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Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico

Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura

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Si ritrae dalle statistiche che Roma è la città ove nascono in maggior numero i figli naturali. E degli infanticidi quale è la cifra che danno le statistiche?... Nel 1849, al tempo del Governo degli uomini, io ho assistito a delle ricerche nei penetrali di quelle bolgie che si chiamano conventi e in ogni convento non mancavano mai gì’istromenti di tortura e l’ossario dei bambini. Cosa era quel nascosto cimitero di creature appena nate o non nate ancora? Un senso d’orrore rivolta ogni anima che non sia di prete dinanzi a tale spettacolo. Il prete invece impostore, cresciuto alla menzogna ed all’ipocrisia, deridendo la credulità degli stupidi, è naturalmente propenso a satollare tanto il ventre come la lussuria. E come potrebbe egli contentare gli appetiti del corpaccio se non facendo scomparire i frutti della seduzione o della violenza? E così, nata, strangolata o macellata e sepolta era una creatura umana per nascondere la libidine di chi si era consacrato alla castità. La terra, i fiumi, il mare, certo nascondono a milioni le vittime della scelleraggine e dell’impostura. Povera Camilla! anche il nato dalle tue viscere andò nel carnaio degli innocenti dopo aver esalato il respiro sotto il coltello degli sgherri dello stesso Procopio, di quel Gianni che in questo momento s’aggira per sedurre e perdere la perla di Trastevere, la bellissima Clelia. Nata contadina l’infelice Camilla ebbe come l’Italia il dono funesto della bellezza. Silvio, nelle sue caccie verso le paludi pontine, soleva fermarsi, passando, in casa del buon Marcello, padre di Camilla, a poca distanza di Roma. E s’era colà innamorato della fanciulla. Riamato da Camilla e chiestala al padre, l’ottenne e si fidanzarono. Era una bella coppia quella dell’avvenente e robusto cacciatore colla gentile e bella contadina ed entrambi assaporavano anticipatamente con l’anima le delizie della loro unione. Ma troppo bella era Camilla e troppo innocente in quella metropoli della corruzione. I bracchi dell’Eminenza avean fiutato la colomba e quando viene fiutata e tracciata la selvaggina da costoro, è ben difficile non cada. In una escursione di caccia, il povero Silvio aveva presa la febbre, sì comune in quelle paludi, e questo malanno fu cagione che il matrimonio venisse ritardato e più facile si rendesse il disegno degli avvoltoi su quella preda gentile. Raramente ma pur qualche volta Camilla soleva recarsi a portar delle frutta in piazza Navona e lì una fruttaiola comprata da Gianni tese tante lusinghe e reti all’innocente contadina che la fece finalmente cadere nella trappola. La caduta non rimase a lungo occulta. Il ventre ingrossando minacciò svelare l’arcano, onde temendo del padre e dell’amante, la povera Camilla si lasciò persuadere ad occupare una stanza nel palazzo Corsini ove a bell’agio il cardinale poteva continuare la tresca coll’infelice. Il parto riuscì un bambino e quel bambino fu destinato come tanti altri al carnaio. Camilla ne impazzì e grazie alla generosa pietà del porporato, il quale sognava nuovi amori, fu rinchiusa in un manicomio. Una notte però, sia colla violenza, sia deludendo la vigilanza dei custodi, la pazzarella riuscì a guadagnare l’aria libera. Uscì, vagò, vagò a lungo in quella notte tempestosa, senza direzione preconcetta, finché per caso avvicinatasi al Colosseo le parve intravvedervi una luce, avanzossi. In quel momento il precursore della folgore avea rischiarato ogni cosa e fra le altre le sentinelle che vigilavano all’ingresso dell’anfiteatro. L’istinto, un vago presentimento la spinsero verso quegl’individui che almeno non avevano l’aria di preti. Costoro vollero arrestarla, ma Camilla avea in quella notte una forza sovrumana. Si svincolò, salì e giunta al loggione cadde spossata in mezzo ai trecento. Povera Camilla! E Silvio che l’aveva riconosciuta, raccontava ai compagni la storia dell’infelice. «È tempo, - ripigliava Attilio, - di purgare la nostra città da questo immondo pretume» ed un lampo di sospetto per la sua Clelia, forse in procinto di cadere fra gli artigli delle belve istesse, balenatogli alla mente, il suo pugnale venne fuori come una striscia di fuoco. Quindi brandendo il ferro, Attilio sclamò: «Maledizione a quell’indegno Romano che non sente l’umiliazione della sua patria e che non è pronto a bagnare il suo ferro nel sangue de’ tiranni che la deturpano facendone una cloaca». «Maledizione! Maledizione!» rimbombò per più minuti l’ampia volta delle ruine, ed il tintinnio de’ ferri cozzanti, faceva riscontro al clamore delle voci; terribile musica all’indirizzo de’ corrotti e scellerati padroni di Roma. «Silvio! - ripigliava Attilio - questa fanciulla più infelice che colpevole, abbisogna di protezione e tu generoso non gliela niegherai. Vanne e l’accompagna, ed il giorno della riscossa, noi siamo certi, non mancherai al tuo posto». E Silvio era generoso davvero e amava ancora la sua disgraziata Camilla. Costei alla vista dell’amante parve quasi per incanto calmata dal morboso furore, e tacita, rannicchiata era diventata docile come un agnello. Silvio le si accostò, sollevolla, l’avvolse nel proprio mantello e dolcemente tenendola per mano, la condusse fuori del Colosseo verso l’abitazione di Marcello. «Per il quindici alle Terme di Caracolla, e pronti a menar le mani!...». «Pronti! Pronti!» ripeterono i trecento. Ed in pochi minuti il deserto delle rovine avea ripreso la sua tetra spaventosa solitudine.

PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.