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Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico

Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura

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il suo ritratto, avrebbe prodotto assai maggior lucro all’artista, che quello di qualunque sovrano d’Europa. Era veramente una gran bella figura di brigante quel vecchio Gasparo, ma di buon brigante, di quelli che l’hanno a morte coi birri, ma che non si macchiano con azioni infami come quei mostri assoldati dai preti che commettono eccessi da far inorridire una tigre. Anche il successore di Gianni, avrebbe fatto un’idonea comparsa in un quadro caratteristico e certo per rappresentarne la paura in tutta la sua bruttezza, nessuno avrebbe potuto servir meglio di lui. Inchiodato al muro cui appoggiava le spalle egli lo avrebbe rovesciato, forato, se la forza fosse stata pari alla volontà, coll’intento di potersi allontanare un po’ più da quei quattro tremendi osservatori lì davanti a lui, fissi, impassibili, e che pure meditavano la sua rovina, forse il suo esterminio. La voce austera di Muzio, dell’antico capo della contropolizia di Roma, fu la prima che s’udì rompere quel sepolcrale silenzio. «Dunque: - disse egli - io ti voglio contare una storia o Cencio, forse da te conosciuta come Romano, e che imparerai se per caso non la conosci; sta attento: Un giorno i nostri padri, stanchi delle prepotenze del primo re di Roma che fra le altre amabili imprese, aveva ucciso con un pugno il fratello Remo perché si divertiva per scherzo a saltare il fosso di cinta fatto da Romolo, i nostri padri dico, in un senato consulto decisero di sbarazzarsi del loro re, un po’ troppo manesco e con disposizioni un po’ troppo dispotiche. Detto fatto! gli saltano addosso colle daghe sguainate e Romolo, benché valorosissimo, dovette cadere sotto i loro colpi. L’affare era fatto, ma al popolo romano alquanto innamorato del suo re guerriero, per non avere dei guai, bisognava contare qualche fandonia su quella morte e l’avviso d’un vecchio senatore prevalse su quello degli altri sul da farsi. - Noi conteremo al popolo - disse il vecchio: - che Marte padre di Romolo disceso tra noi, dopo averci rimproverato d’essere un po’ troppo ladri e quindi indegni d’aver a capo il figlio di un Dio, se l’ha preso seco e trasportato in cielo. - E cosa faremo del corpo? - soggiunsero più voci di senatori. - Del corpo? - disse il vecchio. - Niente di più facile che provvedervi - e sguainando la sua daga cominciò a tagliare a pezzi il cadavere. Quando ebbe terminata tale anatomia - ognun di voi, ora - disse - prenda uno di questi pezzi, lo nasconda sotto la toga e vada a gettarlo nel Tevere. Prima di domattina, i mostri marini avranno dato degna sepoltura a questi avanzi del fondatore di Roma. Che te ne pare, Cencio? Senza essere re di Roma, né figlio di Dio, una morte cotale non ti parrebbe onorevole? per te che altro non sei che un miserabile traditore?». «Per l’amor di Dio!...» gridò il satellite esterrefatto e piangente come un fanciullo e le lacrime per un pezzo gli soffocarono la voce. Alla fine alquanto sollevato dallo stesso pianto, ripigliò: «Io farò quanto mi chiederete, ma per l’amore che portate ai vostri amici, alle vostre donne, alle vostre madri, non mi fate soffrire una morte così crudele!». «Parli di morte crudele!? Ma per uno sgherro, una spia, un traditore c’è forse morte troppo crudele?» rispondeva Muzio con quella impassibilità che Io distingueva. «Hai forse scordato quando vendevi la gioventù romana ai preti che poco mancò non la facessi crudelmente trucidare tutta dai loro carnefici?». Nuovo pianto! nuovo pianto ancora scorreva dagli occhi del codardo. Muzio: «Ora poi, la tua venuta a Venezia, bel soggetto! cosa significa? Chi t’ha inviato? A che sei venuto qui, perverso?». «Vi racconterò tutto» era la risposta del malandrino. E l’altro: «Conterai tutto, vedremo! e nulla ti resti in fondo di quel sacco di malizie e di tradimenti che tieni al posto della coscienza». «Tutto! tutto!» gridava Cencio come un energumeno. E come dimentico di quanto doveva narrare e sopraffatto ancora da immensa paura non sapeva da dove cominciare. «Saresti più lesto nelle tue delazioni al Sant’Ufficio, boccone da forca», sussurrava Gasparo, col suo vocione. «Avanti!» esclamarono Orazio ed Attilio, rimasti pazientemente silenziosi sino a quel punto. Un momento d’assoluto silenzio seguì quel primo atto un po’ tempestoso, e Cencio principiava a narrare così: «Se vi è cara la vita del principe T....». «Del principe T.? il fratello d’Irene», sclamò Orazio varcando d’un salto la tavola ed afferrando il traditore per la gola! Cencio, tra l’ugne di una tigre o tra gli abbracciamenti del re delle foreste avrebbe corso meno pericolo che non tra le mani del principe della campagna di Roma, che l’aveva agguantato al collo. Ma Attilio, con modo gentile: «Fratello, - disse ad Orazio, - abbi pazienza, lasciamolo parlare». Veramente spacciato Cencio, addio rivelazioni. Ciò era chiaro come il sole, onde la suggestione del capo dei trecento di Roma fu capita da Orazio e sciolse dalla gola di Cencio le sue mani frementi. «Se vi è cara la vita del principe T. - ripigliava il malvagio - andiamo insieme a farlo avvisato che un agguato di otto emissari del Sant’Ufficio lo apposta nei dintorni dell’Albergo Vittoria ove egli sta d’alloggio».

CAPITOLO LVII - MORTE AI PRETI

PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.