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La pittura antica e moderna

Autore: Farabulini, David - Editore: Tipografia e Libreria di Roma del Cav. Alessandro Befani - Anno: 1874 - Categoria: critica d'arte

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I Importanza storica della galleria Sterbini Tra tutte le glorie che ci fiorirono sì nell’antica come nella novella Italia, quelle dell’arte sono certamente delle maggiori e più splendide; cotalchè per tanti monumenti che in ogni luogo ci rimangono testimonii solenni della nostra civiltà e magnificenza, niuna moderna nazione può venire in paragone con questa nobilissima reina delle genti, nè per avventura la medesima Grecia ardirebbe di chiamarsi più grande. È cosa mirabile a considerare, dicea già un nostro scrittore, come sin da’ tempi di Giotto moltiplicandosi in Italia, e divenendo più acceso l’amore delle belle arti, e della dipintura singolarmente, si ebbe poi un gran numero di eccellenti maestri, alla scuola de’ quali moltissimi altri crescendo all’eccellenza, ed altri pur da questi; ebbe l’Italia tanti valorosi artisti, che in essa e templi e chiese e palagi e case furono di pregiatissime opere tanto arricchiti, che, sebbene da gran tempo i forestieri continuamente ne comprino, e via se le portino, noi ne abbiamo ancora dovizia. «Di che si può affermare che la eccellenza nelle belle arti, e specialmente nella pittura, è pregio della nostra nazione.» Vorremmo peraltro che agli stranieri, i quali vanno continuamente per l’Italia non solo per desiderio di vagheggiare o di studiare le bellezze delle nostre arti, ma eziandio con intendimento di farne sempre più belli e più pregiabili acquisti, non fosse conceduto sì di frequente di privarci di tante e sì cospicue parti di questa patria ricchezza. Troppo è vero che «ogni animo generoso si rattrista o anche si sdegna della vile avarizia che spogliò l’Italia di tanti ornamenti; avarizia non vile solamente, ma iniqua, o non iscusata sempre da bisogni giusti e miserabili.» Egli sarebbe tempo oggimai che un governo, il quale si vanta di esser amantissimo conservatore delle nostre arti, e sollecito custode del nazionale decoro, adempiesse a dovere i suoi vanti, e salvasse egli alla patria, con generosi acquisti, almeno i più rari e più classici monumenti (come una Madonna del Libro di Raffaello, od una Danae di Tiziano), o altri pur belli e importanti, che tuttodì disperde o la cupidigia o il bisogno de’ privati, e che egli lascia liberamente disperdere o per turpissima avarizia o per barbara negligenza. Nondimeno parte di tanta vergogna, e di sì gravi danni e perdite, ci ristora il munifico zelo e la provvidenza di non pochi signori, i quali con animo non punto diverso dalla nobiltà de’ nostri avi, van da molti anni adunando da qualsiasi luogo opere d’arte nelle lor case, o per formare nuove gallerie, o per arricchire le antiche; e così ci conservano moltissimi lavori d’illustri artefici, che altrimenti sarebbero trasportati di là da’ monti e dal mare; e provveggono che non venga troppo crudelmente sminuita o conculcata questa sacra eredità di civile culto e di gloria che ci fu dai maggiori tramandata. Tra questi generosi amici delle arti è degno di esser nominato un gentiluomo romano, nato in una famiglia d’antica virtù e onorata di chiarissimi titoli; educato a vera beltà ed a romana magnificenza, adorno di molto lettere e nelle leggi perito; specchio a quanti nacquero nobilmente, e di ogni gentil costume esempio. Il signor cavaliere Giulio Sterbini, che è d’età fiorentissima, e cui già l’ingegno e l’amore delle arti belle ha sollevato sopra molti della sua condizione, essendosi innamorato di quelle fortemente sin dalla sua prima giovinezza, nello spazio di parecchi anni ha potuto adornare molte stanze della sua casa colla magnifica pompa delle pitture. Sono un bel numero, «son antiche e singolarissime, tutte in tavo[le] e ben conservate; raccolte da lui specialmente in Soma e dalle terre di Toscana ed Umbria, con incredibili cure e con sagacissimo discernimento. Nè egli però si cessa dalla bella impresa, chè ne va adunando quante di migliori gli si danno innanzi; e maggior pensiero non ha che di arricchire sempre più la sua collezione, già grande e stupenda. Da parecchi artisti romani e stranieri che sono in nome di dotti, questa galleria fu giudicata nobilissima, e molto importante per la storia dell’arte italiana. La quale infatti in tante preziose tavole, distribuite in quelle stanze secondo l'ordine dell’età, co’ nomi certi e indubitati dei loro autori quasi in tutte, può essere considerata ordinatamente e con ogni necessaria minutezza ne’ varii tempi e nelle diverse scuole, da’ suoi più umili principii sino a’ suoi più alti e luminosi progressi. Insomma i maestri e gl’intendenti dell’arte hanno qui abbastanza per mirare quasi in breve specchio un’istoria manifesta, continua e compiuta della pittura, e per distinguere le differenti qualità e virtù di tanti ingegni che fiorirono ne’ più gloriosi secoli italiani. Dopo la lode d’un Minardi, d’un Cochetti, d’un Chierici, d’un Owerbech, d’un Seitz, d'uno Steinle, e di altri cotali, quegli antichi dipinti possono venire sicuri al giudizio di tutti i dotti; ed io, invitato con somma cortesia a visitarli (come già ho fatto più volte con mio gran profitto e diletto), ed inoltre richiesto del mio parere, qual lo diedi già a voce, ho proposto di darlo ora in iscritto, non come giudice, ma bensì qual testimonio al grave senno e alle vere sentenze dei mentovati artisti. La galleria, com’è degna di venire in conoscenza del pubblico (da che è la prima od unica in questo genere che sia in Roma, nè a Roma dovea mancare un tanto ornamento); così meriterebbe di essere con lunghi ed eruditi studii illustrata: ma io ne toccherò assai brevemente sol quello che più importa, e che può bastare al mio intendimento ed all’onesta brama degli amatori di queste cose; e cercherò di congiungere colla brevità la diligenza. Il proposto della mia intenzione è, non solo di dar notizia de’ tanti pregevoli dipinti di questa raccolta, e fare opportune considerazioni sulle sue parti di maggior rilievo, ma di andar notando per essa il vario progresso e le vicende della pittura italiana, e (poichè me n’è data buona cagione, e torna utile al dì d’oggi) ricordare massimamente i pregi e l’eccellenza delle antiche scuole, che fecero fiorir l’arte, ed apportarono somma gloria alla nazione. II Dipinti raccolti nella Biblioteca vaticana da monsig. Laureani, con l'illustrazione e l'autentica del Lasinio. Ma prima di entrare al nostro proposto, sarà in piacere di molti che io faccia conoscere per quale occasione e per qual ventura (degna invero del nobile possessore) avesse principio questa collezione, e con quanto rara intelligenza ed amore fosse continuamente aggrandita, e come sin da prima acquistasse presso i dotti alto credito e nominanza. Perchè ciò venga chiaro ed aperto, mi convien pigliare la narrazione dall’alto, e dire innanzi tratto della collezione di pitture onde adornò la Biblioteca vaticana quel dotto prelato romano, che fu mons. Gabriele Laureani, il cui nome onorando e caro vive oggi nella memoria di molti, e vivrà nei posteri per alcune elegantissime opere del suo ingegno. Il Laureani è annoverato a ragione tra i più solenni professori che in Roma mantennero perpetuamente l’onore della greca o latina eloquenza. Egli in età ancor giovine tenne con molta fama la cattedra dei Mazzolari, dei Cunich e d’altri gesuiti celebri; e uscirono della sua scuola il Castellani Brancaleoni, il Della Valle, il Massi e lo Spezi, anch’essi maestri di antico senno, letteratissimi in più favelle, e leggiadrissimi scrittori. Quando il sommo gerarca Gregorio XVI esaltò al cardinalato Giuseppe Mezzofante, in suo luogo fece il Laureani primo custode della Biblioteca vaticana; indi lo nominò prelato domestico, e canonico della patriarcale Basilica di san Pietro: appresso l’augusto e glorioso pontefice Pio IX gli diede nuovi titoli, con segni di grande benevolenza, e non meno del suo predecessore giovossi dell’opera di lui nell’adornare la Biblioteca in modo che non fosse di magnificenza minore alle più famose di Europa. L’illustre prelato fu non solo delle lettere, ma delle arti grande amatore, come quegli che era d’alto animo, di nobilissimi spiriti, e di vera sapienza nutrito. Avendo pertanto posto tutto il suo amore nella Biblioteca vaticana, e volendo che ella si venisse accrescendo di quanto o in vaghezza o in utilità è più desiderabile, fino da’ primi giorni ch’egli entrò custode di quegli immensi tesori, desiderò e gli parve esser degno di Roma, non che della splendida biblioteca dei Papi, che ivi co’ monumenti delle lettere e delle scienze, avessero pubblico domicilio i monumenti delle arti. Apri fin d’allora tutto l’animo suo a Papa Cappellari, chiedendogli facoltà di abbellire la biblioteca con una collezione storico-artistica di dipinti di sacro argomento, che rappresentassero i varii tipi di tutte le scuole di pittura, di modo che una tal collezione dovesse formare la intera storia dell’arte. Ed avendo ottenuto dal Pontefice non pur licenza, ma favore e protezione, mise tosto mano alla bella impresa. Mandò attorno per le città d’Italia una lettera circolare a personaggi autorevoli e intendenti, con altissimi inviti e preghiere, che non poteano non essere prontamente secondate per l’autorità del prelato e pel nome del Pontefice. Non corsero infatti molti anni, che da tutte le parti pervennero a Roma rarissimi dipinti d’ogni scuola, e in tanta dovizia, che il Laureani ne prese infinita allegrezza e maraviglia: e perchè vide che di molti o del medesimo autore o di somigliantissimo subbietto era duplicato il numero, stimò soverchio adunarli tutti indistintamente nella biblioteca; onde ne raccolse e serbò gran parte altrove, con intendimento forse di formarne per sè una privata collezione. La quale, al sopravvenire di molti altri che s’aspettavano, e ch’eran necessarii a compiere in tutto il suo disegno, gli sarebbe certamente riuscita assai ricca secondo il suo desiderio, e tale da poter gareggiare di copia e di eccellenza con quella che avea in animo di comporre nella Vaticana. Intanto, egli rivolgendo ogni studio alle dipinture che fino allora avea potuto raccogliere, e deliziandosi in tante e sì leggiadre invenzioni santificate dalla fede, ed in tante immagini ammirabili di purità e di grazia, prima di distribuirle secondo l’ordine de’ tempi e delle scuole, e di porre ad ognuna il nome del proprio autore, volle sottoporle al giudi[cio] de’ buoni maestri e intenditori dell’arte, affinchè gliene dessero ogni certezza o probabilità; e si valse massimamente del rinomatissimo cavaliere Carlo Lasinio, suo amico, e uomo di grandissima autorità presso tutti i sapienti. Imperocchè egli era conservatore del Camposanto di Pisa, gloriosissima culla e sede dell’arte; era scrittor sommo ed incomparabile della storia dell’arte, incisore de’ più dotti e giudiziosi che fiorissero al suo tempo, e pratico eziandio della pittura, quanto può e deve un buono incisore: e però, tenendo non meno dell’artista che dell’erudito, ed essendo oltrecciò sufficientissimo a conoscersi del vario stile degli artefici d’ogni scuola e d’ogni età, come quegli che figurò in intaglio di legno e di rame infinite pitture di moltissimi maestri de’ migliori tempi (secondo che può vedersi in tante sue opere che adornano le più ricche biblioteche italiane e straniere), era tal giudice, da tenersene il maggior conto e da riverirsi, nè alcuno io credo avrebbe osato di contraddire o rivocare in dubbio le sue sentenze. Avea dunque il Laureani ogni ragione di confidarsi pienamente di tant’uomo, e potea adoperarlo liberamente, e metterlo in sì grave e lungo travaglio, per l’antica e particolare amistà che con esso teneva. Il Lasinio pigliò volenteroso l’ardua impresa; fece faticosamente la rassegna dei dipinti, li studiò con lunghe esaminazioni e confronti, scrisse in ciascuno il suo subbietto, ed il nome dell’ar[tefice,] confermò il giudizio colla sua soscrizione in ciascuno, e psr più solenne autentica impresse in ciascuno il suo proprio sigillo e quello del Camposanto di Pisa. Il Laureani di sì gran beneficio che ricevuto avea dal suo dotto amico, si mostrò non indegno, nè ingrato, e se ne chiamò contento e satisfattissimo. Com’ebbe riconosciuti ad uno ad uno e rassegnati per li nomi loro tutti i dipinti, non ne trovò meno se non pochi rimasti incerti e senza il giudicio aperto del Lasinio; onde furono con prudentissimo consiglio dalla bella schiera rimossi. Tolse incontanente a disporre in varii ordini quelli che avea destinato alla biblioteca vaticana, dando principio alla elettissima collezione che là si vede anche al presente, e che egli si proponea di tutta illustrare, come in fatto avea con grande animo cominciato. E par certo ch’egli volesse e fosse già sicuro di poter raunare colà un altro buon numero di pitture, e che, non solo pel nuovo ordinamento che volle dare ai volumi, ma eziandio a cagione di questa nuova galleria, avesse ampliata di più camere la biblioteca. Ma egli da dura morte, quando parea meno da aspettare, ne’ suoi non maturi anni fu giunto (a’ 14 di ottobre del 1849), e rimase però interrotta l’opera sua, che tutti speravano di vedere presto recata a felicissimo termine. Or, dopo questa non lunga diversione, che per altro vedrà ognuno quanto importi al nostro tema, rattacchiamo il filo. III. Altri dipinti illustrati dal Lasinio, nella galleria Stermini. Catalogo di questa approvato dal Minardi. Rimaneano non ben certi di lor sorte, o di stabile ed onorata dimora, siccome quelli accolti nella Vaticana, gli altri dipinti che il Laureani avea adunato, tutti rari, ed anche essi autenticati dal giudizio del Lasinio, e da lui sugellati con quella solennità che di sopra dicemmo. Pel nome ed autorità di lui, non che pel loro pregio manifesto, poteano certo essere tanto più ardentemente desiderati e ricerchi da molti, nè solo da culti signori, ma da avidi mercanti; ed era molto a temere che corressero rischio di andare dispersi, e fuor di Roma e d’Italia, ad arricchire gallerie straniere. Ma un cavaliere romano ottimamente animato, e per amor vero alle lettere ed alle arti da tutti ammirato fin dalla sua età più giovanile, non potea lasciarsi passare sì buona occasione di far un nobile e glorioso acquisto, conservando alla patria i preziosi dipinti che per la patria erano stati raccolti con tanta cura ed amore. Tutti adunque li acquistò lo Sterbini, e con essi diede lietamente principio alla sua collezione, con animo di compierla collo stesso ordine e fine che erasi proposto quell’onorando Prelato. E noi diremo che ha adempiuto con onore e con rara felicità il suo proponimento, ed ha continuata in sua casa e condotta a degno fine la nobilissima impresa del Laureani. Ma alcuno per avventura, ricevendo facili dubbiezze nella mente, ci chiederà se anche dei tanti quadri che il possessore venne raunando dopo i Lasiniani, sia con ugual peso di ragioni o d’autorità raffermato autenticamente il pregio, e determinato l’autore. Noi rispondiamo che sì, e non già da un solo artista, ma da parecchi, e particolarmente da que’ grandi che furono di sopra menzionati. Il possessore è eruditissimo della storia dell’arte, ben conoscente e pratico della maniera de’ buoni maestri e delle varie scuole di pittura; ha buon gusto, ha occhio acuto ed esercitato; cioè dire ha sufficienza propria a saviamente giudicare. Nondimeno intorno ad ogni dipinto egli ha sempre di altri giudici e de’ più eccellenti maestri richiesto sollecitamente i pareri, che gli chiarissero i dubbii, o lo facessero ricredere, od il rendessero della sua opinione certissimo. Egli che è ne’ costumi sì gentile ed amorevole, e vago di conversarsi continuamente cogli artisti e coi dotti, molti n’ha sempre avuti e ne ha di frequente in sua casa, s’allegra assaissimo delle lor visite e de’ lor ragionari, li accoglie a grande onore e li trattiene con quanti modi più cavallereschi sa inspirargli la sua cortesia. Così egli adoperò consuetamente anche in ad[dietro,] e tra quelli ch’egli volle giudici, fu principalmente il commendatore Tommaso Minardi, artista di gran mente e di bontà singolare, che appo tutti ha lasciato di sè ottima ricordanza, e che il giudizio dei futuri nominerà tra i grandi e più benemeriti maestri dell’arte. Lo Sterbini lo annoverava con ragione tra’ pochissimi di cui s’onori l’età nostra, e lo venerava come sapiente restauratore della vera scuola italiana, cioè dire della raffaellesca. Da lui sono ben lontani d’ingegno, di studii e di sapienza que’ prosontuosi, che oggi si dicono autori o seguaci d’una scuola nuova, nè veggono com’ella si fondi in principii non buoni e segua metodi fallaci, nè s’accorgono quanto sia pericolosa quella facilità di pitture e sculture onde si dan vanto e con che s’argomentano di salire in fama. Ma se oggi alcuni levano di sè un vano romore presso il volgo che stupidamente li esalta, i veri savii riprovano la lor falsa eleganza, e deridono le infelici prove del loro ardire. Essi han potuto predare una breve riputazione tra’ presenti; ma non li seguirà la bella lode che accompagna ancora il nome de’ buoni maestri degli antichi secoli. Essi fatui ed insensati disprezzano que’ venerandi maestri; ma, non facendosi lor seguaci, essi non poggeranno al vero valore ed alla vera gloria tra i contemporanei, nè la lor memoria risplenderà nella luce dei posteri. Il Minardi adunque, spirito amico d’ogni virtù e gentilezza, per soddisfare al desiderio e alle preghiere dello Sterbini che volea che tutta la sua collezione ed ogni dipinto in particolare pigliasse autentica eziandio dal parere di lui, nel corso di più anni costumò di frequente alla sua casa, prendendosi grandissime cure della magnifica galleria. Egli, giudice non minoro del Lasinio, e non men di lui versato nell’istoria e dotto per lunga pratica dello stile di tutti gli antichi maestri, rivide col debito rispetto i quadri Lasiniani, e li approvò; fece a mano a mano un lungo esame di tutti gli altri, ed a ciascuno, che avesse evidenti segni del proprio autore, impose il nome; quelli di cui non potè avere piena contezza, lasciò incerti; e così venne compilando di tutta la galleria un compiuto e ragionato catalogo, ove di ogni dipinto fu per lui stabilita una sentenza o certissima o quanto più si potesse probabile. È anche da osservare che molti dipinti erano giudicati accertatamente da gran tempo e molto ben noti, dacchè passarono in questa collezione da altre gallerie riputatissime; ossia alcuni provennero dalla romana pinacoteca del Cardinale Fesch, non pochi dalla galleria Boschi di Bologna, parecchi dalla quadreria Stralla di Viterbo. Sicchè intorno all’autore di essi, quando non parlassero da sè stessi chiaramente, non rimanea che ricercare le opinioni dei varii cataloghi, e veder se erano secondo verità; nè ciò fu difficile a quel gran conoscitore del Minardi. Pertanto dal nome di lui, non men che da quello del Laureani e del Lasinio, ci pare che a questa galleria seguiti tanto maggior credito, e che il possessore possa con giusta compiacenza nominare que’ due benemeriti personaggi, e vantarsi d’aver avuto dopo loro un tanto giudice ed approvatore del pregio dalla sua collezione, ed un estimator sagace della sua importanza, così storica, come artistica. Di che noi tuttavia diremo appresso alcuna cosa in particolare oltre a ciò che di sopra fu toccato. Non è pertanto a maravigliare che questa galleria, benchè non lodata mai pubblicamente, nè proposta alla comune vista, nondimeno sia stata sempre in grande estimazione presso gli artisti e gli eruditi eziandio stranieri, e per questi, e per tanti altri cospicui personaggi che la visitarono, la fama di lei siasi assai largamente distesa. Nè è da stupire che il romano cavaliere abbia sì grandi e sì affezionati ammiratori: chè egli veramente ne porge un ben raro ed ammirabile esempio, mostrando come un gentiluomo possa degnamente spender l'ingegno ed il tempo in gravi e dilettevoli studii, ed usare nobilmente la sua facoltà a gentile magnificenza della casa e ad onore delle arti. L’esempio sarebbe pur da imitare: ma oggi, dice a ragione un moderno critico, vuolsi piuttosto con cento varietà di sete e di nastri e di veli, e talor anco di carte, scasare l’eccellente pompa dei dipinti; e colla gala degli arredi, cosa che si presto passa, supplir la mancanza de’ nobili e durevoli ornamenti. Oggi un numeroso volgo di signori suol dilettare il superbo ozio in cento guise, e piacesi unicamente de’ sontuosi conviti, de’ cavalli, de’ cocchi, delle livree, dei cani: in queste cose dimostra l’ingegno e spende l’oro: dinanzi ai monumenti delle lettere e delle arti è avaro e stupido, e non sa che da quelli principalmente viene ogni alto decoro ed ogni bel diletto al viver civile. IV Con quanto accorgimento fosse formata questa collezione, e di quanto pregio siano le sue pitture. Quantunque non sian poche in Italia le gallerie private più splendide e più ricche di questa, sia per numero, sia per eccellenza di opere; nondimeno, quanto è massimamente a dipinti antichi, che per una serie ordinatissima e non interrotta ci mostrino chiaramente il maraviglioso progredire dell’arte nelle diverse forme che i pennelli italiani impressero per ciascuna età allo stile, ovvero ci diano il vero e compiuto ritratto della pittura in ciasun secolo, cominciando dagli anni della sua più tenera infanzia, sino a quelli della sua più vigorosa gioventù; co testa galleria ne ha tal copia e di tanto pregio, che eziandio chi ha veduto od ha in costume di frequentare assai sovente i pubblici musei e le pinacoteche più famose, non potrebbe riputare indegno di visitarla; anzi ne prenderebbe somma maraviglia e contentezza, e non si sazierebbe di mirare specialmente alcune gemme che sono nel lor genere, non dirò uniche al mondo, ma certamente rarissime e inestimabili. Toma poi a gran lode del possessore la diligentissima cura, anzi il rigore estremo che egli usò nel comporre la sua raccolta, ove non è da lamentare nè la scarsità del numero, nè la mediocrità del valore, nè vie meno la brutta confusione del buono col cattivo, o col pessimo. Il che c’incontra spesso di vedere in molte gallerìe moderne ed antiche, nelle quasi fa stupire che siano potute entrare e possano tuttavia dimorar pacificamente certe orride dipinture d’accanto alle bellissime, quasi vi abbiano preso con queste un privilegio di prescrizione o un comun diritto ai medesimi onori. È un deforme spettacolo che ci offende gravemente, e ci turba fin la gioconda vista delle cose più leggiadre e più nobili, anche in alcune gallerie romane. Ed è ignominioso e detestabile che il falso o il vile in certe nuove collezioni si spacci astutamente per vero e per ottimo, massime da chi mercanteggia, ed ha in uso di ciurmare e porre orpello. Io non dico che le dipinture di questa galleria siano tutte d’oro in oro: sono però tutte legittime, cioè antiche, originali, sincere; niuna fu rifatta o imbrattata, ovvero fabbricata fintamente, per far gabbi e truffe, con una cotal tinta d’antichità da pennelli moderni. In una parte v’ha bensì un misto di eccellente e di mezzano, ma era inevitabile o necessario, secondo la natura e il fine di questa raccolta. Se non v’è il meglio di ciascuna scuola o di ciascuna età, niente però v’ha di non buono e non utile, e che non possa anche ai tempi nostri giovare, o non meriti comechessia d’essere considerato; niente che non sia di qualche importanza per conoscere gli usi antichi del comporre e del colorire, o che non dia luogo a bei riscontri dell’un pittore coll’altro, e non torni a ogni modo in profitto e piacere degl’intendenti, e massime dello storico dell’arte. Il che mostra vie più l’avvedutezza e il giudicio del raccoglitore, o dirò meglio dello sceglitore, che tra un numero ben grande di dipinti che da tante parti d’Italia e in diverse occasioni gli vennero innanzi, nulla acquistò mai a chius’occhi, e lasciò sempre quello che non fosse per qualche parte buono e profittevole. Imperocchè egli si propose di scegliere, e saggiamente scelse tra le innumerabili dipinture tal qualità, che da niuno si potesse con ragionevol disprezzo rigettare, e tal quantità che fosse sufficiente a formare una galleria degna tutta di ammirazione, e tale, che facesse pur essa conoscere a chiunque la visitasse, quanto in ogni età seppero e poterono gl’italiani dipingendo. Chi non la vide o non ne ebbe altrimenti contezza (e veramente, se non era la modestia del possessore, ella aveva ragione da gran tempo alla pubblica lode e celebrità), entri in cotesta galleria, che ebbe già tanti illustri visitatori, e vedrà co’ suoi occhi com’io dica il vero, e non mi esageri punto sopra i tanti suoi pregi. Vedrà com’ella d porga i più fedeli ritratti dell’indole e della varia eccellenza della pittura in tutti i tempi, e come d rappresenti i più sinceri e sicuri testimonii dell’istoria di questa nobilissima arte. Vedrà tesori del più felice tempo, e vedrà nobili avanzi della pittura antica e primitiva; nei quali se è minor pregio, non è però minore utilità. Fu gran ventura che si conservassero e pervenissero sino a noi quelle reliquie, e fu ventura che potessero esser recate in cotesta galleria a tanta luce ed onore, del quale sono degnissime. Poichè di esse, da chiunque ne sa un po’addentro, meritamente si tiene gran conto, e non potrebbero parer vili se non a persone di povero intendimento. La storia dell’arte, come avverte un grande scrittore, sta principalmente nelle opere; e queste paragonate tra loro in ragione di tempi e di merito, mostrano verissimamente il procedere dell’arte, che talora corre verso il perfetto, talora si ferma, e talvolta è che tor[ni] addietro. Come ne’ progressi delle nostre arti, così ne’ principii loro, benchè si chiari ed illustri, non mancarono opere veramente inutili alla gloria dell’arte, non però inutili alla storia di essa. Non si può quella fare compiuta e ragionevole, se ben a lungo non si considera l’arte ne’ suoi cominciamenti, che sono con istretto vincolo congiunti co’ suoi avanzamenti più lieti e gloriosi. E però è necessario studiare le origini, ossia considerare attesamente quei prischi lavori, e aver intima cognizione de’ lor vani artificii; per lo che tornerà facile il narrare distintamente e sagacemente le successioni e le scuole, e riconoscer bene le une dalle altre, e il paragonarle debitamente nelle loro somiglianze e differenze, e nelle svariatissime maniere. Non conoscerà mai per qual modo la pittura italiana salisse a tanta altezza nel cinquecento, chi non guarda indietro il cammino pel quale venne sì gloriosamemte avanzando fino a quel segno; e non misurerà mai la grandezza dei maestri sovrani di quell’età, chi non sa giustamente estimar l’eccellenza de’ minori artefici che apersero a quelli il sentiero della gloria. Raffaello medesimo contemplò con ammirazione e studiò con affetto le opere benchè imperfette di quegli antichi e venerandi padri della pittura, e senza quello studio assiduo e profondo non so se avrebbe appresa altrimenti quella semplicità elegante, quella grazia ingenua, quella nobiltà e perfezione incomparabile di stile, che gli meritarono il nome di divino. V Pitture di varie scuole, specialmente bisantine; ed alcune italiane de’ primi tempi. Entriamo ora, se non a descrivere questa galleria, che troppo lunga opera richiederebbe, a toccare almeno delle principali pitture ond’è nobilitata, ed anche a riferire non più che i nomi de’ loro autori, che valgono essi soli, sì grandi e gloriosi, il più ampio e splendido elogio. A fin di procedere col debito ordine, volendo in prima produrre esempii delle antiche scuole, greche, bisantine, orientali, italiane, non ci sarà disdetto il farci da quella tanto rozza e detestata che si nominò da Bisanzio. Certo, come nota un moderno critico, le Madonne o altre figure che ci rimangono di quella scuola, niente hanno di bello; nè proporzione, nè principio alcuno di rilievo e di prospettiva è nelle loro attitudini. Oli occhi son fissi, sparute le facce, aguzze le mani, in punta i piè, e le figure ricinte di un brutto color nero, onde quei vecchi greci furono giustamente chiamati dal Vasari piuttosto tintori che dipintori: checchè ne dicano alcuni, credendo di far onore all’Italia col volerle attribuire un’arte di cui dovrebbe vergognarsi. In que’ scurissimi secoli, quantunque in molti lavori fossero adoperati non pochi artefici nostri, pure in tutta Italia le arti avean cessato di essere italiane, ed i nostri eran sì fattamente ammorbati di quella bisantina barbarie, che in nulla più si riconoscevano dai lor maestri e dominatori. Alcuni si avvisano che quelle opere si possono per avventura tenere in qualche pregio, o possono esser degne di menzione, perchè ci mostrano che in Italia il lume degli ingegni non rimase mai del tutto ottenebrato e spento, e che non furono mai del tutto morte le nostre arti. Ma noi tuttavia diciamo che erano morte, perchè nè pur un’ombra aveano più della bellezza degli antichi esempii, nè un minimo che ci rappresentavano della gentilezza degli avi: e diciamo che la nostra maggior gloria è l’averle alla fine risuscitate, ossia create di nuovo, con prodigio stupendo ed unico nell’istoria della civiltà umana. E di quella miseranda morte delle arti può prendere certissimo argomento chi considera le più vecchie pitture di questa galleria, le quali son per altro delle men deformi o delle migliori che si possano vedere, e dirò anche delle più utili alla storia, trascelte con gran senno e qui collocate con savio divisamente dal nobile possessore. Imperocchè esse appartengono a que’ due secoli, ne’ quali, prima che s’accendesse in Italia la fiamma del vero risorgimento, le arti si andavano sforzando verso il buono; il che ben si co[nosce,] esaminando le dette pitture, tntte elettissime e degne di considerazione, cioè si veggono in esse gli sforzi continui che l’arte fece dal fine dell’undecimo e dal principio del dodicesimo secolo fino quasi a mezzo il decimoterzo. Di que’ secoli ricordiamo qui tutte insieme le pitture più notabili di mano o italiana o straniera, che sono le seguenti: Un santo Vescovo, dipinto in fendo dorato, d’autor greco ruteno, riputato caposcuola: una Vergine col bambino, in fondo d’oro, anch’essa di greco maestro; un san Giovanni Crisostomo col Salvatore e la Vergine ai lati, finissima tavola della medesima scuola; una Trasfigurazione, in tavoletta di sottilissimo artificio, con fondo messo a oro; una Samaritana, vera bisantina, in una tavola di cedro del Libano. Di tutte forse più antica, è una tavola in forma di trittico, d’un pittore italiano nominato Giovan Maria Scupola da Otranto, ov’è figurato il presepio, il calvario e san Girolamo in tre istorie distinte; non men rara e pregevole una tavola di Apollonio Greco, il primo che insegnò l’arte ai Toscani, rappresentante Maria che ha sulle ginocchia il figlio morto; la quale stava già in s. Matteo di Pisa, ed è tra quelle che furono illustrate dal Lasinio; onde si raccoglie ch’egli la tenea di singolare pregio. Vuol pur essere mentovato un nostro Signore con la madre e san Giovanni, attribuito allo stesso Apollonio; una Madonna col Bam[bino,] e ai lati in alto due santi, e in basso altri quattro santi, tavola del mille, e dugento; e un’altra rarissima tavola intagliata e dipinta, forse del trecento, di scuola russa, dentrovi la Nunziata, la Natività, la fuga in Egitto, ed altre sei differenti storiette sulla Passione. Un altro dipinto somigliante, ossia graffito in legno, di non minor pregio, si vede pur in Roma nella biblioteca Vaticana. Del più antico di questi dipinti, che a noi pare quello dello Scupola (potendosi egli per manifesti segni recare al duodecimo secolo) fu già fatta una ben lunga descrizione nel giornale romano l'Album fin dal 1855 (V. il foglio del 7 di Aprile ed altri seguenti dell’ann. XXII); ove furono anche pubblicate in intaglio le tre istorie del trittico, e insieme un magnifico stemma gentilizio che vedesi pinto sopra la prima tavoletta, sotto al quale è scritto in larga e bella lettera il nome e la patria del dipintore. Certo era degna che fosse renduta viva la memoria di lui da tanti secoli spenta, nè da alcuno scrittore giammai celebrata. Così ci fossero noti gli artefici di altri quattro dipinti in forma di trittico i quali adornano questa galleria, e che sono certamente d’una rarità singolare, e diversissimi ai sopraddetti di stile, cioè italiani. Il primo, assai grande, composto a uso d'altare (ov’è scritto l'anno 1473), ha cinque scompartimenti, eoi fondo d’oro, a tempera; e v’è dentro la Vergine sul trono col suo fanciullo, Dio Padre in alto, ai lati quattro santi in mezze figure, e di sotto quattro altri beati in figure intere. I tre altri similmente dorati nel fondo, rappresentano anch’essi la Nostra Donna col divin pargoletto, alcuni angioli e santi nel mezzo, e negli sportelli varie istorie. Con questi fa pur bella mostra una tavola a forma di dittico in quattro scompartimenti, rappresentante una nave con molte figure, il fanciullo Gesù che porge l’anello a santa Caterina, la Vergine, sant’Anna, san Girolamo; e nel rovescio i due principi degli apostoli. Esso puro è senza nome, ma è d’una maravigliosa finezza, come sono altri dipinti che volentieri mettiamo in silenzio. Dappoichè ci tarda di dare il novero di quelli che han nomi certi e famosi, e che si succedono l’uno all’altro con bellissimo ordine, e son però supremamente giovevoli alla storia dell’arte. La quale veramente in questa sola galleria si può con sommo diletto e maraviglia considerare, come per diversi gradi, e con lenti e continuati progressi si venisse innalzando ad una nuova civiltà, e ad una miracolosa eccellenza. VI Rarissimi dipinti del dugento, e del quarto e quinto decimo secolo. È noto per lo istorie che, se dalla Toscana partirono le faville onde per ogni dove si raccese il lume delle nobili arti, in Pisa particolarmente, sull’entrare del secolo decimoterzo, sfolgorò la prima luce del loro risorgimento. Giunta, che da quella privilegiata città prese il nome, ed il suo contemporaneo Guido da Siena, furono i primi a mostrare che l’arte non potea volgersi al buono ed al vero, seguendo le orme de’ vecchi greci, e tosto cominciarono a dipartirsi dai lor goffi modi. Indi surse Cimabue, ad accrescere l’opera di que’ due padri, che cominciarono tanto prodigio, e diede origine alla nuova maniera, tornando a vita l’italiana pittura; ed appresso a lui Giotto, che a novella gloria la innalzò, e il divino fuoco ne accese in tutte le contrade d’Italia. Or di tutti questi maestri, e di molti che furono allevati all’arte nella loro scuola, nel terzo e quatto decimo secolo, e specialmente di que’ principali artefici che seguirono il sommo da Vespignano, non solo in Toscana, ma in tutte quasi le altre parti del bel paese; io trovo in questa galleria una si bella e non mai interrotta successione di dipinture, che niun’altra tra le private può vantarne la somigliante. Infatti, ecco un Salvatore con sette beati, di Giunta pisano; un santo Pontefice, a cui sta sopra il Padre Eterno, di Guido senese; una Vergine col suo divin fanciullo, di Cimabue; un san Giovanni di Galizia, di Giotto; e varie storie della vita del Battista, dipinte vaghissimamente in più tavolette, del medesimo Giotto. Ecco una Madonna che adora il suo Unigenito, di Taddeo Gaddi; un’altra col suo figliuolo ch’ha in mano un augelletto, di Simon Memmi; un’altra che tiene in grembo il fanciullo, con due angioli e due santi, di Matteo da Siena; un Cristo in croce, con Maria e alcuni angeli e santi, di Bonamico Buffalmacco, rarissimo; una Nunziata, due sante e il calvario, di Riccardo Stamina; sei santi monaci, di Samo di Pietro senese; una Vergine in trono col bambino, e due angioli ai lati, di Giottino. Ed ecco quattro beati dell’Orgagna; una Nostra Donna col fanciullo e due santi, di Spinello aretino; un’altra col suo pargoletto, e due teste di angioli, di Dello fiorentino; un’altra che ha il bambino nelle braccia, del padovano Squarcione; un Crocifisso coll’Addolorata e san Giovanni, con bellissime aureole in alto rilievo, dell’aretino Margaritone; un antico monaco ritratto dal vivo, di Masolino da Panicale. Coll’ultimo di questi artefici noi siamo condotti nel tempo che, per opera di lui e di alcuni altri, la pittura si avvicinò a quella felice altezza, d’onde (come dice un moderno) essa doveva aprirsi una, più ampia e sicara via di perfezione. Ma ci volle un altro ingegno (tanto son lente e difficili a salire le arti), che, giovandosi di quel che sino allora era stato fatto, riportasse tanta gloria: e questo ingegno fu il Masaccio, il quale recò l’arte a maggior eccellenza nell’opera de’ colori; dacchè egli li maneggiò con tale unione e morbidezza, che nè il suo maestro Masolino, nè altri era mai giunto a quel grado; come niuno era mai arrivato a fare l’ignuda così vero, come fu veduto ne’ suoi dipinti, nè a dare alle , figure attitudini, movenze, fierezze e vivacità tanto belle, ed arie tanto dolci alle teste, che si possono paragonare a quelle di Raffaello. «Non direbbe male chi dicesse che l’arte fece un volo assai maggiore da Giotto a Masaccio, che da Masaccio a Raffaello; conciossiachè l'Urbinate per recar l’arte al grado supremo di gloria, non assaissimo dovette aggiungere alle perfezioni di Masaccio. Laonde, come da Giotto il risorgimento, cosi da Masaccio è da riconoscere il vero innalzamento della pittura.» In questa galleria pertanto, come i più illustri maestri della decimaquarta età, cosi i più incliti della decimaquinta, che fiorirono nelle scuole toscane e nelle altre più insigni d’Italia, si possono succedevolmente ammirare in una ben lunga schiera, della quale appunto Masaccio è principe. Si vede qui un suo quadro stupendo, rappresentante un principe italiano, che fu splendidissimo protettore delle lettere e delle arti, il duca Borso d’Este insieme co’ suoi ministri; ciò sono il Varano, il Galeagnini, il Containi, il Constabile, ed un altro personaggio in cui l’autore ha ritratto se medesimo: tutte figure maestose ed ammirande. Succede un altro dipinto, straordinariamente bello e raro, anzi unico, che forse in niun museo o pinacoteca sovrana si trova il simile, e v’è dentro san Bernardino da Siena che da una parte predica al popolo, dall’altra giace morto sul funebre letto, ed opera miracoli: la composizione ò immensa, le figure piccole di corpo, di numero infinite, di leggiadria e di grazia incomparabili. Si disputa se sia del beato Angelico, o del suo discepolo Benozzo Gozzoli; noi diremo che è degno dell’uno e dell’altro, e che certo lo colorirono insieme due maestri, dacchè il vario stile delle due parti del quadro ci fa palesi due differenti pennelli. Del resto è qui una vera e preziosissima gemma dell’Angiol da Fiesole, vo’dire una sua tavoletta col fondo d’oro, lavorata con estrema finezza d’arte, dentrovi la Nostra Donna salutata dall’arcangelo Gabriello: due figure gentilissime e di una vaghezza e soavità, ineffabile, anzi tanto pure e spirituali e divine, che io direi che quando Giovanni le ritraeva, avesse veramente nell’anima il paradiso, o fosse tutto assorto co’ suoi pensieri in cielo. Anche dell’amantissimo suo discepolo Benozzo sono qui due certi e finissimi dipin[ti] in forma di trittico, dorati nel fondo; nell’un de’ quali è la Vergine in trono col suo figliuolo e alcuni angeli e santi; nell’altro le stesse divine figure, diversamente composte, con somma grazia. Nè si vuol pretermettere una grandiosa tavola con fondo in oro, ov’è la Nostra Donna col suo divin pargoletto, ed alcuni angioli in diversi atti d’adorazione e di maraviglia; opera eccellentissima ed ammiranda, in cui l’autore scrisse il suo nome, che, secondo la più vera lettera, pare doversi leggere: Ichannes Iacobi pinxit. Procedendo avanti, troviamo in questa medesima schiera due altri pittori nominatissimi (ma di cuore e di religione ben diversi ai primi), i quali seguitando Masaccio, si studiarono non men che il Fiesolano e Benozzo, d’aggrandire la sua maniera; e sono Filippo Lippi e Andrea del Castagno: dell’uno è un quadro colla Madonna, il piccolo Gesù, ed una testa di santa; dell’altro due tavole con un sant’Antonio e un Cristo ignudo, di cui tengono le sacre vesti alcuni angioli. Appresso ammiriamo di man di Sandro Botticelli, una Vergine che allatta il bambino, con due angeli ai lati: di Lorenzo di Credi, una tavoletta con fonda d’oro vaghissima, ov’è Maria che adora il suo pargoletto dormente, ed un’altra tavola rotonda di non minor pregio, dentrovi la Vergine, s. Giovanni ed un angelo genuflessi dinanzi a Gesù bambino: di David Ghirlandaio, un presepio con una gloria di angeli; di Giambelli[no] una Vergine col piccolo figliuolo, e due santi; di Luca Signorelli, una Natività con due figure intorno; di Andrea Mantegna un'Addolorata col Cristo, in mezza figura; di Nicolò Alunno da Foligno, una Coronazione di Maria, con molti angioli e santi che le fanno corte; di Giovanni Santi padre di Raffaello, una tavoletta a foggia d’altarino, messa a oro, dentrovi Maria e il suo Unigenito; di Pietro Perugino, un piccolo Ritratto di personaggio incognito, di somma vaghezza, ed una Nostra Donna con Gesù fanciullo, e gran corteo di santi; del Pinturicchio, un’altra Vergine col suo tenero Figliuolo nelle braccia. Fra tante opere, nelle quali rifulgono tante e sì varie bellezze della pittura del quattrocento, secondo il diverso stile de’ maestri e i modi particolari delle scuole toscane, e dell’umbra e della veneta, le quali con un avanzare sempre crescente e con pari gentilezza ed ardore si gareggiavano; io potrei eziandio ricordarne parecchie o fiamminghe od olandesi o tedesche di eccellenti pittori, che sin d’allora s’argomentavano lodatamente d’innalzarsi alla luce delle scuole italiane. Ma con due sole chiuderò questo novero. L’una è a forma di trittico, e rappresenta la visita dei re Magi nel mezzo, e nei lati l’annunciazione di Maria, e l’adorazione del divino Fanciullo, di Giovanni Schoorel: nell'altra è istoriata la morte della SS. Vergine, alla quale stanno intorno gli apostoli in atto di apprestarle religiosi conforti, di Alberto Duro. Queste tavole sono amendue rarissime ed ammirabili, tanto che a vederle, i nostri artefici ne prendono la più gran maraviglia, e gli stranieri ne hanno il più dolce stupore insieme e la più superba compiacenza. VII Preziose tavole de’ maestri del cinquecento, e nobilissime tele de’ primi delle età seguenti. Chi visita in cotesta galleria, tra si gran ricchezza di nomi e di opere, specialmente quella gentilissima schiera di dipinti della decimaquinta età che abbiamo qui sopra noverato, mai non si terrebbe di vagheggiare quella tanta ingenuità di bellezza, e quella tanta verità, semplicità, finezza e leggiadria che sono le doti proprie e singolari delle arti del quattrocento. Oltrecciò ai visitatori torna oltremodo utile e dilettevole il considerare, in tante e si pregiate tavole, il vario magistero del dipingere di que’ tempi, si a tempera, come a olio; e giova il vedere come i nostri artefici, si innamorati dell’antico metodo, lo antiponessero assai di sovente al nuovo, indi si venissero a mano a mano invaghendo anche di questo, e si mostrassero in fine quasi tutti solleciti di arrecar nuova bellezza ai lor dipinti, giovandosi studiosamente di quel mirabile ritrovato, di cui il messinese Antonello aveva arricchito la comune patria. Certo fanno stupire in questa collezione tanti bei dipinti di quella età fatti a tempera; ed io qui veggo esser verissimo ciò che scrive un elegante isterico delle nostre arti, che il trovato del colorire a olio, comecchè si conoscesse per tutta Italia, pure non fu allora usato da tutti; e chi l'usò, non l'usò sempre, e corse quasi un secolo innanzi che l'arte si abbellisse di questa invenzione perfettamente. Il che deve fare un poco di maraviglia; e bisogna forse attribuirlo all’amore che pur avevano i nostri quattrocentisti, e in ispezialtà i Fiorentini, a quella loro tempera. Con la quale certamente (segue a dire il nostro istorico) non si dava alle opere l’unione e morbidezza di colore, e le illusioni di chiaroscuro, che poi ottennero i dipinti a olio, ma la vivacità delle tinte si manteneva più durevole nelle tavole a tempera; in cui altresi continuava a spiccare una certa gaiezza di amabile semplicità, che si starebbe in forse se abbia la pittura piuttosto avvantaggiato che scapitato nell'acquisto del colorito a olio. Il quale, se nel tempo che si usa produce effetto assai più bello e maraviglioso, cogli anni è più soggetto ad alterazioni, che spesso fanno desiderare la inalterabile tempera dei quattrocentisti. Del resto, chiunque si fa delizia o delle opere condotte a tempera, o di quelle lavorate a olio, qui ne ha bene e delle une e delle altre un bel numero da contemplare, e da empiersi l'anima di sempre nuova contentezza, scon[trandosi] per ogni dove con eccellentissimi artefici, ove si possono ammirare non solo grandi virtù d’ingegno e d’ogni bella novità ed invenzione, ma tutte le vaghezze e leggiadrie de’ colori, e tutte le altre parti della pittura. Passando a visitare i maestri del cinquecento, non ne troviamo veramente un sì grande e splendido stuolo, come s’è veduto di quelli del secolo quintodecimo; e ci riman desiderio de’ più gloriosi principi i quali dopo Lionardo, essendo per lui dischiuso all’arte il sentiero della massima perfezione, giunsero per vario genere di sovrano magistero a quella suprema altezza. Non cessa peraltro che anche nei dipinti di questa età la collezione dello Sterbini non abbia un che di singolare; dacchè essa ne possiede non pochi di man di coloro che da quei sommi furono ammaestrati, e mantennero con essi e dopo essi all’Italia l’onore della bella scuola; onde in quel felice tempo la nostra patria seguitò per opera loro a rifiorirsi ognora più nella luce delle arti. Facciamo in prima degni di esser menzionati una Vergine col Bambino in trono, e due santi ai lati, magnifico quadro riputato di Lionardo; un s. Giovanni, in mezza figura, leggiadrissimo e pieno di tutte le grazie, tenuto della prima maniera del Sanzio; ed un ritratto bellissimo di donna, attribuito a Tiziano. Molto notabile è altresì una tavola rappresentante Nostro Signore dinudato, il quale abbraccia la divina Madre, con due santi e uno sgherro, dipinta da Cosimo Rosselli, ed illustrata già nell'opera celebre che ha per titolo L'Etruria pittrice; ed un’altra tavola figurante un s. Sebastiano e un s. Giovanni, del Crivelli; ed un’altra ov’è istoriata una Natività con angioli e pastori, di Marco Palmeggiani da Porli. Abbiamo qui sopra accennato che questa collezione non ha dovizia di opere solenni de’ sommi principi della pittura, ma che ha non pertanto gran copia di dipinti, veramente stupendi, de’ lor discepoli principali. Tra questi sono de’ più famosi Bernardino Luini, Mariotto Albertinelli, Baldassarre Peruzzi, Perin del Vaga, Raffaellin del Garbo, e Oiovan Antonio Razzi detto il Sedoma; il primo de’ quali fu discepolo al Vinci, il secondo (comechè d’animo infinitamente diverso) a fra Bartolomeo della Porta, gli altri all’immortale Urbinate. Or di questi valentissimi scolari trovo qui assai vaghe e notabili dipinture; e in prima, del Luini una Madonna col suo divino Fanciullo: di Mariotto, un Gesù bambino sostenuto da un angelo con la Madre che lo adora: di Baldassarre, l’adorazione de’ Magi con molte figure, ed un paese; composizione tanto bella e grandiosa, ed opera tanto perfetta e gentile, che non so qual lingua o penna basterebbe a degnamente commendarla. Di Perino v’è una sacra Famiglia avvenentissima, e degna veramente di peculiar laude e ammirazione; di Raffaellino una Madonna col putto, condotta con sì mirabil diligenza, che ben potrebbe sol’essa a lai confermare il soprannome di Garbo, e la stima che godea a’ suoi dì di primo giovine dell’arte; del Sedoma infine una tavola di sottilissimo artificio, che rappresenta un santo monaco a cui apparisce la beata Vergine Gol bambino; ove direi quasi che altra gentilezza e grazia non si ammira, che quella dell’angiol d’Urbino, al quale è peccato che quel malaccorto giovine fosse tanto dissimile di vita, cioè per abito bestialmente stemperatissimo. A questi possiamo aggiungere un quadro nobilissimo di Daniele da Volterra, rappresentante la Natività di Maria, del quale il possessore tiene anche un’antica e pregiata incisione; una sacra Famiglia con san. Giovannino che cavalca una pecorella, del Palma il giovine; un’altra sacra Famiglia con alcuni angioli, del Roncalli detto il Pomarancio; ed una tavoletta, ov’è una figura di donna giovine, creduta la Fornarina, di stile raffaellesco. Èvvi inoltre un dipinto, piuttosto abbozzato che finito, il quale è attribuito ad Andrea del Sarto, e figura una sacra Famiglia con un san Giovannino; ove se, mancando la piena esecuzione, non ci è dato di ammirare la consueta facilità, leggerezza e soavità del pennelleggiare di quel famoso coloritore, tuttavia nel delineare, dintornare e panneggiare riluce tutta la sua virtù propria in una incomparabile semplicità e maestria. Vuol ezian[dio] esser ricordato un ritratto d’ignoto personaggio, veramente ammirabile per la bontà del disegno, per l’eccellenza del colorito e per vivissima espressione di sentimento, nel quale si ammira tutta la leggiadria e grazia di Giambellino, e tutta la finezza della scuola fiamminga; ma non sapresti tuttavia pronunciar con certezza il nome dell’autore. Crescono poi onore a questo nobilissimo stuolo alquanti stranieri; e specialmente un Rembrandt, con un suo Cristo fra i dottori; uno Swarz, con un Salvatore attorniato dai manigoldi, di cui havvi eziandio un bello ed antico intaglio: un Vandestein, con un Nostro Signore circondato similmente da immanissimi sgherri; un Luca di Leyda, di man del quale si veggono l’uno accanto all’altro, due grandi e maestosi ritratti di personaggi non conosciuti; ed un Enrico De Bles, con un quadretto finissimo, figurante un incendio. Si ammirano infine due grandissimi, il Poussin e il Bubens; dell’un dei quali havvi un Mosè fanciullo rinvenuto nel Nilo, tenuto per cosa molto rara; ed un giudizio di Paride; dell’altro similmente un istoria mitologica, col nome dell’autore; ove il singolarissimo fiandrese mostrò al solito tutte le difficoltà dell’arte colla ricchezza e varietà dell’invenzione, con le vaghe attitudini e i maravigliosi movimenti delle figure, colla viva e spiritosa espression delle teste, colla gagliardia e vivacità de’ colori, e col mirabile magisterio delle ombre e della luce. In somma anche in questa parte della nobil galleria abbiamo parecchi ed elettissimi fiori, i quali riuniti coi tanti e si rari della decimaquinta età, fanno a quella il più ricco e leggiadro ornamento; onde chi s'avvolge per essa, si va proprio deliziando come nel più bello e luminoso campo dell’arte; che qui veramente ella si può tutta contemplare qual fu nella sua mirabil primavera, vo’dire negli anni splendidi della sua gioventù; qui in tanta copia e tanto fulgore di opere, si può appieno conoscere quanta allora fu la gentilezza e la potenza dei pennelli italiani. Che se non possiamo dir veramente che vi risplendano le prime luci della pittura, v’han tuttavia que’ minori lami che fecero chiare le nostre scuole nell’età della perfezione, quando l'arte, salita in cielo pe’miracoli di Raffaello, si manteneva tuttavia nella sua altezza pel valore dei discepoli di lui; e per essi quasi in tutte le parti d’Italia diffondeva immenso splendore. Così ella, co’ puri insegnamenti ed esempii del sovrano maestro, avesse conservata intatta la sua celeste origine, nè, si tosto tralignando, fosse caduta ne’ manieristi, nè appresso si fosse invaghita di tante e così laide, corruzioni straniere! Invano si adoperarono fin da prima di sostenerla con invitto vigore il Barocci, il Cigoli e i Caracci, e di poi molti altri riformatori sapienti, i quali in ogni età posero lutto lo studio per ricondurla per diverse vie di eccellenza alla schietta verità e purezza antica, ossia alla classica ed unica scuola di Baffaello. Egli pare destino, come avverte acconciamente un moderno, che non debbano mai le arti rimaner ferme; e giunte al colmo, siano sempre per altra china tratte a discendere. Il perchè le vediamo più volte risorgere ad una bontà e bellezza maravigliosa, e più volte ricadere con sempre nuovi e più strani pervertimenti in una orrenda barbarie. De’ primi e più benemeriti maestri, che in diversi tempi e in più regioni d’Italia sursero con gran vigoria d’animo e di mente a sostener l’arte nelle sue o più o men rapide discese, son pure in cotesta galleria non poche tele assai pregiate, le quali però richiamano sopra di sè l’attenta ammirazione dei visitatori. Tali sono principalmente (per fard da colui che fu glorioso concittadino e felice imitatore di Raffaello, e che per primo diede cominciamento alla riforma dell’arte) di mano di Federico Barocci, una donna che insegna la preghiera ad una fanciulla; di Lodovico Cardi, detto dalla sua terra natale il Cigoli, una deposizione di Croce; di Annibale Caracci, il suggetto medesimo, ed inoltre un ritratto del Lanzoni celebre personaggio ferrarese, col suo scudiero e cavallo. E tali son pure di Ponte da Iacopo chiamato il Bassano, un Deposto; di Girolamo Muziano, una Madonna col suo Pargolo; di Francesco Albano, alcuni putti simboleggiasti le arti; di Salvator Ro[sa,] un Prometeo; di Claudio di Lerena un paese; di Guido Beni, una Maddalena; di Giovan Battista Tiepolo; un martirio di s. Sebastiano; di Pompeo Battoni, una sacra Famiglia. Altre pitture io potrei ricordare, che sarebbero di menzione degnissime; ma intendo che queste bastino. Per esse noi siamo condotti, per un lungo spazio di storia, a considerare le vicende dall’arte moderna, ed a conoscer come d'ogni tempo ed in ogni parte della bella contrada, quanto più l’arte volgeva in basso, con tanto maggior forza d’ingegno e di mano alcuni maestri si travagliavano di rialzarla verso le antiche cime, cioè alla vera gloria. Onde ci torna lietissimo il pensare, e ci è pur di gran vanto il poter dire, che in questa classica e privilegiata terra della bellezza, andarono bensì tra più volte declinando le arti, ma non sì che in ogni età non si vedessero molte opere di rara eccellenza. Il che vuol dire che anche noi più volte tornammo barbari, ma assai meno che le altre genti; che ancora tra i ludibrii della novella barbarie ci rifulse mai sempre una luce dell’antica civiltà; che contro l’infinita turba de’ corruttori ci sursero sempre potentissimi spiriti, i quali furono seguaci degli antichi maestri, e grandi e degni posteri; che quei prodi, tenerissimi dell'onore della patria, si studiarono di salvarla dall’ignominia, e poterono vincere o rintuzzare la forza de’ cattivi esempii e delle perverse usanze, continuando a tener in pregio la buona scuola, e ad attestare al mondo, anche ne’ più guasti e rozzi tempi, la bontà dell’italico ingegno, e la gentilezza della nazione. VIII Si dichiara quanto importi alla storia dell’arte questa collezione, avendo pitture di tutte le scuole antiche e moderne. Chi discorre nella mente i principali dipinti di cui la galleria del cavaliere Sterbini è posseditrice, e de’ quali noi non abbiamo voluto altro che accennare, trapassando tutti quelli, non pochi nè ignobili, che non ci sono ben chiari e fuor d’ogni forse quanto all’autore, nè si saprebbero se non con perplesso occhio mirare anche dai più intelligenti; troverà senza dubbio che sono tal dovizia, e tanto belli e importanti, che eziandio Roma, a cui una siffatta collezione era veramente desiderabile, se ne può bene gloriare come di un nuovo ed utile decoro che le ha aggiunto un suo degno cittadino. Ognuno può aver certamente di che contentare non men l’occhio che l’intelletto in tanta e sì eletta copia di pitture, e in un cumulo di tante bellezze e pregi delle diverse scuole, che sono direi quasi tutte le bellezze dell’arte sì antica, come moderna, dai sublimi cominciamenti di Giunta Pisano fino alle nuove maraviglie del Battoni. Da prima chi avesse volato in questa Soma vedere co’ suoi occhi e studiare successivamente nelle opere de’ migliori artefici i principii e tutto il coreo della pittura, gli bisognava trascorrere d’una in altra pinacoteca, e con fatica lunga e grave ricercare per tutto e ravvicinar col pensiero e riscontrar tra loro lontanamente le dovizie sparse, spesso con incerte prove e con poca speranza di buon successo. Dacchè a formar in tutto un probabil giudicio dell’arte di tutti i tempi, e delle qualità delle diverse scuole, massime più antiche, gli conveniva uscire ad altre città, e recarsi colla persona forse reiteratamente a più luoghi ricchi di siffatti monumenti, i quali per lo più richiedono lunghi paragoni, quando sono specialmente di soggetto curiosissimi e di natura disparatissimi. Or a soddisfare abbondantemente a si giusto desiderio, cioè a porger contezza sicura, se non in tutto, nella massima patte, con una bella e copiosa materia, delle origini, de’ progressi, e delle molte vicende dell’arte, e della maniera dei più singolari maestri, basta senza dubbio codesta galleria, ove in quella si lunga e sì splendida successione di esempii del vario stile di tanti dotti pennelli, possiam dir veramente di avere l’intera storia della pittura italiana. Dappoichè, come s’è veduto, vi troviamo monumenti dell’antichissima scuola bisantina, della pisana, della senese, della fiorentina, dell’umbra, della veneta, della bolognese, della ro[mana;] senza dire dei varii tipi delle primarie scuole straniere, ossia della fiamminga, della tedesca e della francese. Chi togliesse a scrivere una nuova storia dell’arte della pittura, per vederne a tutto agio e come in breve specchio il suo variato muovere e progredire, e considerare in piccolo spazio un aspetto importantissimo dell’italiano ingegno, o conoscere senza molta fatica da quali principii e per che gradi l’arte salisse lentamente alla ragionevole eccellenza, indi volasse in un tratto all’estrema sommità del perfetto, poi venisse declinando, e risorgendo, e si reggesse pur sempre in vite con diverse apparenze di valore e di gloria; certo potrebbe avere gran profitto da questa ricca collezione, trovando in essa insieme riuniti e raggiunti per cosi dire tutti gli anelli della pittura, ossia, per tutte le serie di scuole antiche e moderne, disposti in successivo e rigoroso ordine tanti monumenti, i quali tatti, se non dei più cospicui, sono senz’altro dei più utili, e molti anzi son de’ più rari e importanti. Laonde a chi visita questa galleria torna ancor facile il far in poco d’ora il più vero paragone fra loro dei secoli dell’arte, ed il conoscere eziandio in qualche parte l’indole di ciascuna età, essendo verissima la sentenza d’un moderno isterico, che le arti almeno fin al mezzo del secolo scorso furono immagine dei costumi del tempo, e che esse voglionsi aver sempre come i testimonii più cer[ti] della eccellenza o dei traviamenti d’un popolo. La mente del filosofo, siccome sentenziò un’altro egregio scrittore, non meno nelle arti che nella politica si studia oltre i fatti di conoscere le cagioni. «Tutte le arti si prestano aiuto come compagne; le lettere si fanno guida alle arti, quasi maestre: e le lettere e le arti girano coi costumi variabili dei popoli, ora dirigendoli, ed ora lasciandosi condurre, e pendono dalla fortuna delle nazioni.» Perciò, dice saggiamente lo stesso autore (e noi possiamo ben recare al caso nostro i suoi detti) quali, aiuti e quali impedimenti avesse di mano in mano l’arte, dai regnanti e dai ricchi, dall’ignoranza e dalla dottrina, dall’onore e dall’ambizione, dalle guerre e dalla pace, dalla virtù e dai vizi, lo storico dee sottilmente ricercare, notando le occasioni che nacquero alle grandi opere, i casi più singolari degli artefici, le ragioni perchè tali e tali soggetti trattassero, e questo o quello stile tenessero; ed inoltre osservando in ogni secolo quali principi e repubbliche governassero l’Italia, quali usanze ed opinioni vi prevalessero, quali poeti e letterati e filosofi avessero maggior grido, quali soccorsi ed ostacoli incontrassero le arti, quale fosse rispetto agli altri studii la pittura. Confesso che in molte di siffatte ricerche, fatte già sagacemente da alcuni storici delle arti nostre, ed in molti di cotali pensieri va spesso la mia mente, quand’io visito le grandi pina[coteche] ed i musei: e che similmente questa medesima galleria, che è pur si minore, non mi torna men utile, e mi porge anzi una materia non solo di leggiadrissime e infinite immagini amena, ma di gravissime considerazioni feconda. In essa la mente nostra si rallegra nella luce dei grandi secoli, e l’animo innamorato in mezzo a cotante opere va colla filosofia dell’arte interrogando il senno della veneranda antichità. In essa ci sembra quasi che s’apra dinnanzi agli occhi nostri un magnifico santuario della pittura, tutto pieno di patrie glorie, o ricco d’una parte assai splendida degli immensi tesori della rinnovata civiltà d’Italia, ove ammiriamo il valore degli antenati e l’antica dignità delle arti, e c’innalziamo alle idee della vera bellezza e della somma perfezione. Ogni parte di questa collezione è bella e gloriosa, e più o meno profittevole non solo a rappresentarci i diversi aspetti della pittura, ma a darci indizio della varia indole e condizione de’ tempi. Dall’una parte all'altra trapassando noi facilmente teniamo dietro al vario cammino che fece l’arte di età in età, e paragoniamo il vario magistero ed i vicendevoli progressi che mostrarono in ogni tempo gli artefici e le scuole d’ogni contrada: ma non ci è meno agevole il raffigurare per tante serie di svariate opere il vario gusto de’ secoli e l’immagine viva de’ lor costumi. IX L'arte cristiana considerata nella galleria Sterbini, e difesa. Per le accennate cose a me par veramente che in questa galleria trionfi l’arte della pittura, e che ella possa ravvivare nella mente i più bei pensieri d’antica nobiltà e grandezza, e raccendere nell’animo i più forti e generosi affetti, e specialmente un fecondo amore di religione c di patria. Chiunque entra, ed ha alcun alto senso ed intelletto di arte sopra il costume de’ volgari, non solo è condotto a considerare in essa a mano a mano e con maraviglioso piacere la piena storia nell’arte, o com’ella avesse vita e sorgesse alla suprema eccellenza, o come ricadesse difformata e guasta, e fosse più volte richiamata ai sani principii; ma è inoltre menato come ad una solenne scuola di virtù e di sapienza, e quasi rapito in una dolce contemplazione delle età migliori del senno e della gentilezza nazionale. In vero quella tanta ricchezza di pitture delle più famose scuole che fiorirono nei secoli decimoquarto e decimoquinto, panni che sia l’importanza della galleria, in quanto ci mostra dell’arte cristiana la eccellenza e le glorie; onde merita di essere con particolare attenzione considerata, e può certo fornir materia di elegante ed util discorso, e riempier l’animo d’un ineffabil diletto a chiunque sa riguardarla con occhio e giudicio italiano. Chi al presente si piacesse ancor ridere, come fecero nell’addietro molti, del nome di arte cristiana, senza poterlo forse o volerlo intendere sanamente, e giudicasse che quella a’ nostri buoni antichi non andò giammai per la mente, e che Dante non fu ispiratore, nè Giotto fondatore, nè il beato Angelico perfezionatore della grande scuola che di quel nome si abbella; venga qua, consideri in questa galleria le opere di quella scuola, e dica se ella non dovea essere, come fu da gran tempo, segnalata per cristiana, e se non porta con ogni ragione quel glorioso titolo. Da che essa è dall'altre scuole affatto diversa, non già per differente magistero, ma per una propria e singolare virtù di ritrarre il bello e sublime delle cose sacre, con sì mirabil espressione di santità, di candore, d’ingenuità, di grazia, e con tanto spirito di religione e tanta dolcezza e soavità di paradiso, che invano si cerca nelle scuole che appresso vennero in eccellenza. Qui, in tanti dipinti di que’ beatissimi secoli, risplendono vivamente tutte quelle ineffabili bellezze celestiali, proprie appunto di quell’arte che giustamente appelliamo cristiana, e che dopo Raffaello non fu veduta balenare che una languida luce, e parve indi spenta, quantunque la pittura e l’altre arti sorelle avessero sempre ardentissimi cultori, ed anche ne’ più miseri tempi e nell’orrida confusione che parea voler sommergere tutte le lor buone partì, elle fossero salve in più luoghi, ed appresso non restassero di avere in molte città non ignobil vita e splendore. L’Italia, dagli antichi tempi infino all’età nostra, si dimostrò sempre la patria dell’arti; ma corrotte le credenze e i costumi, e inaridita la fonte dell’ispirazione cristiana, l’arte abbandonò le sue tradizioni e cercò follemente le straniere, dimenticò il sublime ufficio che ebbe tra gli uomini, e andò lontana dal vero e grande suo fine. Ci fiorirono artisti (come ben dice un moderno) i quali furono millantatori come Benvenuto, ma senza la sua bravura; sdegnosi come Annibale Caracci, ma senza il risoluto suo genio; licenziosi come il Bernini, ma senza il suo ingegno creatore; rapidi dipintori come il Giordano, ma senza il suo fuoco: e costoro bene spesso, per aggradarsi i Mecenati, violarono l’onore dell’arti, abbassandole in servitù dei vizii, o facendole schernitrici della religione. Ma in antico le arti aveano altri protettori; e il palazzo pubblico, la cattedrale, il cimitero, erano il teatro de’ primi e più grandi artefici, i quali s’inspiravano o nell'amore di Cristo, o nel fasto delle cittadine vittorie, o nel desiderio pietoso degli avi defunti, cioè dire nella fede, nella famiglia, nella patria; e di ciò sono esempio il Camposanto a Pisa, il palazzo ducale a Venezia, il Vaticano a Roma. — In un santuario del medio evo, nel magnifico tempio di Assisi, si ricoverò la pittura a rinnovellarsi. Là convenivano d’ogni parte i pittori ispirati dal pensiero cristiano, ed in quella solitudine santa riceveano ispirazioni nuove, lasciavano una testimonianza del lor valore in quelle pareti, e ritornavano più lieti e più ricchi alla patria: là pellegrinavano gli artisti di Pisa, di Siena, di Perugia, d’Arezzo e i primi di Firenze; il beato da Fiesole, angelico nel cuore, nella vita e nelle opere; Benozzo Gozzoli, l’Orgagna, il Perugino, e finalmente il massimo delittori Raffaello. Così formossi all’ombra del santuario una scuola che è veramente cristiana. Nè vale opporre (osserva lo stesso scrittore sovraccennato) che l’eccellenza nelle arti fu tocca quasi sempre ne’ secoli più corrotti, perchè non è punto la corruzione degli animi e de’ costumi la quale produca l’eccellenza nelle arti. «Quantunque il bello sia contemporaneo virtualmente al buono, la manifestazione del primo è sempre posteriore al secondo, come deve essere dell’effetto in rapporto alla causa. Lo splendore delle arti nel cinquecento, aiutate dalle circostanze de’ tempi e dalla disposizione degli animi, non deriva dai vizii del cinquecento, ma dalle ispirazioni raccolte nell’età precedente; tanto è ciò vero, che il secolo che sussegui al cinquecento, il decimosettimo, col Bernini, col Marino ed il Cortonese discese da tanta altezza. Sui difetti dei pochi grandi, che per vita non savia offusca[rono] la gloria del loro nome, tiriamo un velo, solleviamoci in regione più eccelsa, e vedremo che il genio ha sempre una qualche sembianza dell’angelo. Senza religione non può essere arte, e nella fede sta riposta la scintilla del vero bello. Per essa si rinvenne il tipo della bellezza nell’uomo Dio, e dietro questa suprema bellezza l’arte stabili le sue nonne e tracciossi il cammino che dovea percorrere. Non più Grecia, ma Italia; non più Atene, ma Roma. La capitale dell’universo cristiano, che fu sempre il centro di tutte le religiose credenze, fu quindi la nave che salvò dal generale naufragio le tradizioni dell’arte. Roma coll’arte invitò la terra a nuovi costumi a nuovo splendore, a nuova vita: essa, un giorno regina guerriera del mondo, è ora la regina dell’arte.» Belle e vere sentenze, alle quali potremmo aggiungerne ben molte che tornano a onore dell’arte cristiana; ma qui sotto ne riferiremo solo alquante che servono piuttosto a sua difesa, e giovano inoltre, non men che le prodotte, a confermare almen di rimbalzo il pregio delle più antiche dipinture che adornano cotesta galleria. Tutti i più bei pregi dell’arte cristiana si riscontrano in questa galleria. All’età nostra, dai derisori dell’arte cristiana fu, con più altre, messa fuori questa strana opinione, che non solo di quegli avanzi della primitiva pittura, che si trovano in parecchie gallerie, ed in molto più bel numero in quella del cavaliere Sterbini; ma eziandio di tante opere Giottesche, poco o niun conto si debba fare, sì per la lor secca ed imperfetta maniera, si per la perpetua somiglianza ch’hanno fra loro di tipi, di forme e di composizione. Ma primieramente si può rispondere che il ripetere i medesimi tipi fu già proprio di tutte le scuole, com’è manifesto presso i greci, i quali segnatamente nelle tante statue del loro Giove Olimpico non vollero mai altre sembianze, se non quelle che diedegli Fidia. Chi poi muove tali accuse contro la scuola cristiana, o non ne conosce la sua particolar indole, o non sa quale sia il suo fine principale. Quella sublime scuola, dice lo scrittore di sopra allegato, non cercava che la verità o la poesia del sentimento; amava parlare più all’anima che ai sensi, soggiornare più in deio che in terra, e non per altro adottava quei tipi tradizionali, che per mantenere vivaci quelle credenze, dalle quali ripeteva la vita. Non odiava il disegnare corretto, come alcuni si credono; poichè nel disegnare chi più puro di Raffaello? Ma scagliavasi contro quelli, i quali attingevano le ispirazioni in altre fonti, che non erano le cristiane. «V'è una parte nel bello, che dicesi dai trattatisti assoluto, perchè immutabile per mutare di opinioni, di costumi, di tempi, perchè compreso dappertutto e da tutti, e questo deve essere studiato da qualsiasi scuola, perchè è il fondamento d’ogni arte. Ma esiste eziandio un’altra specie di bello che dipende dalla volubilità de’ costumi e delle opinioni, dalle forme dei reggimenti religiosi e politici, dal complesso delle condizioni d’un popolo, il carattere delle quali imprime l’arte e forma ciò che si chiama una scuola.» — Quella che appelliamo cristiana, cercò i tipi di sue bellezze nel cielo, e le storie da rappresentare tra gli uomini più santi della terra. Ella appar timidissima a primo sguardo, nè ha certo le bellezze della greca: ma questa potè mai fingere le più riposte e delicate affezioni dell'anima, o un verginale pensiero, o un santo pudore, che è alla bellezza come ai fiori il profumo; o l’estasi tranquilla dello spirito assorto in Dio, o il culto dell’amore nella donna redenta? — Tutte queste particolari eccellenze e tutti i più bei pregi che codesto scrittore, seguendo le tracce de’ più savii storici, va qui ed altrove noverando per difendere contro ingiustissime accuse quella scuola, si veggono in fatto e si possono ad uno ad uno riscontrare nella galleria romana su quelle tante e si antiche e preziose tavole. Qui in una maravigliosa varietà di subbietti troviamo appunto quelli che la scuola cristiana più ebbe cari, e che più di sovente si compiacque di rappresentare, e ciò sono: — ora la Vergine Madre che o genufles[sa] innanzi al figliuolo o seduta, lo vezzeggia e lo mostra alla venerazione de’ patriarchi e de’ santi; ora la vita di Cristo, o quando predica, o quando soffre, o quando trionfa; ora le pietose leggende che si raccontano in quei semplici tempi, o i martiri crociati dai primi tiranni, o una spelonca dove prega un anacoreta, o l’anima d’un santo uomo che è raccolta sulle ali dagli angioli; ora una processione di vota, ora il miracolo d’un predicatore, ora la cerimonia d’un sacramento: e dappertutto immagini di consolazione e di speranze, angioletti che sonano e cantano, vergini che sorridono alla vista de’ cieli aperti; imperocchè sempre un subbietto che ha principio sovra la terra è continuato al di là delle nubi, e sempre tu vedi in alto la Madonna e il Signore, che guardano raggianti di tutta la loro serena letizia le supplici schiere dei sottoposti fedeli. Pertanto vaghezze e maraviglie di svariati subbietti, che pur si vedono con più o men gentile magistero figurati in sì gran parte dei dipinti di questa galleria, ben si può dire che ella è d’un pregio inestimabile; e che, se essa d presenta in generale la storia dell’italiana pittura dai prischi tempi insino a questo secolo decimonono, ci porge in particolare la storia bella e compiuta dell’arte cristiana. Non dubito che chiunque ha eccellenza di pensare e di sentire, non debba dar grande lode ed avere il maggior grado all’esimio e nobil signore che di questo nuovo e si bel tesoro ha arricchito la patria, porgendosi degno veramente della grandezza romana. Egli serba con ogni cura e con incredibile affetto i suoi preziosi dipinti, e va ampliando con assiduo zelo e costanza la sua collezione, dimorandosi in essa il più del tempo, e vivendo direi quasi colla mente più volentieri nelle antiche età, che nella presente. Da che in tante opere leggiadre, che contengono si luminosi esempii della virtù e saviezza de’ maggiori, egli trova il più delizioso pascolo che sia proprio di uno spirito gentile, lo lo stimo assai fortunato, che nella frivolezza e viltà di questi tempi, e negli infortunii della nazione, spenta omai di valore, e si lontana dalla verace gloria delle lettere e delle arti, egli possa del continuo tra le pareti domestiche ricrearsi per la contemplazione di que’ felici e virtuosi secoli, ed innalzar l’animo alla grande e gloriosa Italia. Scriveva in Roma nel Febbraio del 1874, David Farabulini.