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Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico

Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura

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E dentro Roma che faceva Cucchi con tutti i patrioti Romani e delle provincie consacrati alla liberazione della città od alla morte? Cucchi, da Bergamo, una delle più squisite individualità che la rivoluzione abbia dato all’Italia, bello, giovine, ricchissimo e d’una delle prime famiglie di Lombardia, Guerzoni, Bossi, Adamoli e tanti altri, tutti disprezzando le torture dell’inquisizione e mille altri pericoli dirigevano l’insurrezione romana sotto il comando dell’arditissimo bergamasco. Il povero popolo di Roma era docile alla direzione di quei forti e domandava armi e d’armi ne erano state inviate molte da ogni parte d’Italia ma questo Governo di Firenze, esperto in ogni umiliazione e malvagità ed espertissimo nel fare il birro, avea avuto lo scellerato talento di fermarle tutte, in guisa che di pochissime quei di dentro potevano disporre. Si aggiunga il tradimento che si preparava a questo popolo infelice: istigandolo a fare alcuni tiri di fucile anche all’aria poiché sarebbe bastato, si diceva, per far volare l’esercito italiano dalle frontiere e si avrà un’idea dell’infernale perversità con cui da Firenze s’ingannava il popolo di Roma e gli eroici suoi amici. E i tiri di fucile li fecero i poveri Romani e si batterono senz’armi per le strade contro l’immensa soldatesca ben armata e birri e preti e frati pure in armi e fecero saltare una caserma di zuavi con una mina e col solo coltello pugnarono da disperati contro la famose carabine dei mercenari. In Trastevere s’eran riuniti i nostri vecchi conoscenti, Attilio, Muzio, Orazio, Silvio e Gasparo, e con loro tutti quelli dei trecento su’ quali la polizia non aveva ancora posto le mani.

Il popolo avea trovato capi atti a guidarlo e vi fece il suo dovere. Alcune delle vecchie carabine da noi conosciute nella campagna di Roma facevano atto di presenza nelle robuste mani di Orazio e de’ suoi compagni e servivano d’efficace aiuto al nudo coltello dei trasteverini. Birri, carabinieri, zuavi, dragoni, in un fascio, colpiti da tegole, stoviglie e arnesi gettati dalle finestre popolane, dalle coltellate del popolo e da alcune poche carabine e fucili, precipitavano la loro fuga nella Lungara verso Ponte S. Angelo e vi furono spinti persino oltre il ponte. Ma questo era infilato da una batteria di cannoni, sostenuta da un reggimento intiero di zuavi e quando il popolo frammischiato ai nemici che inseguiva si affollò sul ponte, il comandante dei clericali, degno seguace di Torquemada, ordinò il fuoco e le sei bocche della batteria e i fuochi di linea della fanteria concentrati sul ponte fecero un vero macello di popolo e di birri. Che importavano a Sua Santità le membra sparse de’ suoi fedeli e compri scherani? Il denaro dei traditori d’Italia era pronto per comprarne degli altri, quel che sommamente importava, era di ammazzare il maggior numero possibile di ribelli. E molti ribelli pagarono colla vita il loro nobile slancio su quel ponte fatale, tanto più che nella sublimità dell’entusiasmo il popolo tornò per tre volte all’assalto e per tre volte venne respinto dalla grandine fitta di mitraglia e di palle da carabina che vomitavano i difensori del negromantismo. Chi fosse alla testa del popolo nell’assalto del ponte si può indovinare. I nostri cinque, ruggendo come leoni, dopo aver consumate le cariche, avevano spezzate le loro armi sul cranio della sbirraglia e raccoltene di nuove sugli uccisi trascinavano seco il popolo e coll’esempio e la parola lo spingevano all’eroismo. Il primo dei coraggiosi capi che morde la polvere fu l’anziano, il venerabile principe della foresta, Gasparo. Egli cadde collo stesso sangue freddo con cui si poneva a sedere all’ombra dell’antica quercia che gli servì di padiglione per tanti anni. Aveva il sorriso sulle labbra ed era beato d’aver potuto dare la vita per la causa santissima del suo paese e dell’umanità. Un biscaino

PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.