;

La Colonia felice: utopia lirica (terza edizione)

Autore: Dossi, Carlo - Editore: Luigi Perelli Editore - Anno: 1879 - Categoria: letteratura

Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento


5

E in un commosso silenzio, la mano di lei nella sua, ei rimaneva accanto alla Nera. I suòi occhi, lùcidi più che mai, volgèvansi, ora alla mamma, ora alla bimba, sulla quale indugiando, sembrava che ne assorbìssero la innocenza e si facèssero, nella gentilezza di lei, viepiù carezzèvoli e miti, quasi tementi incresparle, pur con un rùvido sguardo, il piano specchio del sonno. Ma la fragilità della bimba risovveniva la dura vita che la attendeva, ma la inermezza sua, la folla delle nemiche armi, e Gualdo era stretto da un'inesprimìbile angoscia. Gualdo, la prima volta in sua vita, si sentiva codardo e non arrossiva, e ricordava il futuro e bramava una casa ... E l'èstasi sua, a poco a poco mutàndosi in sonno, e i suòi pensieri fondèndosi in sogni, ecco innalzàrsegli nella fantasìa, la casa tanto desiderata - una casetta gentile, di cui, glìcini e rose le pareti, rondinelle e colombi l'aggrondatura dei tetti, credèvano fatte per loro. Intorno intorno, un giardino, allegra tavolozza di fiori, dove ogni cespuglio parèa una pispigliante nidiata, dove l'auretta, una carezza profumata di viole. Gualdo vi lavorava cantando: Tecla sedèa alla porta del casolare, e la bimba, appesa al suo collo, suggèa da lei latte e amore. Ma, repente, il cielo sereno ingrigia di nubi. Tutto ammutisce. Ingròssano i fiori in arbusti, poi in piante e piantoni, spargenti ombra e paura e giganteschi assurgenti a nùvoli bui, che minàcciano in giù ... E, un rombo. Sono i nemici, i nemici che accòrrono. Fosforescenti cadavèriche faccie appàjono e spàjon fra i tronchi: canne di schioppo spùntano lucidìssime in mezzo alle macchie. Gualdo, come una belva cacciata, fugge, stringèndosi al seno la bimba ... Cresce il trepicchio, il corricorri degli inseguenti ... I nemici gli tengono dietro, gli vèngono incontro. Gualdo è spossato. Riunisce ogni spirto in un violentìssimo sforzo, e ... si desta. E udì il risuono di un gèmito. Freddo madore gli pullulava sul fronte. Si guardò attorno. Bruciava silenziosamente la teda, ripercotendo sulle fuliginose pareti il suo visìbile eco. Guardò la Nera e la bimba. Dormìvano placidamente. Tecla parèa languire in una mitìssima voluttà. Nel volto le stava effuso il contento; e le labbra di lei, quelle labbra rinfocolatrici di astii e aizzatrici a vendette, mormoràvano: pace - Gualdo si tirò in pie'. Non più indecisioni. Biancheggiàvano i cieli. Bevette una sorsata di branda, s'insaccocciò qualche pezzo di carne arrostita, prese il fucile, e barattate alcune parole con Mario, che vigilava alla salvezza del fuoco e alla loro, rincamminossi per le orme segnate il dì prima. Perocchè Gualdo avèa risolto di aquistarsi una casa. Ma casa non vi ha senza pace ed egli avèa fisso di aquistarsi la pace. Or, come arrivare alla presenza di Aronne? e come, arrivando, riuscire al suo cuore impreparato dalla sventura? ... che offrirgli? che dimandargli? ... Gualdo, in certo qual modo, gli avrebbe dovuto chièder perdono. Pensiero tale gli sommoveva il limaccioso fondo dell'ànimo, eccitàndovi a galla un orgoglio luciferino, e allora capiva, che la più ardua parte di quella impresa, non era tanto di vìncere Aronne quanto sè, e sostava in pendìo di ritornare nella miseria e nella disperazione. Senonchè, tosto, la imàgine della sua bimba innocente, la cui sola difesa era la pietà degli altri, s'impadroniva di lui, lo forzava a riguadagnare con doppia foga la titubata via, inorgoglièndolo perfino del suo sacrificio d'orgoglio. Ed ecco, diradàndosi la pineta, sciorinàrglisi al guardo, da lunge, gli azzurri deserti del mare; da presso, le carbonchiose vestigia delle sue case. E, sulle vestigia, ancor più sinistro di esse, Aronne. Era colùi, che Gualdo cercava, che intensamente volèa: eppure, diede uno scatto come a cosa inattesa. Nè il Letterato parve meno sgomento. Tuttavìa, a ripigliarsi, fu il primo. Appuntò ratto il fucile verso il Beccajo e fe' fuoco ... Ma errò. Egli si vide perduto, lasciò cadere il fucile e si volse, cercando la fuga. - Ferma! - vociò terribilmente il Beccajo - ferma! o ti raggiunge la morte. - S'arrestò il Letterato di botto, e gittossi a ginocchi, implorando pietà. Smarrita la lingua, favellava coi gesti. - Io non venni - Gualdo rispose, che a lui si appressava e mitigava la voce - per voler la tua vita; sibbene la mia. Non temere! - aggiunse, scorgendo che quèi non finiva di stralunare gli occhi e di tòrcer gemendo le sùpplici palme. - Non temere! - iterò con un buffo, tosto represso, di bile, offeso dall'ostinata viltà di colùi. - Guarda! - e depose lo schioppo - Son disarmato. Piglia bene la mira. Puòi ammazzarmi con tutto tuo còmodo. - A tali parole, Aronne, che già gli sbirciava, fra la speranza e il sospetto, fuggèvoli occhiate, portò machinalmente la mano ad una delle pistole che gli pendèvano dalla cintura, ma si rattenne. Lento si alzò e stette, in presenza di Gualdo, muto dalla sorpresa. Il Beccajo continuò: - Io venni per domandare ... pace ... perdono. Ben sai; avèo giurato di miètermi il pane sulla tua testa, di averti quì sotto - e battè forte il calcagno. - Tu mi avevi oltraggiato, mortalmente oltraggiato. Se un topo, un mìsero topo, al pie' che lo preme, si rivolta e morde, dovrà, un uomo, lasciarsi impunemente schiacciare? ... Ma la Fortuna non mi seguì, ma una orrìbile vita, in cui la pena seminava altra pena, mi apprese, che folle è combàttere contro chi tiene dalla sua ... il cielo! - e lì, sbassàndosi Gualdo e riunendo una manata di carboni e di cènere - Ecco le case mie! - sclamò in un tuon di dolore che ottenebràvasi in rabbia; e ai venti le sparse. - Ed ecco le tue! - gemette, e additò la pianura. Ma il dito gli rimase a mezz'aria. Le floridìssime case del giorno prima, che la verzura abbigliava e donde uscìa il fumo in pacìfiche spire, èrano mezzo franate: campi ed ortaglie serbàvano i segni della gràndine umana. - Or vedi se il cielo combatteva per noi! - subentrò il Letterato con un profondo sospiro. - Vedi se noi risparmiò la contagiosa Sventura! - E, in poche e desolate espressioni, si fe' a raccontare, come uno stizzo delle case inimiche avesse appiccato l'incendio alle sue; come cioè, partendo il bottino di Gualdo fosse, sul luogo medèsimo, sorta una nuova divisione degli ànimi, anello primo a una nuova ilìade di guài. - Molti sono i caduti - disse - che non si mòssero più. Jeri la vittoria fu nostra ... Gabiòla intoppò nel suo laccio ... Pur tu vedi a qual prezzo! ... Ah Gualdo! il male dell'uno non sarà mai il bene dell'altro ... Gualdo! ... la guerra è comune rovina. - Il Beccajo afferrò ambedùe le mani del Letterato, e gliele serrando con ansia: - E tu vuòi dunque continuarla? - Per forza. La sicurezza nostra stà solo nel loro totale sterminio. Troppo son vinti i nemici, per sperare una pace ... quindi per domandarla. - E tu domàndala loro - fe' Gualdo. Aronne maravigliò. Egli, i cui tòrbidi occhi schivàvano sempre gli altrùi, fisò stavolta in pieno il Beccajo. - Io? ... che ho vinto? - ribattè a mezza voce, ma insieme dovette abbassare lo sguardo, punto da un interno rimpròvero. - Non te l'ho chiesta, io, a tè? ... io, il più forte? - insistè Gualdo. Oppòsegli Aronne: - Allèati meco. - Con tè, sì; contro di loro, no. Ti voglio èssere amico, non còmplice. - Continuava la silente sorpresa di Aronne. Quantunque la persuasione gli permeasse già in cuore, le labbra di lui riluttàvano di confessarla. E, infatti, gli ànimi non generosi stìmano vile piegarsi alla ragione degli altri, senza pensare che la verità è una sola, vèngaci essa da qualsisìa paese, e che chi cede a questa ragione non sua, cede infine a se stesso, di cui si è già fatta. Senonchè, gli sguardi incalzanti di Gualdo non gli lasciàvano tregua, gli penetràvano nella pupilla, invano difesa dalla palpèbra, lo raggiungèvano nella coscienza, difesa invano dal pregiudizio; tanto che Aronne fu astretto a rialzare la testa e a dire: - Ebbene ... sia! ... Pace con tutti. - Gualdo balzò dalla gioja: - Giuriàmolo - esclamò: Distese l'altro la mano, incominciando: giuro ... Ma Gualdo gliela rattenne, facendo: aspetta. - Tolse di terra un fumaccio, segnò con esso un crocione su di una pietra, e: giuriàmolo quì - disse, scoprèndosi il capo. Giuràrono. - Era la prima volta, che Gualdo si ricordasse di un Dio, per non bestemmiarlo; era la prima, che Aronne non l'invocasse per meglio ingannare.

La Colonia felice: utopia lirica