Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico
Autore: Garibaldi, Giuseppe - Editore: Fratelli Rechiedei - Anno: 1870 - Categoria: letteratura
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per la bellezza delle sue forme, amava la Clelia di quell’amore per cui i rischi della vita sono giuochi, il pericolo della morte, una ventura. Nella via che dalla Lungara ascende al monte Gianicolo, non lungi dalla fontana di Montorio, era posta la dimora di Clelia. La sua famiglia era di artisti in marmo, professione la quale permette in Roma una certa vita indipendente, se pure indipendenza può esistere, ove padroneggiano preti. Il padre di Clelia, già prossimo alla cinquantina, era uomo di costituzione robusta, serbata nel suo vigore da una vita laboriosa e sobria. La madre era pure di sana complessione, ma delicata. Essa aveva un cuore d’angiolo e faceva le delizie della sua famiglia non solo, ma era adorata da tutti i vicini. Si diceva che Clelia accoppiava alle sembianze angeliche della mamma la robusta e maestosa dignità del padre. Si sapeva che in quella santa famiglia tutti si adoravano. Ora intorno a questa beatitudine si aggirava il vile mandatario del prelato nella sera dell’8 febbraio 1866. Gianni si era già presentato sulla soglia dell’onesto discepolo di Fidia
che non se n’era accorto, perché si trovava con le spalle voltate; ma vedendo ch’egli avea certe braccia abbronzate e nerborute si sentì preso da un brivido tale che involontariamente indietreggiò sino all’altro lembo della via. Pareva già all’emissario di sentirsi piovere addosso una sfuriata di pugni o di bastonate. Se non che l’artista si rivolse verso la porta e dimostrando, sulla sua fisionomia virile, cert’aria di benevolenza, il malandrino si sentì rinfrancare e fattosi ardito si presentò nuovamente sulla soglia dello studio. «Buona sera, sor Manlio», principiò con voce di falsetto il mal capitato messo. «Buona sera» rispose l’artista; ed esaminando uno scalpello che aveva tra le mani poco badava alla presenza di un individuo ch’ei conosceva appartenere a quella numerosa schiera di servi prostituti, che il prete ha sostituito in Roma alla maschia schiatta dei Quiriti. «Buona sera», ripeteva Gianni con voce sommessa e timida e vedendo che finalmente l’altro alzava gli occhi verso lui: «Sua Eminenza il cardinale Procopio, - proseguì, - m’incarica di dire a V. S. che egli desidera avere due statuette di santi per adornare l’entrata del suo oratorio». «E di qual grandezza vuole S. E. le statuette?» rispose Manlio. «Io credo sia meglio che V. S. venga in palazzo per intendersi con l’E. S.». Un torcer di bocca del bravo artista fu chiaro indizio che la proposta gli andava poco a sangue, ma come si può vivere in Roma senza dipendere dai preti? Tra le malizie gesuitiche dei tonsurati vi è pur quella di fingersi protettori delle belle arti e così hanno fatto che i maggiori ingegni d’Italia prendessero a soggetto dei loro capolavori le favole pretesche, consacrandole per tal guisa al rispetto ed all’ammirazione delle moltitudini. Torcer la bocca non è una negativa, e veramente bisognava vivere e mantenere decentemente due creature, la moglie e la figlia, per le quali Manlio avrebbe dato la vita cento volte. «Andrò» rispose seccamente dopo qualche momento di riflessione. E Gianni con un profondo saluto si accomiatò. «Il primo passo è fatto», mormorò tra sé il mercurio dell’eminentissimo; «ora è d’uopo cercare un posto di osservazione e di rifugio per Cencio». Il quale Cencio, affinchè il lettore lo sappia, era il subordinato di Gianni, a cui il cardinale Procopio affidava la seconda parte in così fatte imprese. Gianni si affaccendava ora a trovare per Cencio una stanza qualsiasi d’affitto in vista dello studio di Manlio. Il che gli venne fatto facilmente. In quella parte della capitale del mondo l’affluenza delle genti non è mai strabocchevole, poiché i preti, che curano tanto per sé il bene materiale, non pensano, rispetto agli altri, che al bene spirituale. Ora il secolo è un po’ positivo, bada al tanto per cento più che alla gloria del paradiso, ed è per questo che Roma, per mancanza d’industria e commerci rimane squallida e scarsa d’abitatori
PREFAZIONE DELL’EDITORE Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO ( The rule of the Monck ) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: «A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO» e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.
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