Brano Tratto da: Milano visione
IN mezzo ad una pianura sterminata dai lembi dorati, un aereo pinnacolo bianco – qualche cosa di sollevato
da terra, di rumoroso, di lucente - un'altezza che da ogni lontana parte si vede e si anela, un faro infine
costante, generoso, perenne - tale appariva a noi questa terra promessa delle ambizioni letterarie ed artistiche,
questa patria antica dell'entusiasmo pel bello e pel giusto; questa maravigliosa sirena assimilatrice, che si
chiama Milano.
Era una campana a martello che fragorosamente percoteva al nostro orecchio fino ad ubbriacarci del
suo rombo, e a non lasciarci più vivere o sognare che con esso e per esso.
Veniva un giorno da Milano, Molineri, il savio professore e ponderato critico d'adesso ; ma allora il matto
domatore di jene e di leoni, il mostro spettacoloso di erudizione e di memoria, il simpaticissimo poeta dei
canti della campagna, Molineri, eterno studente altalenante fra l'Accademia di Milano e l'Università di
Torino.
Me ne ricorderò sempre. Ci serravamo intorno a lui fra colonna e colonna del cortile universitario, e
finchè, con gusto, gusto,
non so se maggiore di noi o di lui, non ci aveva recitato l'ultima lirica patriottica del Cavallotti , una
buona metà del Falconiere di Marenco e tutto il Re Orso di Boito non lo si lasciava.
E poi un mondo di inchieste:
- Che fa Manzoni? - Come parla? - Come cammina?, - Chi ci va da lui ? - Che fantesche ha? - È gentile? - Si
stucca? - Fa dei versi? - Che dice dei giovani? - E Cantù ? - E Carcano ? - E Giuseppe Ferrari?
- Rovani ! Di Rovani vogliamo sentire. Su : a memoria tutta la scena di Cetego, quando alza il braccio
formidabile. - E Ugo Iginio Tarchetti ? - E Pinchetti ? - E cos'è questa boemia - E cos'è questa casa
Maffei ?
Quei versi, quei versi di stamane. - Oh! belli; belli! - Che cosa nuova ! - Come si chiama l'autore di
questi versi ?
- Emilio Praga.
- Praga ? -
***
Giungeva un giorno un volumetto nuovo che sapeva di stampa. Si intitolava Altr'jeri L'autore
era Carlo Dossi.
Ma qual'è - si diceva noi - questo ambiente maraviglioso, in cui crescono e si sviluppano ingegni così
originalmente produttivi?
Camerana, il cupo Camerana, allora rappresentante in Torino della sacra triade dell'avvenire, ora
distintissimo e seriissimo magistrato, Camerana ci invitava a casa sua a leggerci il libretto del
Mefistofele
Noi, compunti religiosamente, accedevamo alle soglie
dell'jerofante letterario, e là fra dieci orologi che suonavano mezzogiorno, coi singulti dell'upupa per
tocchi, udivamo leggere in tuono evangelico, commentare e illustrare con appunti musicali lo scongiuro di
Fausto, gli esametri dell'incendio di Troja, l'imeneo famoso dell'arte nuova con l'arte antica.
E frattanto, come quella della prima fra le cinque giornate, la campana a martello suonava a stormo
nei nostri cervelli e nei nostri cuori, ad ogni ora gridandoci con l'inebbriante suo rombo: - a Milano ! - a
Milano !
***
Sacchetti - il mio Roberto che è morto ier l'altro a Roma, è morto e non so e non posso crederlo, -
veniva un giorno dal suo paese - Montechiaro d'Asti, - una cresta di case fra un maraviglioso orizzonte di
cavalloni d'oceano fossilizzati in colline di innumerevoli tinte sfumanti fino all'infinito.
Egli mi annunciava che ne era stucco e ristucco di fare l'avvocato di paese, che a lui pure s'era
schiusa la terra di Canaan, un luogo, - era un giudice istruttore villeggiante a Montechiaro e residente a
Milano che glielo aveva detto - un luogo dove un' intelligenza in qualunque modo operosa, può conquistare
un avvenire, un luogo dove per l'ingegno che viene di fuori, c'è qualche cosa di più della ospitalità, c'è la
cittadinanza.
Poche settimane dopo, quasi tutti noi della piccola letteratura torinese eravamo accorsi ad
abbracciare l'amico e a vedere Milano.
Il buon Sacchetti era venuto col proposito di far l'avvocato.
Il mestiere - poveretto - gli ripugnava, ma pieno di buona volontà, sebbene a disagio, vi si
acconciava alla meglio.
Bisognava vederlo, nuovo alla disinvoltura meneghina, a sberrettarsi con gli uscieri.
Fuori della stanza il cliente, ne approfondiva, ne analizzava, ne riproduceva nella mente tutto
l'elemento tipico artistico, capace magari di ballare come un fanciullo se oltre al bozzetto gli era rimasto
della vittima qualche cosa di solido.
Ma ahimè! le vittime furono poche.
Egli frattanto scriveva febbrilmente romanzi e novelle.
- Figúrati! - mi diceva - qui questa roba si compera, questa roba che a Torino pochi anni fa ci sarebbe
sembrato fortuna immensa di vederci pubblicar gratis.
E via con le descrizioni fantastiche del paese meraviglioso.
- Qui il mondo va a passo di corsa. Qui le cose si vedono giuste. Non ci si smarrisce mica come
altrove nella apoteosi di un autore o in uno studio di lingua, o in una delle tante applicazioni dell'arte per
l'arte. Qui l'arte è pel mondo. Si va diritti ad un fine.
- Qui si capiscono le ragioni per cui si scrive. Infine l'ingegno produttore trova il suo complemento,
che è insieme il suo maestro, il suo giudice, il suo controllo, il suo premio, - il pubblico leggente in persona
di un editore pagante.
E cominciò la via crucis delle conoscenze e delle presentazioni.
Meraviglia delle meraviglie!
Nei letterati nulla d'accademico, nulla d'oratorio. Ci facevano
l'impressione di gente d'affari o di buon tempo: la preoccupazione dell'arte non figurava.
Versi, idee, trovate, abbozzi di nuovi lavori, venivano enunciati come formule.
Dovemmo inseguire a passo di corsa in galleria Salvatore Farina.
Lo raggiungemmo, perchè si fermò davanti alla vetrina dì un libraio....
Ricevetti con una certa emozione il sigaretto della prima conoscenza da Boito Arrigo in una birreria.
***
Praga, lo conobbi dal noto liquorista del corso.
Mi offerse un assenzio.
Sapevo già della sua malattia.
Gli domandai ragione di alcuni versi. impossibili di una sua, bellissima lirica.
Mi disse che aveva voluto prendere a gabbo i suoi lettori.
Si parlò dirottamente di poesia.
In una sera solo Tizio, Cajo, Sempronio erano successivamente passati alla dignità di primo poeta
vivente.
Dante....
Il vecchio Dante onde al cielo si arripa
era passato per tutte le gradazioni dell'apprezzamento umano.
La forma era nulla, ma poi era diventata tutto, perché ciò doveva essere dimostrato da quattro versi,
con cui il povero Emilio diceva che aveva voluto tentare appunto essa,
la immane Dea Forma, perchè nella sostanza lirica, dopo Vittor Hugo, non c'era più nulla da fare.
Ricordo quei quattro versi.
Quest'anfora ti dono, Alfesibea,
Ninfa fra tutte amata,
Perché so che il tuo cavo occhio si bea
Nella beltà dall'arte effigiata.
Avea terminato allora il dramma « Altri tempi » Con quelle sue piccole mani tremanti che
biascicando, a modo suo i versi, portava sempre innanzi con vaghezza, quasi a tentoni - accese una lampada
a petrolio, io credo quella della cucina, che metteva un fumo nero da tagliarsi a fette, di cui si accorsero i
nostri abiti, le nostre faccie e soprattutto le nostre gole.
La giornata era stata di tale emozione per me, che io morivo del sonno.
Il dramma era di quattro atti.
Non avvezzo a quel modo sconclusionato di combinar colori, mal preparato dagli entusiasmi con cui
Sacchetti aveva voluto farmi pregustare il lavoro, distratto dal pensiero fisso che quell'uomo doveva morire
bruciato dall'alcool; passai una sera indimenticabile, mordendomi le labbra a sangue per non cadere
fulminato dal sonno.
A una certa ora l'arrivo della famiglia di Praga - forse dal teatro - pose fine a quella strana seduta
letteraria.
- Diamoci del tu, egli mi disse lasciandomi, l'arte ci unisce. Ci unisca anche la libera vita per l'arte, -
per l'arte nuova, sai, non quella dei droghieri, e non toccarmi più
Dumas figlio. Dumas, sai, è il primo commediografo del mondo. –
***
Ci demmo del tu.
E un mese dopo, quando il mio destino, parallelo a quello del mio ottimo Roberto, mi traeva a
Milano, passammo insieme le lunghe sere d'estate alle ortaglie di porta Vittoria.
Che strana società di artisti frequentava quel giuoco di boccie! Pittori, scultori, poeti - matti tutti, tutti
boemi, della boemia più schietta.
Nè mancavano lusinghiere eterie. Erano per lo più modelle, fedeli compagne di digiuni prolungati e
di cene luculliane.
Praga ; si sa, non aveva per nulla un nome, che voleva dire geograficamente la capitale della Boemia.
Il centro di quella accozzaglia artistica, era lui. E fra una giuocata di boccie e una bottiglia faceva
capolino una strofa e si scopriva il velo ad un paesaggio.
Sacchetti, entusiasta di quella vita artistica, dimenticava l'avvocatura.
Si usciva di là col Praga, e consegnatolo all'uscio di sua casa, si andava gironzando per Milano, non
so se più passeggiando sulle vie selciate della Milano vera o pei sentieri nuvolosi della nostra Milano
visione.
Qualche volta colpivalo il pensiero della famiglia e con quello, assediavalo l'amaro sconforto che
viene dalla urgenza del bisogno paragonata con la distanza dell'ideale.
Una sera mi accennava sorridendo al naviglio.
Eravamo sotto i portoni di porta Nuova.
***
La sirena però mantenne all'ingegno operoso la propria promessa.
In breve Sacchetti bastò decorosamente a sè e alla famiglia; gittò la toga, come Lutero la tonaca, e
diedesi a tutt'uomo allo scrivere. Questa di una città che gli pagava i frutti della sua più gradita ricreazione
gli pareva troppo lieta cosa per non usarne fino all'abuso.
L'inverno ci aveva scacciati dalle ortaglie.
Praga solo era loro rimasto fedele.
E sempre consacrava ad esse la miglior parte del suo giorno, omai pur troppo sì breve, e della sua
vita, ahimè, già moribonda. Chi voleva rivedere il Praga di una volta
Anima di pittore e di poeta
doveva recarsi in quei luoghi pieni di vegetazione pittoresca - ìn sull'alba - e lo avrebbe trovato, serio come
un sacerdote, a dipingere davanti a un cavalletto.
Sbozzava col pennello i quadri smaglianti che dettava poi alla musa del suo purissimo canzoniere del
bimbo.
Alla sera ci si trovava ai caffè della galleria.
Qui la giovane letteratura milanese era al completo.
Felice Cavallotti, lo si vedeva soltanto, perchè preoccupato segregato dalla politica, e timoroso di
trovarsi fra gente tutta di contrario partito.
Se avesse saputo fra quel gruppo, che tempra di conser-
vatori!... Ma insomma, lo si vedeva anche lui.
Ecco del resto la nostra solita società: Farina, Torelli,
Verga, Fontana, Grandi, Sacchetti, Capuana, Corio, Turletti,
Ghiron, e poi Fortis, e poi Treves, il formidabile editore che da Torino vedevamo come la piramide di Ceof,
e poi Boito e Gualdo e Navarro della Miraglia e Sogliani e Ghislanzoni e Giarelli e Borghi e Pozza e
Colombo e De-Marchi e Barbavara e Guarnerio e Barbiera, e come appena mettevano piede in Milano,
De-Amicis e Giacosa, l'erudizione-fenomeno Molineri e l'altro amicissimo mio, cioè scusatemi, ora
l'onorevole amico Giovanni Faldella.
La così detta boemia si ritirava di preferenza al suo monte sacro, il caffè del teatro Manzoni.
Che spettacolo colà di ingegni esuberanti, notte per notte, suicidantisi, fra l' infecondo pettegolezzo
d'arte, e il disordine della mente e del fisico!
Quanti comunisti invocanti la protezione sociale!
Oh! come ha ragione il mio sullodato onorevole amico nel suo recente discorso alla Camera, in cui
rammenta il misconoscimento che fa il Governo dell'ingegno letterario mentre pretende poi largire i milioni a
tutto che si atteggia ad applicazione scientifica!
Fatemi il piacere di ascoltarlo e di dirmi, quante se ne proclamarono in Parlamento, di queste verità.
***
« Una volta la protezione sociale per mezzo delle Corti, dei Governi e dei Municipi si estendeva a
tutti i rami dello scibile, comprendeva musici, poeti, pittori, scienziati, negromanti ; ma oramai Governo e
Municipio proteggono soltanto Accademie di scienze e Corpi di ballo!
« I letterati si affrancarono dal Mecenate principe o cardinale, cardinale,
che li trattava da buffoni e riconoscono per solo Mecenate il pubblico, di cui sono gioviali compagni
od istitutori; onde per tale commercio,la loro arte, se non più utile, diventò più vera. Ma quante camiciate per
ottenere i favori del pubblico rappresentato da un editore!
« E per uno che giunge all' elzevir gratuito o retribuito, quanta pallida giostra di poeti suicidi!
« Conobbi giovani di fervido ingegno e di cuore gentile logorare la vita, attardati nei caffè, ludibrio
dei fattorini, ed aggiungere veleno a veleno; il veleno della zozza a quello della indifferenza pubblica per le
opere d'arte.
« Ma che discorro di giovani da me conosciuti!
« Mentre in Francia, in Germania e in Inghilterra gli autori già ricevevano lucro decoroso dal
pubblico, e da noi i pingui canonici ottenevano stampati dalle tipografie regie i magni volumi, i cui fogli
sono tagliati solo dai legatori di libri, Carlo Botta vendeva la sua storia dell' Indipendenza d'America per
pagare i medicinali della moglie; e per pubblicare la sua Storia d'Italia in continuazione a quella del
Guicciardini, dovette ricorrere all'obolo di pochi sottoscrittori. A questi soli si deve, se il tipo della devozione
patria eroica, il tipo di Pietro Micca sorse e raggiò in quella italica prosa sfolgorante. »
Qui scoppia un « bravo Faldella! » ed echeggiano i bravo su tutti i banchi della Camera.
***
Ma io ritorno alle mie memorie.
L'amico Sacchetti in cui io studiavo lo strano processo
di assimilazione milanese, mentre prosperava nella fortuna, intristiva nella salute.
Coi suoi voluttuosi e tristi romanzi egli preludeva al romanzo suo proprio e reale.
Accusava una pienezza di sangue di certi fenomeni, che, quando me li disse, mi atterrirono.
Ma era sì fiducioso!
Alla sera si recava al giornale, alle dieci era immancabile al caffè nel nostro convegno.
A casa verso mezzanotte lo aspettava un caffè con cui egli combatteva il sonno ... e le cartelline
coperte dal febbrile prodotto della sua niente, si ammonticchiavano.
Del suo lavoro egli era serenamente soddisfatto.
In breve i fenomeni preoccupanti scomparirono.
Parve ingrassarsi ... la barca era approdata. A Milano ,
scrittore, agiato abbastanza, egli era felice.
***
Passai in casa di Sacchetti una delle più belle e allegre serate di mia vita.
Praga, quella sera serenissimo e lieto d'aspetto come non lo vidi mai, messosi al piano si mise "a far
Boito" nella sera famosa del Mefistofele
Bisognava vederlo e sentirlo descrivere con quella amicizia fanatica che egli aveva pel suo Arrigo, il
teatro di quella sera, i fischi della platea, gli applausi dei palchi, i contrasti, il baccano, e ritrarre lui, Arrigo,
impassibile in mezzo alla sua orchestra, a gridare, a tempestare, dessero dentro negli strumenti, giù, senza
misericordia perchè si era nell' inferno,
e poi d'un tratto - zitto! silenzio! - a pregarli, supplicarli di fare adagio, di toccare appena le corde, di
non disturbare l'arpeggio celestiale - avvertendo con un soffio di voce, che era rispettato perfino dall'uragano
del pubblico un momento placato:- Piano ; pianissimo ; più piano, per Dio - siamo in Paradiso!
E tutta questa descrizione accompagnava col suonarci il primo atto del Mefistofele e
commentarcelo con un mondo di aneddoti.
Quanti episodi ci narrò quella sera della sua amicizia col Boito!
Quanti del giornale insieme fondato, in cui si fulminava col titolo di speziale quanti non
comprendevano
La grande arte che io penso
Quella che pensi tu!
Oh! le belle passeggiate lontane, fra le macchie, fatte fra lor soli, i due poeti, e il loro mondo di versi!
Un giorno càpitano in un macello clandestino, in mezzo a un bosco.
- Ah! canaglie! Vengono a scoprirci, a denunciarci ...
Quei buoni macellai contrabbandieri sono loro addosso con le coltella.
Arrigo, che era in sul bello della recitazione del suo internmezzo, continua più che mai astratto a
declamarlo in faccia agli assalitori.
Questi restano in asso.
La conclusione fu che - se non restarono magnetizzati
come le Baccanti d'Orfeo li lasciarono però, credendoli probabilmente scappati dalla Senavra.
***
Quando uscimmo, Praga rimase indietro con me. - Gli chiesi perchè fosse sì allegro.
- Quest'oggi, egli mi disse trasfigurato, fu il giorno più triste della mia vita. Chiedine a Sacchetti.
Sacchetti mi disse che in quel giorno erasi irrevocabilmente decisa la separazione coniugale di Praga dalla
sua signora.
E Praga sentiva che questa volta non c'era più rimedio, e quello che è peggio, sentiva tutta la
gravezza del suo torto, tutta la tristezza della sua solitudine, e la imminenza della fine.
Lo vidi un mese dopo. Era col suo bimbo. - Pareva molto invecchiato.
- Sai - mi disse - pare qualcuno ancora pensi a me - un editore di Firenze mi offre la pubblicazione
dei miei versi, Gli ho fatte le mie condizioni. Spero che avrò così lasciato qualcosa a mio figlio.
Lo salutai commosso.
Egli mi fece salutare da suo figlio e mi strinse la mano.
Sentivo che quel saluto era l'ultimo.
Povero Praga!
Pensare che, pieni il pensiero del suo suicidio morale, si andò al suo funerale sbigottiti e confusi,
come a quello di un condannato!
E cuore di poeta e d'artista come quello io credo che non
batterà più mai fra le file di quella sciagurata scapigliatura che fece e fa tante vittime!
***
Una sera dell'anno scorso in una sala superiore della Fiaschetteria Toscana oltre una cinquantina
d'amici, fra cui tutta la letteratura militante, salutava Roberto Sacchetti che, chiamato a Torino a dirigere un
giornale, abbandonava Milano.
Stordito dalla dimostrazione commovente che gli si faceva, Sacchetti ringraziò con parole che
avevano ricercato nel fondo del suo cuore la nota dominante della sua vita milanese.
Egli diceva di sentirsi oramai fatto milanese; lasciando Milano lasciava la culla della sua matura, ma
della sua più bella giovinezza.
- Io sento - egli diceva - che con Milano è la mia gioventù che io perdo definitivamente.
Io ed un altro dei più vecchi amici colà di Sacchetti, ci guardammo contrariati, intanto che Broglio recitava o
leggeva un suo delizioso pasticcio, metà affetto d'amico e metà cronaca del Pungolo.
Anche Sacchetti……………………………………………………………….
Le parole mi si confondono……………………………………….…………..
***
Ho passata la notte fra queste memorie, e quest'alba fredda che sorge è quella che tante volte
salutava, febbrilmente intento ancora a finire un capitolo, il mio ottimo Roberto; è l'alba che inspirava a
Praga gli ultimi versi tristissimi.
***
Mi volto indietro a contemplare questo breve cammino di vita milanese percorso, e questo breve
cammino mi pare lungo più che tutto il resto della mia vita.
Quanti morti ho lasciato addietro! Manzoni, Rovani, Pinchetti, Tarchetti, Camerini, Praga, Sacchetti.
Dio mio! Ce ne sono ancora? Sì: ci sono i morti alla spensieratezza, alla fraterna gajezza d'un giorno.
Non parliamone.
Seppelliamoci anzi, noi, perchè altri sottentri.
Ma quali sono i nuovi venuti? Ahi! Questo è il peggio, non ci conosciamo.
In mezzo alla Milano vera che mi ha assorbito, cerco ancor io la mia Milano visione, e non la trovo.
Dall'estremo bastione orientale contemplo disegnarsi nel tramonto tutto il profilo gigantesco del
duomo.
Ricordo la montagna, che, sbucando da un labirinto di vie, mi comparve la prima volta innanzi, nel
1866.
Penso all'allegra spianata della stazione, col caffè in legno, con l'altra linea del bastione dinanzi,
penso all'entrata maestosa in Milano per Principe Umberto, che mi fece sognare una tale residenza, come una
voluttà ineffabile.
Penso al rumore che ci si sollevava intorno e all'anelito di ambizione che ci soffocava ad ogni
sprazzo di luce che il genio di Milano mandava intorno a sè.
Penso infine alla mesta carovana degli ingegni e delle opere che passarono, alle follie, alle risa, alle
voluttà - e confondo sognando antichi anni e giorni recenti, Pindaro, Fidia,
Apelle, Venere e Frine, e i miei poveri amici, taluni di essi con le loro chiome fulve e brune soffuse
ancora nelle pupille moribonde, povere chiome ora pur esse vinte dalla suicida ebbrezza giovanile.
Quanti, quanti caduti!
E dal bastione dell'estremo oriente di Milano discendo alle vecchie ortaglie.
Ivi i miei buoni amici giuocano schiammazzando alle boccie, e birrichine voci femminili fra pianta e
pianta ombreggiate, notano i punti.
O giovinezza! primavera! amore! Cadano sui sepolti e sulle sepolte le foglie delle rose!
***
E il cieco brancolando sulla soglia
Della contrada - smarrirà la strada
Come uom che sogna...
Tale, fra tante memorie, smarrita rimane l'anima mia.
L'alba, si è accentuata: - sopravviene l'aurora. Sul piazzale della stazione, sgombro delle antiche
catapecchie in legno, si fa innanzi una nuova locomotiva che traina alla Esposizione vagoni e vagoni di
merci.
La riga fantastica del fumo passa sulla linea dell' antico bastione. - Le case nuove si assiepano. Gli
alveari di piazza del Duomo sparirono e non resta nemmeno più l'eco della poesia di Fontana.
Esco all'invito del mattino, mi addentro per cento vie, incontro amici vecchi e amici nuovi, e vado, e
vado ancora cercando e non trovo. - Ahimè! Frammezzo alla fastosa
realtà che mi circonda, quello che io cerco, quello cui sempre anelo con la memoria e con la fantasia,
- si è la mia visione, - e al martellare insistente di una ideale campana che nel suo rombo risente della merlata
linea longobarda vibrante di patrio entusiasmo, mi si rifà nella immaginazione ciò che non trovo, e
vagheggio, e auguro, e spero : - il convegno placido della intelligenza, il porto delle giovanili frenesìe, dome
alla battaglia della vita; il fragoroso plauso e il decoroso compenso, la fratellanza nello studio e nell'arte, la
generosa, la bella, la incantata e incantatrice spensieratezza giovanile, e fra, le bufere e le ombre, fra i
nocchieri intenti e le ciurme travagliate, fra i naufraghi e i sepolti, - il faro ampio, inestinguibile, di luce
serena, il luminoso, aereo pinnacolo bianco, fra la sterminata vaporosa pianura dai lembi dorati.
Brano Tratto da: Milano visione