Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico
Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura
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Ti amo perdutamente quando simile allo indomato corsiero del deserto, spumando dalle narici infocate,
ti slanci impavida sull’onda irritata e la soperchi, la schiacci e procedi infiammata dagli ostacoli che la tempesta accumula sul tuo cammino glorioso! Ti amo graziosa Naiade perché so che tu ti chiamerai Clelia per l’avvenire, in onore della bella e cara mia compagna, in onore della coraggiosa fanciulla che affrontò un demone quasi certa di perder la vita, per non soggiacere al vituperio!». Così, con enfasi sclamava Giulia, e veramente dal momento in cui ella avea veduto Clelia slanciarsi sul masnadiero con tanta intrepidezza diventò di lei entusiasta e le giurò nel fondo dell’anima sua un affetto imperituro. Tali sono gl’istanti delle anime grandi. La bassa, la volgare gelosia non vi attecchisce mai. Così da una parte l’ammirazione e dall’altra l’ammirazione e la gratitudine strinsero queste due bellissime fanciulle d’un amore indissolubile per tutta la vita. Giulia, non potendo condurre l’intiera comitiva a Porto d’Anzo ove si potevano risvegliare le apprensioni di quelle sospettose autorità pontificie, condusse seco Manlio come cocchiere ed Aurelia come cameriera, lasciando Silvia e Clelia ad una certa distanza nel bosco che tocca la sponda del mare sotto la custodia di Orazio. Eran ben custodite di certo. L’Orazio Romano le avrebbe difese contro un esercito e si sarebbe lasciato fare a pezzi per loro. Il Capo d’Anzo a mezzogiorno e Civitavecchia a tramontana sono i limiti di quella spiaggia inospitale e pericolosa che si chiama «la spiaggia romana». Il navigante nella stagione d’inverno si tiene al largo in alto mare per non esser sorpreso dai venti di Libeccio che vi soffiano impetuosi e vi cagionano non pochi naufraghi. L’imboccatura del Tevere che si trova quasi nel centro di questa spiaggia è praticata nella sola foce di Fiumicino da legni che non pescano più di quattro o cinque piedi d’acqua e nella sola stagione primaverile essendo pestifero il luogo, a cagione delle febbri, la state, e pericolosissimo d’inverno per i venti di mare. Sulla sponda sinistra del Tevere, verso Capo d’Anzo e Monte Circello, abitavano anticamente i bellicosi Volsci, che tanto da fare diedero ai Romani per sottometterli. Di Arde loro capitale, città cospicua, sussistono tuttora le rovine e attestano la prosperità di quei popoli antichi. Oggi, sotto il governo dei preti, quel paese è deserto. Il Capo d’Anzo, adunque, forma col suo promontorio il porto che piglia il suo nome. Porto capace soltanto di piccoli legni ed in questo stava ancorato l’elegante Yacht della nostra Giulia pronto a’ suoi ordini. L’arrivo di Giulia nel porto se non fu una festa per le autorità pretine, sempre nemiche degli Inglesi, ai quali imputano il doppio delitto di eretici e di liberali, ben lo fu per l’equipaggio della Clelia verso il quale la nostra eroina era sempre gentile, e a cui era carissima. L’uomo di mare, esposto quasi tutta la vita a pericoli, ha molti titoli alla benevolenza della donna sempre propensa, come già dicemmo, ad apprezzare i coraggiosi; e la donna trova pure grandi predilezioni tra i rozzi, ma leali e generosi marinai. Giulia poi aveva troppi meriti perché non fosse adorata dall’intero equipaggio! Giunta sulla tolda, la bella inglese dopo d’avere corrisposto ai saluti affettuosi de’ suoi concittadini discese nella camera, chiamò il capitano Thompson e con lui conferì sul da farsi per levare le compagne dal punto ove le aveva lasciate e condurle in luogo sicuro. «Aye, Aye!» esclamò il bravo marinaio stanco d’esser rimasto per tanto tempo nell’ozio e altero di poter obbedire la sua giovane padrona in qualunque impresa fosse anche a pericolo della vita. In meno d’un’ora da che erano saliti a bordo i nuovi personaggi la Clelia aveva già levato l’ancora e con tutte le vele spiegate, usciva dal porto con debole brezza da Greco che la spingeva.
PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.
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