Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico
Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura
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avrebbe posto per Giulia, non la mano, ma la testa sui carboni ardenti; Muzio, vedeva l’astro della sua vita lì, accanto ad un soldato straniero, che egli odiava come vile strumento della tirannide. Lì! la sua Dea! il suo tutto! obbligata ad accettare le gentilezze d’una mano contaminata o da contaminarsi forse nel sangue de’ suoi concittadini. Oh, voi! innamorato d’una donna, avete mai pensato, mai compreso quanto valete alla sua presenza, quando un profano tenta di rapirtene il possesso? Voi, se in quell’atto non valete dieci uomini, se in quell’atto non siete capace di dar dieci vite siete un codardo e la donna di codardi non ne vuol sapere! Siate pur delinquente! Essa vi perdonerà; ma la donna non perdona che ai prodi! E Muzio era degno dell’amore della britanna vergine e guai allo straniero! Se Muzio avesse dato ascolto alla sua smania di vendetta! Quegli avrebbe veduto una lingua di fuoco lampeggiare nell’aria, avrebbe sentito la fredda lama di un pugnale penetrargli nelle viscere! Giulia avea letto nell’occhio dell’amante la tempesta del suo cuore e lo sguardo di lei, indovinato da lui solo, placava l’anima vulcanica del Romano. Fra una portata e l’altra, com’è naturale, gli ufficiali stranieri non mancavano d’intavolare discorsi sulle faccende di Roma e della giornata: e come al solito con poco rispetto per il popolo Romano, che erano avvezzi a disprezzare. Giulia, infastidita dall’indecorosa conversazione, s’alzò con contegno altero e dimandò di ritirarsi. I nostri tre amici, che Dio sa quanto erano bramosi di baciarle la mano, s’erano già mossi per alzarsi anche loro quando uno scoppio di risa generale degli ufficiali stranieri li tenne curiosamente fermi al loro posto. Era stata cagione della risata una facezia insolente d’uno di essi sul fatto della giornata che suonava così: «Io credevo di venire a Viterbo per menare le mani contro degli uomini e invece vi abbiam trovato conigli, che si son rintanati al solo nostro apparire. Ove diavolo si sono appiattati questi liberali che menan tanto romore?». L’ultima frase aveva fatto ripigliare i loro posti ai tre proscritti e, fatto un gruppo dei tre guanti, Attilio con piglio sdegnoso lo scaglia contro il viso del maldicente, senza articolare parola. «Oh! Oh! - esclamò il provocato - che affare è questo!» e pigliando il gruppo dei guanti li sciolse e continuò: «dunque sono sfidato da tre!... bravi! ecco un nuovo saggio del valore italiano: tre contro uno! tre contro uno!» e se la rideva sgangheratamente insieme coi compagni. I tre lasciarono passare il nuovo clamore e quando fu finito Muzio con voce stentorea gridò: «Tre contro tutti! signori insolenti!». L’effetto di queste parole fu magico, poiché all’accento di Muzio i tre amici s’erano alzati fulminando coi loro sguardi or l’uno or l’altro ufficiale e presentando nelle loro teste scoperte quell’insieme alla Michelangelo che abbiam descritto, quel bello e marziale aspetto che natura qualche volta prodiga ad un individuo colla sua capricciosa e maestra mano: capriccio, forse ingiustizia relativamente ai molti che non ricevono tale favore, ma dono che noi ammiriamo sempre con piacere nella persona amata, con odio, nel caso contrario. E tale fu l’effetto prodotto sulle due fazioni, che stavano assise alla stessa mensa. Gli italiani ne furono edificati e con aspetto ilare e plaudente contemplarono i tre campioni dell’onore nazionale con ammirazione e gratitudine, mentre gli stranieri rimasero stupefatti per un pezzo e non poterono a meno di restare sorpresi dalla maschia bellezza dei tre e dal loro fiero contegno. Passato quel momento, il sarcasmo straniero tornò in campo ed uno dei più giovani esclamò: «Amici un brindisi», e poiché tutti si alzarono col bicchiere in mano: «io bevo, - egli disse -, alla grande nostra fortuna, d’aver incontrato finalmente dei nemici degni di noi in questo paese». Orazio rispose: «Io bevo alla liberazione della nostra Roma da ogni immondizia straniera!». Le parole d’Orazio sembrarono troppo insultanti agli ufficiali e la maggior parte si levò portando minacciosamente la mano sull’elsa, ma uno fra loro più maturo di età tranquillandoli, disse: «Amici! non conviene turbare la quiete della città, dove sapete che siamo venuti per rimetter l’ordine. All’alba ci troveremo co’ tre nostri provocatori; solamente bisogna assicurarsi che questi signori non vadano via nella notte, e ci privino dell’onore d’uno scontro». «Troppo fortunata è l’occasione che a noi si presenta di combattere i nemici del nostro paese, - rispose Attilio -; perché ce la lasciamo sfuggire. Se vi garba staremo insieme tutti sino all’alba per movere uniti al luogo della pugna». Gli stranieri chiesero della carta per scrivere i loro nomi e tirare a sorte chi dovesse combattere; tra i pacifici commensali italiani se ne trovarono tre che si offrirono di servire da secondi ai loro concittadini e quanto alle armi, siccome v’era insulto manifesto, da ambe le parti, si chiese il duello ad oltranza. A quindici passi: e al segnale dei padrini i combattenti marcerebbero ad incontrarsi, sciabola e pugnale. I tre campioni dei preti usciti dall’urna, ossia da un cappello, ove erano stati deposti i nomi, furono un francese legittimista, uno spagnuolo carlista ed un austriaco. Il primo si chiamava Goulard, il secondo Sanchez ed il terzo Haynau. I padrini nel resto della notte si occuparono a visitare le armi per fare in modo che le condizioni dei combattenti si trovassero pareggiate sul terreno.
CAPITOLO XLV - LA PUGNA
PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.
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