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Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico

Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura

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lo aveva colpito nel cuore e la bella morte fu istantanea e senza dolori. Silvio cadeva accanto a Gasparo, colle due coscie trafitte. Orazio ebbe l’orecchio sinistro portato via da un pezzo di mitraglia e un altro gli sfiorò l’omero destro. Muzio fu colto da una palla nel petto che lo avrebbe spedito senza il robusto orologio inglese, regalo della bella Giulia, che andò in frantumi, ma gli salvò la vita al prezzo soltanto di una forte contusione. Attilio ebbe sfiorata la coscia destra, la guancia sinistra e sul cranio un’incannellatura quale fa la corda sull’orlo del pozzo. Troppo era l’eccidio del popolo, troppi i caduti e dopo tre cariche consecutive quella brava gente fu costretta di retrocedere. Orazio caricatosi Silvio sugli omeri lo trasportò nella prima casa accanto al ponte ma giuntavi la soldatesca, il prode amante di Camilla vi fu trucidato e fatto a pezzi. Ugual sorte ebbero donne e bambini e molta gente inerme caduta nelle mani di quei degni soldati dei preti. Nella Lungara v’è un lanificio nel quale erano occupati molti lavoranti. Quanto sieno nobili gli istinti dell’operaio appare nei casi solenni e di rivoluzione. In simili circostanze l’operaio salva la roba e non la ruba, salva la vita agli inermi, agli arresi, e non uccide mai col barbaro cinismo del mercenario. Si batte poi come leone disarmato contro gli armati, uno contro dieci. Di quel lanificio di Lungara molti operai si trovavano già cogl’insorti e solo i più vecchi erano rimasti nello stabilimento. Quando però quei buoni vecchi scorsero il popolo ed i loro compagni perseguiti da birri e da mercenari, spalancarono le porte, introdussero dentro i fuggenti o gran parte e poi spianarono stanghe, mannaie ed ogni istromento di ferro o di legno che potesse servire a difesa e ad offesa contro gli odiati stranieri e i birri persecutori. Ne nacque un parapiglia indicibile all’entrata del lanificio ove il vantaggio rimase alla gente onesta ed ove non pochi della sbirraglia ebbero le cervella fracassate a colpi di stanga e la pelle forata da coltelli. Fu d’uopo che i birri imprendessero un regolare assedio, pigliassero posizione nelle case di fronte e nelle circonvicine e così continuassero la pugna. I nostri asserragliati e barricati nel lanificio e ne’ suoi dintorni, radunate alcune armi da fuoco tenner testa, e continuò con varia fortuna accanitissimo il combattimento. I superstiti nostri tre amici, feriti, avevan combattuto e combattevano da leoni. Gli insorti, animati dai loro capi, s’eran pure portati valorosamente, ma le munizioni mancavano e colonne di mercenari si avanzavano in sostegno dei loro. La notte favoriva i figli della libertà che quantunque privi di munizioni e pochi non cessavano di resistere. Eran le sette pomeridiane, quando rallentati i fuochi degli insorti, una colonna di papalini si accinse all’assalto prendendo di mira il gran portone dell’edificio che gl’insorti avevano barricato ma non chiuso. Orazio e Muzio dopo avere barricato il portone del lanificio armati ciascuno d’una mannaia, collocati i più giovani romani e più arditi a destra e sinistra del portone alla difesa, si tenevano pronti a resistere disperatamente ed a vendere cara la loro vita. Attilio s’era incaricato di distribuire il resto della gente negli usci interni dello stabilimento, fatti barricare nel miglior modo possibile collocando buon numero di operai alle finestre del piano superiore donde dovevano scagliare sugli assalitori quanti oggetti pesanti potevano loro venire alla mano. Egli, armato della sciabola d’un gendarme ucciso da lui stesso nella giornata, scendeva poi a raggiungere gli amici al posto più pericoloso. L’aspetto dell’interno del lanificio già era straziante. Molti cadaveri di coraggiosi popolani morti alla difesa dello stabilimento, erano stati portati ed ammassati nell’angolo più oscuro dell’ampio cortile. Molti feriti giacevano qua e là negli altri angoli e nelle stanze terrene e un solo lamento non si udiva da que’ valorosi figli del popolo. L’immensa tavola con un candelabro nel mezzo occupava il centro di un vasto salone a sinistra dell’ingresso e su quella tavola si vedevano ammonticchiate bende, fascie, filacce e panni di varie specie che la causa aveva potuto fornire pel servizio dei feriti. Bottiglioni, bottiglie, fogliette con vino non mancavano. Una conca grande d’acqua stava a’ piedi della tavola, forse refrigerio più utile ai sofferenti feriti sia per mantenere, bagnandole, le loro ferite umide e fresche, sia per appagare la sete che le ferite generalmente cagionano.

CAPITOLO LXXI - LE TRE EROINE

PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.