La Colonia felice: utopia lirica (terza edizione)
Autore: Dossi, Carlo - Editore: Luigi Perelli Editore - Anno: 1879 - Categoria: letteratura
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Era il Beccajo rimasto come folgoreggiato: era caduto il fucile di lui, e, cadendo, esplodeva. Gli altri, Làzaro il Guercio e Sergio il Ranza, avèano ululato due esecrazioni in tuon di spavento, e lo stesso Nebbioso si asciugava col dorso della mano il gèlido orrore che trasudàvagli in fronte. Ed ecco, due femminili forme venire correndo verso di loro, svolazzanti le gonne, seguìte da un grosso cane al galoppo. Era Tecla, la prima. - Gualdo - ella fece con voce affollata e ansante, mentre smaniosa agitava una pistola - per oggi, siam vinti. Stanno i nemici dov'èrano le case nostre. Tutto distrutto ... L'Allegra, scannata ... Fuggiamo! ... salviàmoci alla vittoria - L'altra, che tenèvale dietro a non breve distanza, raggiungèndola in quella, parve inciampare, e cadde sbattendo i denti. - Cecilia ha paura! - disse la Nera con sdegno. - E tu? ... che hai tu? ... - chiese Gualdo accennando alla destra di lei, rigata di rosso. - Nulla! - rispose - un bacio di piombo. E lei stessa aprì arditamente la marcia. Fu raccolta di terra la tramortita, fu scagliata ai nemici un'ùltima imprecazione; poi, tutti inselvàrono - duce il Nebbioso, cui non avèa taciuto la selva segreto alcuno. --- Ed è negli amplessi delle inviolate foreste - muta rampogna all'uomo del suo perduto rigoglio e della perduta innocenza - e tra il fragore dei diroccianti spumanti torrenti, e gli echi delle sinuose opache convalli e gli aerei picchi dove l'àquila stride e i precipizi vertiginosi e le audaci rupi pendenti in eterna minaccia, che Gualdo e la banda di lui tràssero e la vita e il rancore per due lunghìssimi mesi, sempre accoccato il grilletto e il cuore in allarme. Era, abitazione loro, una tufosa caverna; era, lor nutrimento, la selvaggina, abbondantìssima e fàcile. Chè le belve, in quell'ìsola, non conoscèvano ancora qual'altra belva l'uom fosse: la lepre, scampando il lupo, salvàvasi al cacciatore; gli uccelli pigliàvano le mortìfere canne, spianate contro di loro, per de' ballatòi. Un dì, Gualdo era uscito alla caccia. Era solo. Quel dì, il paesaggio parèa addobbato a festa; non fronda che non gorgheggiasse, non foglia che non rifrangesse come scaglia di specchio, il suo dardo di sole. Ma invano su Gualdo fluiva a torrenti la gioconda luce; invano la tìmida àura aliàvagli in volto i suoi baci piumosi. L'ànimo del malvagio è impervio all'alfabeto di Dio: l'ànimo del Beccajo era fitto, stipato, di maledizioni tali da scolorirne, avesse egli avuto il genio della espressione, le bibliche e le shakspeariane. E, cammina e cammina, sempre in discesa per dirotti scaglioni, venne a trovarsi il Beccajo, fra luoghi che non gli riuscìvano nuovi, dove gli abeti serbàvano ancora le ferite della bipenne e il terreno le vestigia del piede. Poco dipòi, diventava la selva meno frequente di travi e cessava: cessava a un tondeggiante rialto, sul quale, quasi funereo lenzuolo, era stesa una gran traccia di nero, sparsa di calcinacci fuliginosi e di scheggie carbonizzate. Il Beccajo die' un gèmito cupo, e si addentò il pugno, insultando all'inarrivàbile Dio. Tutto avèa egli perduto; i nemici nulla. Se ne scorgèvano, laggiù nella piana, le odiate case, ancora salde, ancora impunite ... Ma e che! ... peggio loro che lui! Ei non avèa da pèrder più nulla: essi, tutto. E respirando l'eccidio e bestemmiando orridezze, il Beccajo si rimboscò. E già la notte e il silenzio si riadagiàvano nella fossa terrestre. Pura brillava la luna, e il paesaggio, co' suòi biancheggiamenti e le ombrìe, rendèa aspetto di un viso smortìssimo dai lividi calamài. Dinanzi all'antro, presso una quercia che per sè sola era un bosco, sedèano i tre compagni di Gualdo, alimentando la fame di un queto fuoco. Sibilò un fischio; un altro fischio rispose; e Gualdo si aggiunse ai compagni. Appariva, intanto, alle fauci della caverna la ritondella e fulva Cecilia, sulla quale tremoleggiante si rifletteva la fiamma. E Cecilia, fatto segno al Beccajo di venire a lei, zitta, lo precedeva al didentro, susurràndogli: guarda ... - Colà giacèa la Nera. Benchè illuminata da un resinoso chiarore, parèa che sulla faccia di lei fosse appena nevato. Non più, ne' suòi tratti, quella fera inquietezza, quella rapina di brame, di stìmoli e affanni, che nè il sonno domava; sibbene, una calma perfetta, la calma della soddisfazione. E, vicinìssimo a lei, anzi in lei, fra il seno pomoso, alitante, e il flùido braccio, posava un nuovo pìccolo èssere, tutto una polpa, con le cicciose manine ai labbruzzi, bagnati di latte. Gualdo riste' sussultando. Lo invase un rimescolìo, che di senso si fe' sentimento, un sentimento a lui sconosciuto, che parèa rispetto e parèa timore e parèa rimorso. Nè osava pur di fiatare. Più non sentiva che il bàttere forte delle sue arterie. Lentamente il sopore si elevava da Tecla come un mollìssimo velo. Tecla alzò le palpèbre, riposò piani gli occhi su Gualdo e gli arrise. Lo sguardo di lei sarèbbesi detto indrizzato. Vi si leggèa un'infinita letizia, un orgoglio male dissimulato, ma quell'orgoglio che non ti offende, perocchè, in parte, è tuo. E poi lo sguardo volgèa al bambino, e lo tornava, esuberante di affetto, su Gualdo, mentre un fièvole suono, aleggiando dalla bocca di lei, dicèa: è nostro. - Nostro! - ripetè involontariamente Gualdo, e un'ansia di gioja lo strinse. Egli, il violatore delle leggi degli uòmini, non poteva a quelle sottrarsi della universale Natura. Dio, il semplicìssimo fra tutte le cose, entràvagli in cuore per vie inattese; quanto trent'anni di Forza non avèan potuto, facèa in un àttimo Amore. E Gualdo si lasciò cadere, o piuttosto, trovossi a ginocchi presso della giacente, e lievissimamente toccò con le sue le pàllide labbra di lei, dove il bacio di Tecla era già corso ad attènderlo ... Fu il primo bacio tra le ànime loro.
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