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Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico

Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura

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Orazio si mise a percorrere in su ed in giù la spiaggia con l’intento di prestar aiuto se ne fosse stato d’uopo a qualche naufrago. E non fu invano. Fregandosi gli occhi acciecati dagli sprazzi del mare e dalla pioggia che gli flagellavano il volto parvegli scorgere sulla cresta di un maroso che brillò un istante nell’oscurità qualche cosa di scuro che si sforzava di tenersi a galla. Questa scoperta spinse Orazio ad avvicinarsi vieppiù verso l’onda e nell’andirivieni di questa finalmente ei giunse ad afferrare un corpo umano che si moveva a stento. Era il povero John che si dibatteva contro la morte, dopo aver lottato con sovrumani sforzi co’ flutti imperversanti. Colse Orazio nelle robuste sue braccia il giovane Inglese e lo trasportò verso le donne situate in un canto della torre, dove d’accordo si sforzavano ad alimentare un fuoco preziosissimo in quella disastrosa notte. Era John una di quelle simpatiche fisonomie di giovine marinaro inglese, dagli undici ai dodici anni, però sviluppato e forte. Lascio pensare con che amorevolezza lo accolsero le nostre Romane. Lo spogliarono, lo asciugarono, lo coprirono dei loro abiti asciutti; mancava il grog

per il piccolo John, ma un fiasco d’Orvieto di cui Orazio aveva provvisto le viaggiatrici vi supplì dovutamente e John dopo due ore coi suoi abiti asciutti, rifocillato ed in sì bella compagnia, avea dimenticato Yacht, tempesta, il mondo e russava colla testa sopra un sasso ed i piedi vicini al fuoco, come se fosse in un letto di piume. Orazio dopo aver percorso la spiaggia un gran pezzo ad onta dell’infuriante tempesta col timore e la speranza di poter essere utile a qualch’altro disgraziato, tornò alla torre e procurò anch’egli d’asciugarsi i panni e rifocillarsi. Clelia accantucciata colla madre in un angolo col capo appoggiato in grembo di lei, avea pur essa ceduto alla stanchezza ed alla gioventù, beandosi in un profondo sonno. Silvia non dormiva, sonnecchiava. Coll’indole sua delicata e gentile essa era stata troppo scossa dalla sequela di così terribili avvenimenti. Madre affettuosissima, sosteneva il caro peso della sua Clelia e stava immobile per timore di svegliarla; un pensiero affannoso le annuvolava la fronte piena di mestizia: «Che sarà del mio Manlio in questo finimondo?». E poi, quasi un rimorso la colpisse di consacrare i suoi pensieri unicamente allo sposo, aggiungeva: «e la povera Aurelia?!». E sonnecchiava affannosamente! Non così il Romano. Egli sapeva d’esser troppo vicino alle volpi pretine di Porto d’Anzo perché s’abbandonasse al riposo. Seduto sopra un gran sasso delle ruine ch’egli avea avvicinato al fuoco, lo alimentava di quando in quando vigilando. Il suo mantello lo avea lasciato alle donne che se ne coprivano; tutti i pezzi delle vestimenta bagnati nelle sue escursioni sulla spiaggia erano stati asciugati l’un dopo l’altro e rivestiti; la sua cartucciera di cuoio maestrevolmente lavorata, cingeva alla cintura. Due revolver pendevano ai suoi fianchi nelle rispettive fonde, il suo pugnale a larga lama da potersi usare come arma di guerra e coltello da caccia, sporgeva obliquamente dalla cartucciera ov’era immerso per metà e la fida carabina ch’egli avea minutamente ispezionata pria di sedersi, posava adagiata alla sua sinistra. Era vestito di velluto oscuro con bottoni inargentati. Le uose affibbiate fino al ginocchio coprivano un piede comparativamente piccolo e ben fatto e contornavano graziosamente la polputa sua gamba. Al collo cingeva una cravatta di seta nera ed un elegante fazzoletto di raso rosso sciolto circondava le sue magnifiche spalle annodato sul petto. Un cappello nero di forma quasi calabrese un po’ inclinato sulla destra copriva il capo di cui si sarebbe onorato Marte, e compieva l’abbigliamento. Quando il chiarore della fiamma da lui ravvivata risplendea sull’abbronzata e maschia fisionomia del liberatore, un maestro dell’arte del bello chi sa cosa avrebbe dato, per poter ritrarre in quel marziale aspetto il simbolo della forza, del coraggio e dell’eroismo! E qual delitto era se la sensibile Silvia, sonnecchiante, tra una beccata e l’altra contemplava il suo protettore con occhi spalancati e dimenticava per un momento solo il suo caro Manlio battuto dalla tempesta e forse in quell’istante non troppo dolcemente stretto dalle braccia d’Aurelia? Dican pur ciò che vogliono gli ermafroditi moderni inginocchiati davanti al menzognero simulacro d’una teocrazia buffona o dinanzi ai gradini del trono d’uno spergiuro straniero, brutto di sangue concittadino e nostro! Chiamino pure briganti come il prezzolato dal prete il mio Orazio Coclite. Ove il suo brigantaggio si confini a voler l’Italia una e sia sempre pronto a menar le mani contro l’impostura e contro lo straniero io dirò sempre: Ecco il mio uomo! Ecco il mio eroe! Ecco l’Italiano com’io lo sogno e come diverrà quando non sia più educato dai settari di Lojola. «Signora! - disse Orazio con una voce che fe’ rimescolare ancor più la nostra buona Silvia tanto essa era dolce e filiale - Signora! il giorno non deve trovarci in queste macerie e subito che vi sia tanta luce da poter mettere il piede sicuro sul sentiero della foresta noi dobbiamo internarci allontanandoci dalla sede dei nostri nemici». «E Manlio, Aurelia, e Giulia?» disse la donna volta dolorosamente col pensiero a quei cari. «Essi - rispose Orazio - sono probabilmente lontani in alto mare e speriamo fuori di pericolo. Nonostante pria d’internarci nel bosco ricercheremo la spiaggia ove è meglio che non si trovino». «Dio li liberi! - esclamò la donna colle mani giunte e gli occhi rivolti al cielo - Dio li liberi! d’esser stati gettati alla costa da sì furioso uragano!». Un silenzio assoluto succedeva a queste parole. Orazio che non cessava di spiare l’apparire dell’alba, quando s’accorse che le donne ci potevan vedere tanto da non mettere in fallo il piede sul terreno si alzò e disse: «È tempo di porci in viaggio». Silvia scosse dolcemente la sua Clelia; col calcio della carabina fu destato John ed in pochi minuti i quattro con Orazio alla testa uscivan dalle macerie dirigendosi verso tramontana e seguendo l’orlo della macchia non lontani dalla costa. La tempesta aveva rimesso della sua furia ma non abbastanza perché le donne non ne fossero disturbate nel procedere; per buona sorte la pioggia avea cessato ma i frangenti del mare inviavano i loro sprazzi sul volto dei viaggiatori in guisa da incomodarli assai. Pur bisognava scoprire il lido pria di addentrarsi nel bosco ed Orazio salito su d’un monticello di sabbia con dietro John spingeva l’acuto suo sguardo su tutta l’estensione del litorale già abbastanza rischiarato dal giorno. Fortunatamente nulla scoprì che dasse indizio di naufragio in quello sconquasso spumante dell’onde infuriate sulle deserte e desolate spiagge romane. Tornati alle donne, ch’erano rimaste in una specie di avvallamento del terreno, Orazio disse: «I nostri amici sono fuori di pericolo, tocca ora a noi a fare altrettanto». Così dicendo prese a destra per un sentiero a lui conosciuto e s’internò nel deserto accompagnato dalla silenziosa comitiva.

PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.