La Colonia felice: utopia lirica (terza edizione)
Autore: Dossi, Carlo - Editore: Luigi Perelli Editore - Anno: 1879 - Categoria: letteratura
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Una notte serena. Qual frèmito di voluttà, quale onda d'amore, bàstano, queste sole parole, a svegliare in quelle ànime musicali, che, perfin dalla scienza, non hanno se non nuovi conforti alla poesìa, frèmiti e onde, i quali, in chi naque inaccessìbile al sentimento, non sveglierànnosi mai, nè per virtù di parola, nè di pennello e neppure di realtà! ... Molte ne avèa Gualdo vedute; era la prima ch'egli sentisse. Perocchè, ora, lo specchio dell'ànimo suo, snebbiato da ogni malvagio pattume, poteva limpidamente riflèttere le maraviglie della Natura benèvola. Il sogno di Gualdo èrasi fatto corpo. In quella sera, ei centellava il riposo dopo l'onesta fatica, aspirando le pingui àure de' suòi ovili ed il fienoso effluvio delle campagne, seduto alla porta di una capanna sua, in sui ginocchi una bimba che, a lui dormiente, gli si potèa sicura addormentar fra le braccia; una bimba cinquenne, cui il sole avèa dato il colore alle chiome, i gigli e le rose alle guancie, e alla pupilla il cielo. E Forestina, tendendo lo sguardo all'altìssimo mare, che si fondèa nel firmamento spolverizzato di stelle: - Babbo - dicèa in tuono accarezzante qual àlito di primavera - di là di quel mare che c'è? - Altro mare - quèi rispondeva, insoavendo la voce, quasi temente di offèndere il delicato orecchio di lei. - E poi? - e Forestina gli molceva la barba. - Mare ancora. - Sempre mare? - No - disse Gualdo con un lieve sussulto - havvi una terra ... grande ... - Al pari di questa? - Assài più ... molto più ... - E sono, anche là, tanti babbi? e tante mammine? e tanti bambini, come quì? - Oh ben più! - egli fece - E assài migliori di noi - aggiunse con oppressura. - E li hai tu visti, tu? - Sì - sospirò egli di un sì, ch'era piuttosto a vedere che a udire. - E perchè allora, se tanto buoni, tanto più buoni di noi, non sei rimasto con loro? - Gualdo sentissi a scottare la faccia. Egli, che i cavillosi raggiri e i trabocchetti mille di un giùdice non avrèbbero pure sorraso, trovàvasi, ora, da parte a parte passato dalla sublime ingenuità della bimba. Che è, infatti, la riflessione barbuta a fronte la imberbe spontaneità? e le mirìadi di menzogne dinanzi la verità una? Al guardo solo dell'innocenza, fànnosi l'armi della malvagità, vetro e ghiaccio. E Gualdo non potè che tacere. Senonchè, Forestina medèsima, per quella volubilità di pensiero tutta propria ai fanciulli, venne in suo ajuto. Il visuccio di lei s'era volto all'infinito seno dei cieli, dove l'illuminazione parèa, quella notte, completa. E Forestina chiedèa: - Babbo, e lassù, di là dalle stelle, che c'è? - Altre stelle. - Sempre stelle? non altro? - Gualdo, per la seconda volta, ammutì. Cessando l'idèa, cessàvagli la parola. E però a lui dovèa soccòrrere ed ei proferire quel nome, che esprime quanto non si giunge a capire, dissimulando le immensuràbili profondità dell'ignoto; quel sì còmodo nome, ch'è Dio. - Dio? - ripetè Forestina - quel che tu invochi nell'ira? - No, no - Gualdo interruppe con ansiosa premura. - Il Dio delle Terre e dei Soli è un altro Dio. Esso è il padre comune degli uòmini, esso è colùi che riempie la pannocchia di grano e la mammella di latte; che fà dalla selce spicciare l'aqua e scintillare il fuoco, che fà dalla gleba spuntare la rosa e dalla rosa il miele ... È il Dio, o mia bimba, che ti sorride negli occhi e sul labbro. - Oh il buon Dio! - sclamò Forestina, battendo palma con palma - E come si fà a ringraziarlo? - Pregando. - E come si prega, babbo? - Ei la baciò sulla risarella boccuccia, e disse: - amando. - E, allora, la bimba gli chiuse il mento selvoso fra le gentili manine, e lo affollò di baci e carezze; poi, sazia, gli si addormentò nelle braccia. Gualdo rimase sveglio co' suòi pensieri. Eclissata la luce degli occhi di Forestina, l'ànimo gli riabbujò di mestizia. Alle speranze, che fanno una metà della vita, or succedeva l'altra metà, le memorie; e Gualdo, ahimè! temeva le proprie. Vedendo quell'angioletto dal latteo àlito e dalle succose carnine, che, benchè ignaro del male, gustava il bene, egli fu astretto a rammentare la pace, tolta da lui a tante famiglie - meritatìssima pace - e a impallidir per la sua, che non meritava. Il pensiero di lui scese nei labirinti della coscienza, luoghi irti d'insidie. Gualdo, il quale ora poteva concèdersi il lusso dei rimorsi, incominciava con la debolezza di un convalescente a sentire la gravità del morbo scampato. Oh avess'egli, se non i fatti, almeno potuto annientarne il ricordo! E l'ànimo affaticato sudò dagli occhi dolore. In questa, una mano gli toccava la spalla; la nota mano di Tecla. Si volse. Specchiàronsi le loro pupille l'una nell'altra in uno stesso pensiero. - O Tecla! - egli gemette in accento di disperato sconforto - oh fosse dato ricominciare la vita! - Ma colèi, d'una voce ch'era soave rampogna: - Non ricomincia, o mio Gualdo? - E, sì chiedendo, additava la bimba.
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