La Colonia felice: utopia lirica (terza edizione)
Autore: Dossi, Carlo - Editore: Luigi Perelli Editore - Anno: 1879 - Categoria: letteratura
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Di Forestina l'ottava messe. Come le treccie di lei biondeggiàvano i campi; come gli occhi lampeggiàvano le falci dei mietitori. E i mietitori cantàvano. Era un inno alla Terra, alla madre comune, che, negli arcani connubii col padre Sole, avèa ridato agli uòmini generosamente il confidàtole seme: «O Madre, o Madre, dalle tue profonde vìscere, alziamo lamentoso il canto. Tu, spento sole, con feconda morte, ànima e forma a noi sùsciti e cibi. E noi, tuòi vermi, la cui storia è tutta risveglio all'ire, e alle vendette sprone, non fatte oneste dagli onesti nomi; noi, solo uniti ad impedir, che il sangue socïal si effonda, come vuol Natura, imparzialmente per sue giuste membra; dell'ossa tue, schermo agli aerei oltraggi, delle tue aque, vie all'industre unione, facciam, (ne è guida cupidigia pazza) fallaci mete a più fallaci campi, seme o pretesto di perpetua lite: onde, votato a morte alterna il ferro, che tu donavi alle pacìfich'opre, e supplicate a un muto Dio le mani, mani grondanti di fraterna strage, di tè bramosi procombiamo in tè. Pur, tu, benigna d'inesàusto amore, tu, patria a tutti e eguagliatrice fine, nel tuo ci solvi non mai stanco grembo, cessi i dolori, le vergogne oblìi, e noi ritorni eternamente a vita, e a nuova forza - per i danni tuòi.» Ma, ahimè! che vale nulla parte perita se il tutto non è più quello? che importa la memoria in altrùi agli obliati di sè? E, a pensier tale, in amarìssima goccia si spegneva lo sguardo, che, molti, di sè medèsimi ingannatori, giràvano in cerca d'irrivedìbili aspetti, e, insieme allo sguardo, il canto. Perocchè, a messe ben altra era stata campagna il trascorso verno. Pòvera Nera! su lei biancheggiava un rosajo. Ma, mentre il sole e il lavoro fervèa, mentre Gualdo, mietendo, sospirava ai mietuti, Forestina la Bionda, si dilungava da' suòi compagni di anni e, oh felici! di giuoco, e s'internava nella solinga boscaglia, un fior dopo l'altro, come la speme. Lampo, il fidìssimo cane, seguìvala. Andava, nè se ne accorgeva. La riflessiva ragione non era per anco venuta a tagliarle l'ombelicale cordone, che allaccia il neonato alla natura universa. Forestina ancor non avèa aquistato la propria individualità: l'ànima sua intrecciàvasi a quella degli augellini che aliàvano a nembi, la gola zeppa di gioja, per il denso fogliame, e dei rivoletti, che gorgogliando lucicàvano in giù. Sana, ella sentìa la sanità circostante: tutto era gaudio per lei, perchè godeva al didentro. E così, pie' innanzi piede, arrendèndosi sempre ai nuovìssimi inviti, che d'ogni parte le èrano fatti, ammazzolando ciclàmini a margherite, e fioralisi a giunchiglie, si avvolse e riavvolse nei verdi meandri della foresta, finchè venne a trovarsi in una insenatura di monte, sulla quale, una roccia pendente, parèa, perchè vestita di fiori, offrisse un albergo più che non minacciasse un perìcolo. E, là ristando la via, là riste' la ragazza, che sull'erboso siedette a inghirlandare il filosòfico muso di Lampo, e che, cinguettando confidenziuccie a degli invisìbili èsseri, e cinguettando sogni, finì a reclinare, accarezzata dal sonno, la flava testina sul dorso paziente del cane, ella ed esso, tutto sparsi di fiori. Quando svegliossi, la terra, giràndosi a oriente, già tralasciàvasi il sole. Ogni cosa cessava di posseder la sua ombra. E, di colpo, la fanciullina si sentì sola, e strìnsela il gelo dello svampato entusiasmo. Le vie, che, prima, le si schiudèvano fàcili, ora parèa le si serràssero incontro: d'ogni parte, voràgini di oscurità: tutto intorno un silenzio, che si facea più e più sospettoso. Forestina temette il timore. Gridò; sol le rispose la imàgine del clamor suo. E, trafelata, si lasciò cadere sul cane, abbracciàndolo stretto, e piangendo dirottamente. Ma Lampo tese le orecchie, e sordamente ululò. Si udiva un frascheggio e un pedìo. - Lampo! - chiamò una voce imperiosa. La coda fronzuta del cane si mosse amichevolmente; pur Lampo, non abbandonò la padrona. La quale, lagrimando e fiottando: babbino mio! - facèa. - Quà la mano! - disse la voce. Alzò Forestina gli occhi ebbri di pianto e, nel freddo chiarore che piovèvan le stelle, un giòvane raffigurò, dall'àgil persona, dalla pàllida faccia, accigliata qual di sparviero, e dalla chioma ebanina prolissa; quel giòvane stesso, che, a volte, appariva tra loro a mutar selvaggina con pane, e cui niuno facèa buon viso e ne facèa a nessuno ed era detto il Nebbioso. - Quà la mano! - il giòvane replicò, di una voce che il lungo disuso avèa, per così dire arrugginita. Forestina la porse timidamente. Senonchè, pòrgergliela e sentirsi tornata la sicurezza, fu un punto solo. Il piede le si riaffermò; le si asciugàrono, senza bisogno di mànica, i luciconi; parve perfino le si stenebrasse la via. E giù, attraverso la selva, gli ostàcoli oltrepassando, che le spesse ombre lor fantasiàvano innanzi; giù, saltando e borri e riali, or per le frane e ora pel sdrucciolìo de' prati o l'intrico degli sterpeti; egli o recàndosi in collo la ragazzina o tenèndola a mano; ella, contàndogli intanto tutto sè stessa e tempestandolo di domande ….… Di cui, fra le molte: - E tu sei quello, che si chiama il Nebbioso? Egli rispose di sì. - E tu sei quello, che stà sempre solo? - Egli taque, assentendo. - Ma, e non temi star solo? - Il Nebbioso violentò quasi la lingua, e: - Temo di stare con gli uòmini! - disse. Forestina il fisò con un guardo di maraviglia, che sprofondando nella di lui consapèvole ànima diventò di rimpròvero, e: oh vieni con noi! - esclamò - ti vorrem tutti bene. Io te ne voglio già, io. - E camminàvano sempre. La notte, che aprìvasi a stenti dinanzi a loro, si accumulava sulle lor spalle. - Forestina! - echeggiò a un tratto per gli ampi silenzi. Ella die' un grido acuto di gioja. E, al grido, rispòsero altri e poi altri, mentre, lontano, già errava un bagliore rossastro e si mostràvano faci, che illuminàvano i visi di Aronne, di Erminio, di Gualdo ... La ragazzina lasciò la mano di Mario, e corse dal babbo. Chi avrebbe potuto mascherar di corruccio il contento? Il babbo sciolse i rimpròveri in baci; in baci, la figliuola, le scuse. Ma, dietro a lei, veniva il Nebbioso. Gualdo lo vide; trasalì. E sollevò la sua face sino al volto di lui, miràndolo ansioso; di lui, che arrossì del sospetto, e si pose la destra sul cuore. - Ei m'ha trovato! - ridèa intanto e piangeva la ragazzina, indicando il Nebbioso, e aguzzando ver' questi le labbra. Senonchè Mario, che già si chinava a libarle, si fermò d'improvviso, con un: no - ch'era vôlto piuttosto a sè stesso che a lei. - Vieni da noi! - dicèa Gualdo. - Vieni! - pregava la fanciullina traèndolo per il vestito. - Vieni! - ripetèvano tutti. E venti mani si offrìvano all'una, che Mario inconsciamente avèa steso. Il melancònico occhio di lui sfavillò. Irresoluto un istante; pur, facendo uno sforzo: - A rivederci! - disse, e ... Lo schioccare dei baci di Forestina il seguì. Partiva - ma, a rivederci avèa detto. Era la prima volta ch'ei promettesse tanto; era la prima, ch'egli si allontanasse a malincuore dagli uòmini.
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