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Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico

Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura

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continuava tenacemente l’inseguimento e giurava impadronirsi di quei malviventi, cattura che sperava gli avesse a fruttare non piccola onorificenza dal governo dei preti. Però, Orazio, si ricordò che aveva seco l’inseparabile corno, lo trasse fuori e cominciò a ripetere alcune note che già udimmo al suo arrivo al castello di Lucullo. Non appena aveva egli cessato di suonare, che da ogni parte della selva s’udì un fracasso come di torrente che si fa strada fra i diruppi e le piante a precipizio. Erano i compagni di Orazio e parte dei trecento che riuniti nella selva Ciminia dopo i fatti accaduti nella campagna di Roma stavano in attesa dei loro Capi, allontanatisi per alcuni giorni con missioni importanti. Chi precedeva la banda or giunta sulla scena d’azione e la capitanava erano, niente meno che Clelia e Irene, or nuove amazzoni in cerca della pugna. Al loro fianco stava l’intrepido John, bramoso di menar le mani in sì bella compagnia. I proscritti non fecero fuoco, ma, innestate le baionette alla punta delle loro carabine, cacciarono i mercenarii stranieri al grido di Viva l’Italia! spingendoli rovinosamente dinanzi a sé, con furia uguale a quella di montano torrente che seco travolge ciotoli e rottami. I soldati impauriti dall’irrompente tempesta, se la diedero a gambe, non curando le minacce e le sciabolate dei loro ufficiali, che invano cercavano di trattenerli. Il capitano Tortiglia non mancava di coraggio e poiché s’era spinto alla testa de’ suoi era ora rimasto l’ultimo. Convien dire puranco ad onor suo ch’egli era mortificato e sdegnoso di fuggire correndo, quando fu raggiunto da Attilio, il quale gli intimò la resa. Tortiglia, gridò, morrebbe prima di arrendersi, onde l’italiano allora attortigliatosi il mantello al braccio sinistro, allontanò con quello la spada del capitano e gli si avventò addosso col pugnale nella destra. Lo spagnuolo, che era piccolo di statura ma agile e svelto, lottò, dimenossi per un pezzo; ma l’artista lo sollevò da terra e stizzito dalia resistenza di quel fantoccio che ei non voleva uccidere lo gettò con impeto contro il suolo, come fosse un sacco di stracci. Fu ventura per Tortiglia che il suolo era erboso se no, l’arte d’Esculapio non sarebbe bastata ad accomodargli le ossa sconquassate. Non oltre il limitare della selva i proscritti perseguirono la truppa, salutandola con alcuni tiri per toglierle la voglia di voltarsi indietro, poi, medicati alcuni feriti d’ambo le parti, inviati a Viterbo sotto la scorta dei soldati prigionieri, gli stranieri feriti, internarono nella selva i propri. Il capitano Tortiglia trattennero solo, più per ostaggio che come prigioniero. Clelia e Irene furono festeggiate da tutti per la loro bravura e Muzio, dopo avere baciato loro la mano con affetto, manifestò la propria riconoscenza ed i propri sentimenti in questa guisa: «Coraggiose e degne figlie di Roma, siate benedette per l’esempio che avete dato non a questi prodi compagni che non ne abbisognano, ma agli infingardi d’Italia che aspettano la manna dal cielo e dai nemici la loro libertà. Essi non si vergognano di piegare dinanzi alle esigenze di un tiranno straniero, di rinnegare la loro Roma, Metropoli naturale d’Italia, votata Capitale dal Parlamento, e voluta dalla Nazione; e non si vergognano di lasciarvi quel pandemonio di preti, flagello ed onta del genere umano. Alle donne! sì alle donne toccherà di lavare tanta vergogna, giacché gli uomini non ne sono capaci». Era giunto Muzio a questo punto del veemente suo discorso in onore del bel sesso, quando un’apparizione di donna, come discesa dal cielo, col volto e col portamento di un angelo, apparve agli occhi suoi sul sentiero di Viterbo e a quella vista tutta l’eloquenza del giovane romano svanì ed egli rimase come una statua contemplando l’adorata sovrana del suo cuore. Ma la stupefazione di Muzio, fu meno osservata della corsa precipitosa di John verso la bella sua padrona. Questi, lasciata andare per terra la sua preziosa carabina, che non avrebbe abbandonata per tutto l’oro del mondo in altra circostanza, correndo e saltando, in un istante raggiunse Giulia, le prese la mano, la coprì di baci e lagrime di gioia si videro sgorgare dai suoi occhi. Poverino! In quella carissima donna si riassumevano per lui mille affetti e ricordi di famiglia, d’amici e di patria! Giulia amorevolmente baciò in fronte il giovane inglese, poi Clelia e Silvia l’abbracciarono con singolare espansione, e la presentarono ad Irene di cui Giulia non ignorava la romantica storia e tanto desiderava di conoscerne l’eroina. I prodi militi della libertà di Roma, obbliando un momento la disciplina, si affollarono intorno alla bellissima figlia d’Albione e se non la coprirono di carezze almeno poterono bearsi nella sua contemplazione.

CAPITOLO XLVI - LA QUERCIA ANTICA

PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.