La Colonia felice: utopia lirica (terza edizione)
Autore: Dossi, Carlo - Editore: Luigi Perelli Editore - Anno: 1879 - Categoria: letteratura
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Ma il Letterato, con l'esangue paura nel volto e le labbra convulse: alto! - disse - non rivolgiamo contro noi quelle armi, che dèvon servire per noi. Ciascuno a suo senno. Chi non vuol stare con mè, chi non mi vuole per capo ... peggio per lui! si pigli ciò che gli tocca, e ... vada. Ampia è la terra. - Non mormorìi, non applàusi. Ma Aronne avèa dato una voce al sentimento comune, sempre in cerca di forma, e però tutti tacitamente, approvando a sè stessi, approvàvano a lui. Il tenue suo sagrificio di amore proprio, che gli era, del resto, pagato in tanto favore, salvava il loro; nè la prudenza avrebbe saputo far meglio di quanto, ora, facèa la vigliaccherìa. Tutto al bene fluisce: dove non può la virtù, giova il vizio. E, allora, ebbe luogo la spartizione seconda del greggie e della vettovaglia, e l'ebbe in un silenzio di umiliazione, non essèndoci alcuno tanto birbante da disconòscere il torto, benchè nessuno ci fosse così galantuomo da confessarlo. E poi, il Beccajo e la fazione di lui- sette uòmini in tutto e trè donne - con le lor robe e il bestiame, tràssero ad accamparsi fra le prime avvisaglie della montagna; nè molto stette, che fùrono visti a gialleggiare sull'azzurro del cielo nuovi tetti di creta, mentre, dall'una parte e dall'altra, si consumàvan le nozze colla vèrgine terra e le si affidava il seme del pane. Ma quella pace era infida come un sorriso di donna. In quella pace si agglomerava la guerra. Forse, que' ferocìssimi non l'avrèbber potuta sopportare altrimenti. Chè, se il lor piede si tratteneva, puranche, sovra i terreni che mano mano lor guadagnava il lavoro, scorrèa l'àvido sguardo e ristava in que' de' nemici. Marra e bipenne non èrano che armi dissimulate. E, intorno alle case, vedèvansi fossi e rifossi non aperti alle aque, e nelle pareti, fori non aperti ai colombi. E, ogniqualvolta il fuoco assonnato si ridestava a lambire la pacìfica pèntola, nuovo piombo arrotondàvasi in palle - palle devote a cuori, non di lepre o di lupo. --- In questa calma da temporale, si trascinàrono cinque mesi. Già si attendeva la messe dai campi, e Gualdo attendèvala anche dal grembo di Tecla, ma d'ambe le parti, più che la messe, era atteso un pretesto allo sfogo degli odii - quel tale pretesto, che foggia la stoffa del torto nel taglio della ragione. Or pensate se ad una voglia sì fissa ne poteva mancare! Un dì, Cecilia la Fulva e Clementina l'Allegra, della banda di Gualdo, cui era commesso di pascolare la mandra, tornàrono, quasi fuggenti, prima dell'ora, alle case, narrando come una capra, passata nelle colture degli inimici e sopragiunta da questi, fosse stata lor tolta ... Fu, sull'istante, spedita una ambascerìa. Ma l'inviato non tardò a riapparire, dicendo che gli si era sghignazzato sul muso e risposto: se la vi preme, venite a pigliarla. - Gualdo traballò d'ira. L'ira gli si pingèa morella nel volto e gli strangolava la voce. E la Nera, fiammeggiante negli occhi e additando ingiuriosa alle case di Aronne, gridò: noi verremo! - --- Notte. Il cielo è una sola nube. Non un sospiro d'àura, non un grido d'augello. Eppure tale profonda immobilità par sempre in sul punto di dar la scappata e cangiarsi in un vorticosìssimo moto, pare che selve, monti, cielo - viepiù incombenti, viepiù soffocanti - dèbbano a un tratto inabissare con noi nel vacuo infinito. È il terrìbil sublime, è l'orror pànico. Nulla più spaventoso di una sìmile notte, fuorchè una coscienza colpevole. Senza vento, il mare è grosso, è inquieto, è nero come l'inchiostro. Nel lamentoso suo ruotolarsi alla spiaggia, senti come echeggiare fioca la voce delle mirìadi delle sue vìttime. Zitto, dinanzi alle case di Gualdo, su di un mammoso rialto, stà un gruppo di gente appoggiata ai fucili. È alle case di Aronne che guarda. E laggiù, ecco un lume apparire e sparire - una - due - trè volte. Tutto va bene. Dice quel lume, che Nicola il Dragone riuscì nell'impresa. Novello Zopiro, il Dragone, sfregiàtosi il volto, ha disertato ai nemici, ed ora, sulle porte di quelli, immersi nella fiducia e nel sonno, veglia a tradirli. E i còmplici suòi discèndon dal tùmolo, poi, sparpagliati, procèdono per la pianura, col fucile in bilancia, tendendo il passo pien di sospetto e lo sguardo, ghiotto di strage, alla volta del lume. E, come nubi sàture di bufera, èccoli riaddensarsi sotto il nemico steccato. Un filo di luce guizzò ... Orrore! ... Il Dragone avèa tenuto parola; il Dragone era ben là ad attènderli, ma lìvido e lungo, ma appeso ad un ramo, che si piegava all'insòlito frutto. E, tosto ... un barbaglio e un fragore. Due della banda di Gualdo, barcòllano, e, rantolando, stramàzzano. Il colpo è fallito: bisogna fuggire. E fùggono, abbandonando i caduti, fùggono verso le loro trincèe, già imaginando nel trèpido orecchio il pestìo degli inseguenti, già sentèndone l'ombra sul dorso gelato. Ma, purtroppo! i nemici non sono loro alle spalle. A un tratto, dalle case di Gualdo, colpi di schioppo, strilli di donna, e l'uggiolìo di un cane. Una colonna di fumo vi si alza, e in mezzo al fumo, una fiara. I nemici son là: l'incendio è con essi. Nereggia l'ossatura dei tetti su 'n vìvido rosso; indi, uno schianto. Le pòlveri sono scoppiate. Impòrpora il cielo, solcato da incandescenti carboni; è un istante; poi, tutto riabbuja. E, oh quante riabbùjano insieme, fatiche e speranze!
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