d’Egitto, che venne premiato, il modello di un monumento a Wellington da
lui eseguito insieme collo scultore Ulisse Gambi pel concorso d’Inghilterra, e che pure fruttò ai due artisti l’onore del premio; e infine una fontana monumentale che si va costruendo a Prato, e il disegno della facciata di Santa Maria del Fiore pel concorso del venturo anno. — Francesco Mazzei fiorentino (n. 1806) è salito in bella fama pel suo amore agli antichi monumenti. Firenze gli deve i celebri restauri del palazzo Pretorio e d’Orsanmichele, e la bella riduzione di una parte della fabbrica vasariana ad uso del Regio Archivio Centrale di Stato; e Volterra alcune assai buone case. — Emilio De Fabris, pure fiorentino (n. 28 ottobre 1808) è degno di onorata menzione, siccome maestro valente di prospettiva nella nostra Accademia di Belle Arti. — Orazio Batelli fiorentino, architetto non sfornito di sapere e di gusto nell’edificare private e comode abitazioni di cittadini. Meritano ricordo tra le altre la casa che fece ai Marchesini in via Faenza, e le palazzette dei signori Franchetti e Philisson in piazza dell’indipendenza a Firenze. — GIUSEPPE Cappellini architetto di Livorno ha operato assai in patria. Si ricordano i Casini dell’Ardenza, vasto fabbricato, il teatro diurno coperto, già Caporali, molto bene inteso, ed il palazzo Maurocordato. Oggi è provveditore delle Strade Ferrate Livornesi. — Angiolo Della Valle pure di Livorno e allievo del Poccianti, apprese assai dal maestro, ed esercita l’arte in fresca età con gusto e intelligenza non comune. In patria la chiesa e il cimitero degli Inglesi e la fabbrica dell’Ospedale, cavata fuori, vincendo molte difficoltà, da un lugubre tugurio, e da una multiforme accozzaglia di case vecchissime, sono lavori che fanno onore all’architetto; come pure il disegno da eseguirsi della chiesa e campanile di san Rocco, e quello di un nuovo vastissimo Ospedale per Livorno, commessogli dal barone Bettino Ricasoli mentre guidava le sorti della Toscana. — Enrico Presenti di Cortona è tenuto come uno dei nostri migliori architetti. Si lodano assai alcune sue fabbriche di privati, e l’antica stazione della Strada Ferrata a porta al Prato; quella stessa che per cura del Martelli e del medesimo Presenti, fu nel 1861 con tanta eleganza ridotta a palagio della prima Esposizione Italiana. — GIUSEPPE Poggi fiorentino ricco di sapere e di studj attende pure alle buone regole dell’arte, come lo mostrano tra le altre sue cose fatte in patria, la bella scala del palazzo Antinori in via de’ Serragli, il villino Poniatowsky fuori
la porta al Prato e il palazzo della signora Favard nel nuovo Lung’Arno.
Ecco quanto ci parve più importante raccogliere intorno alle presenti condizioni dell’architettura in Toscana. Invero troppo poche notizie son queste, nè a sufficenza esposte e dichiarate, da cavarne idee generali, che rispondano al diffìcile quesito se l’arte sia o no veramente in progresso tra noi; però ci sembrano almeno sufficienti a provare che non dorme neghittosa, nè schiva, secondo lo concedono i tempi, i precetti e gli esempi dei sommi maestri. E da ciò si potrebbe trarre argomento di vita; la quale vogliamo sperare apparirà manifesta a questo concorso aperto per la facciala di Santa Maria Del Fiore. Starebbe ai nostri artisti compire il gran monumento d’Arnolfo, di Giotto e del Brunellesco; e se non rimarranno inferiori a sè nel cimento, diremo senza timore d’essere smentiti, che qui anche l’architettura aspira al primato.
DELLA SCULTURA.
Noi abbiamo veduto qual fosse in Toscana l’Architettura innanzi che il Paoletti ed i suoi valorosi allievi la riconducessero a più veri principii; ma la Scultura era anche in più infelice condizione, avendo affatto perduto ogni traccia dei buoni studj. Uno sguardo agli ornati, ai bassorilievi, alle statue dell’Arco di porta a San Gallo, opere del Foggini, del Ticciati, del Masoni e d’altri scultori, che si reputavano allora abilissimi, basta a chiarire del fatto. Ogni lume dell’arte, ogni salutare precetto era dimenticato: studiare il vero, inutile; gli antichi, pedanteria; ispirarsi bene al concetto prima di cercar nelle forme il modo di rappresentarlo, sogno di mente poetica; bisognava imitare certi modelli allora in voga, non dipartirsi da certe norme convenzionali, divenute oracoli per gli artisti; e guai a chi pensasse, per mo’ d’esempio, modellare un panno con gusto, senza avere innanzi un manichino di legno, ove fossero aggiustate a fantasia innumerevoli pieghe di carta bagnata. La buona strada era dunque affatto smarrita, e il gran Michelangelo avrebbe veduto avverarsi la sua profezia, se oltre la tomba si conoscessero le umane miserie.
Non pertanto Pietro Leopoldo I riformando l’Accademia di Belle Arti, nella speranza di ridestarle dal letargo in che erano miseramente cadute, volle dato anche alla scultura un valente maestro, chiamando da Roma a bella posta INNOCENZIO SPINAZZI, uno dei primarj che allora fiorissero in quella metropoli. Ma per quanto non mancasse lo Spinazzi di sapere e di gusto, per quanto conoscesse a maraviglia il meccanismo dell’arte, educato anch’esso ai principii falsi e corrotti dei suoi tempi, sebbene contemporaneo
del Canova, non la fece avanzare d’un passo. Perchè in tutte le opere sue, i monumenti del Machiavello e del Lami in Santa Croce di Firenze, l’Angelo sulla porta di mezzo del Battistero, le statue della sala degli stucchi ai Pitti, e quella stessa della Fede, per la chiesa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, reputata il suo capolavoro, tu vedi trionfare principalmente le difficoltà del marmo, a quelle più vere della scultura. Lo dica quello stesso velo di che volle coperta la faccia di questa Fede, per secondare il gusto imbarbarito del tempo, che tanto si compiaceva di codesti materiali trovati, in cui tutt’al più si loda l’abilità di un lavoratore. Mancato lo Spinazzi (17 novembre 1798), gli successe FRANCESCO CARRADORI pistoiese (n. 1747, m. 23 dicembre 1824). Avendo questi tuttora giovinetto dato saggi di non comune abilità nel modellare in creta, fu per generosa protezione di una nobile famiglia allogato a studio in Firenze presso lo Spinazzi; indi passò a Roma a perfezionarsi per munificenza del principe toscano. Tornato in patria con bella fama di abilità, e fatto professore dell’Accademia, si dette più che alle opere all’insegnamento. Ed in vero pratica dell’arte ebbe poca, come mostra quel suo deposito scolpito per Giuseppe Bencivenni Pelli, oggi nel chiostro attiguo alla chiesa di Santa Croce, ed i quattro bassirilievi esprimenti l’origine delle sciagure di Niobe nella Galleria degli Uffizi. Giudicandolo però dal libro che pubblicò in Firenze nel 1802 intitolato: Istruzione elementare per gli studiosi della Scultura, sembra che fosse buon teorico.
Superiore in merito al Carradori e di gran lunga, come quello che primo stampò un orma sicura sul nuovo campo dell’arte, fu STEFANO RICCI fiorentino (n. 1765, m. 23 novembre 1837) suo allievo e poi successore nell’insegnamento. E che riuscisse assai valente scultore, lo dicano gli elogi di alcune sue opere fatti dallo stesso Canova tanto parco encomiatore. Se la fortuna avesse fatto gareggiare il Ricci con altri artisti di pari valore, forse sarebbe andato più innanzi; pure la semplicità della composizione che più al vero s’accosta, e la parsimonia che usò negli ornati lo manifestano scultore di assai gusto e sapere. Il monumento del vescovo Niccolò Marracci nella cappella della Madonna in Arezzo, quello del senatore Ippolito Venturi in Santa Maria Novella di Firenze, e gli altri due nel tempio di Santa Croce di questa istessa città, eretti al pollacco Michele
Skotnicki, e al celebre Pompeo Giuseppe Signorini, sono degni di ammirazione; questo singolarmente, ove a ricordare le virtù del defunto, che fu non timido amico del vero, l’artista effigiò, maggiore del naturale, la Filosofia in preda al dolore. E furono questi due ultimi i monumenti del Ricci che il Possagnese stimò degni di laude e di critica. Non pertanto meritano anche essere ricordate tra le sue opere, la statua colossale di Ferdinando III posta in Arezzo nel 1822, e il monumento che all’Alighieri, tarda e non adeguata riparazione, vollero alzato i Fiorentini in Santa Croce nel 1830. Ivi oltre la statua sedente del divino poeta, sono in dimensioni colossali l’Italia che lo addita superba ai riguardanti, e la Poesia che desolata depone la sacra fronda sull’urna di Lui. Ma la figura del nostro scultore che sembrò vincer le altre per gentilezza di sentimento è la Purità, modellata per la cappella del Poggio Imperiale. E tanto anche allora parve bella, che si volle conservata tra i cimelj nel regio palazzo. Oggi è all’Esposizione di Londra.
Ma restaurare veramente la statuaria in Toscana era serbato a LORENZO BARTOLINI (n. a Savignano su’poggi di Prato il 7 gennajo 1777; m. in Firenze il 20 gennajo 1850). Di poverissimi parenti, la fortuna ingenerosa gli negò perfino ogni elementare insegnamento, e fu garzone di fabbro nella officina del padre. Pure sentendosi chiamato da naturale inclinazione ad altra via, dopo essere stato fattorino di un vetrajo e poi di un sarto, riuscì ad acconciarsi presso un lavoratore di alabastri in Volterra. Applicò quindi al disegno nell’Accademia fiorentina, e ben presto si dette a lavorare di scultura. Dire quali fossero le sue prime opere, i suoi studj artistici, i viaggi che intraprese anche in regioni straniere non è da questo luogo; basti a noi ricordarne brevemente le più famose statue. E prima quella voluttuosa Baccante, la quale menò tanto grido di sè, e che sebbene respiri tutta affetti terreni, pure non ti offende; poi quel gruppo veramente sublime della Carità (1824), rappresentata in una donna d’alto lignaggio, come la dicono le vesti, che stringendo al petto dall’una parte un bambinello nudo e dormente, insegna leggere ad un fanciullo che le sta presso dall’altra. Verace carità, che ministrando il pane dell’intelletto educa alla patria una generazione novella! E a lei cosa celeste, divinamente risponde la Fiducia in Dio (1837), che angelo di modestia in quella sua nudità, s’
imparadisa obliando la salma corporea. Ma dove il concetto apparve più filosofico, e più compiuta l’arte, e la fatica più lunga, fu nel monumento che il figlio Anatolio volle modellato da lui per Niccolò Demidoff. Opera è questa da reputare bastevole alla fama di qualsivoglia più grande artista, tanto la esperienza della mano secondò la mente nell’immaginare fecondissima. Sopra una larga base a quattro facce posa il simulacro del genitore che stringe al petto il figliuolo amorevole, quasi voglia ispirargli quelle nobili virtù che tanto eminentemente possedeva. A destra del riguardante e prostrata a terra sta una bellissima femmina, la Riconoscenza, che a lui si volge e pare lo preghi a non fare così subita dipartita. Più in basso ai quattro angoli posano altre quattro figure che simboleggiano le qualità del defunto. La prima è la Siberia, matrona austerissima gravemente seduta, che sostiene colla sinistra mano il dio Pluto, sotto le forme d’ignudo fanciullo che stringe in pugno una borsa d’oro. Viene poi quel gruppo prodigioso della Misericordia, che recatasi in grembo un garzoncello ammalato, gli va ministrando una salutare pozione con tenerezza materna. In fine le figure della Natura che si disvela all'Arte, e della Musa dei festini, concorrono a compire il concetto allegorico dell’opera tutta, che nella Siberia esprime l’origine delle sterminate ricchezze di quei Signori, e poi com’essi le vadano spendendo nella pietà, nella protezione alle arti e nello splendido vivere.
Ammostatore (1844), che per venustà di forme e gentile attitudine non è inferiore alle cose greche; e la Ninfe del Deserto, simboleggiante la virtù assalita dal vizio; e il Machiavello che medita la riunione delle sparte membra italiche (posto nel 1846 sotto il portico degli Uffizi); e la morente contessa Sofia Zamoiscka, e il transito di Leon Battista Alberti, monumenti collocati nel tempio di Santa Croce; e gl’infiniti ritratti dei quali tanta a studio del vero si compiaceva; e in fine quel gruppo colossale del soldato greco, che precipita con immanissima furia il fanciullo Astianatte dall’alto del palagio di Priamo, sono sculture nuove affatto e miracolose, tanta v'è dentro sublimità di pensiero, arditezza di movenze, studio d’anatomia e beltà squisita di forme.
Come Antonio Canova restituiva la vita all’arte statuaria richiamandola principalmente allo studio degli antichi modelli greci, Lorenzo Bartolini la rivolse intiera allo studio del vero, e non greca la volle o romana, sibbene per naturali bellezze sublime. Trovato un concetto filosofico e sempre morale (nella quale operazione della mente, non ebbe fin qui, nè forse avrà mai chi gli stesse a paro), cercava nel vero le forme più adatte a rappresentarlo, e di esse era oltre ogni dire studioso; non saziandosi mai della lunga fatica durata sui marmi innanzi agli esempi viventi. Studiare la natura e scegliere da essa quelle parti che meglio rispondono al fantasma concepito, era il segno a cui mirava coll’alto intelletto il Fidia toscano, sebbene però non sempre riuscisse a rendersi conto di questa doppia fatica del pensare e del vedere. Da ciò i precetti di lui non sempre rispondenti agli esempi; per virtù dei quali solamente educò tra noi una scuola che non teme rivali.
Contemporaneo al Bartolini e non indegno di stargli appresso fu il fiorentino LUIGI PAMPALONI (n. 1791, m. 17 dicembre 1847). Dei meriti di questo celebrato artista disse in Italia e fuori la fama, e come al suo modo gentile di sentire gli affetti, rispondesse un gusto squisito dell’arte, che non può nè deve scordarsi mai d’essere per sua natura monumentale: a noi rimane accennare quali fossero le opere per le quali venne in cosi chiara rinomanza. Il nome del Pampaioni si fece noto circa il 1827, per un piccolo monumento commessogli da certo signore pollacco a cui la morte aveva rapito una figliuolina. Lo scultore la modellò
dormente soavissimo sonno, e il fratellino superstite le pose accanto con un ginocchio piegato a terra, le mani congiunte e Io sguardo rivolto al cielo in atto d’ineffabile preghiera. Queste figure infantili destarono ovunque tanto tenera commozione, che la bambina fu in poco tempo ripetuta dall’artista quattro volte, e bene otto il fanciullo; che poi gettato in gesso a sodisfare il desiderio di tutti, vedi anch’oggi per le case d’ogni privato cittadino e dei poveri stessi. Elogio che vale meglio d’ogni frase rettorica. L’anno istesso modellò per l’Inghilterra prima un bambino che sorride scherzando con un cane, poi un altro assiso in terra che porge fiori. Nel 1830, quando l’architetto Baccani fece più aperta e regolare la piazza del Duomo in Firenze, si allogarono al Pampaloni due statue colossali da collocare in due nicchie appositamente lasciate in mezzo alla nuova fabbrica della Canonica. Erano Arnolfo di Cambio e Filippo di ser Brunellesco, i famosi architetti di quella sacra mole fiorentina che è meraviglia del mondo. La fama che godono questi due capilavori ci dispensa dal lodarli: diremo solo che ambedue le statue stanno sedenti; Arnolfo vestito del lucco, tutto assorto nel suo concetto, appoggia il destro braccio alla tavola, ove è delineata la pianta del tempio, e tiene nella sinistra mano il decreto che ne ordina l'erezione; Brunellesco, ravvolto anch’esso in amplio panneggiato, sostiene con la mano sinistra una tavola, ha nella destra il compasso, e par misurare con l’occhio fissato in alto, quella stupenda cupola immaginata dal suo intelletto creatore. E nel 1833 inalzava in Pisa sulla piazza di Santa Caterina, la bella statua colossale di Pietro Leopoldo, avvolta nel romano paludamento e in atto di porgere ai Pisani le sue leggi immortali. Nè il severo stile di queste opere lo avea distolto dal modellare la fanciulla che accarezza le tortore (1831), soavissima composizione, al solito pel desiderio di molti più volte rifatta; e la Cloe (1834) che adagiata al suolo, d’improvviso, scorgendo un serpe tra i fiori, smarrisce i sensi. Correndo il 1838 pose nella chiesa di San Frediano di Lucca un bel monumento a Lazzaro Papi, lodato scrittore di versi e di storie. Su d’un cippo al cui piede sono alcuni volumi e un cigno vigilante, posa l’erma del traduttore di Milton, e gli sta presso dolcemente piegata la musa Calliope passandogli attorno al collo il braccio sinistro. Opera di ottimo concetto, maestosa ad un tempo e gentile. Ricorderemo in fine, passandoci di
altre molte per brevità, l’urna di Virginia De Blasis (1839) nel chiostro di Santa Croce in Firenze, ove la celebre cantatrice è rappresentata in atto di modulare la dolcissima aria del Bellini: “E se un’urna è a me concessa Senza un fior non la lasciate,” che già soleva ripetere con arte sovrana e indicibile affetto; e la statua di Leonardo da Vinci, collocata nel 1842, tra le ventotto degli illustri toscani nel portico del Vasari.
Ora secondo il nostro costume seguiteremo prima a parlare degli artisti mancati alla vita, per accennar poi brevemente ai viventi. FRANCESCO Pozzi di Portoferraio (n. 22 dicembre 1790, m. 28 febbraio 1844), educato all’arte in Toscana e poi a Roma, riuscì scultore lodato. Il suo Ciparisso gli diede nome, e fu da ricchi stranieri fatto ripetere più volte; e la Baccante, il Mercurio, la Danzatrice, la statua colossale di Ferdinando III a Livorno, e il Farinata degli Uberti per la loggia degli Uffizi (1844), opere tutte del suo scarpello, hanno in generale dei pregi. — ANDREA LEONI di Firenze (n. 1781, m. 1854), seppe dell’arte tanto da non essere dimenticato, quando si allogarono le statue degli illustri toscani, e nel 1845 fece quella di Francesco Petrarca. — GAETANO GRAZZINI fiorentino (n. 24 febbraio 1786, m. 22 agosto 1858) fu scultore di qualche merito, singolarmente nel modellare figure colossali decorative. Si debbono a lui ancora la statua della Speranza alla cappella del Poggio Imperiale, e quelle di Lorenzo il Magnifico (1842) e d’Amerigo Vespucci (1846) tra le ventotto della loggia vasariana. — LEOPOLDO LORI di Firenze (n. f5 agosto 1795, m. il primo settembre 1822) fu giovane di alte speranze. Applicatosi alle arti belle nella nostra Accademia, tanto andò innanzi nello studio, che dopo essere stato più volte premiato, nel 1820 ottenne la pensione di Roma. Di là inviava le copie del Mosè di Michelangiolo e di un leone del Canova, poi una sua vaghissima Leda. E mentre era intento a modellare un busto del Tasso, improvvisamente la morte lo rapì alla gloria che gli arrideva vicina. — GIROLAMO TURRINI di Firenze (n. 1795, m. 14 maggio 1853) ebbe da natura e dallo studio l’amore e la pratica dell’arte; ma per avversità di fortuna, non riuscì che tardi a levarsi dalla schiera volgare; e poco
dopo inalzata sotto gli Uffìzi quella sua bellissima statua di Donatello (1848), miseramente finì all’Ospedale, lasciando incompiuto un Giotto fanciullo che disegna la pecora, opera anch’essa modellata con grazia e non comune sapere. — PIETRO FRECCIA di Castel Nuovo di Sarzana (n. 26 luglio 1814, m. 22 luglio 1856) fu aggraziato statuario, se non molto nuovo nei suoi concetti, abilissimo però a condurli con assai diligenza e finitura. Le cose sue più pregiate sono un putto esprimente l’inverno, un San Giovannino e una leggiadra Psiche sedente. Nè vuolsi tacere che dopo la morte del Bartolini fu chiamato a finire il modello del Colombo che mostra ai suoi concittadini la Terra da lui scoperta, gruppo colossale pel monumento di Genova, che quel grande statuario lasciò incompiuto. Ma neppure al Freccia bastava la vita a condurre l’opera, di cui solamente fece il modello di gesso. — PIETRO GAVAZZI di Pistoja (n. 1815, m. 23 novembre 1852), fece prima il fabbro, poi tirato da naturale disposizione attese alle arti del disegno sotto il Bartolini: ma la sorte nemica gli attraversò ogni via ad uscire dalla miseria, e lo condusse a morte prematura in una squallida soffitta ove era vissuto con la famigliuola. Modellò alcuni ritratti assai belli, una Madonnina un terzo del vero per Pistoja (1850) e il Ganimede, la prima ed ultima statua che gli fosse dato scolpire in forme grandi al vero. — GIUSEPPE BENELLI di Firenze (n. 27 maggio 1819, m. 9 gennajo 1861) fu maestro d’ornato nella nostra Accademia, ed ebbe merito non comune. Si veda quella sua vaghissima base, ove posa il cinghiale di bronzo della loggia di Mercato Nuovo a Firenze, modellata nel 1857, con fiori, erbe e animali di gusto squisito, sulle tracce dell’antica consunta dal tempo. Avea anche fatto i modelli per gli ornati della porta maggiore della facciata di Santa Croce, ma la stolta presunzione di chi pretendeva che l’artista lavorasse a scapito, privò quel monumento di uno dei suoi più pregevoli adornamenti.
Diremo ora dei viventi che onorano la scultura in Toscana. Ma qui ci si conceda più che altrove la parsimonia del discorso e dei giudizi; conciosiachè anche per non dilungarci troppo, si voglia solamente accennare a coloro che più salirono in fama, o che ebbero la fortuna di eseguire pubbliche opere. Procedendo sempre per ordine di date, si presenta primo — LUIGI GIOVANNOZZI di Firenze (n. 1791), assai valente tra i così detti ornatisti
di stile. I lavori di squisito disegno e di perfetta esecuzione eseguiti nei monumenti della contessa d’Albany e dell’architetto Digny in Santa Croce di Firenze, come pure quelli bellissimi della Tribuna di Galileo, mostrano chiaramente come tutte le molte altre sue opere, quanto abbia gusto nel disegno, franchezza nel modellare, e abilità non comune nel lavoro dei marmi. — Emilio Demi di Livorno (n. 26 agosto 1798), ebbe fama di ottimo scultore e studioso dell’arte. La statua di Galileo Galilei (1839), che ammirasi nell’aula della Università di Pisa, in atto di mostrare agli scolari la sua scoperta del moto terrestre, palesa nell’autore mente arguta nel concepire, e facilità di mezzi nell’operare. Siede il Galileo, perchè chi sta seduto meglio raccoglie le facoltà dell’intelletto, nella mano sinistra tiene la sfera, con la destra indica la sua teoria, e dalla espressione vivissima della testa, e dal moto dei labbri, e da tutta la persona traspare la virtù del sapiente ragionamento. Ma già fino dal 1836 aveva esposto il Demi un suo gruppo in plastica, la Madre educatrice, gentile pensiero e molto bene eseguito, che oggi vedesi in marmo nella sagrestia della chiesa del Soccorso a Livorno. È anche sua lodata opera il Dante seduto, che sta nelle sale dell’Accademia Labronica in quella città, ma non può dirsi lo stesso di quello che fece nel 1842 per le nostre logge vasariane. Meritevole poi era la statua colossale innalzata a Leopoldo II nel 1848 in sulla piazza livornese del Voltone; ma la furia popolare, che non sempre rispetta nelle tele e nei marmi l’opera sudata dell'arte, in quei torbidi civili la travolse e spezzò. — Emilio Santarelli fiorentino (n. primo d’agosto 1801) trasse dall’esempio del padre, sommo incisore di numismi,
a Genova, la puttina che prega scolpita già pel Demidoff, e ripetuta poi in copia, che acquistarono all’Esposizione Italiana i Principi Reali, e, per tacere di molte altre, la bellissima statua di Michelangelo Buonarroti, che nel 1842 fu posta sotto il portico degli Uffizi, sono opere per concetto, ed esecuzione commendabilissime. Quel Michelangiolo poi che pensa vendicare la patria negandosi ardito di servirne il tiranno, sotto ogni rispetto onora l'arte italiana. — Temistocle Guerrazzi livornese, (nato in sul cominciare del secolo) mostrò ben presto che poteva riuscire scultore valente. Un suo bassorilievo sotto la statua del Primo Leopoldo a Pisa, un altro che adorna quella di Ferdinando III a Livorno, il Giovanni delle Bande Nere, posto nel 1855 nelle logge vasariane, e il bellissimo gruppo, l’Esule sul confine in atto di separarsi dalla famiglia, sono lavori che meritano lode non comune. — Francesco Giovannozzi di Firenze (n. 1802) e fratello del mentovato Luigi, è pure scultore ornatista di sommo valore. Si vedano il ricco festone e gli ornati tutti dell’imbasamento della statua di Leopoldo II a Livorno, quelli magnificamente scolpiti in macigno alla nuova scala del Poccianti nella reggia de’ Pitti, il cammino di stile del cinquecento per la villa Leyder a Maiano e i fregi che attualmente lavora per la facciata di Santa Croce, e le nostre lodi rimarranno di gran lunga inferiori al suo merito. — Niccola Bazzanti fiorentino (n. 1802), è pure un artista degno di bella ricordanza. La sua gentile Diana che si bagna, e la statua d’Andrea Orcagna, collocata nel 1843 tra quelle degli Uffizi, in atto di contemplare la celebre Loggia che a lui si attribuisce, sono sculture di pregio singolare. — Aristodemo Gostoli di Firenze (n. 6 settembre 1803), attese all'arte, tratto da naturale inchinamento dell’animo, e in fresca età riuscì artista provetto. Nel 1830 modellò quel suo Gladiatore moribondo, figura colossale che basterebbe sola a dar fama ad un artista, tanta vi si scorge dignità nel pensiero, bellezza di forme, decoro nelle movenze e verità. Vedemmo quest’opera riprodotta in marmo all’Esposizione Italiana dell’anno decorso, e vogliamo dire in lode dell’autore, che se i Giurati le tributarono il premio, il pubblico confermandoglielo di unanime consentimento, diceva il Menéceo una delle artistiche cose più belle di quella mostra solenne. Del Gostoli vogliono anche essere ricordate la statua del Galileo posta (1840) nella tribuna del Museo
di Fisica e Storia Naturale in Firenze, e l’altra al medesimo inalzata (1851) nel portico del Vasari; il bassorilievo del monumento del senatore Pontenani nel chiostro di Santa Croce (1844), esprimente la parabola: Reddite quae sunt Caesaris, Caesavi, et quae sunt Dei, Deo; la figura colossale delia Prudenza pel monumento di Colombo a Genova, con un bassorilievo esprimente il primo suo sbarco all’isola di San Salvadore, e una assai bella immagine al vero della Concezione, che va modellando pel marchese Canossa di Verona. — LUIGI MAGI di Siena (n. il primo novembre 1804), attese all’arte con amore e intelligenza. Sono modellate da lui una Carità, posta al Poggio Imperiale in luogo di quella del Bartolini, che, mirabile cosa com’è, si volle ritenere nei Pitti; la statua di Cosimo de’ Medici, il Vecchio, per il portico degli Uffizi, e il gruppo colossale posto in Grosseto ad eternare la bella ricordanza del bonificamento di quelle desolate Maremme. — LORENZO NENCINI fiorentino (n. 10 gennaio 1806) è anch’esso scultore di qualche merito. Si deve a lui il monumento di Giovita Garavaglia, collocato (1838) nella chiesa della SS. Annunziata di Firenze. Rappresenta l’arte che piange, tenendo in mano il rame dell’Assunta di Guido, ultima e non compiuta opera del celebre incisore pavese. Fece pure (1847) la statua di Guido Aretino che sta tra le ventotto de’ più illustri toscani, il gruppo della strage degli Innocenti, e quel Bacco giacente, figura al vero, che fu reputata la più bella delle opere sue. — ULISSE CAMBI pure di Firenze (n. 22 settembre 1807), è tra i primi che attendono all’arte tra noi. Compiuto con lode il corso accademico, passò a perfezionarsi a Roma, e di là mandava come saggio di studj il gruppo Dafni e Cloe, che poi nel 1841 rifece quasi intieramente pel conte Larderell. Nel 1844 scolpì con triste verità il monumento di quel celebre dipintore che fu Giuseppe Sabatelli, rappresentandone il corpo consunto dall’orribile tabe, disteso sul letto funerario. L’anno appresso modellava perii portico degli Uffìzi il Benvenuto Cellini, che è tenuto molto pregevole statua; quindi (1846) il Bacco fanciullo, che tutto lieto delle trincate tazze danza festoso e sorride con infantile voluttà; e nel 1849 per la chiesa della SS. Annuziata il sepolcro al marchese Luigi Tempi, ove oltre la statua giacente del defunto, è da ammirare il bassorilievo che esprime un coro di angeli. Fece poi quel vago e furbissimo Amor mendicante, che mentre con
una mano pare ti chieda la carità, nell’altra nasconde il dardo col quale disegna ferirti. Questo putto insieme al piccolo pescatore (1861), fu sempre ammirato da quanti lo videro, perchè v’è dentro ispirazione, grazia e verità. E davvero il Gambi nel modellare i fanciulli ci pare abbia raggiunto assai perfezione; come si vede nel suo lodato gruppo dell’Èva carezzante i figliuoli (1857), ove il piccolo Abele per soavità di movenza e di forme può dirsi tra le migliori cose dell’arte. Si deve pure a lui la statua maggiore del vero di Francesco Burlamacchi da Lucca, che vinta per merito ai competitori nel 1860, scolpisce adesso per quella città di commissione del Governo. — ODOARDO FANTACCHIOTTI di Firenze (n. 1809) gode assai bella fama tra gli scultori toscani. Il sepolcro dell’incisore Raffaello Morghen (1834), le statue di Giovanni Boccaccio (1843), e dell'Accursio (1852) per il portico degli Uffizi, il bellissimo gruppo della Strage degli Innocenti e la statua di Sallustio Bandini (1857) di commissione del marchese Cosimo Ridolfi, basterebbero sole al suo nome. Ma la Musidora, vaga ninfa che esce dall’acqua, della quale studiò il concetto nelle Stagioni del Thomson, poeta inglese; e più lo stupendo monumento della Signora Spence, italiana, e moglie di un pittore forestiero che da lungo ha stanza in Firenze, meritano nuova e più larga testimonianza d’onore all’artista. Quest’ultimo specialmente, dove tu vedi la donna gentile ora spirata, distesa sopra un funebre letto, innanzi al quale posano due angioletti che cantano le sue lodi; fu di unanime consentimento giudicato una delle più belle sculture sepolcrali del nostro tempo. — GIOVANNI LUSINI da Siena (n. 20 giugno 1809) attese di principio all’arte, e modellò la statua di Leon Battista Alberti (1850) per il portico degli Uffizi; ma poi lasciato il marmo e la creta, lavora oggi le cose anatomiche nel R. Museo fiorentino. — PASQUALE ROMANELLI di Firenze (n. 28 marzo 1812) è l’unico allievo del Bartolini, che abbia bel nome tra noi. La sua statua del prode Francesco Ferrucci (1847) tutta chiusa nelle armi e in atto di scagliarsi sull’inimico, è tra le più lodate della Loggia vasariana. Assai grazioso è quel figliuolo di Guglielmo Tell, scolpito in atto di contemplare compiacente la patema destrezza, che senza ferirlo colpiva il proposto segno. Non senza pregi la statua colossale di Vittorio Fossombroni modellata per la città di Arezzo, il monumento che pose (1858) alla memoria del venerato
maestro in Santa Croce, il Beniamino Franklin fanciullo, e la grandiosa figura del generai Garibaldi. — Lodovico Caselli, uomo in sui cinquanta, che attende all’arte con desiderio di far bene. Sono sua opera un gruppo esprimente Agar col figliuolo Ismaele, e la statua eretta (1852) a Paolo Mascagni celebrato anatomico, nella loggia degli Uffìzi. — Pio Fedi nato a Viterbo (7 giugno (1815) ma poi venuto a studiare in Toscana, è artista che va per la maggiore. I simulacri di Niccola Pisano (1849) e Andrea Cisalpino (1854), modellati per il portico del Vasari, e la statua colossale del marchese Torrigiani sono sculture pregevoli; ma l’opera che gli dette bella fama è il gruppo del ratto di Polissena, che per concetto e larga esecuzione ricorda l'ardita fantasia dei maestri greci. Questo superbo lavoro viene scolpito in marmo per cura di una società di amatori dell’arte, che designano farne dono a Firenze. — Giovanni Duprè da Siena (n. primo marzo 1817) é lo scultore italiano del tempo che abbia meglio compresa la mente sovrana del Bartolini. Dire degnamente delle molte opere che ha modellate fin qui, vorrebbe un libro: ma noi col solo annoverarle, siamo certi favellare abbastanza della sua fama. Quando appena in sui venticinque anni (1842) scoperse al pubblicò il suo Abele morente, il Bartolini, vedutolo, scriveva ad un amico suo che le sorti dell’arte erano assicurate, e per sempre bandito da essa il manierismo servile. E tant’oltre corse il grido di questa stupenda figura, che quasi fu dubitato se l’artista avesse potuto mai superarla. Ma il Caino, la statua di Giotto scolpita per il portico degli Uffìzi (1845), l’altra di Sant’Antonino arcivescovo ivi pure collocata (1852), e la celebre base in cui volle con maraviglioso accorgimento rappresentate le immigrazioni della gran tazza di porfido che deve posarle sopra, esprimendo cosi in poche figure il lungo avvicendarsi di tanti secoli e la storia di quattro civiltà; fecero a tutti manifesto natura ed arte essersi intieramente rivelate al Duprè. E quando gl’Italiani ammirarono di nuovo quest’ultimo suo lavoro all’Esposizione Nazionale dell’anno decorso, insieme a quella Saffo, che diserta d’ogni umano conforto, sembra avere abbandonato la vita anche prima dell’estremo sacrifizio; a que’graziosi e tanto differenti fanciulli, festante l’uno per la grassa vendemmia, afflitto l’altro per le uve perdute; e a quella Vergine santa che tutta rivela nel muto sembiante la disperata desolazione materna; fu una
la voce che lo salutò tra coloro che servendo col pensiero agli affetti, fanno rispondere le arti ai divini concepimenti. Nè vogliamo tacere che nel 1857 il Duprè inviò al concorso di Londra un modello pel monumento a Wellington, lavoro qua da pochi veduto, ma che gli meritò premio dalla sapiente Albione; nè delle due grandiose opere a cui attende adesso, il bassorilievo da collocare sulla porta maggiore della facciata di Santa Croce, esprimente l'Esaltazione del sacro simbolo, e il monumento sepolcrale di una gentildonna morta in Toscana pochi anni sono. — Torello Bacci di Firenze, uomo sui quarantacinque, scolpì nel 1844 la statua di Piero Capponi pel portico del Vasari; crediamo però che oggi abbia lasciato l'arte. — Pietro Costa pure fiorentino (n. 1819), studia con amore ed opera con coscienza. La statua di Francesco Redi che fece (1854) tra le ventotto degli illustri toscani, per la naturale movenza e per un certo gusto nella composizione merita lode; e quella sua graziosa americana del Sud (1859) che è adesso all’Esposizione di Londra, e il monumento della cantatrice Angiolina Bosio inaugurato nel 1860 nel campo santo cattolico di Pietroburgo, gli fruttarono anche appresso degli stranieri onorata menzione.— Luigi Cartei fiorentino (n. 2 settembre 1822), modellò nel 1847 per il portico degli Uffizi la statua dello storico Francesco Guicciardini; fece un’assai graziosa figura allegorica pel palagio dell'Esposizione italiana, e attende oggi con desiderio a scolpire una Pietà che ha da essere collocata nella nuova chiesa di Santa Caterina in Firenze. — Vincenzio Consani di Lucca, giovane artista, amante dei classici studj e del vero, scolpì (1856) non senza abilità la statua di Pier Antonio Micheli, famoso botanico, pel portico vasariano, e nell’anno appresso il monumento a Carlo III di Borbone duca di Parma. Merita anche di esser ricordata la sua Musica Sacra, molto gentile figuretta di garzone che canta. — Tito Sarrocchi di Siena, giovane che assai promette di sè, mandò all’Eposizione Nazionale del decorso anno un suo vago gruppo di una sorridente fanciulletta che insegna la prima preghiera al fratellino. — Salvino Salvini di Livorno (n. 26 marzo 1824) ha nome tra i più valenti scultori toscani. La statua d’Archimede, che inviava all’Accademia fiorentina, come saggio de’ suoi studi di Roma, e quella desolata figlia di Sion Ehma, modellata nel 1852, sono òpere degne di grandissima lode. Questa in special mo[do,]
dalle cui labbra par che di nuovo prorompa il disperato lamento dei biblici canti, destò già l’ammirazione degli Italiani e forma adesso quella dei forestieri nel palagio di Londra. Il Salvini oggi professore nella R. Accademia di Bologna, ha inalzato a questi giorni nel camposanto di Pisa un’assai bella statua a Niccola Pisano, e va modellando la statua equestre di Re Vittorio Emanuele, vinta al concorso del 1860, che poi gettata in bronzo, adornerà la gran piazza dell’Indipendenza a Firenze. Però non crederemmo avere sodisfatto intiero l’obbligo nostro, se dopo aver parlato della Scultura, non ricordassimo quel bravo CLEMENTE PAPI, che ha fatto rivivere tra noi V arte di fondere in bronzo statue ed altri oggetti di plastica, dopo Giovan Bologna e Ferdinando Tacca quasi affatto abbandonata tra noi. Il Papi (n. in Roma il 31 agosto 1806) venne per tempo in Toscana e qua dopo ostinata perseveranza e studio indefesso, giunse ad eseguire getti di finitura e delicatezza mirabile. Nel 1837 fece il busto di un giovinetto da esso modellato sul vero; dopo di che avuto modo per favore di chi reggeva il paese, di erigere una fonderia, gettò in bronzo una statua di tutto rilievo che fu la Diana succinta, trovata a Gabi. Riprodusse quindi la Venere della villa della Petraia e il Mercurio volante della Galleria degli Uffizi, bronzi di Giovan Bologna; nel 1839 il Perseo di Benvenuto Cellini, poi la testa del David di Michelangelo, e in fine le statue del Duprè, Abele e Caino, per la reggia de’ Pitti. Tutti questi getti sono di una straordinaria bellezza, sebbene condotti e finiti nella forma, senza bisogno di altre rinettature o ritocchi, eccetto gl’inevitabili in cosiffatti lavori. I contorni delle statue rimangono tali, quali escono dalla forma, senza essere alterati da lime o ceselli. E per far meglio conoscere l’effetto di questo suo bellissimo metodo, il Papi gettò anche in bronzo piante, fiori e animali formati sul vero, la superfice dei quali non può alterarsi con ritoccature, mostrandone! conservare i più delicati rilievi e sottosquadri della forma tale maestria, non più veduta ai nostri tempi. E anche vogliamo dire alquanto della ceroplastica, arte già fino dal secolo XIV praticata in Firenze per le figure votive, che si mettevano nelle Chiese, esprimenti al naturale i ritratti colorati delle persone; perchè in sul cadere dei secolo passato uomini di grandissimo ingegno la fecero rifiorire tra noi, dandole maggiore incremento e molto più utili applicazioni. A chi ha ve[duto]
il R. Museo fiorentino di Fisica e Storia Naturale, non sono certamente sfuggite le numerose preparazioni anatomiche, e le piante eseguite in cera con mirabile verità. Questi lavori si fecero per volontà di Leopoldo I da valenti artisti toscani, ad imitazione di quelli fatti già da Michele Zummo di Sicilia; il primo che adoperasse la ceroplastica a rappresentare pezzi anatomici, quantunque il Cigoli avesse già con tal mezzo tentato formare un modello della musculatura del corpo umano, I più abili tra questi modellatori di cere, furono il Susini, il Calenzuoli e il Calamai; e per essi l’arte raggiunse nuova perfezione in Europa. Accenneremo brevemente alle più importanti opere loro.
CLEMENTE SUSINI fiorentino (n. nel gennajo 1765, m. 22 settembre 1814), attese al disegno nella nostra Accademia e riuscì in breve a dipingere e far di rilievo assai bene. Datosi con molto amore allo studio dell’anatomia, tanto necessario a chi voglia andare innanzi nell’arte, si dette a modellare in cera alcune parti del corpo umano con tanta precisione, che lo stesso Mascagni ne restò maravigliato, e si strinse al valente giovane coi legami della più vera amicizia. Da lì in poi il Susini non si occupò d’altro che del disegnare e modellare membra umane, e tal volta intieri corpi. Molti Musei d’Europa posseggono le stupende opere sue, e ricco sopra ogn’altro ne è il nostro, ove la sola Venere decomponibile, basterebbe a farne durevole la memoria. La figura può disfarsi pezzo per pezzo, lasciando scoperte le cavità del torace e del basso ventre. Puossi così esaminare la situazione dei differenti suoi visceri, staccarli, riunirli, ed anco aprirli per conoscerne la interna forma. Questo corpo intiero ed altre preparazioni parziali, mostrano anche gli organi che servono alla riproduzione e allo sviluppo progressivo del feto mentre sta nel seno materno, e i differenti parti della femmina; cose tutte eseguite con infinita cura e sapienza, e che servono agli studj chirurgici non meno che il vero. Gli oltramontani stessi, non troppo facili a lodare le cose nostre, magnificarono a gara il Susini, e il Lassus, a nome dell’Istituto di Francia, gli scriveva: «questa specie di anatomia artificiale è una prova che voi riunite il doppio merito di dotto anatomico e di abilissimo disegnatore.» Pure retribuito sempre come un semplice lavorante del Museo, benché fosse spoglio d’ogni ambizione, attendeva fiducioso un premio alle sue lunghe fatiche; e lo aspettò di fatto
fino all’età in cui il saggio dovrebbe riposare tranquillo all’ombra onorata delle opere proprie; ma diserto d’ogni speranza, gli si velò per un istante l’intelletto, e miseramente si tolse la vita.
FRANCESCO CALENZUOLI fiorentino anch’esso (n. 4769, m. 46 marzo 4847), fu allievo del Susini, che lo prese seco di quindici anni, quando avuto l’incarico di formare un intiero gabinetto anatomico per l’Imperatore d’Austria, ebbe mestieri di circondarsi di aiuti. Ma dei quattro ammessi al suo laboratorio, in breve rimase solo il Calenzuoli, che innamoratosi dell’arte, studiò indefessamente il disegno e l’anatomia, e si fece valente. Chiamato prima ad aiutare il maestro, fu poi anch’esso modellatore del R. Museo, e lungamente si adoperò con lui in quelle celebri preparazioni di anatomia umana e comparata, che in gran parte sono opera sua, come tutti dovrebbero sapere, se almeno per la storia dell’arte, si ponesse a ciascun lavoro un cartellino col nome di chi lo fece. E quando Paolo Mascagni il celebre scopritore delle norme supreme dei vasi linfatici, volle che ne fosse fatta in cera la preparazione, il Susini e il Calenzuoli da lui diretti, e coi disegni di Antonio Serantoni, modellarono la famosa figura, che dimostra quei vasi esterni e superficiali, e fecero opera da non sapersi desiderare più bella, nè migliore. Morto il Susini gli successe il nostro Francesco, e col figliuolo Carlo, lavorò moltissime e stupende cere anatomiche non solo per i musei di Genova, Torino e Venezia, ma anche per quelli di Londra, di Svezia e d’America.
Anche LUIGI CALAMAI di Firenze (n. 1800, m. 13 ottobre 1851) che seppe ancora di scienze naturali, fu valente modellatore di cere, e come tale addetto al R. Museo. Le sue preparazioni di animali, di piante, di fiori e di frutti, gli organismi vegetabili, e quant’altro in somma può essere utile allo studio della zootomia e della filologia fu sua cura principale. E di questi lavori è ricco il nostro Museo, ma anch’essi si vorrebbero indicati con ispeciali cartellini, affinchè tutti potessero di leggeri conoscerne Fautore. — Anche ANTONIO SERANTONI di Firenze (n. 1782, m. 15 agosto 1837), apprese l’arte nello studio del Calenzuoli; ma le cose sue all’occhio degl’intelligenti rimangono di gran lunga inferiori a guelle del maestro; ed ebbe merito, ma nel disegnare ed incidere le cose anatomiche. Attendono oggi a quest’arte DEMETRIO SERANTONI figlio di Antonio, che ha inviato alla Esposizione di
Londra una sua figura muliebre decomponibile, GIOVANNI LUMINI stato prima scultore, e CARLO CALENZUOLI che tutti supera in abilità, e può dirsi degno erede dell’arte bellissima del Susini e del padre. Ricordiamo volentieri la più grandiosa delle sue opere eseguita per la Università della Luisiana a Nuova Orléans, la esatta riproduzione cioè di tutti i preparati di anatomia umana e comparata del nostro R. Museo, e i magnifici lavori che sono adesso nel palagio dell’Esposizione a Londra.
Ma prima di lasciare la scultura e le arti che hanno con essa una più stretta attinenza, non vogliamo passare sotto silenzio quelle dell’intaglio in legno ed avorio, che salite già in alto grado nel secolo XVI, rifioriscono oggi mirabilmente. Da qualche tempo si ammiravano in Toscana i lavori stupendi di PIETRO GIUSTI, ANGELO BARBETTI e ANTONIO ROSSI da Siena, di PIETRO CHELONI di Firenze, di LUIGI BIGOTTI da Lucca e di altri; ma la Esposizione Italiana dell’anno decorso, mise in luce oltre i mentovati tanti nuovi artefici di merito singolare, e così stupendi lavori da rammentarci quanto di meglio si faceva in passato. Vorremmo avere spazio e tempo per dare a tutti la debita lode e descrivere le cose più belle; ma per farlo convenientemente, sarebbe di mestieri uno speciale resoconto; basti dunque a testimonianza del merito questo ricordo e la nostra intenzione.
DELLA PITTURA.
Lo stato della pittura a mezzo il secolo XVIII era in Toscana, come in ogni altra parte d’Italia, assai lacrimevole. Quando dalle tenebre del medio evo spuntò l’aurora della nuova civiltà, l'arte bambina promise Raffaello; ma nel passato secolo fatta decrepita, parve invece volesse lasciarsi ignobilmente finire, senza nemmeno la gloria della bella morte. Abbandonata la imitazione della natura, e la scelta di quel bello, che in gran parte nel vero risiede, volle seguitare i più strani capricci, e si ridusse una matta convenzione, quasi diremmo una parodia. Pietro Leopoldo I, salito al trono della Toscana, volle fare dipingere alcune sale della villa del Poggio Imperiale, ma in veder poi codeste pitture scoperte, ebbe ad esclamare sdegnato: «Io pago e aiuto questi miserabili, ed altri prenderà cura di far imbiancare le volte!» Non pertanto vennero i nuovi tempi per l’arte: ma noi prima di studiarne il risorgimento, vogliamo far sosta un poco, e vedere quali cose operassero questi pittori toscani dell’ottocento, non pochi di numero, nè affatto privi d’ingegno. Incominciamo dai fiorentini.
Singolare grido di sè aveva levato in sul principio del secolo VINCENZIO MEUCCI (n. 1694; m. 1766), e benché lo dicessero il miglior frescante del tempo, a noi basterà ricordare una delle opere sue tenute allora più belle, quella macchinosa cupola della basilica di San Lorenzo, certi dell’aver detto di lui anche troppo. — GAETANO PIATTOLI (n. 1703, m. 1770 circa), seppe di pittura tanto quanto faceva mestieri ai suoi tempi per esser tenuto in conto. Più che altro si occupò di ritratti e, buoni o catti[vi,]
ne fece a quanti forestieri capitarono in città; ed acquistò fama grandissima in gran parte scroccata. Lo dica agli intelligenti la effìgie che di sè stesso dipinse per la collezione della Galleria fiorentina. — Molto anche operò in patria e in altre parti della Toscana GIUSEPPE ROMEI (n. 23 giugno 1714, m. in sul finire del secolo); ma il suo nome dicono si raccomandasse specialmente a un certo trovato del dipingere con sughi d’erbe sopra panni bianchi a guisa d’arazzo. — Migliore assai fu TOMMASO GHERARDINI (n. 1715, m. 1797) allievo del Meucci. Riuscendo a comporre con lode bassorilievi a chiaroscuro, ornò a fresco una gran sala della R. Galleria degli Uffizi, e altri ne fece in tela ora per la Galleria imperiale di Vienna, ora per diversi gentiluomini fiorentini, tedeschi, e inglesi che ambirono fregiarne le loro. Fatta riserva per le colpe del tempo, dalle quali non ebbe ingegno sufficiente a francarsi, può dirsi il Gherardini tra i buoni artisti d’allora. — GIULIANO TRABALLESI (n. 1728, m. 14 novembre 1812) fu pure grazioso e immaginoso pittore. Lavorò assai bene in patria uno sfondo per l’oratorio di San Fiorenzo, a Siena la volta della Chiesa di Santa Maria della Misericordia, presso Livorno le pitture della cupola della Chiesa di Montenero e per Bologna diverse tavole di sacro soggetto. Nel 1775 Firmian, ministro plenipotenziario in Lombardia per Maria Teresa austriaca, lo chiamò a Milano professore nell’Accademia di Belle Arti; e anche in questa città condusse assai lodati dipinti, sebbene però non riuscisse mai a vincere in pregio l’Appiani. — Nè debbesi lasciare senza tributo d’onore GIUSEPPE CIPRIANI, per errore chiamato Gio. Battista, pittore di famiglia Pistojese (n. a Firenze nel 1732, m. 1785). Fece due quadri per la Badia di San Michele in Pelago, un San Tesauro, e un San Pietro Igneo; la tela dell’organo per la chiesa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi a Firenze, e la tavola per l’aitar maggiore della chiesa del Pellegrino fuori la porta a San Gallo. Passato poi a Londra, molto fu adoperato dal celebre incisore Bartolozzi, che intagliandone i bellissimi disegni d’invenzione, ne fece il nome immortale.
A Pisa fiorì in questi tempi Giovan Battista Tempesti, che nel dipingere a fresco non mancò di merito. La sala nell’Arcivescovado di quella città, che serviva alle funzioni dottorali, e quella destinata alla musica nel palazzo de’ Pitti, furono pitturate da lui; ma l’opera che valse a dargli maggior nome, è il transito del beato Ranieri nell’oratorio pisano di San Vito.
A Siena APOLLONIO NASINI, ultimo di questa famiglia di pittori (n. 1689, m. 1768), aiutò nelle opere Giuseppe suo padre e lo zio Antonio. Ma se bene tutti costoro avessero allora gran nome, oggi appena se ne ricordano le fatiche.
Le cose passarono meglio a Lucca. Un suo cittadino POMPEO BATONI (n. 5 febbrajo 1708, m. 4 febbrajo 1787), riuscito pittore chiaro per immaginativa ed affetti, ebbe comune la fama del Mengs. Ma taluno vorrebbe considerarlo, e non senza ragione, più romano che lucchese, perchè a Roma solamente fece gli studj, fermò il domicilio, e operò. Che che ne sia, la patria serba di lui poche cose. Ricordiamo tra queste il quadro ov’è espressa santa Caterina nell’atto di ricevere le sacre Stimate. — GIOVAN BERNARDINO NOCCHI (n. 8 maggio 1741, m. 27 gennajo 1812) fu pure artista lucchese di qualche valore, per la ricchezza e convenienza dell’inventare e pel modo di colorire. Anche esso però imparava l’arte a Roma, studiando sotto Niccola Lapiccola e meglio sopra i famosi dipinti degli antichi maestri. Operò assai nel Vaticano, quindi per diverse corti d’Europa e per i privati signori; ma la patria non ha di lui che un sol quadro nella Chiesa di San Frediano, esprimente il transito di Sant’Anna. — STEFANO TOFANELLI (n. 26 settembre 1750, m. 30 novembre 1812), compie la triade de’ buoni pittori lucchesi del secolo XVIII. Fatti anch’esso in Roma gli studj, vi ebbe fiorita scuola fino al 1802, nel qual tempo si rese finalmente alla patria. Ivi tra le altre si ricordano le sue storie d’Apollo dipinte a fresco nella sala della villa Mansi a Sagromigno. Devonsi pure al Tofanelli i principali disegni pei rami del Volpato e del Morghen.
PIETRO PETRONI di Pontremoli (m. in età avanzata nel 1803), che che ne dicano i biografi municipali, fu mediocrissimo pittore; e se ottenne per cabala d’esser posto alla direzione dell’insegnamento di pittura nell’Accademia fiorentina, ciò fu a maggior danno dell’arte. Poco avea disegnato e meno dipinto prima d’ottenere codesto ufficio, nulla più fece poi; e abbandonati affatto i pennelli, parlò sempre ai giovani scuolari, ma non disse loro pure una volta, ecco come si opera. Guai ai maestri dell’arte che disputano e scrivono, soleva dire il Canova, è segno che non osano e non sanno fare.
GIUSEPPE TERRENI di Livorno, che fiorì nella seconda metà del passalo secolo, fu frescante e ornatista di moltissimo merito;
come mostrano chiaro e le pitture della cappella del Sacramento nel Duomo della sua patria, e la sala elegantissima detta del Buon Umore, nella Accademia fiorentina di Belle Arti. Ma oltre la fama che gli venne dalle opere numerose, meritò onorato ricordo, per aver trovato una certa terra verde mare, da cui si cava quel bel colore tanto adoperato nei freschi, e che dicono anch’oggi da lui il verde terreni.
VALENTINO BALDI di Pistoja (n. 1744, m. 22 ottobre 1816) fu anch’esso pittore di prospettive e d’ornati, ed ebbe rinomanza nel colorire grottesche, fregi, soffitte, facciate, insomma ciò che dicono in arte far quadrature. Dipinse pure a olio con gusto, più specialmente frutta e fiori, e si attentò a intagliare sul rame.
A Prato poi lavoravano di prospettive GIUSEPPE CASTAGNOLI (n. 1754, m. 1832) stato maestro d’ornati nell’Accademia fiorentina, e autore di un libro: Le regole pratiche di prospettiva per i giovani figuristi, impresso in Firenze; e LUIGI CATANI (n. 1762, m. 12 ottobre 1840) frescante anch’esso tra i primi, come mostrano le sue pitture della sala di Giove nella galleria de’ Pitti. Questi fu pure maestro assai reputato nella nostra Accademia. E vuoisi infine mentovato un altro pittore di storie a fresco, che sebbene ricco di feconda immaginazione, e di prontezza singolare, ebbe a’suoi tempi plauso oltre il merito.
È questi LUIGI ADEMOLLO di Milano (n. 30 aprile 1764, m. in Firenze 11 febbrajo 1849), che venuto giovine tra noi, prese a dipingere grandi e macchinose storie nei teatri, su i siparj, per le sale signorili, e anche nelle chiese. Ricordiamo i freschi dei Pitti, specialmente nella reai Cappella, e quelli della SS. Annunziata e di Sant’Ambrogio; ed a porgere più adeguata idea di quella sua strana fantasia, basti dire che immaginava dipingere intieramente il Duomo di Firenze. Ebbe però non comune scienza degli usi, riti e costumanze antiche, e incise all’acqua forte, ma non con troppa diligenza.
Ecco quali furono gli artisti principali toscani o fattisi toscani educati alle vecchie scuole; quali i lavori meglio pregiati del tempo loro; quale lo stato dell’arte quando essi fiorivano. Ingegno e pratica delle matite e dei pennelli non possono loro negarsi, ma erano nulla più che manieristi, affatto ignoranti della parte più vera e più filosofica della pittura.
Non pertanto dalla scuola del Petroni, ma non già per le lezioni di lui, uscivano per recarsi a Roma a cercarvi perfezione nella pittura due giovinetti nei quali parvero riposte le speranze dell’arte toscana. Faceva ammirarsi il primo per aggiustatezza d’ingegno e perseveranza negli studj, il secondo per la immaginazione feconda e per la prontezza nell’operare, ambedue per amore indefesso alle arti belle. Erano PIETRO BENVENUTI e LUIGI SABATELLI. — Il Benvenuti (n. in Arezzo il 18 gennajo 1769, m. in Firenze il 3 febbrajo 1844), fatti i primi e più certi passi nell’Accademia fiorentina, passava nel 1792 in Roma a completarvi la sua istruzione d’artista, collo studio assiduo del bello, e anche per quella nobile gara d’emulazione, che suole destare nei generosi la vista di tanti capolavori, che fanno della città eterna la reggia più sontuosa del mondo. E là infatti condusse in breve la prima sua opera, quella che allora gli valse la fama, il martirio di San Donato per la cattedrale d’Arezzo. Esposto il quadro agli occhi del pubblico, fu giudicato superiore a quante pitture erano state fatte da un secolo. Grandioso lo stile, bella la composizione, corretto il disegno, buono il colorito, ed espressione somma nella testa del Santo, già sul punto di cogliere la palma dei martiri. Un’opera così bene condotta fruttò subito al giovane pittore la commissione d’un altro gran quadro per la cappella della Madonna nella cattedrale d’Arezzo, esprimente il trionfo di Giuditta sull’ucciso Oloferne. E non si tosto venne scoperto questo macchinoso dipinto (1804), che il nome dell’artista fatto europeo, parve rivendicare all’Italia il primato nella pittura. Descriverlo non ci concede il tempo, nè d’altra parte lo stimiamo necessario ai nostri intendimenti; basti il dire che finitolo appena, il Benvenuti venne chiamato a dirigere la nostra R. Accademia. E da quel tempo può dirsi che incominciasse per l’arte una nuova èra. Abbandonati i metodi meccanici, che la riducevano a mestiero, si cercarono e disegnarono le statue e i dipinti dei grandi maestri, si studiò il vero e l’anatomia, si attese con più amore e accuratezza al soggetto. Certo non vuolsi tacere che la troppa smania dell’imitare le sculture greche, piuttosto che la natura, facesse nascere una nuova scuola accademica, che volle dirsi, e male a proposito, classica; la quale trapiantando in Italia il gusto tal volta esagerato del francese Giacomo Luigi David, allontanò per allora la pittura da una maggior perfezione: ma nemmeno può negarsi che
queste opere del Benvenuti avessero molti pregi, e che il suo nuovo metodo, rovesciasse affatto i vecchi sistemi, conducendo per lento ma sicuro trapasso sopra una strada migliore.
Molte e tutte lodate furono le opere che lasciò questo pittore; eccone le principali. La parabola del Samaritano, che per la bontà delle tinte parve accostarsi alla scuola veneta; la terribile scena dantesca della morte del conte Ugolino, eseguita pei signori Della Gherardesca, e in cui sono grandi pregi di disegno; l’amplia tela per la galleria fiorentina de’ principi Corsini, esprimente Priamo trascinato a morte da Pirro, quadro di assai bella e studiata composizione; il giuramento dei Sassoni al primo Napoleone dopo la battaglia d’Iena; gli stupendi freschi della sala d’Ercole nella galleria de’ Pitti; e quelli della cupola della cappella medicea in San Lorenzo, che figurano storie del vecchio e del nuovo Testamento.
Anche il SABATELLI (n. in Firenze il 21 febbraio 1772, m. a Milano il 29 gennaio 1850), acquistò in breve chiarissimo nome nell’arte. Dotato d’ingegno veramente originale, fecondo nell’immaginare e più ancora nell’eseguire, mirò a raggiungere la perfezione per nuove vie. Improntava a penna in sulla carta con arditezza michelangiolesca i suoi più grandiosi concetti, con la stessa e maggiore facilità che altri possa fare con la matita. E tanta era la sicurezza in ciò acquistata dal nostro Luigi, che giovane ancora e studente a Roma, certo giorno con maraviglia di tutta la scolaresca dell’Accademia di San Luca, e del Benvenuti stesso amico suo, che poi lo raccontava con ammirazione, rifece il nudo a penna incominciando a tratteggiarlo dai piedi. Laonde da un così fatto esercizio acquistò nel comporre un fare largo e ricchissimo, che poi tradotto nei suoi dipinti e specialmente nei freschi, lo fece considerare come uno dei più grandi artisti del tempo, competitore degnissimo-del Benvenuti. Ed entrambi, vicendevolmente stimandosi, si amarono di molto affetto; e quando fu commesso al primo il quadro della Giuditta per la cappella d'Arezzo, volle ad ogni modo che fosse allogato l’altro per far riscontro al suo al Sabatelli, che vi dipinse Abigail ai piedi del re David. Fu questo il più grandioso dei suoi lavori a olio; sebbene i tre quadri che fece poi pei marchesi Capponi, di cui fu particolare creato, esprimendo nel primo, Piero gran cittadino di quella illustre casata, che lacera in faccia a Carlo VIII, i di[sonesti]
capitoli, nel secondo il combattimento di Orlando e Rodomonte, e nel terzo lo scontro del primo console Bruto con Arunte figlio di Tarquinio il Superbo, gli vadano innanzi per merito di composizione. Ma dove il Sabatelli non ebbe rivali fu nel dipingere a fresco. Basterebbe ricordare le pitture della sala dell’Iliade nella galleria dei Pitti (1819), e principalmente lo sfondo della volta che figura il Concilio degli Dei in Olimpo, quando Giove ordina loro di non prendere parte alcuna nella futura guerra troiana; Giunone che chiede a Venere nell’Olimpo il suo cinto maraviglioso; la stessa sposa di Giove che risveglia il sonno nella sua grotta, e quel terribile Aiace che scaglia una gran pietra sopra Ettore fuggitivo, soggetti espressi nelle lunette che circondano la sala medesima. E in Firenze fece anche a fresco alcune istorie della vita di Galileo, nella Tribuna a lui dedicata nel Museo di Fisica; un Ganimede, stupenda figura, nello sfondo di una volta in casa dei marchesi Gerini; il Trionfo d’Amore nella maggior sala della villa Giuntini a Camerata, e negli ultimi anni del viver suo, la Vergine in gloria nella cupola di una cappella della chiesa di San Fiorenzo. A Milano poi ove stette lungamente, chiamato fino dal 1808 professore di pittura in quella R. Accademia, destò singolare ammirazione con le Nozze d’Amore e Psiche, nelle volte del palazzo dei marchesi Busca Serbelloni, e con la visione dei ventiquattro seniori giusta l’Apocalisse, nella chiesa parrocchiale di Valmadrera in vicinanza di Lecco. Ma prima di lasciare il Sabatelli, non vogliamo tacere di quei suoi stupendi tocchi in pènna, alcuni in dimensioni straordinarie, e con figure al vero; come il profeta Eliseo che maledice i fanciulli. Mirabilissimi poi quelli che sono in casa del marchese Gino Capponi, Adamo ed Èva, Armida e Rinaldo, Minos giudice infernale, ed altri assai; ed infine quei suoi grandiosi intagli all’acqua forte, quasi diremmo improvvisati sul rame, sette esprimenti soggetti dell’Apocalisse di San Giovanni, e due il mentovato quadro di Pier Capponi, e quella molto terribile scena della peste di Firenze, che ha fatto sempre la confusione dei detrattori del Sabatelli; vogliamo dire di coloro, che fattasi arme di alcuni falli tal volta dal grande artista commessi, dissero stoltamente che non sapeva disegnare.
Contemporaneo a questi due grandi artisti fu FRANCESCO NENCI d’Anghiari (n. 10 aprile 1781, m. in Siena il 4 marzo 1850).
Ammaestrato in Firenze nei principii dell’arte, giovinetto ancora concorse ai temi proposti dall’Accademia milanese, e due volte ottenne il premio; la prima (1805) con un gran disegno di composizione, Saffo ed Alceo agli Elisi; la seconda (1809) col quadro a olio, Zenobia raccolta dal fiume Arasse. Pensionato a Roma, ivi condusse tre dipinti che l’Accademia fiorentina conserva, Aiace figlio d’Oileo che vuol salvarsi dalla tempesta (1814), il pastore che toglie il fanciullo Edipo dall’albero ove era stato appeso (1815), e una Vergine orante col putto (1816). Diversi freschi fece poi in quella città e in Toscana; ricordo il migliore, quello della cappella del Poggio Imperiale esprimente l’Assunzione della Vergine. E meritano anche speciale menzione un suo cartone rappresentante Ulisse nella reggia d’Alcinoo che piange, udendo Femia cantare le vicende della guerra troiana; e il quadro del martirio di Santa Irene dipinto per la chiesa di San Paolo a Napoli. Ma una delle opere che più fece onore al Nenci sono i soggetti che disegnò maestrevolmente sulla Divina Commedia. Quelli della cantica del Paradiso furono incisi a mezza macchia per la edizione del Dante dell’Ancora (Firenze, 1817). Disegnò pure assai composizioni bibliche, e quelle per l’Iliade poliglotta impressa dal Batelli (Firenze, 1838), che vennero intagliate in rame a tutto effetto. Era il Nenci un dotto uomo, e riuscì egregio nel comporre, ma debole nel colorito e nella forma, come quello che il più di sovente disegnava le sue figure di maniera; nonostante vuolsi considerarlo tra i benemeriti dell’arte, che esercitò con passione, e insegnò come seppe nell’Accademia di Siena, di cui fino dal 1827 ebbe la direzione, dopo la renunzia di Giuseppe Collignon.
Ma il pittore che approfittando degli esempi del Benvenuti e del Sabatelli, seppe, mercè le doti che natura gli avea largito, far nuovi passi nell’arte, è GIUSEPPE BEZZUOLI di Firenze (n. 28 novembre 1784, m. 13 settembre 1855). Svincolatosi presto da quella durezza accademica acquistata nella scuola del Desmarais (maestro francese allora insegnante tra noi), e a quella istessa del Benvenuti; col molto studio e la lunga pratica dell’arte, acquistò bella fama. Colorito bellissimo e generalmente armonioso, assai rilievo nelle figure, larghezza nel disegnare, ed effetto sempre stupendo, ecco i pregi del Bezzuoli; ai quali quando si fosse congiunto maggiore studio nel comporre, un po’di
parsimonia nella tavolozza, e tal volta più cura nel disegno, questo artista del nostro tempo potrebbe dirsi sommo. Nondimeno raffrontandone i grandi meriti coi difetti (alcuni dei quali inerenti forse a quella sua indole focosa, che talvolta sdegnava il vincolo delle regole), il Bezzuoli rimane sempre nella triade onoranda, che rinnovellò l’arte tra noi. E il progresso ha da considerarsi in lui tanto maggiore, quanta più verità e studio della natura traspare nelle sue opere. Oggi una lodevole scuola, che cerca ricondurre l’arte italiana alle prime e più vere sue tradizioni, giudica severamente questo pittore; ma noi, che pur troppo ne riconosciamo gli errori, ci faremo lecito domandarle, con gli occhi fìssi sopra le opere odierne, se il Bezzuoli erede del Benvenuti e del Sabatelli, facesse indietreggiare la pittura in Toscana; o non piuttosto, la spingesse in un sentiero meno lontano dalla perfezione? Le arti e le scienze non procedono nella loro vita intellettuale per isbalzi dal cattivo al buono, ma camminano lentamente verso il meglio. E noi ogni qual volta ci facciamo a considerare la tela stupenda che il Bezzuoli colorì per la chiesa del Crocifisso al Borgo San Lorenzo, vediamo chiaro nella mente questo avanzamento; nè ci par tanto lontana la strada che di là conduce ai quadri dei più slimati nostri odierni pittori. Andare oltre è dovere, come cercare il meglio, ma ciascuno d’ingegno, secondo i tempi in che visse, e secondo la propria natura porta la pietra al grande edifizio; e quando i progredimenti sieno innegabili, non è lecito rovesciare nel fango chi operò e molto e bene, è piuttosto obbligo stretto di tutti far meglio.
Vediamo in breve quali fossero i lavori principali di questo artista che mirabile a dirsi, lasciò fatti circa duecento quadri. Tornato appena da Roma (1813), ove fu a compire gli studj, dipinse di grandezza naturale Francesca da Rimini con Paolo, quando vengono sorpresi da Lanciotto, e poi gli amori d’Angelica e Medoro, opere che menarono assai grido in Firenze. Fu allora che il Benvenuti lo chiamò ad insegnare nell’Accademia, ove poi successe al maestro. Fece anche per la chiesa di San Remigio, l'Arcivescovo di Rems che dà il battesimo a Clodoveo re de’ Galli, pittura di grandi dimensioni; quindi (1829), l’entrata di Carlo VIII in Firenze, accolto dalla Signoria, dal Clero e dai principali cittadini il 17 novembre 1494, troppo ben nota tela, perchè spendiamo altre parole a descriverla. Nel 1837 la morte di Filippo
Strozzi e quella di Lorenzino de’ Medici, che fece pel cavalier Puccini, poi il ritrovamento del corpo di Manfredi dopo la battaglia di Benevento pel principe Demidoff, e dopo il 1840, il maraviglioso quadro pel Borgo San Lorenzo, ove espresse i popolani di quella terra, che ringraziano Dio per essere stati liberati dal terremoto. Se quest’opera, degna di antico pennello, fosse più di sovente veduta, si avrebbe maggior riverenza al Bezzuoli. E infine, per tacere di tanti e tanti altri, ricordiamo la immensa tela, Giovanni delle Bande Nere al passaggio dell’Adda (1852), difettosa però nella composizione, e l’Eva che ascolta il linguaggio del serpe seduttore, che può dirsi l’ultimo suo lavoro. Amò anche dipingere il paese, e lo fece con abilità singolare, come ne porgono amplia testimonianza oltre l’Eva, diversi altri suoi quadri. Si vedano la morte di Zerbino, soggetto tratto dall’Ariosto, e quella tempesta che ricavò da una comparazione dell’Alighieri nel canto nono dell’Inferno.
Ma uno dei meriti più rilevanti del Bezzuoli fu nel dipingere a fresco; e per coloro che hanno veduto di lui Alessandro il Macedone nello studio d’Apelle, ai Pitti, la caduta dei gravi nella Tribuna di Galileo, quella stupenda Follia che guida il carro d’Amore in una sala del palazzo Gerini in Firenze, la Samaritana al pozzo nella sua villa di Fiesole, il deposto di Croce nel Duomo di Pistoja, e quella vaghissima danza della prima giornata del Decamerone nello sfondo di una sala in casa Bossi nella istessa città, non fa mestieri giustificare là nostra affermazione.
GASPERO MARTELLINI di Firenze (n. 15 febbraio 1785, m. 20 ottobre 1857), venuto anche esso dalla scuola del Benvenuti, riuscì pittore lodato più che altro nei freschi. E sebbene oggi le opere che fece non sieno in fama come ai tempi della sua giovinezza, non possono negarglisi pregi nella composizione. Ricordiamo la sala d’Ulisse ai Pitti, ove rappresenta quel saggio che ritorna ad Itaca sua, e la cappella Spinelli in Santa Croce di Firenze, nelle pareti e nelle lunette della quale dipinse l’Incoronazione della Vergine, la Chiesa Militante, e il voto fatto dai Fiorentini dopo la pestilenza del 1633, di digiunare in perpetuo la vigilia della Concezione. — VINCENZIO CHIALLI di Città di Castello (n. 1787, m. l840) fu pittore di gusto mirabile, specialmente nel rappresentare interni e prospettive con buon disegno, grande verità e bellissimi effetti di luce. Colori molti quadri di cosiffatto genere,
guadagnando bella riputazione, che bastano a confermargli appresso di noi quei due della regia Galleria di Firenze: i padri Cappuccini che associano in coro un loro confratello morto, e la Messa cantata. — ANTONIO MARINI di Prato (n. 27 maggio 1788, m.10 settembre 1861), prese ad imitare ne’ suoi dipinti gli esempi dei quattrocentisti, piuttosto che la falsa scuola in voga durante il primo periodo della sua vita artistica. Cercò dunque, per quanto glielo concedevano le proprie forze, raggiungere la purezza del disegno, il gusto semplice del colorire e sopra tutto la ispirazione religiosa, doti principali dei bei tempi della pittura. Di qui il suo valore nel condurre freschi, in ispecie di soggetto sacro, e nel dipingere immagini sante. Pure anch’esso dovè pagare il tributo all’età, e fece di principio coi soliti metodi le solite mitologie, come in quel grandioso sfondo in una sala del palazzo Estherazy a Vienna, ove rappresentò Giove e gran parte dell’Olimpo; ma tornato in patria, si dette ben presto ai soggetti storici e religiosi, e poi con amore grandissimo ai restauri degli antichi dipinti, che una barbarica ignoranza da un pezzo aveva lasciati in vergognoso abbandono o peggio ricoperti di bianco. Molte opere condusse a fresco e in olio, più assai ne restaurò. Dire di tutte non ci è possibile, ne citeremo alcune tra le principali. E dei freschi, la Musica Sacra, e la Profana, la Poesia e un Coro di putti festanti nelle sale del conte Carlo Guicciardini in Firenze (1852), e alcuni fatti della vita di Sant’Anna nella cappella dei Giuntini in San Giuseppe; dei quadri a olio, la Vergine piegata inatto di abbracciare il divin figlio che le corre incontro (1843), e la tela per la chiesa della Madonna delle Carceri in Prato, ove è proprio di Paradiso quella gloria di Angeli esultanti che inneggiano alla Madre di Dio (1847); dei restauri, quelli stupendi delle pitture giottesche nel palazzo del Potestà, ove ebbe la bella ventura di ritrovare le venerate sembianze del nostro Poeta (1840), e quelli fatti in più tempi nella chiesa di Santa Croce. —ANTONIO MORGHEN di Firenze (n.1788, m. 26 giugnol853), figlio del celebrato incisore, ebbe da natura ricca fantasia, quale si conviene a chi attende alla pittura di paese; ma sfornito di studj dell’arte, mal compresa a’ suoi tempi, in quelle molte vedute che fece di campagne svizzere ricoperte di neve, si contentò di trovare meglio che il vero l’effetto. Meritano nondimeno tra le cose sue particolare ricordo, certe tele dipinte per adornare le pareti di un caffè fuori la
porta alla Croce in Firenze. — Tommaso Gazzarrini di Livorno (n. 15 febbraio 1790, m. 7 febbraio 1853), sebbene allievo del Benvenuti, senti anch’esso e presto il bisogno di imitar meno Greci e Romani, e di raggiungere maggior verità nel colorire. Infatti le sue tele presto vennero in credito. La Santa Giulia, che fece pe’ suoi concittadini, è opera grandiosa e degna di lode; come il Cristo spirante, bello per effetto e finissima esecuzione, e il quadro storico Amadeo VI di Savoia che presenta il patriarca di Costantinopoli a papa Urbano V, ambedue dipinti pel re Carlo Alberto. Fece poi con molto affetto e soavità una sacra famiglia; ma l’opera prediletta, quella in che voleva mostrare tutta la sua perizia, era un’amplia tela per una compagnia d’Inglesi, nella quale avea preso a dipingere l’arcivescovo Langton che ragunati nell’abbazia di Edmonbury i baroni sassoni, inglesi e normanni, gli esorta a domandare a re Giovanni la conferma della Magna Carta. Morte gl’impedi compiere questo dipinto già in molta parte condotto. Il Gazzarrini fu maestro di figura nella nostra Accademia. — Niccola Cianfanelli fiorentino (n. 19 luglio 1793, m. 30 agosto 1848), studiò prima sotto il Benvenuti, ma ebbe da natura assai buon ingegno per formarsi stile e maniera propria. E sebbene i restauri dei quadri antichi, attorno ai quali spese volentieri il tempo, lo distogliessero dall’operare di suo; pure dipinse assai e con sì grande amore da lasciare fama di sè. Le cose sue principali sono: il fresco esprimente Ercole e Jole, eseguito nel salone del palazzo Borghesi; il sipario del teatro Niccolini, ove rappresentò con assai bella composizione, e brio di colore, la giostra di Lorenzo il Magnifico col Borromeo sulla piazza di Santa Croce, cavandone il soggetto dal poema del Pulci; l’adorazione de’ Magi, quadro per la chiesa di Santa Felicita; le diverse storie, cavate dal romanzo i Promessi Sposi, che dipinse sulle pareti di una sala al real palazzo, e che vengono stimate il suo capolavoro, e le due lunette per la Tribuna di Galileo in cui rappresentò: Leonardo da Vinci che presenta il matematico fra Luca Pacioli a Lodovico il Moro, e il famoso fisico Volta che esperimenta la sua grande scoperta della Pila innanzi a Napoleone I. Ma di quest’ultima però abbiamo di lui solo il cartone, perchè gli mancò la vita a colorirla. A Genova poi lavorò il martirio di San Giacomo per la chiesa dedicata a questo santo, e quel grandioso dipinto della Strage degli Innocenti, esempio
veramente splendido di portentosa immaginazione. Fece anche nella villa Puccini a Pistoia Benvenuto Cellini nel momento che presenta a Cosiino I e alla duchessa Eleonora il modello del Perseo. — MICHELE RIDOLFI di Lucca, valente pittore e scrittore delle cose dell’arte (n. 1794, m. primo novembre 1854.), merita pure onorata ricordanza. Avuti i primi rudimenti del disegno e del colorito dal Tofanelli, passò a Roma desideroso di studiarvi i più insigni modelli delle arti italiane. Più che i metodi del suo tempo, amò le cose dei buoni secoli, tutte verità ed espressione; e fece diversi quadri o per chiese o per privati, non senza pregi. Dipinse ancora col metodo dell’encausto (da esso, per quello che ne diceva, perfezionato), sul muro dell’abside della chiesa di Sant’Alessandro. Gli Scritti poi che dette in luce son ricchi di cose utilissime, e distesi in buona ed elegante forma. — BALDASSARRE CALAMAI di Firenze, allievo del Benvenuti (n. 13 novembre 1797, m. 11 luglio 1851.), fu pittore di maniera splendida e originale. Certe sue composizioni schizzate a penna con mirabile facilità, il quadro del Galileo visitato da Milton, e quello più noto della Pestilenza di Firenze del 1348, gli fanno luogo tra i più valenti suoi contemporanei. Ma alla potenza straordinaria dell’ingegno, costui non seppe o non volle congiungere lo studio indefesso, senza del quale (se lo pongano bene in mente coloro che usciti appena da scuola si dicono artisti o letterati), i doni meglio preziosi della Provvidenza, hanno la sorte infelice della farfalla in mano al fanciullo. Dedito allo sciopero, al giuoco, alla crapula, trascurò ogni bella disciplina della mente; e disperse l’intelletto come fini presto la vita.
Ma i due artisti che sopra gli altri levaronsi per altezza d’ingegno, furono i figliuoli di Luigi Sabatelli, Francesco e Giuseppe, ambedue presto venuti in fama, ed ahi! troppo presto rapiti all’arte. FRANCESCO (n. in Firenze 22 febbraio 1803, m. nell’agosto 1830) fu allievo del padre; e fino dalla prima fanciullezza fece manifesta la mente nell’immaginare feconda, e la mano prontissima a delineare sulle carte, con fieri e parlanti segni le sue invenzioni. Tra i suoi primi disegni giovanili, vogliono essere ricordati Pier Capponi che lacera i turpi capitoli, Giuseppe venduto dai fratelli alla cisterna di Dothain, e la creazione dell’anima. Quando Luigi Sabatelli fu chiamato da Milano a dipingere nei
Pitti il salone dell’Iliade, il giovinetto Francesco, che lo andava aiutando in quell’opera, piacque al principe Leopoldo, il quale postogli singolare affetto, con reale stipendio, che del continuo finché visse gli crebbe, lo mandò a Roma e Venezia perchè vi studiasse i prodigi di Raffaello e Tiziano. Tornato di là, dipinse a fresco in una delle lunette della sala ove lavorava suo padre, Ettore che arsa una nave greca e cosi adempiuto il decreto dei fati, viene da Aiace Telamonio costretto a indietreggiare. Da Venezia recò una copia dell’Assunta di Tiziano, che si conserva nel palazzo dei Pitti. Fece quindi il bozzetto di un quadro del Carmagnola, ricavato dalla scena ultima della tragedia del Manzoni, e disegnò per la chiesa di Santa Croce il cartone del Sant’Antonio che resuscita il morto, opera che comprese di maraviglia gli stessi più valenti artisti, tanta v’è dentro sublimità di concetto e infinita sapienza dell’arte. Ma mentre con affetto caldissimo andava vestendo di colori questo disegno, sentì il grande e infelicissimo giovane venirgli meno le forze per etisia polmonare, che troppo da lui spregiata in principio, ora s’era fatta insanabile. E avuto appena il tempo di dar l'ultima mano a un altro suo stupendo quadro a olio, Aiace Oileo che in onta ai numi tenta salvarsi dalla procella, mancò tra le braccia paterne. Il miracolo di Sant’Antonio, che ebbe fine per opera del fratello Giuseppe, e questo Aiace, gioiello della regia Galleria moderna, sono le opere più stimate del nostro Francesco; quest’ultima in ispecie, dove la pittura parve raggiungere e superare i sublimi omerici canti. — Giuseppe Sabatelli (n. in Firenze 24 giugno 1813, m. 27 febbraio 1843.) non fu nell’arte da meno del padre e del fratello, e forse l’uno e r altro avrebbe superati se più lunga gli fosse durata la vita. Disegnò da prima con rara abilità, come ne fanno fede Giuseppe Ebreo che racconta i sogni ai fratelli, e il suo primo dipinto, Cristo che libera un ossesso, lavori compiuti a quindici anni. A diciannove, quando gli altri appena cominciano, fece per la chiesa di Santa Croce il miracolo di Sant’Antonio per le vie di Rimini, gran quadro condotto sopra un bozzetto del padre suo; poi terminò, rifacendola in parte, la tela che gli fa riscontro, cominciata già, come dicemmo, dal fratello Francesco. Scoperte queste opere nel 1836 agli occhi del pubblico, si levò un plauso universale pel giovine portentoso, che ormai faceva nutrire di sè le più alte speranze. Ma egli, che già forse nutriva il mal germe di quella tre[menda]
infermità, che lo trasse innanzi tempo al sepolcro, poco curante del plauso universale, taciturno, solitario, pensoso, sfuggiva i geniali ritrovi degli amici, le feste, i conviti, e perfino le dolci lusinghe d’amore. E vuolsi notare come dipingere donne avesse in uggia; e ad un amico che lo richiedeva di un ritratto femminile rispondesse stizzito: «Vuoi un leone, vuoi una tigre, te li farò, ma donne no, non le so fare.» Nonostante il quadro della Santa Filomena, che fece per la chiesa di San Francesco a Pisa, è opera tenuta tra le sue migliori. Ma quelli che gli varranno l'immortalità sono l’ombra di Samuele che appare a Saulle nella caverna della maga d’Endor, tela che se Alfieri fosse stato pittore non avrebbe saputo comporre diversamente; e Farinata degli Uberti alla battaglia del Serchio, gran quadro di commissione del cav. Niccolò Puccini, prodigioso nel concetto, quasi perfetto nell’esecuzione. E prima aveva fatti diversi altri dipinti di minor conto, ma tutti ricchi di molti pregi; dopo colorì l’Anacoreta che sta leggendo, bellissima figura che fu l'ultima sua. Sebbene però tanto avesse e cosi degnamente lavorato, negli ultimi giorni del viver suo, uno solo fu il sospiro che la morte gli strappò dal cuore: dunque non dipingerò più! Giuseppe Sabatelli visse solamente per l'arte e nell’arte, e tornò a Dio anima e corpo incontaminati dà ogni fango terreno.
Passiamo ora agli artisti viventi, a quelli che operarono o tuttora si adoperano ad onore dell’arte italiana! Giuseppe COLLIGNON di Siena (n. 19 marzo 1776), contemporaneo del Benvenuti e di Luigi Sabatelli, attese all’arte con assai amore, ma seguitò gli esempi delle vecchie scuole piuttosto che quelli de’ suoi coetanei. Nel 1800 ottenne il premio di pittura pel concorso del quadro a olio nell’accademia di Belle Arti di Firenze, col soggetto Giuseppe venduto dai fratelli. Dipinse più tardi un salone nella Galleria de’ Pitti, ove intese effigiare il carro del Sole oscurato da Minerva e Prometeo, ma riuscì inferiore a sè stesso. Uno dei suoi migliori quadri però è la morte di Sofonisba, che poi nel 1840 espose in Milano. Chiamato a dirigere l'Accademia di Siena, dopo alcuni anni lasciò quell’ufficio, astrettovi dalla mal ferma salute. — NICCOLA MONTI di Pistoia (n. 28 agosto 1780) ebbe da giovinetto i principii della pittura dal Desmarais; fu poi alla scuola del Benvenuti, e frequentò con plauso P Accademia di Belle Arti. Dipinse a fresco nella chiesa dell’Umiltà a Pistoia, Caino
maladetto da Dio, e San Felice che esorcizza un’ossessa, quindi passò ad operare in Pollonia e in Russia. Tornato in Toscana, dipinse in Firenze una sala nella reggia dei Pitti, e un fresco nella chiesa della SS. Annunziata, esprimente la resurrezione di Lazzaro. È anche opera sua un quadro della galleria Capponi, Michelangelo che fa il modellino del Mosè, figura di molto sentimento e assai bene disegnata. Il Monti scrisse anche di cose artistiche; lasceremo però a chi se ne intende, giudicare del merito dei suoi libri, che versano generalmente intorno alla parte tecnica dell’arte. — Giorgio Berti di Firenze (n. 1794.) ebbe da natura molti di quei doni che al pittore convengono. Benché allievo del Benvenuti, si fece presto una maniera propria e secondo quella operò. Il primo suo quadro giovanile, l’Erminia che scuopre il bel sembiante ai pastori (1821), gli meritò assai lode e promise in lui un artista valente. Nè il suo dipinto dei Martiri per la chiesa di Santa Felicita, il San Cammillo de Lellis per quella di Santa Maria Maggiore, e la mezza figura della Sunninese, smentirono la bella espettativa. — Paolo Sarti di Firenze (n. in sul finire del passato secolo) fu buon frescante e assai dipinse nelle case dei privati cittadini e nelle chiese. Ricordiamo le sue pitture della sala degli esperimenti nel collegio di San Giovannino (1838) e in special modo lo sfondo della volta, ove rappresentò la Religione cristiana che si rivela alla Scienza. Nè vuol tacersi, per mostrare che attese anche alle opere decorative, di quel sipario per il teatro della Piazza Vecchia, ove è Dante che legge l’episodio di Francesca da Rimini alla corte di Guido da Polenta, trovato con mirabile effetto. — Luigi Corsi fiorentino (n. 1803), paesista corretto nel disegno e nella esecuzione finito. Fece poco, perchè spese la vita nell’insegnamento; ma i suoi quadri, e quello singolarmente, una selva nelle Calabrie, esposto alla prima mostra italiana del 1861, lasciano il desiderio che avesse dipinto di più. — CESARE Mussini (n. a Berlino 5 giugno 1804) venne fanciullo in Firenze, e attese all’arte chiamatovi da naturale disposizione. Ricco di molta immaginativa e grande facilità nell’operare, sali presto in fama. Non vuolsi però nascondere che ne’suoi dipinti spesso predomina alla verità del comporre una maniera teatrale, e alla correttezza del disegno, gli strani effetti di un colore che affascina. Ricordiamo però con piacere una delle prime sue opere, Leonardo da Vinci morente tra le braccia di
Francesco I (1828), poi il Tasso che legge il suo poema ad Eleonora d’Este, Raffaello e la Fomarina, la morte di Atala, Stanislao Pomatowski che nel 1777 rende la libertà ai suoi schiavi polacchi e l'Imelda de’ Lambertazzi con Bonifacio de’ Geremei. La maggior parte dei suoi dipinti furono fatti per la Russia. — Benedetto Servolini di Firenze (n. 25 febbraio 1805), fino da’ primi anni dette molto a sperare di sè. Il suo quadro Maria Stuarda non solo ti piace pei molti pregi materiali dell’arte, ma ti fa sospirare sopra i casi di quella infelice, tanta v’è dentro ispirazione e sentimento. Sono anche da tenersi buone tele l'Ippolito e Dianora e il Buondelmonte Buondelmonti. Il Servolini è maestro di pittura nell’Accademia fiorentina. — Giuseppe Moricci di Firenze (n. marzo 1806), esercitò con molto gusto la così detta pittura di genere, e da alcuni de’ suoi quadretti guadagnò lodi. Fu accolto con festa quello della processione dell’angiolino alla SS. Annunziata di Firenze; nè vuol tacersi del grazioso Mercato, e dell’artigiano cieco con la sua famiglia, lavori condotti con bella verità. — Vincenzio Lami d’Empoli (n. 30 marzo 1807), studiò l’arte con amore. Il suo quadro della gentildonna anconitana che porge la mammella a un soldato morente di fame, durante l’assedio del Barbarossa (1174), e l’altro del Savonarola innanzi a Carlo Vili meritano essere ricordati con bella lode. — Emilio Lapi fiorentino (n. 1810 circa) è pittore di assai ingegno. Cristo fanciullo nel Tempio, Giuseppe che si dà a conoscere ai fratelli, e la battaglia di Magenta, per composizione e disegno sono opere degne di encomio. — Luigi Mussini (n. a Berlino il 19 dicembre 1813) venne anch’esso fanciullo in Firenze e attese all’arte col fratello Cesare, ma per molto diversa via. La sua prima opera la Musica Sacra (1841) lo fece conoscere artista di merito singolare. Nella correzione del disegno ha pochi che lo pareggino, e nelle sue composizioni, semplici ma vere, ricorda efficacemente la bella scuola toscana del cinquecento. Anche il Mussini può dirsi dunque uno dei più valenti pittori del tempo, e forse un capo scuola; perchè cerca ricondurre in Toscana quella maniera dei così detti puristi, che quando la non si voglia esagerare, più d’ogni altra ritiene delle nostre artistiche tradizioni. Si osservino sotto questi principii i suoi bei quadri: l’Elemosina secondo il Vangelo, i Profanatori del Tempio, il Trionfo della Verità, i Parentali di Platone, l’Eudoro e Cimodocea, ove l’autore volle
esprimere il contrasto delle idolatre superstizioni con la carità cristiana, e quel suo vago Decamerone senese, e si vedrà quanto e come bene rispondano al concetto che nutre nella mente. È il Mussini direttore dell’Accademia senese, e la sua scuola ha già dato valenti allievi. — ENRICO POLLASTRINI di Livorno (n. 15 giugno 1817) è anch’esso uno dei più bravi pittori del nostro tempo. Discepolo del Bezzuoli, molto ritrasse dal maestro, ma ben presto si fece una maniera originale più corretta e più vera. I suoi quadri Colombo, al convento della Rabida, e l’altro, la morte del duca Alessandro de’ Medici, eseguito per il cavaliere Niccolò Puccini di Pistoia, fecero subito presagire di lui un’artista che onorerebbe la patria. Franchezza e correzione nel disegno, studio degli antichi esempi e del vero, colore quasi sempre buono e armonioso, sono pregi comuni dei suoi dipinti; singolarmente in quelli che potrebbero dirsi della sua seconda maniera, meno ricca se vuolsi d’effetto, ma più vera, più nostra e maggiormente sentita, come gli Esuli Senesi, e il San Lorenzo. Molti sono i quadri del Pollastrini e tutti pregevoli; basti però accennare quelli che hanno levato maggior grido. La Resurrezione del figliuolo della vedova di Naim per la chiesa del Soccorso a Livorno, un Episodio della inondazione del Serchio, che è nella R. Galleria fiorentina dei moderni dipinti, la Morte di Ferruccio a Gavinana, e la mentovata grandiosa tela degli Esuli, in cui l’artista volle rappresentare il desolato abbandono di Siena, che cittadini d’ogni condizione fecero dopo la guerra del 1557, piuttosto che rimanersi sotto la tirannide medicea. Ora il Pollastrini, maestro di pittura nell’Accademia fiorentina, ha colorito un San Lorenzo che va al martirio, quadro da altare, che crediamo tra le opere sue più stimate. — NICCOLA SANESI fiorentino (n. 9 dicembre 1818) è pittore di gusto, specialmente nei cosi detti quadri di genere, e si distingue per corretto disegno e buon colore. Non sappiamo che abbia condotto grandi tele, ma l’Agnato, il Ratto e la Seduzione sono assai buoni lavori. — ANTONIO CISERI di Lucarno (n. 25 ottobre 1821) dipinge maestrevolmente e insegna l’arte con molto amore. Le sue tele, Carlo V che raccoglie il pennello a Tiziano, l'Ostracismo di Giano della Bella da Firenze, un Cristo bellissimo, e quella non ancora compiuta de’ Maccabei, sono opere che possono dargli nome tra i primi. Anche questo artista ha già dato valenti allievi. — DEMOSTENE MACCIÒ di Pistoia, discepolo
caro al Bezzuoli, mostrò avere appreso molto da lui, in un quadro rappresentante fra Benedetto da Foiano che muore nelle carceri di Castel Sant’Angelo a Roma. Fece anche il Galileo Galilei che rifiuta la collana d’oro mandatagli dagli Olandesi, dipinto che fu all’Esposizione Italiana del 1861. — ANTONIO PUCCINELLI di Castelfranco di sotto (n. 19 marzo 1822) è pittore a cui natura conduce i pennelli. Assai pregiate opere ha fatte fin qui, che gli danno fama di egregio, singolarmente nel colorire. Ricordo le Conversazioni platoniche del magnifico Lorenzo de’ Medici nella sua villa di Careggi, suo capolavoro; Leone X che visita quella istessa villa, ricordando con piacere i luoghi ove fu giovinetto; Lucrezia Borgia che medita un delitto, e Dino Compagni che nel tempio di San Giovanni esorta alla pace i grandi della nostra città. Oggi è professore di pittura nell’Accademia bolognese. — OLIMPIO BANDINELLI fiorentino, frescante dei migliori tra i contemporanei. Rammentiamo di lui con piacere alcuni sfondi nelle volte del palazzo Poniatowski in via San Leopoldo (oggi Cavour), e-in quelli della contessa d'Almaforte, e di madama Favard nel nuovo Lung’Arno di Firenze. —FERDINANDO FOLCHI, nato anche esso nella nostra città (2 maggio 1822), dipinge con assai abilità e pratica dell’arte. I suoi migliori quadri sono il miracolo di San Francesco che resuscita un fanciullo nella chiesa del Soccorso a Livorno, il Deposto di Croce per la SS. Annunziata di Firenze (1855), e un grandioso fresco per la collegiata d’Empoli esprimente il martirio di Sant’Andrea. — STEFANO USSI di Firenze (n. 3 settembre 1822), fino da quando dipinse pel concorso della nostra Accademia e sotto la direzione del Pollastrini, la Risurrezione di Lazzaro quatriduano (1849), mostrò per l’arte attitudine tale da far nascere la speranza di un artista eccellente. Ito a Roma, si dette fin d’allora a studiare la sua celebre tela del Duca d’Atene, quando assalito in palagio, è costretto dai Fiorentini a rinunziare per sempre la usurpata signoria della loro città, tela che poi compiuta alcuni anni appresso in patria, lo disse davvero pittore non secondo a nessuno degli Italiani. Nel 1794 quando comparve alla vista del pubblico il San Donato del Benvenuti, si gridò da ogni parte la pittura risorta e da un secolo non essersi veduto altrettanto; noi innanzi al dipinto dell’Ussi proviamo molto maggiore commovimento, contemplandovi come per incanto riunite quelle maggiori perfezioni
che l'arte ha raggiunto fin qui, e che fanno sperare non lontano il giorno in cui P Italia avrà come nei suoi bei tempi artisti degni della presente civiltà. — MICHELE GORDIGIANI di Firenze è artista di una singolare perizia nel condurre ritratti al naturale. E tanto ha saputo in queste copie del vero trovare il vero, che il suo nome già chiaro nella penisola, non è ignoto alla Francia e all’Inghilterra. Meritano essere ricordati tra i più recenti ritratti usciti dal suo pennello, quelli della contessa Tolomei nata Ricci, del principe Luciano Bonaparte e della principessa sua consorte, del cav. Orazio Holl, del celebrato traduttore di Schiller cav. Andrea Maffei, e del conte Cammillo Benso di Cavour. — ALESSANDRO LANFREDINI (n. novembre 1823) è pittore anch’esso che può far molto. I suoi quadri, il Mondo perduto e i Coscritti italiani del reggimento Sigismondo alla battaglia di Magenta, sono degni di lode. — CARLO BRINI di Firenze (n. 1825) allievo del Bezzuoli, è artista di merito; e quella sua pittura, una scena dell’inquisizione, destò assai romore, tanto ne parve mirabile la composizione, il colore e l'effetto. — VITO D’ANCONA di Pesaro, israelita (n. nell’ottobre 1825), studiò pure in Firenze presso il Bezzuoli e apprese da lui il gusto nel colorire. Il Savonarola che niega l'assoluzione a Lorenzo de’ Medici, e il primo incontro di Dante con Beatrice sono due pregevoli suoi dipinti. — CARLO ADEMOLLO di Firenze (n. nell’ottobre 1825) è pittore di molto spirito e fa sperare ottima riuscita. Il suo gran quadro della morte di Ernesto Cairoli alla battaglia di Varese (1859) ha una bella composizione e un ben calcolato effetto. Dipinse anche alcuni episodii della battaglia di San Martino (24 giugno) e tra gli altri quello dell’Anna Cuminello trovata morta il giorno appresso dai soldati italiani, e alcune vedute alpestri di Toscana tratte dal vero. — GIUSEPPE BELLUCCI pure fiorentino (n. 9 agosto 1827) promette alla patria un artista. Il suo quadro Agar nel deserto è uno dei migliori che siano usciti dal pennello dei nostri giovani, tanto vi son belli il concetto, il disegno, il colore e l’esecuzione. Nè vuol tacersi del San Paolo dinanzi a Poppea, altra sua tela non senza pregi. — ANNIBALE GATTI di Forlì (n. nel settembre 1828) è tra i giovani pittori quello che maggiormente si distingue nelle opere a fresco. Le sue composizioni riescono di molto effetto, il disegno ne è corretto, buono il colorito e armonizzante. Il Rinaldo e Armida, e l'Armida coi duci arabi, dipinti
eseguiti nelle volte del palazzo della signora Favard, son degni di ammirazione; e vuol ricordarsi del Gatti anche un quadretto a olio d’ottimo gusto, Molière che legge le sue commedie alla serva. — LUIGI BECHI di Firenze (n. nel marzo 4830) promette pure molto. Galileo Galilei innanzi al tribunale dell’inquisizione, e Abramo che ripudia Agar, sono tra i suoi quadri i meglio pregiati. E potremmo anche ricordare molti altri giovani studiosi, che accennano voler raggiungere nobile mèta; se il fin qui esposto non bastasse allo scopo di questo scritto, e anche ad incoraggiamento per coloro che avanzano con bella fatica nella difficile strada dell’arte.
E qui ci par conveniente, prima di lasciare la pittura, dire qualche parola dei Lavori di Commesso in pietre dure, arte tutta fiorentina, che può considerarsi come materiale imitazione dei dipinti. Questo modo di lavorare, che fino dal secolo XIV era noto in Toscana, come sanno coloro che le istorie artistiche non ignorano affatto, ebbe più vera e propria vita ai tempi del granduca Cosimo I de’ Medici, che con forte dispendio fondò un ricco magazzino di varie specie di pietre dure italiane e forestiere. Quindi ricevette più largo impulso dai suoi successori Francesco I e Ferdinando I. Quest’ultimo in particolare, aperse un laboratorio di mosaici in pietre silicee, che dette preziosi e nuovissimi saggi, come il ritratto di Clemente VIII, nel 1601 mandato in dono a questo pontefice; e poi i famosi lavori per la cappella dei depositi medicei in San Lorenzo, che con magnificenza proprio orientale si volle tutta incrostata di pietre preziose.
Ma se i sovrani della famigia de’ Medici ebbero tutti a cuore quest’arte, ci piace tuttavia confessare, che pei Lorenesi fece nuovi e importanti progressi. E se fino allora, con poche eccezioni, tutte le opere si riducevano ad ornati e fiorami di specie diversa, da indi innanzi si pose mano a rappresentare con le pietre silicee quadri di vedute architettoniche, tavole ornate di vasi etruschi, di prodotti marini e d’animali con sorprendente abilità e diligenza. Tra le vedute d’architettura voglionsi ricordare il sepolcro di Cecilia Metella, e la facciata del Panteon, e tra le tavole quella bellissima circolare ove è effigiato Apollo nella sua quadriga ornata dal ballo delle Ore, sostenuta dalle nubi e tirata da quattro focosi corsieri (1854); poi il magnifico altare per la cappella medicea che da molti anni si va con grande studio
preparando. Le formelle per il paliotto, le fiancate di esso, i fregi che debbono ricorrervi e infine lo stesso paliotto, ove è espressa la cena di Gesù in Emmaus, sono già maestrevolmente condotti. E questo specialmente, che vedemmo anche all’Esposizione Italiana del 1861, era d’assai difficoltà, dovendosi con le moltiplici pietre imitare i naturali colori delle figure umane, e le mezze tinte, e gli scuri delle carni e delle vestimenta, nè più nè meno che possa fare il pennello. E siccome il lavorare di figura cinquant’anni fa, era stimata opera da levarne il pensiero, l’averla ai nostri tempi tentata e con ottimo risultamento, dimostra chiaro i progressi dell’arte, che oggi conta in Firenze, oltre quelli del R. Laboratorio, abili privati cultori. Nè vuolsi tacere, perchè sarebbe ingratitudine, che i miglioramenti ottenuti nel lavorar di commesso in sul finire del secolo passato e nel presente, devonsi in gran parte alla famiglia Siries, oriunda di Francia, ma da lungo rimasta tra noi, la quale di padre in figlio eredò l’amore all’arte, e n’ebbe sempre sotto i Lorenesi la direzione. E principalmente vuolsi ricordato Luigi Siries (n. in Firenze 28 giugno 1743, m. 15 ottobre 1811) che dopo avere studiato a Roma le arti belle, fu da Pietro Leopoldo fatto incisore della Zecca fiorentina, ufficio nel quale si meritò molta lode. Poi nel 1789 succeduto al padre nella direzione della manifattura delle pietre dure, valse a recarvi notevoli perfezionamenti; e morendo lasciò nel figliuolo CARLO, che ebbe pure il suo impiego, un degno erede della sua virtù e dei suo ingegno. Oggi il Laboratorio che fin qui appartenne alie famiglie regnanti, è fatto proprietà dello Stato, che lo mantiene e protegge ad onore e decoro della Nazione.
DELL’INTAGLIO IN RAME.
Se favellando delle tre arti sorelle dovemmo magnificarne il risorgimento, discorrendo dell’intaglio in Rame che di esse rende giusta e gradevole immagine, lo diremo arte del tempo, perchè nel passato e nel presente secolo anche in Italia saliva grandemente in onore. E siccome gl’incisori toscani non furono gli ultimi a farlo avanzare, operando nel duro metallo ciò che a stento si fa sulle tele e nei marmi; di essi e delle cose loro principali, vogliamo brevemente intrattenerci, per compiere meglio che per noi si possa l’ufficio nostro.
E primo d’ogni altro per ordine di tempo si fa innanzi nella bella schiera dei nostri CARLO GREGORI di Firenze (n. 1719, m. 1759) che fu incisore a bulino degno di ricordanza onorata. Vero è che le opere sue e dei suoi contemporanei, in mezzo a molti pregi, risentono di una certa tal quale asprezza metallica, nè celano abbastanza la immensa fatica dell’artefice; pure lavorò moltissimo, e sempre con amore. Una delle cose sue principali è la stampa della cappella di San Filippo Neri, e meritano lode quelle ricavale da alcuni quadri della galleria Cerini, e da qualche dipinto di Raffaello. Fu maestro d’intaglio in rame nella nostra Accademia. — FERDINANDO GREGORI pure di Firenze (n. 1740, m. sul finire del secolo) figliuolo e allievo di Carlo, disegnò anch’esso e incise assai bene a bulino. Stette prima molto tempo in Parigi, e poi tornato in patria successe al padre nell’insegnamento; ma poco fece nè cose di gran conto. Appartengono pure a questo periodo i fiorentini — ANTONIO GREGORI fratello di Ferdinando, che ebbe una certa dolcezza nel taglio. — CARLO FAUCCI,
discepolo anch’esso del vecchio Gregori, che incise qualche buona stampa, come la favola d’Ercole sopra un disegno del Traballesi, cavato dal quadro del Domenichino in Forlì; — SANTI Pacini che adoperava il pennello e il bulino, senza però levarsi dalla mediocrità; e — GIUSEPPE CIPRIANI pittore che anche incideva all’acqua forte vedute e disegni per libri, sebbene, come notammo a suo luogo, debba esso la fama piuttosto alle matite. — Ma chi portò nell’arte toscana qualche miglioramento è GIOVAN BATTISTA Cecchi fiorentino (n. 1748, m. dopo il 1800). Non potendo attendere, perchè storpiato della mano destra, al mestiero del falegname a cui l’avean posto i poverissimi genitori, si mise al disegno per il quale mostrava non comune vocazione. Poi desiderando applicare all’intaglio in rame si allogò presso Ferdinando Gregori, di cui fu non ultima lode avere allevato all’arte questo giovane volonteroso. Fece il Cecchi molte incisioni; ma tra le principali si ricordano solamente una Santa Vergine da Annibaie Garacci; un’altra da Francesco Vanni detta dal volgo la Madonna della Poppa, quadro posseduto una volta dalla famiglia Orlandini di Siena; e il Martirio di San Lorenzo di Pietro da Cortona. Si devono pure a lui molti dei ritratti della serie degli uomini illustri nelle arti belle, data in luce a’suoi tempi in Firenze. Mercanteggiò anche di stampe, ma senza ritrarsi dall’esercizio della sua professione, di cui fu operosissimo cultore.
Fioriva intanto, sebbene lungi dalla cara patria, FRANCESCO BARTOLOZZI fiorentino (n. 1730, m. 1813), che fu appellato V incisore delle Grazie, perchè seppe intagliare i suoi molteplici rami con perizia dell’arte e mirabile delicatezza. Fatti in patria gli studj del disegno, passò a Venezia sotto la disciplina di Giuseppe Wagner, valente incisore a bulino ed all’acqua forte, e presto venne in fama di avere superato il maestro. Ma traendo poco frutto dalle sue belle fatiche, a trentaquattro anni fermò stanza a Brompton presso Londra. E sebbene colà avesse allora grido lo Strange, il Bartolozzi legatosi in amicizia con la famosa pittrice Angelica Kauffman, col disegnatore Cipriani suo compatriotta, col cavalier Giosuè Reynolds ed altri valent’uomini, insieme ai quali fondò poi la celebre Accademia delle Belle Arti di Londra; in pochi anni colle sue vaghissime incisioni riuscì a farsi chiaro nome e comodo stato. Dal suo primo lavoro, che fu
un San Filippo eseguito in Firenze, fino all’ultimo, la Strage degli Innocenti da Guido Reni, rame compiuto nel suo ottantesimo anno, attese all’arte indefesso, bastandogli sempre quella sua acutissima vista e la fermezza della mano. Discorrere dei meriti speciali delle stampe del Bartolozzi noi lasceremo agl’intendenti; ma non vogliamo passarci dal ricordare, con la scorta dei migliori che fin qui ne scrissero, come fosse suo pregio singolare quella delicata soavità d’espressione che metteva così bene nei lavori, acquistata forse dalla molta pratica che avea del miniare. Si dà pure a lui il vanto di avere introdotto nell'arte il metodo d’incidere a granito, da lui condotto alla maggior perfezione, e adoperato anche insieme coll’intaglio cosi detto di gran genere. I suoi lavori, da lui condotti con rara facilità, vuolsi che sommino a meglio di mille cinquecento: ricorderemo prima il più famoso, la Clizia abbandonata da Apollo, dal quadro di Annibale Caracci (1772); ma non meritano minor lode, la morte di lord Chatham in Parlamento, da Copley (1791); il Diploma Accademico, sul disegno dell’amico suo Cipriani; la partenza d’Abramo colla famiglia, dallo Zuccarelli; Giove e Leda, e Narciso al fonte, dal Viera; l’Orlando e Olimpia e la Vergine del silenzio, dal Caracci; Didone sul rogo, da un disegno del Cipriani; e la Circoncisione, dal Guercino. Invitato in Portogallo (1806) dal principe reggente, morì pochi anni appresso a Lisbona in povero stato.
Contemporaneo al Bartolozzi si levò nell’arte un altro fiorentino, VINCENZIO VANGELISTI (n. 1744 circa, m. in Milano nel 1793), meno grande, se vuolsi, ma più infelice. Dato saggio della sua abilità nell’intagliare in rame, con alcuni pensieri che fece per una raccolta pubblicata dal pittore Anton Domenico Gabbiani, passò a perfezionarsi a Parigi sotto la direzione del celebrato Giovan Giorgio Wille. Dopo sei anni (1776) tornato in patria, mostrò al principe Pietro Leopoldo, suo protettore, alcuni lavori che avea fatti, tra i quali il ritratto del maresciallo Botta Adorno, una delle migliori cose del Vangelisti. Il granduca che in lui vedeva avverarsi le concepite speranze, gli pose grandissimo affetto; e quando, fatto Imperatore, volle fondata in Milano (1790) una scuola d’intaglio in rame, gliene affidò la direzione. E scuola fioritissima fu questa, dalla quale usci Giuseppe Longhi, sommo tra gli incisori italiani. Però il Vangelisti non quieto dell’ani[mo]
per private domestiche sciagure, certa notte preso da fatale disperazione, miseramente si uccise, dopo aver prima rovinati col bulino e con l’acqua forte i migliori rami che avesse fatti. Una delle stampe più stimate di questo artista, abile assai nel lavorare alla maniera del lapis e della matita, è la morte di Piramo e Tisbe da Guido o meglio da Lorenzo De-la-Hire, divenuta oggi rarissima.
E degni di onorata ricordanza nella storia dell’incisione in Toscana sono i due Lasinio padre e figliuolo. — CARLO LASINIO di Trevigi (n. 10 febbraio 1759, m. in Pisa 15 marzo 1838) fu nell’intaglio a bulino e all’acqua forte reputato valentissimo. Di famiglia assai chiara, sebbene travolta in minori fortune, fu in freschissima età inviato a Venezia a studiare il disegno e la pittura sotto il valente Antonio Marinetti detto il Ghiozzotto. Applicatosi poi all’incisione, venne di ventisette anni in Firenze a cercarvi perfezionamento. Fatto quivi il suo tirocinio, intagliando prima gli antichi Cesari, su disegni cavati dai busti della regia Galleria, e dopo alcuni ritratti di Auguste donne de’ suoi tempi, ebbe presto reputazione nell’arte, e meritò l’onore di ritrarre di presenza il Granduca Ferdinando III, Napoleone Bonaparte quando era generalissimo, e poi la vedova regina d’Etruria (1803); e questa con bell’esempio di non più veduta celerità, avendone al tempo istesso inciso il ritratto all’acqua forte sul rame, e tirate alcune copie sotto gli occhi di Lei. E fu per questi lavori che Lasinio ebbe particolare rinomanza, e ottenne prima dal Granduca il carico di maestro d’intaglio in rame nell’Accademia fiorentina di Belle Arti (1800), e da Maria Luisa quello di conservatore del Camposanto di Pisa (1807); dove aperta una scuola gratuita di disegno a benefizio della gioventù, diede origine all’attuale Accademia di Belle Arti, della quale poi venne creato direttore. Tra le migliori sue opere d’intaglio si annoverano gli affreschi celebri del mentovato Camposanto, per lui ridotto all’antica bellezza, pubblicati da MolinieLandi (Firenze, 1812, in folio atlantico); gli ornati delle Logge Vaticane; l’Etruria pittrice; e la Vita di Gesù Cristo. Degli onori che furono tributati a questo valent’uomo, ci passeremo come abbiam fatto con tutti; ma non vogliamo tacere che l’istituto di Francia lo volle tra i suoi, perchè le onoranze non chieste e che ci vengon di fuori meglio che l'uomo illustrano la patria.
Erede del nome e della fama di questo artista fu GIOVAN PAOLO LASINIO suo figliuolo (n. in Firenze 1789, m. 8 settembre 1855), che riuscì incisore valentissimo. Sono sua prima opera oltre alcuni disegni, fatti in aiuto del padre, di pitture del Camposanto pisano, e di altre del buon tempo, le più belle tavole dei preziosi monumenti d’Ercolano e Pompei, pel Museo Borbonico che si pubblicava a Napoli. Fece quindi la raccolta dei sarcofagi, urne e sculture del mentovato Camposanto (1820): poi intagliò la Metropolitana fiorentina; le tre porte del Battistero (1821); la Galleria Riccardiana, dipinta da Luca Giordano (1822-24); alcuni capolavori per le due grandiose pubblicazioni delle Gallerie di Torino e di Firenze, e spese insomma intiera la vita nelle opere dell’arte, che in numero straordinario e sempre lodevoli gli uscirono dalle mani. Tra i suoi migliori intagli di genere finito vuol notarsi quello esprimente l'apoteosi dell’imperatore Francesco I austriaco, e alcuni dei molti rami che fece sopra i disegni del Kirckup e del Romani pel Dante ancora inedito di lord Vernon. Ma dove Giovan Paolo Lasinio raggiunse vera eccellenza nell’arte fu nei così detti generi a contorno e a mezza macchia, coi quali condusse i suoi principali lavori. Appartengono al primo le tavole pel Museo Borbonico e la raccolta dei sarcofagi sopra ricordati, al secondo la riduzione che fece del Camposanto pisano inciso da suo padre, e le principali tavole dell’Orsanmichele illustrato, opera grandiosa fatta negli ultimi anni del viver suo, e che, rimasta incompiuta, fu condotta a termine da Ferdinando suo figliuolo, che pure attende all’incisione.
Ma quegli che avanzò tutti nell’arte, e meritò di essere annoverato tra i primi incisori d’Europa, è RAFFAELLO MORGHEN (n. a Portici presso Napoli il 14 giugno 1761, m. in Firenze l'8 aprile 1833). Suo padre Filippo incisore fiorentino non senza pregi, erasi colà recato per intagliare alcuni disegni delle antichità ercolanensi fatti maestrevolmente da Elia suo fratello. Famiglia d’artisti era anche questa e tutti valenti. In breve il giovinetto Raffaello avviato all’arte prima sotto la scorta paterna, e poi da Giovanni Volpato, che teneva allora in Italia il primo luogo tra gl’incisori, divenne artista piuttosto unico che raro. Le prime sue opere furono la Poesia e la Teologia, cavate da due tondi dipinti nel Vaticano dall’Urbinate, per conto del Volpato (1781); il quale moltissimo sperando da lui, volle stringerlo a sè anche coi legami
della parentela e gli dette in isposa la propria figliuola. Ma il rame che fece nome in Europa al nostro Morghen fu la Giurisprudenza del medesimo Sanzio, tanta v’è dentro purità nel disegno, nitidezza e grandiosità nel taglio, e così bene vi si ammira serbato il carattere di quel celebre dipinto. Dopo la Giurisprudenza intagliò il miracolo del Sacramento di Bolsena, da una delle grandi lunette che il medesimo Raffaello dipinse in Vaticano, poi il Parnaso del Mengs nella villa Albani (1784), la caccia di Diana, dal famoso quadro del Domenichino nel palazzo Borghesi a Roma, l’Aurora seguita da Apollo e dalle Ore, fresco di Guido Reni nel palazzo Rospigliosi, che viene stimata tra le migliori stampe del Morghen; il riposo in Egitto e il ballo delle Stagioni, cavate da due dipinti del Poussin, e il ritratto del generale Moncada a cavallo, dal bellissimo quadro del Wandik, dove il cavallo singolarmente raggiunge il più alto grado di perfezione. Chiamato poi a Firenze da Ferdinando III, quivi passò il resto della sua vita, e v’ebbe fiorita scuola nell’Accademia, casa, stipendio, ed agio a far prova del suo valore, attendendo liberamente a quelle opere che più gli piacessero. Sono di questi tempi la Madonna della Seggiola, da Raffaello, quella detta del Sacco, da Andrea Del Sarto (1795), e la Cena di Nostro Signore effigiata da Leonardo da Vinci nel refettorio dei Domenicani a Milano; opera insigne che, mirabile a dirsi! il nostro incisore condusse appena in tre anni (1797-800), e che mise negli artisti suoi contemporanei lo sgomento e la disperazione. Volpato dovè dire che i soli accessori del lavoro gli avevano fatto paura. Vuolsi che in quest’opera il Morghen toccasse l’apice dell’arte: nondimeno se nella stampa della Trasfigurazione di Cristo, che poi ricavò dal capolavoro di Raffaello (1811), la parte inferiore lascia qualche cosa a desiderare, quella di sopra vince ogni lode. Taceremo dei suoi minori lavori, perchè basta il dire che incise fino agli ultimi anni e che la raccolta de’ suoi intagli ascende a poco meno di trecento. Onori e ricompense non gli mancarono, ma noi ci passeremo degli uni e delle altre, come di tributi che si dovevano al suo merito. Tra i principali è quello dell’istituto di Francia, che lo volle socio corrispondente.
E qui prima di ricordare la scuola del Morghen, vogliamo spendere qualche parola intorno a due celebratissimi artisti, che sebbene non Toscani, vennero a prendere stanza tra noi,
e nella città nostra fino alla morte operarono, il Gara vaglia e l'Jesi.
Giovita Garavaglia di Pavia (n. 18 marzo 1790, m. in Firenze il 27 aprile 1835), fu allievo prima dell'Anderloni, al quale prestò aiuto nella incisione delle tavole patologiche del celebre Scarpa, e poi del famoso Giuseppe Longhi lombardo. Incise sotto di lui l'Erodiade del Luino, la Sacra famiglia del Sanzio, e il ritratto di Carlo V, che è da noverarsi colle opere sue migliori. In procedere di tempo venuto a Firenze, fece per Luigi Bardi calcografo, e a lui diletto come fratello, l’intaglio del David del Guercino, tavola che si ammira nel palazzo dei Pitti; poi il Bambino del Maratta, il Giacobbe dell’Appiani, e la Madonna della Seggiola, lodata fatica che gli dette nome tra i migliori incisori e disegnatori del tempo. Fece quindi la Maddalena di Carlo Dolci, una Madonnina pel Villardi, e la Beatrice Cenci da Guido. In questo, mancato il Morghen, parve a Ferdinando III fosse degno di succedergli il Garavaglia, che accettò lieto il nobile ufficio nell’Accademia. E mentre attendeva ad incidere mirabilmente l’Assunta di Guido Reni, morte lo rapi alla famiglia, agli amici, all’Italia, che già onorava in lui un figliuolo diletto. Questo artista guidato dall’altissimo ingegno suo, studiò diligente sopra le opere dei migliori, e senza imitare nessuno si fece uno stile proprio e originale. Se la vita gli fosse durata più lunga, l’arte avrebbe fatto nuovi progressi. — Samuele Jesi di Correggio, israelita (n. 4 settembre 1788, m. a Firenze 17 gennaio 1853), fu disegnatore e incisore eccellente dei tempi nostri. Ebbe a maestri il Longhi di Milano e il Rosaspina di Bologna, ma si attenne al fare del Longhi, come si vide fino dai suoi primi lavori, il ritratto di Benvenuto Cellini, e l’Agar del Guercino. Venuto a dimorare in Firenze (1825), ivi diede mano a quell’opera, nella quale non sapresti dire se riuscisse più grande nel disegno o nella incisione, vogliamo dire del ritratto di Leone X di Raffaello, esistente nella galleria de’ Pitti. Scopertosi poi in questa città, nel già refettorio di Sant’Onofrio delle monache di Foligno, un mirabile dipinto, che parve ad alcuni una delle cose della prima maniera di Raffaello, Jesi si pose a disegnarlo con amore grandissimo; e in breve compiuta l’opera, che riusciva stupenda, dette mano ai ferri per ritrarre sul rame la sua fatica. Ma a un tratto infermatosi, moriva lasciando poco più che contornato questo Cenacolo.
Intanto dalla scuola del Morghen uscirono, com’era da sperare, artisti valenti e degni di un cosi chiaro maestro. ANGELO EMILIO LAPI fiorentino (m. in età avanzata il 21 settembre 1852) che fu suo aiuto nella scuola d’incisione all’Accademia di Belle Arti, e che lasciò alcuni pregiati lavori. Vedansi per esempio il Sordello, e alcuni degl’intagli per la Divina Commedia impressa in Firenze dall’Ancora (1817-19). — FRANCESCO RAINALDI (n. a Roma circa il 1770, m. a Firenze nel 1816?) che intagliò con somma diligenza la Cena e l’Aurora incise dal suo maestro, ma in dimensione minore circa di un terzo. Tra le sue stampe si ricorda anche con lode Cefalo e Procri tratta da un quadro del Benvenuti. — NICCOLÒ PALMERINI genovese (n. 1779, m. 14 febbraio 1839) artista e uomo di lettere, che raccolse e dette in luce il Catalogo illustrativo delle opere d’intaglio del suo maestro, e anche ne incise un bel ritratto, che è tra le migliori cose sue. Fece pure il ritratto di Alessandro Rivani a mezza macchia, e a genere finito quello di Madonna Laura; intorno alla più vera effigie della quale lesse (1824) nella Società Colombaria, a cui appartenne, una bella ed erudita memoria. — GALGANO CIPRIANI di Siena (n. 1775, m. 27 gennaio 1853) che procurava di seguitare le orme del Morghen, intagliando con fino, morbido e nitido bulino, e con la più scrupolosa esattezza attenendosi all’originale. Le principali sue opere sono un ritratto di Mireweld (1795), il genio della Pace, da La-Sueur (1801), e il S. Pietro e Paolo, da Guido (1804), che gli meritarono il posto di professore nell'Accademia di Belle Arti di Venezia.
Ma l’allievo del Morghen che più sali in fama tra noi, e che oggi è capo di una bella e fiorente scuola d’incisori, è Antonio Perfetti di Firenze (n. 8 maggio 1792). Nel 1825 espose all’Accademia di Milano, Gesù bambino presentato al tempio, da un quadro di fra Bartolommeo da San Marco, e n’ebbe il premio. Fece poi in più tempi alcune bellissime stampe, tra le quali ci piace ricordare la nascita della Madonna da un fresco di Andrea del Sarto nella Santissima Annunziata di Firenze, le tre Sibille, la Cumea del Domenichino, veramente classica incisione, la Samia e la Persica del Guercino, poi la Bella di Tiziano e la Madonna della Seggiola. E di recente il solerte e valentissimo artista, ha intagliato due rami che ancora non sono di pubblica ragione, il ritratto di Dante da Giotto, e la così detta Madonna
del Granduca da Raffaello, opere che non dubitiamo punto asserire egregie e finitissime. Ma se le cose accennate fin qui dicono il Perfetti incisore valoroso, non minor lode gli merita l'essersi posto a capo di quella bella schiera d’artisti, che già ha fatto sotto di lui due stupende pubblicazioni: la Galleria dell’Accademia di Belle Arti, e il San Marco dei Padri Predicatori, monumenti tra gl’insigni fiorentini. Il Perfetti successe al Garavaglia come professore d’incisione nella nostra Accademia.
E primo ricordato tra i suoi allievi vogliamo che sia PIETRO NOCCHI di Firenze (n. 29 giugno 1823, m. nel dicembre 1857). Le due Madonne, una detta del Cardellino e l’altra la Bella Giardiniera, opere insigni di Raffaello, furono da lui incise maestrevolmente a genere finito, e la prima in ispecial modo con rara abilità. Preparavasi ad illustrare la basilica di San Miniato al Monte, quando la morte lo rapì immaturamente mentre dava di sè tanto belle speranze. — E poi quei carissimi, più che allievi, compagni di fatica del Perfetti: DOMENICO CHIOSSONE di Genova, che sta da assai tempo in Firenze, ed oltre ad avere maestrevolmente inciso il Carlo V a cavallo del Wandick, e un bellissimo ritratto del letterato Giuseppe Borghi, ha fatto tra gli altri rami per l’opera del San Marco, il Paradiso dell’Angelico, con tanto gusto e sapere, che assai bene rende immagine di quella divina ispirazione che guidava i pennelli del frate. — GIOVANNI FUSELLA di Genova, stato prima allievo del Granara nell’Accademia Ligustica, e poi passato a Firenze sotto il Perfetti, artista peritissimo nel maneggiare il bulino con franchezza e precisione; che dopo aver lavorato alle opere della Galleria e del San Marco, pubblicò nel decorso anno uno stupendo intaglio a genere finito, la Madonna del Baldacchino, da Raffaello, opera che gli valse la medaglia d’onore alla Esposizione Nazionale del 1861. — Filippo LIVY, che studiato prima alquanto sotto il Chiossone e il Granara, venne poi dal Perfetti. Delle sue opere vogliono ricordarsi un Angelo del Maratta per la illustrazione della Galleria di Torino, un ritratto, dal Domenichino, quello del P. Vincenzio Marchese, che sta in fronte ai suoi Scritti varj nell’edizione del Le Monnier, e l'altro di Giovan Battista Niccolini fatto recentemente per commissione del Governo della Toscana. Poi le bellissime incisioni a mezza massa per le opere del San Marco e della Galleria. — GUSTAVO BONAINI di Livorno, artista provetto
che, dopo avere studiato col Morghen, lavorò col Perfetti. Oltre le belle incisioni fatte per il San Marco e la Galleria, la Fornarina da Raffaello, e il ritratto di Re Vittorio Emanuele II dal quadro di Luigi Mussini, sono due delle principali incisioni da lui eseguite. Nè vuoisi infine tacere che il Bonaini va da assai tempo intagliando con amore grandissimo la Madonna di Foligno, celebrato dipinto di Raffaello.
Nè tra gli artisti che in Toscana hanno atteso all'intaglio sul rame con amore, è da passarsi inosservato GIROLAMO SCOTTO, scolaro del Longhi, che nella Maddalena da Paolo Veronese, nel Bacio della Reliquia da Andrea, e nella Santa Famiglia da Raffaello, mostrò assai capacità nel maneggiare il bulino.
E qui torremo finalmente comiato, dolenti di aver poco e forse mal sodisfatto al merito degli artisti di cui osammo favellare. Non pertanto valga appresso di tutti il desiderio nostro ardentissimo di deporre una fronda sull’altare di questa bella e gloriosa terra toscana, cultrice antica e indefessa di ogni nobile e libera disciplina, e in particolare delle Lettere e delle Arti.
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