La Colonia felice: utopia lirica (terza edizione)
Autore: Dossi, Carlo - Editore: Luigi Perelli Editore - Anno: 1879 - Categoria: letteratura
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Finchè le scialuppe non giùnsero al bastimento, finchè il bastimento non le raccolse e confuse nella sua mole, stèttero i relegati, silenziosi ed immoti, accompagnàndole con gli occhi intensi di sguardo. Quantunque, corrotti il palato dal pimento dei vizi, male potèssero assaporare la tenuità di un affetto gentile; quantunque la Patria fosse lor stata avversa, e il suo nome non sovvenisse che òpere bieche, che odii, che umiliazioni, tanto più acute quanto più meritate, tuttavìa, la maggior parte di essi non poteva sottrarsi a un languore di melancòlica insoddisfazione, a una amaritùdine indefinita, vedèndosela allontanare. Ora, in quella nave, in que' palischermi, non iscorgèvan più il mezzo che li avèa tratti alla pena, ma i figli di quelle selve, che avèano forse addensato su di essi e i loro delitti una fedele ombra; nè più scorgèvano nelle vacue catene che rivarcàvano il mare a nuovi polsi, i servi incorruttìbili dell'altrùi volontà, i freni alla pigiata lor rabbia, ma i mùscoli delle patrie montagne, che già li donàvano di armi alla esistenza, alla difesa, all'offesa; nè più, in quelli uòmini stessi, che avèano dimenticato di èssere loro fratelli per fàrsene giùdici ed aguzzini, scorgèvano i fabbri delle armille ingegnose di cui portàvano ancora le lividure, o i pensatori, Falàridi per filantropìa, di quelle càrceri mute di cui serbàvano in fronte le tetre allucinazioni, sibbene, la semovente parte di gleba, che ricopriva le ossa di genitori comuni, narrando loro le glorie e le onte di un'ùnica storia; della sentenza perfino che li dannava a irremeàbile bando, non rammentàvano, ora, che il carìssimo idioma. E, inoltre, si sentìvano il piede malfermo su di un terreno, al quale non li legava connubio nessuno di are e di tombe, in mezzo di una natura di cui ignoràvan la lingua, dove il sole medèsimo parèa splendesse in modo strano; sentìvansi da quelle leggi improtetti, che, pur ingiuriando, usavano sempre invocare, tra gente cui non potèvano finger bontà o pretènderne, obbligati a ricominciare la vita, essi della già corsa astiosi. E l'agonia del giorno nutriva la lor cocente rancura. Tacèvano e impallidìvano. Quand'ecco, si udì lo stampo di un piede, e una tìnnula voce di donna echeggiò: vili! - Una giòvane snella, dal profilo tagliente e dalla chioma nerìssima, svolazzante, s'era piantata spavalda su di una cassa, e lampeggiando fùlmini neri da' suòi occhi aquilini, squillava: vili! uòmini inutilmente maschi! ... volete a marito noi donne? - Brava! - rispose una voce secca al pari di nàcchere. E veniva da un magro e lungo di uno, dal ghigno nudo di peli e giallastro, e dagli occhi - due fili di luce - che apparìvano e scomparìvano a tratti, quasi tementi di èssere scorti, benchè riparati dall'ombra di una berretta a visiera e dalle palpèbre socchiuse. Il quale, facèndosi innanzi: gente! che si stà quì a dire il rosario? ... Date ascolto alla Nera. Su! ... viviamo per vendicarci! ... La forma del cappello c'è ancora: nulla dunque è perduto. Han bel fuggire i nemici, - han bel gittarsi migliaja di leghe alle spalle, i codardi! ... Il mare è di tutti. Là ci sono foreste ... - Evviva il Letterato! - fu il grido. - E quì braccia! - urlò un uomo, alto-squassando un pugno massiccio, di quelli, che, se tòccano irati, ammàzzano; un uomo, il quale, a pie' della cassa che sosteneva la Nera, nel sobbracciare a questa, insieme alle gonne, i garretti, e volgendo un rùvido viso all'insù, barbuto e cigliuto in castagno, cercava con gli azzurri suòi sguardi gli ebanini di lei. E allor la druda, ratto sbassàndosi, e serràndogli, in un entusiasmo selvaggio, con ambo le mani, il capo dal mozzo crine, v'impresse un bacio schioccante, dicendo: Gualdo assassino! - Evviva il Beccajo! - si applaudì nuovamente. L'incanto era rotto. Da ogni parte, grida che volèvano èsser parole, parole che volèvano èsser idèe: idèe e parole, che accumulàtesi da mesi e mesi in quelli angusti cervelli, irrompèvano ora alle labbra, vi si stipàvano per sprigionarsi, pugnando a chi primo, e a vicenda impedèndosi. E parlàvano tutti a una volta. Parèa che il tempo stesse lor per fallire. Èrano laidità; èrano orrende bestemmie. E intanto si sconficcàvan le casse della carne salata e del pane, e due, ondeggiando, barellàvano in mezzo un botticello pesante, sul quale era scritto: branda. Un lùrido vecchio, plumbeo di faccia e incalottato di nero, con la barba biancastra e le fosse degli occhi che sembràvan castoni vuoti di gemma, lo fiancheggiava additando, e cavernoso facèa: largo! chè il Dio si avanza ... Si avanza il Tocca-e-sana, il Cacciaffanni, il Sole che non tramonta mai! ... Largo all'aqua che toglie ogni macchia, all'aqua di vita - Scoppiò un altro grido: viva il Raccagna! - E lì - a sganasciare e a cioncare. Abbuja. Due ore dopo, leggero il barile, greve la pancia. Dal cibo, la bestialità avèa riavuto il consueto dominio. Una colonna di fuoco, accesa in un monte di stipa e di assi dalla stessa sentenza del filosòfico prìncipe, slanciàvasi altìssima, lingueggiante e scoppiettante, e illuminava di un chiarore rossastro ampio tratto di mare. Fuggirono spaventati i giovenchi, fuggirono gli agnelli. Ombre ballonzolanti le si vedèvano in giro; una ridda, un tumulto di fèmmine e maschi, nelle cui vene avvampava il furiale liquore, confusi in amplessi ribaldi, urlando, strillando. Di onesto, uno solo - un mastino. Ma, tutto intorno - quale tàcita accusa - pendèa la calma sublime della Natura. Le stelle si ammiccàvan l'un l'altra amorosamente nel più profondo turchino e la luna pioveva la sua luce di perla sul lungo- sospirante tranquillìssimo mare. E nel mare, la nave - mole negra e silente.
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