«La Stampa» 2 (04/01/1967)
Autore: AA. VV. - Editore: Italiana Editrice S.p.A. - Anno: 1967 - Categoria: giornali
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In realtà, secondo la commissione Warren, che ha fatto grande uso di tecniche psicanalitiche anche per delineare il carattere di Lee Oswald, per Ruby la morte di Kennedy era stata un'occasione per reagire a tutte le ingiustizie vere o presunte subite nel corso della sua vita, reagire, occorre aggiungere, con un atto che egli riteneva sarebbe stato approvato da tutti. Dopo tutto la polizia di Dallas e i commentatori della televisione davano per certo che Oswald fosse colpevole e nel sud degli S.U. la tradizione del linciaggio non è ancora del tutto morta. Un modo di ragionare da persona non normale? Ma appunto tale era Ruby, figlio di emigranti polacchi che si erano separati subito dopo essere giunti in America, cresciuto solo e violento nelle strade di un quartiere miserabile a Chicago, che nel corso della sua vita aveva tentato molte cose ed avuto molte ambizioni tutte andate male.
Vista sotto questo angolo, la vita di Ruby appare come un seguito di errori di cui l'ultimo è stato gigantesco e catastrofico: aver ucciso Oswald non lo ha trasformato agli occhi del mondo in un eroe, nel vendicatore di Jacqueline e di Caroline Kennedy, ma ha fatto invece di lui l'uomo più sospettato d'America. Ha passato gli ultimi mesi della sua vita negando di aver mai conosciuto Oswald, d'aver mai conosciuto Tippit, il poliziotto ucciso da Oswald, asserendo d'essere riuscito ad entrare nel posto di polizia di Dallas per una serie di circostanze fortunate e non grazie alla complicità di qualche poliziotto. A due riprese ha chiesto anche di essere sottoposto a un test con la macchina della verità, ma la sua richiesta non è mai stata accolta.
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