Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico
Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura
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ma che importa in quel momento se siamo vincitori?... Bisogna che i popoli diventino assolutamente fratelli. Sotto una quercia annosa, sulle vergini, verdeggianti zolle della foresta, sedevano i capi e con loro quelle preziose donne che la sorte come per incanto avea riunite così attraenti, così belle, spiranti gioia ed amore, diffondendo intorno un’atmosfera balsamica di paradiso. Oh! Manlio perché non sei qui a bearti nell’adorazione de’ suoi cari? tu ne abbozzeresti il gruppo, che l’arte tua, lo scalpello vivificante, animerebbe ma non potrebbe uguagliare. Silvia fu la prima a rompere il silenzio, dimandando con titubanza a Giulia: «E Manlio, ove l’avete lasciato?». «Manlio, - ripose la bella inglese -; trovasi col Solitario e l’ho lasciato in florida salute colla promessa di recargli presto notizie vostre». «E qual è l’opinione del Solitario circa alle cose di Roma?» chiese Attilio. «Egli, - rispose Giulia -, approva il nobile contegno dei pochi romani che mantengono il decoro del paese molestando il Governo dei preti e protestando dinanzi al mondo: che quell’abbominazione non è più possibile, né con temporale né con morale autorità. Egli applaude alla longanimità con cui avete sin’ora sofferto e taciuto per non turbare l’andamento dell’unità nazionale e non dare agli stranieri pretesto a creare degli imbarazzi. Nello stesso tempo egli è dell’opinione che, ove il Governo Italiano continui a stare in ginocchio ai piedi del despota della Francia e si ostini per fargli piacere a rinnegare la capitale d’Italia e mantenervi i preti tocchi a voi a decidere la questione colle armi, persuaso che ogni uomo di cuore in Italia vi debba sostenere». «Sì - disse Muzio, che ruminava tra i denti da un pezzo la parola longanimità. - Si! la pazienza è la virtù del somaro e noi Romani per averne avuto troppa siamo stati e siamo bastonati. Ed è una vergogna avere tollerato per tanto tempo la più degradante delle caste! e d’averla tollerata padrona!». «Ed è lontana quell’isola solitaria? Non ci potremmo andare noi stessi a passare alcuni giorni?» disse la buona Silvia ricordando il caro compagno della sua vita e solleticata forse da un geloso pizzicore rispetto all’Aurelia. «Niente di più facile», rispose Giulia, a cui era diretta la domanda. «Vicini alla frontiera come siamo noi potremo varcarla, dirigerci a Livorno ove stanzia la Clelia e di là veleggiare per l’isola che non è lontana. «Io devo parteciparvi poi» (e questo riuscì gradito alla Silvia) «il matrimonio del capitano Thompson con Aurelia celebratosi nella Solitaria con semplice e patriarcale cerimonia perché là non vi son preti». «Per la grazia di Dio!» interruppe Orazio, come in un soliloquio; poi sollevandosi su tutta l’atletica persona gettò lo sguardo verso l’estremità del bosco dal lato di ponente ed esclamò: «ma qui abbiamo gente nuova». E veramente si vedeva avanzare verso il loro gruppo un agile e robusto giovane, accompagnato da una donna a un di presso dell’età sua ma sulla cui fisionomia, malinconicamente bella, scorgevansi le traccie di patite sventure. I nuovi arrivati eran Silvio e la sua Camilla. Il nostro cacciatore, dopo che la banda decise d’abbandonare la campagna Romana per passare a tramontana della Metropoli, volle dare un ultimo addio all’infelice sua donna che egli non poteva ristarsi dall’amare. Tornò dunque alla casa Marcello, fu accolto al solito da Fido e da Marcellino e trovò ancora la Camilla inginocchiata sulla tomba del genitore. «Un delitto altrui può dunque così precipitare nell’afflizione per tutta la vita una povera creatura?» pensava tra sé Silvio addolorato, contemplando la prostrata giovane. «Oh Dio! rendimi la stella della mia vita!» quasi istintivamente egli esclamava fissando lo sguardo al cielo; e lei volgendosi all’esclamazione che fece vibrare le più intime fibre dell’anima sua fu in un momento nelle braccia di Silvio. Ambedue col volto nascosto nel seno l’uno dell’altra, piansero dirottissimamente ed a lungo senza poter scambiare una parola.
CAPITOLO XLVII - L’ONORE DELLA BANDIERA
PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.
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