Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico
Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura
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In quel punto le svelte forme dell’uomo che io aveva scolpito in cuore si delinearono nel chiaroscuro delle ruine: una lotta corpo a corpo s’impegnò tra i tre, ed in meno ch’io nol dico, i due assassini erano rovesciati nella polve. Vedendo il domestico rialzarsi e venire a noi, lo sconosciuto mi prese la mano, la baciò ed allontanossi frettolosamente. Io era rimasta così attonita da tanti e sì subitanei avvenimenti che non ebbi la presenza di spirito di articolare una sola parola. Mio padre, amorevolissimo, (io non aveva conosciuta mia madre) soleva nella stagione estiva andare ai bagni di mare in Porto d’Anzo forse più per compiacermi che per desiderio proprio, sapendo che io amava il mare e soprattutto amava di allontanarmi dalla società aristocratica della Metropoli per la quale non avevo la più lieve simpatia. Fuori di Porto d’Anzo, a poca distanza verso il settentrione e non lontana dal mare, vi era una villa proprietà di mio padre da noi abitata nelle nostre escursioni estive. Io amava la vista del mare, quivi vivea più volentieri che a Roma, ma vi era un vuoto nella mia esistenza, una smania nell’anima mia che mi turbava, che mi rendeva inquieta e malinconica. Io sentivo di amare perdutamente lo sconosciuto mio liberatore. Sovente passava delle ore al balcone del mio appartamento, gettando lo sguardo in tutte le direzioni e su tutti i passanti, cercando le sembianze dell’uomo de’ miei pensieri. Se scorgeva un palischermo, una navicella sul mare, puntava il mio binocolo su quel punto, non per altra brama che di scoprire fra la ciurma o tra i passeggeri l’idolo del mio cuore. Una sera era già tardi ed io seduta al balcone della mia stanza in balìa ai mesti miei pensieri, quasi involontariamente stava contemplando l’astro della notte che spuntava sul lontano orizzonte delle pianure Pontine. Il tonfo d’un corpo che pareva piombare dall’alto del muro della villa mi trasse dalle mie contemplazioni: il cuore cominciò a battermi, non di paura però, e mentre l’astro notturno alzavasi ed aumentava il chiarore mi sembrò discernere tra le piante qualche cosa che s’avvicinasse. Poi mi parve distinguere una persona. Quando l’ombra o la persona uscì dal folto delle piante e si trovò all’aperto, un raggio di luna, che quasi orizzontale la illuminava, mi fece palesi le fattezze di colui che io aveva cercato invano per tanto tempo. Un grido di sorpresa e di gioia m’uscì incontanente dal petto e, lo confesso, tutto il mio pudore di donna bastò appena per trattenermi dal corrergli incontro e gettarmi nelle sue braccia. Il mio carattere solitario e sdegnoso de’ costumi della Capitale mi aveva mantenuta in una innocenza eccezionale ed io, prole di principi appartenente alla più corrotta delle corti del mondo, era rimasta una semplice ed ingenua figlia della natura. Irene! - mi disse una voce che mi scese nel più profondo dell’anima. - Irene! potrei avere la fortuna di dirvi due parole là o qua giù, come a voi piace? Scendere mi sembrò più conveniente che introdurlo nelle mie stanze, e scesi! Ei mi prese quasi timidamente la mano, poi mi condusse verso il bosco e là ci sedemmo sopra un banco campestre l’uno accanto all’altro, all’ombra delle piante. Egli avrebbe potuto condurmi seco fino agli estremi confini della terra: io mi sarei lasciata guidare dove a lui meglio piaceva. Stemmo un pezzo silenziosi; finalmente rompendo il silenzio egli mi disse: Irene! voi perdonate il mio ardimento, non è vero? Io non risposi, ma senza resistenza lasciai che traesse a sé la mia mano che egli baciava fervidamente. Voi saprete, continuava egli, ch’io sono un plebeo. Irene, un orfano!, i miei genitori perivano entrambi alla difesa di Roma contro gli stranieri: su questa terra altro non mi rimane che il braccio ed un animo consacrato all’Italia ed a voi. Predisposta com’era ad amarlo fin da quando egli non era per me che una creazione della fantasia che dava una forma al mio liberatore, potete immaginarvi se in quel momento, in cui l’essere fantastico della mia immaginazione, e del mio affetto aveva presa forma viva, che ne udiva la maschia ma affettuosa e soave voce io mi trovassi veramente beata. Sentivo di esser sua ed egli avrebbe potuto disporre di me come d’una schiava; tale era il fascino che esercitava sopra la mia volontà. Irene! - egli continuava - è d’uopo ascoltiate ancora, che sappiate che io non solamente sono un povero orfano, ma sono proscritto, condannato a morte, obbligato a vivere nelle foreste, perseguitato dagli sgherri del Governo, inseguito come le belve. Un presentimento, un intuito della generosa indole vostra, non lo dico per vantarmene, credetelo, diceva al mio cuore che voi mi amavate e che quell’amore vi faceva infelice. Per questo sono venuto, o Irene!... e sono venuto... a dirvi... che voi non potete esser mia! Dopo un istante di pausa, rinfrancatasi la voce, ch’era andata grado grado abbassando eì proseguiva: Voi dovete dimenticarmi, Irene, io sono già pago del poco che ho potuto fare per voi. Me ne sento superbo, quindi a me non dovete gratitudine e se mai fossi tanto fortunato da spendere questa povera vita per voi, oh!, credo che allora il mio sogno sarebbe compiuto! Perdonatemi!... Irene!... - Così dicendo, egli si alzava, con voce sicura mi diceva addio e lasciando andare la mia mano che aveva tenuta nella sua, si allontanava... Io era rimasta tutto quel tempo assorta in tanta estasi da dimenticare me stessa, il mondo intero! Non udiva, non sentiva più nulla! ma la parola Addio quasi scintilla elettrica m’infiammò, corsi a lui, e "fermati!", dissi, prendendolo per il braccio e riconducendolo al sedile. "Tu sei mio! tu devi essere mio, gridai, ed io tua!... per tutta la vita! Sì! io voglio essere tua in eterno!" e mi abbandonai così dicendo nelle braccia di lui. Dopo pochi giorni di preparativi io seguiva Orazio in questa foresta e qui dimoro da più anni. Non dirò, per essere esatta nella mia storia, che sono perfettamente felice. No! provo un’afflizione, l’unica, quella di aver forse accelerata la morte del mio vecchio ed amoroso genitore». Qui una lacrima rigava la guancia bellissima della regina della foresta. Silvia, quantunque stanca, non aveva potuto a meno di prestare attenzione all’interessante istoria dell’amabile ospite, Clelia non ne aveva perduta una parola. Quante volte durante la narrazione non era essa stata sul punto di esclamare: il mio Attilio anch’esso è bello, valoroso, degno d’essere amato di un simile amore! Sì! il mio Attilio!, mio! essa ripeteva a sé stessa, intanto che Irene guidava alla loro stanza le due nuove amiche.
CAPITOLO XXXII - GASPARO
PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.
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