Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico
Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura
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«E Nanna e Maria (tale era il nome della compagna di Nanna) s’erano anch’esse avvicinate allo sventurato giovane e si affannavano, ma invano, a sottrarlo dall’orribile supplizio. Per fortuna di tutti la mia Nanna mi scosse coll’esclamare oh! una chiave! e veramente con molta perspicacia, volgendo lo sguardo al giovane, vi avea scoperto la chiave in un buco. Provata la chiave nei chiavistelli della catena, andava bene, e mentre le arrugginite serrature cedevano alla mia mano d’acciaio, ad ogni crocchiare del ferro il mio cuore si dilatava e mi parea sentirmi alleggerito di un peso. Ero all’ultimo catenaccio, anche questo aveva ceduto e liberavo le membra intirizzite del giovane quando Nanna mi afferrò per il braccio e timorosa indicommi nella direzione della ruota una luce. Abbandonai il liberato compagno e fui tosto presso alla ruota. Appena giunto mi compariva innanzi un angiolo custode cioè uno dei birri il quale s’innoltrava girando la ruota colla sua brava lanterna sorda nella mano sinistra ed una pistola nella destra. Fatto piccin piccino e rannicchiato io lo contemplai in tutta la maestosa sua corpulenza e nella sua apparizione fantastica e quando gli occhi suoi si fissarono spaventati sulla mia fisionomia ben poco piacevole in quel momento avevo già attanagliato la sua destra colla mia sinistra, la mia daga aveva trovato la sede della vita nelle sue viscere ed il corpaccio del birro rotolava cadavere sul terreno. Voi sapete, Capitano, che io sono nemico del sangue e che solo per difesa personale l’ho versato. Ma là non c’era da burlare, sapevo i nemici non meno di cinque e io ero solo... ma che dico? al capitombolo dello sgherro mi avvidi di non esserlo più. Il mio liberato, rifatto agile dall’urgenza, era già sul caduto, Io spogliava delle armi e se ne armava lui stesso. Le mie valenti compagne da una vecchia graticola di tortura avevano staccato due spranghe e s’erano schierate in serrafila per aiutarmi. La situazione era cambiata. Il morto, per adagio che lo avessi spacciato, non avea mancato di dar fuori un grugnito straziante e ciò avea insospettito i compagni e veramente io udii battere in ritirata il nemico perché i passi che noi distinguevamo perfettamente rimanendo in silenzio assoluto si sentivano allontanarsi. Lo ripeto, non c’era da burlare, né da far consigli di guerra per pigliare una decisione. Dalla parte ove eravamo entrati, cercar di uscire sarebbe stata pazzia. E che altra via ci restava? Sapevamo tutti che le nostre romane catacombe, hanno sempre vari usci, la via di scampo non poteva trovarsi che lì, ed anche sta volta non m’ingannai. Un’occhiata significativa al mio nuovo compagno mi confermò nelle mie congetture e senza aprir bocca toccando colla sinistra il cuore egli mi fé’ capire ch’io potevo far assegnamento su lui in un viaggio per quel regno delle tenebre e della morte. Non v’era tempo da perdere: l’alba dovea essere vicina e molte misure dovevano concertarsi nel convento per assicurare la nostra cattura. Gente armata dovunque allo sbocco di ogni uscita del sotterraneo era il meno che si poteva aspettare di trovare tardando. L’acquisto di Tito fu per noi tutti prezioso. Egli non solo era pratico del sotterraneo ma a certa distanza alquanto a sinistra egli raccolse parecchie torcie a vento e le distribuì alla comitiva. La precauzione del mio compagno fu ben utile poiché il mio piccolo cero era sul finire e la lanterna del birro non aveva olio sufficiente per continuare un lungo viaggio sotterra. A destra del punto ov’egli aveva trovato le torcie, Tito mi mostrò un chiarore e mi disse: quell’apertura mette nel giardino del convento e passata che sia, siamo fuori dal pericolo. Camminammo, camminammo certo ben due ore, per un sotterraneo tagliato a scalpello nel tufo di cui come sapete, Capitano, il sottosuolo romano è composto e ne abbiamo visitate insieme di quelle catacombe ben molte nella nostra misteriosa ed illustre terra. Catacombe terribili per chi non le conosce poiché ramificandosi per molti versi esse diventano un vero labirinto per chi non ne ha il filo. Giovani e svelte le due donne eran sempre sulle nostre calcagna. Io chiedevo loro sovente: siete stanche, volete il braccio? ma loro: "Oh! no! Andate pure che vi seguiremo sino alla morte". "Ecco la luce", esclamò finalmente Tito: e veramente davanti a noi comparve come un bagliore che si perdeva nella lontananza. "Da quell’uscio noi giungeremo nel bosco di Castel Guido, da dove mi trassero per condurmi a Roma in un seminario semenzaio d’immoralità e di turpidini". Seminario! ove si seminan preti e donde escono i giovani negromanti per l’edificazione di questa nostra povera Italia! Ed il Parlamento li ha conservati questi vivai di malizia e di corruzione! Parlamento nazionale! Rappresentanti del popolo!... Maledizione ai falsarii!
CAPITOLO LXVI - SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.
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