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Giacomo l'idealista

Autore: De Marchi, Emilio - Editore: - Anno: 1897 - Categoria: letteratura

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DI MAGGIO IL NONO - L'ANNO DIECI SETTE VIDERO QUI MARIA ANIME ELETTE dice una vecchia pietra del mille e seicento al luogo ove ora sorge il Santuario della Madonna del Bosco; e dice ancora come, quasi a conferma dell'apparizione, un castano lí presso che, essendo di maggio, non aveva cominciato se non da poco a metter le foglie, comparve ad un tratto ricco dei suoi frutti. E quasi se ciò non bastasse, si vuole che in questo bosco un fanciulletto, figlio di poveri pastori, venisse azzannato da un lupo; ma la Madonna, invocata con fede dalla mamma del piccino, ottenne che la mala bestia deponesse sull'erba il fanciullo senza fargli alcun male. Non dice se il lupo si facesse frate; ma il caso meraviglioso fu poi figurato in rilievo in mezzo a una gloria di angeli inverniciati, in una cripta sotto l'altare, presso uno zampillo d'acqua freschissima, che fa bene anche a chi non ci crede. Dalla cripta per una doppia gradinata scende la scala santa nell'ombra del bosco, per la quale continuo è l'andare e il venire dei devoti, che lasciano ad ogni scalino un po' del peso della loro vita. Dalle terrazze del tempio la vista si apre sulla valle, fino alle ultime case del territorio di Lecco, che biancheggiano sul monte, come lenzuoli messi al sole ad asciugare; ma, piú che la vista lontana, piace l'ombra vicina, piace nelle ore calde e poco frequentate il silenzio mistico del bosco e del sagrato, dove svolazzano le bianche colombe del Rettore che vanno a bere alla fontana della Madonna, e svolazzano i pensieri di chi fugge al rumore delle cose. Giacomo, che era nato e cresciuto quasi all'ombra del santuario, stava descrivendone la segreta poesia, quando la brigata s'imbatté nell'illustrissima famiglia Magnenzio, che scendeva alla Messa dal sentiero del Ronchetto. La villa co' suoi due piani spaziosi, e colle sue sessanta finestre di stile romano, dominava nel mezzo d'un giardino accomodato come una pittura, dall'alto d'un ampio terrazzo, a cui si accedeva per un doppio ordine di scalinate fiancheggiate da massicci vasi di terra cotta. Nella piena luce di quella bella mattina di settembre, col sole d'oro che si specchiava nelle lucide vetriate delle finestre e delle serre, coi viali umidi che mandavano il buon odore della terra misto ai mille profumi confusi che uscivano dagli sterrati messi a fiori e dalle serre, giardino e palazzo, colla bandiera bianca e azzurra, svolazzante sulla torretta, facevano pensare piú agli incantesimi di Armida che non alla sobrietà morale di una famiglia di clericali, che vi coltivassero i doveri del decalogo e i precetti della Santa Madre Chiesa. Alla vista del conte, Mauro Lanzavecchia si levò il cappello e, agitandolo come una ventola, esclamò colla sua voce di maresciallo: - Che bella Madonna di settembre eh! sor conte . Il conte Lorenzo Berengario Magnenzio di Villalta, quasi a dispetto de' suoi nomi sonori e dei due draghi spiritati che si azzuffano da ottocento anni nell'antico stemma della famiglia, era un ometto di bassa statura, già sulla sessantina, dall'andatura lenta e addolorata,come se camminasse sempre coi piedi nudi sui ricci delle castagne; ma era pure un gran buon uomo, rispettoso anche dei deboli, pauroso dell'ombra sua, dotto come una libreria, e non privo di quell'arguzia un po' grassoccia, che piaceva ai novellieri del buon tempo antico, tra cui messer Giovanni è il capo dei ladri. Purista appassionato, archeologo non da buttar via, piú che a far libri, com'è la smania nuova si divertiva a leggerli, a patto che fossero libri scritti colle mani e non coi piedi. Siccome però intorno a quel che sia lo scrivere bene come. intorno a quel che sia il buon governo, ognuno ha diritto di avere un'opinione sua, cosí il conte trovava che dal Monti in poi nella poesia, e dal Giordani in poi nella prosa, in Italia non si era piú scritto un libro tollerabile. Il Monti, il Giordani, un poco di Botta e bott lí , soleva dire. Dopo di questi, per colpa specialmente di quel bon omo del Manzoni, lo scrivere non è piú un'arte, ma un mestiere che si fa in maniche di camicia. Non contenti di aver scassinata la vecchia sintassi, giornalisti, pubblicisti, romanzieri e perfino professori di università lavorano ora a tutto spiano a scassinare l'ortografia, introducendo anche nella grammatica quella smania di novità e di distruzione che entra dappertutto. Come si sente, c'era un tantino di pedante; ma nella penuria desolante dei signori che studiano, don Lorenzo si poteva dire uomo raro, originale, un prezioso avanzo d'altri tempi e di altri gusti meritevole d'essere conservato nella bambagia. La contessa, maritata giovanissima a quest'arca di scienza, più che all'alba della seconda età, si poteva considerare arrivata allo splendido tramonto della prima. Alta della persona, quasi maestosa, con capigliatura ricca di un biondo vivo, che spiccava sulla carnagione d'una pallidezza sana e fiorente, temperava quel che vi poteva essere di troppo forte nell'indole, colla dolcezza d'uno sguardo aperto a una gran luce, colla modulazione d'una voce media, di signorile morbidezza, colla grazia di un sorriso sempre pronto e cortese, che metteva in vista dei denti bellissimi. La sua condotta onesta e diritta, di una perfetta trasparenza morale, la sua religiosità alquanto austera le aveva acquistato la riverenza non solo dei suoi dipendenti, ma il rispetto, piú difficile a ottenere, de' suoi pari, di cui non esitava a urtare colle parole e coll'esempio le facili transigenze, le opinioni accomodanti, i comodi pregiudizi, le volgari abitudini. "Cristina è una vita parlante" soleva dire suo zio, monsignor di San Zeno, parlando di lei. Credente fervida e sincera, non immiseriva la sua fede in piccoli pensieri; ma aveva un'opinione cosí alta dei doveri a cui Dio destina la nobiltà, che ai leggeroni di professione la sua morale non tornava sempre simpatica e di facile digestione. Ma chi poteva avvicinarla nell'intimità sentiva in lei l'energia d'una volontà che genera altre buone volontà, come la forza del fiume che dove passa genera lavoro e ricchezza, e sopportava non mal volentieri un'autorità benevola e signorile, che è una cosa ben diversa dell'autoritarismo delle anime volgarmente aristocratiche. Costretta a essere forte anche per conto degli altri, la sua virtú intelligente s'era andata via via concentrando, non senza forse irrigidirsi alquanto, per necessità di resistenza, nell'amore e nell'educazione dei figli, nelle opere di carità e in quelle istituzioni, in parte di propaganda, in parte di reazione, che sono la sostanza piú vitale del programma del partito conservatore. - È peccato che il figliuolo non somigli né a suo padre, né a sua madre - prese a dirmi la mamma di Giacomo, colla quale ero rimasto in disparte, mentre i Lanzavecchia presentavano il loro rispetto al conte e alla contessa. - C'è anche un figlio? - Sí, don Giacinto, una spina nell'occhio di questa signora cosí buona. - Che cosa fa questo don Giacinto? - Fa il bel giovine e l'ufficiale. Il ragioniere Riboni non arriva a tempo a pagargli i debiti. - Come state zia? - disse una voce dietro di noi. - Oh sei tu? beato chi ti vede. Siam proprio diventate forestiere del tutto, figliuola. - Ho molto a fare, zia. - Questa è una mezza mia figliuola - disse la signora Santina volgendosi a me. - Giacomo le avrà parlato di Celestina. - E come! - esclamai, aprendo tanto d'occhi su quella famosa bellezza a cui l'amico aveva consacrato un altare perpetuo. Vidi una giovinotta sui vent'anni vestita come una cameriera, con due bellissimi occhi neri e grandi, col viso ovale e colorito delle belle ragazze brianzuole, che spiccava nell'amabile contorno d'una bianca cuffietta di rensa, foggiata alla bretone.Vicino alla pallida bellezza preraffaellita della contessa Enrichetta, questa solida ragazzona del popolo faceva pensare a una bella santa del Rubens. Quel che vi poteva essere di meno classico nella sua floridezza di forme compariva come ingentilito dal vestitino lindo e chiaro e dallo studio della contessa, che sapeva estendere intorno a sé un'atmosfera di saviezza e di composta eleganza. Mi parve di scorgere che la fanciulla nel raffigurar Giacomo, che stava parlando col conte, si facesse a un tratto smorta smorta e trasalisse come spaventata. La contessa se ne avvide subito, tornò verso di lei, si fece dare i libri di preghiera che essa aveva recato con sé, e susurrandole in fretta un comando, a cui la ragazza non osò opporsi la rimandò a casa. Tutto questo in un baleno, tanto che Giacomo, che il conte aveva chiamato giudice in una questione d'ortografia, non ebbe tempo di accorgersene. - Dunque avete visto Giacomo? anche il Rigutini ha sbandito l' j dal suo Vocabolario. D'ora innanzi non piú canteremo alleluja, ma soltanto alleluia. Don Lorenzo, oltre al far sentire colla voce qual sia la differenza tra un j e un semplice i , volle disegnar le due lettere sul suolo colla punta del bastone. - Sicuro, caro Giacomo - continuò il bravo signore, mentre rispondeva con un famigliare segno di mano alle scappellate dei contadini che andavano raccogliendosi sul piazzale del santuario. - che cosa dirà il boja, quando gli avranno applicata questa caudae diminutio - E stringendo gli occhietti fino a farli scomparire del tutto nelle pieghe della pelle, il conte aspettò che Giacomo assaporasse la malizia dell'osservazione, per continuare poi: - E dovremo oltre questo avvertire con un decreto tutti i cani, perché da oggi innanzi cessino d'abbajare come han sempre fatto fin qui. Sarà appena tollerato che abba-i-no, che abba-i-no da non confondersi con abbaino - Ed esagerando con una specie di guaiolo il verso d'una cagnetta, il conte, a cui stillavano già due piccole lagrime dagli occhi, volle far sentire anche al buon popolo quanto di serio vi sia in certe grandi e strombazzate riforme. E concluse: - Diremo anche questo un prodotto del liberalismo moderno? non vi pare piuttosto una minchioneria? Giacomo assentiva con benevola indulgenza: ma il pà, che stava ad ascoltare con rispetto e colla sua aria di fiera protesta, non sapendo resistere alla voglia d'associarsi a un voto di biasimo contro quel mondo birbone, rovinato dai liberaloni, entrò in mezzo per dire: - Sa che cosa farebbe bene all'Italia, sor conte? - Sentiamo, sentiamo, caro Mauro - sollecitò il conte, che amava riferirsi al buon giudizio popolare. - Sei mesi di cessato governo farebbero bene con un po' di bankaraus e qualche forca qua e là, per far presto. - O povero Petrarca, o povero Filicaja! - esclamò ridendo il conte, che vedeva ancora l'Italia (beato lui!) attraverso alle canzoni e ai sonetti dei poeti classici. Ed era lí lí per citare un verso quando il suono della campanella avvertí che la messa stava per uscire. La compagnia si salutò e si divise, seguendo l'onda del popolo che si affollava nell'atrio. La chiesa, non molto vasta, fu presto piena dell'insolito concorso dei devoti, che approfittavano della bella giornata per onorare la Madonna. Molti che non poterono entrare si raccolsero sotto il portico, o andarono a sedere sui muricciuoli del sagrato, fin dove poteva arrivare il borbottamento frettoloso della messa di don Andrea, che aveva dovuto lasciare il "Roccolo" in un momento impagabile. L'aria che da una settimana pareva stagnante, rotta finalmente da un buon temporaletto di montagna, mandava giú per la valle dell'Adda correnti fresche con uno sterminio d'uccelli. Quella mattina si cominciava a vedere finalmente qualche tordo; quindi la messa fu piú spiccia del solito. Io e Giacomo ci mettemmo a sedere sulla gradinata, da dove la vista s'apre sulla valle. E quando nella chiesa ebbero intonate le litanie, cessata la ragione del raccoglimento, dissi, battendogli la spalla: - Mi congratulo col filosofo idealista. Abbiamo fatta la conoscenza di Celestina. - Dove? - Qua presso. La signora ha dovuto rimandarla a casa. - Ebbene? - Ebbene, molto bene. Per un filosofo distratto è forse troppo bella, ma tu la meriti, povero Giacomo. - Aspetta, cavallino, che l'erba cresca - disse con un sospiro. - Non sarà sempre cosí, vedrai. La felicità non si compra a danaro. Da quel che sento, il figlio di questi bravi signori va a comperarsi la rovina co' suoi denari. - È vero. Don Giacinto può essere definito il fallimento di tutte le nostre massime educative. Cresciuto sotto gli occhi di una donna santa e virtuosa, che lo raccomanda a Dio tutti i giorni nelle sue preghiere, il caro giovanotto batte allegramente una brutta strada. Un po' le donne, un po' lo sport, un po' il giuoco, a quest'ora ha già dissipata la dote di venti ragazze da marito. - E come spieghi il fenomeno? - Che vuoi che ti dica? ai ricchi la virtú è piú difficile che a noi. L'ozio, il rispetto umano, lo spirito d'imitazione, le digestioni pesanti . - Questo è del materialismo, caro mio. - Come ci sono i malati di denutrizione, cosí ci sono gli esuberanti e i pletorici. Il conte, immerso ne' suoi libri e nelle sue iscrizioni non ha la forza di volere; e la contessa forse vuol troppo, con troppo rigore e con troppo orgoglio. L'educazione se non è un equilibrio di forze, è una macchina che stritola. Se la povera donna si cruccia, n'ha di che. Essa ha provato varie volte a cambiar aria al ragazzo: l'ha tenuto in collegio presso i gesuiti a Ventimiglia, se l'è tenuto in casa sotto la guida d'un precettore tedesco, suggerito dal cardinale Hohenlohe; ma il giovine, che è già grande e grosso come tre filosofi, dice che mammà lo vuol far morir tisico. Donna Cristina si compiace d'interrogarmi per vedere se nella mia profondità pedagogica so dare un suggerimento: ma che rimedi possiamo suggerire noi, poveri pedagoghi che viviamo di pane e formaggio, a questi giovinotti che possono spendere venticinque lire inuna colazione? Le madri vorrebbero poter edificare la loro casa sui figliuoli, e hanno ragione. Se questo orgoglio è naturale in ogni donna, pensa la contessa! Quando si nominano i Magnenzio di Villalta, e piú ancora quando si parla dei San Zeno, non solo in questi paesi, ma a Cremona, a Milano, a Roma, è come nominare la famiglia di Sant'Ambrogio. Il partito conservatore ha in questi nomi i suoi stemmi piú illustri: in hoc signo vinces Dispiace veramente che un patrimonio cosí prezioso di buone condizioni vada sperperato nelle mani delle ballerine; ma sa piú bene il suo mestiere il diavolo che non tutti i moralisti presi in mazzo. COMINCIANO I GUAI Era mia intenzione di fermarmi alle Fornaci alcuni giorni, durante i quali avrei potuto farmi una idea piú esatta delle condizioni in cui si dibatteva il signor Mauro, che mostrò di aver fiducia ne' miei consigli; se non che un improvviso telegramma da casa mi obbligò a partire la mattina stessa del lunedí. Pregai Giacomo di tenermi informatodell'andamento degli affari e partii, promettendo di ritornare appena egli avesse creduto utile di servirsi dell'opera mia. Non andò molto che l'amico mi scriveva questa lettera, che fu il principio di una lunga via crucis di guai: "Ieri ho avuto una lunga conferenza coll'avvocato Brognolico, e quel che prevedevo pur troppo si verifica, anzi arriva troppo presto. Il mio povero padre è ridotto al punto che dovrà entro l'anno dichiarare il suo fallimento; e siccome l'azienda dei Lanzavecchia è sempre stata condotta coi sistemi primitivi, senza i voluti registri di commercio, cosí l'avvocato mi avverte che c'è pericolo che il fallimento possa essere dichiarato doloso. Non oso domandare quel che la legge riserva in questi casi ai colpevoli; ma sento che intornoa me precipita la mia casa sulla bianca testa de' miei poveri vecchi. Intanto mi domando quel che posso fare. Nulla di piú malinconico d'una grande dottrina incapace. Tutto occupato a edificare delle magnifiche costruzioni ideali, sento che non saprei salvare un mattone da questa grande rovina che ci travolge. Alla mamma non si può più nascondere la verità. I creditori, che assediano di continuo il nostro uscio, s'incaricano essi di farle capire, e non sempre nel modo piú cristiano, quel che mio padre con uno sforzo sovrumano di energia e di dissimulazione ha sempre cercato di nasconderle. La povera donna ora non fa che piangere, e mi domanda con voce spezzata dai singhiozzi, se alla sua età sarà costretta di stendere la mano. Battista, che non sa entrare, (per sua fortuna) in certi dolori e che in questo momento non sente che il bisogno di prender moglie, impreca e minaccia non so che cosa, se non gli lasciano sposare la sua Fiorenza. Egli pretende la sua parte, vuole andarsene a far casa da sé e non capisce che di casa non ce n'è per nessuno. Anche la Lisa, che fu sempre una ragazza di buon senso, non sa rassegnarsi a questa disgrazia, e la sua lingua dice piú di quel che vorrebbe il suo cuore. Angiolino invece, che nella sua semplicità fanciullesca crede d'aver diritto alla sua parte di felicità, mi domanda con una segreta speranza se il fallimento lo salverà dal servizio militare. Il povero vecchio è diventato torbido e intrattabile. Per stordirsi ricorre piú che non sia permesso alla sua tazzetta di vino, va da un avvocato all'altro, minaccia cause e processi e torna spesso la sera come non fu mai visto. La gente, che vorrebbe trovare in lui un uomo ragionevole e accomodante, vedendo ch'egli non si lascia piú cogliere, prima di procedere a misure estreme, vien da me, vuol sentire da me quel che intendo di fare, nel riguardo dei creditori. Chi vanta un credito di mille, chi di cinquecento, chi di cinquanta lire, chi si appoggia a un'ipoteca, chi ha prestato roba, chi esige il pagamento di alcune giornate di lavoro. A me vien sulla punta della lingua di rispondere a tutti questi cari signori: - Io non so nulla, io ho sempre studiata filosofia. - Che mi può suggerire in questi casi Platone? - ma questi bravi signori vorrebbero almeno che io dichiarassi che intendo assumere la mia parte di responsabilità. Nella loro ignoranza nessuno ammette che io possa aver studiato tanto per arrivare a capir nulla; e credono che operi con malizia, per lavarmene le mani e avere un pretesto di rinnegare gli obblighi di mio padre. Un uomo che si dichiara onesto, che ha ricevuto un gran premio, che è nelle grazie di molti signori, dice questa buona gente, non può sottrarsi senza vergogna a certe obbligazioni morali. Un certo mugnaio di Lavello, uomo grosso e naturale, che si vanta di non portar barbazzale per nessuno, l'altro dí, alzando la voce nella mia stanza, e mettendo le sue manacce infarinate nelle mie bozze di stampa, mi diceva: - Se il sor Giacomo trova i denari per stampare le sue chiacchiere, deve trovarli anche per pagare le cambiali di suo padre. La gloria, per sua regola, non la si fabbrica mica alle spalle dei minchioni. - E come se queste verità non bastassero, con un tremendo colpo della sua mano, abituata a sollevare i sacchi della. farina, fece saltare il calamaio sul tavolino e sprizzare macchie d'inchiostro sulle carte e sui muri. "Non credere, Edoardo, che io mi diverta a colorire questi episodi, per un cattivo gusto di far dello spirito sui nostri dolori. Oh, se tu vedessi gli sforzi grotteschi della mia povera disinvoltura e della mia povera dialettica, quando cerco di persuadere il mugnaio, l'oste della Fraschetta, il carrettiere, il capomastro ad aver pazienza, avresti compassione di me! Domani cercherò di rivedere questo avvocato (che avrà anche lui il tornaconto, come un filosofo, ad arruffare cose chiare), e procurerò di entrare nei particolari tecnici e legali, che minacciano di far comparire ladro e intrigante un povero galantuomo che ha sempre lavorato come un martire per amore della sua famiglia. Cercherò anch'io di mettere la mano su quel fascio di carte bollate in cui è scritta una storia e una filosofia troppo vere per essere ideali. Non so quel che farò e quel che saprò fare; ma sento che ormai la mia strada è questa che va tra le cose, e che fu una grande sciocchezza d'aver battuto finora quell'altra delle nuvole. "Non so dove andrò ad attingere la forza necessaria per lottare contro questa tempesta; non certo nei libri, che quasi non posso vedere senza provare uno stringimento di stomaco. Se non fosse che per il novembre devo licenziare questi quattro fogli di stampa, e ritirare quei quattro quattrini del premio, avrei già rinchiuso questi miei rimorsi in una cassa, e confinata la filosofia sul tetto. Dicesti una volta che giova sempre avere una testache pensa. Ma, domando, a che cosa serve il pensare la sua miseria? Che Blitz, il vecchio scettico, abbia ragione quando abbaia?". Era la metà di settembre. Mauro Lanzavecchia tornava sul far della notte, dopo una giornata calda e afosa, dall'aver visto il suo terzo avvocato a Oggiono, colla brutta notizia in corpo che il tribunale di Lecco, sull'istanza dei piú ostinati creditori, aveva fatto dichiarare il fallimento. Questo era il bel risultato di una lunga e accanita battaglia che da due anni a questa parte sosteneva egli solo contro la mala fortuna, contro gli imbroglioni, contro il governo, contro l'agente delle tasse, contro ogni sorta d'angherie e di strazi. Era partito a piedi da Oggiono per il bisogno di rompere in qualche gran sforzo la tremenda irritazione che il brutto avviso aveva prodotto nel suo sangue già avvelenato e guasto. E per darsi forza, e piú ancora per prepararsi un coraggio fittizio che l'aiutasse a portar a casa la sua condanna di morte, s'era fermato lungo la strada alla soglia di parecchie osterie a bere qualche tazzetta del solito scongiurato meridionale, a far delle celie amare cogli osti e cogli avventori contro questa perla di governo d'italiani, che prima ruba ai galantuomini e poi, se non può scannarli, li mette in prigione. Quando giunse in vista del Ronchetto, che dominava col suo palazzone come una macchia biancastra sul fondo oscuro del poggio, si fermò un respiro in mezzo alla strada, si appoggiò colle due mani sul pomo del bastone, fermo coi piedi nella polvere a contare le ore che scoccavano alla Madonna del Bosco. - Sette, otto, nove, nove e mezzo - contò, movendo un dito dopo l'altro come se sonasse il cembalo. A quest'ora a casa sua dormivano già. Che faceva lí nel buio, nel deserto di una strada? Se invece di voltar verso le Fornaci avesse preso il sentiero che scende all'Adda? Or sí or no, a seconda dei voli del vento, s'egli stava a sentire, saliva il rumore stridulo dei fiume a dirgli qualche cosa. "Cani, cani, cani" diceva mentalmente con forza; dopo tregenerazioni di galantuomini, dopo quasi ottant'anni di onesto e indefesso lavoro, tràcchete, i Lanzavecchia erano costretti a dichiarare il loro fallimento, a lasciar portar via le fornaci, la terra, la casa, vale a dire costretti a cercar l'elemosina, a mangiare il pane degli altri, a patire il disonore come se si trattasse d'una stirpaccia di scongiurati italiani. Insieme alla brutta parola di fallimento l'avvocato di Oggiono aveva fatto capire per giunta che il tribunale avrebbe cercato i libri. Che libri? I Lanzavecchia avevano scritto su tutti i muri: "Poveri, ma onesti ." questo sí; ma era inutile cercar loro dei libri. - Sarebbe bella, - disse sospirando e fermandosi un'altra volta presso il muro del camposanto, su cui batteva il chiarore d'un pezzo di luna avvolta in una nuvolaglia piena di guizzi di caldo, - sarebbe bella che si dovesse, per far presto, andare in galera. E come se all'idea sola di questo curioso accidente si svegliasse in lui la voglia di ridere, rise un pezzo di sé stesso, dondolandosi sulle gambe stracche, facendosi vento al viso infiammato col cappello. In quel camposanto lí vicino era sepolto Galdino Lanzavecchia suo padre, che portava sul capo una croce di sasso con su scritto in parole di bronzo: "Negoziante probo ed onesto .". Vicino a questa ce n'era un'altra di croce, d'un sasso vecchio vecchio con su scritto in parole, sbiadite: "Nicodemo Lanzavecchia uomo operoso e integerrimo .". Sarebbe stata bella, gamba d'un cane, che i suoi figliuoli dovessero scrivere sulla terza: "Mauro Lanzavecchia, fallito come un governo" .! Soltanto a pensarle queste cose, sudava nella freschezza che la valle mandava su; ma egli aveva la fornace di dentro. Era un calore che, gli abbruciava le viscere, che tutta l'acqua dell'Adda non sarebbe bastata a spegnere. Che gli restava di fare? annegarsi? attaccarsi a una trave della stalla prima che il governo mandasse i carabinieri ad arrestarlo? - O povero me! o me disperato per sempre! che cosa ho io fatto di male in tutta la mia vita? poveri morti, ditelo voi, se non ho sempre lavorato con giustizia e con carità. E doveva proprio toccare a me questa maledizione, a me che ho salvato cento volte gli altri, e non solo a parole, ma coi fatti, coi fatti, coi fatti . Un passo dopo l'altro, guidato dalla pratica che fa trovare all'orbo la strada della dispensa, venne fin presso le case del paese, fin all'osteria della Fraschetta, che fa quasi da sentinella sull'incontro delle strade. Un chiarore caldo traspariva attraverso le tendine rosse della porta, da cui usciva anche un brontolare spesso di voci rotto dai colpi di nocca che i giocatori lasciavano cadere sul banco. Mauro montò sul primo dei tre scalini che mettono alla bottega e cercò di ficcar l'occhio dentro per vedere chi c'era. Attraverso agli interstizi, che lasciavano le tende flaccide e molli, vide la solita compagnia, cioè il mugnaio del Lavello, il sarto, il magnano idraulico, il beccamorto, raccolti sulle ultime tre carte di una partita a tresette, a cui assistevano, fumando un'oncia di pipa, due o tre villani scamiciati. Una lampada tonda a petrolio versava dal palco su quel gruppo di faccie indurite dall'attenzione una luce cruda e lividastra che sbiadiva sul fustagno sporco, sulle rozze camicie, lasciando ombre nere negli angoli piú segreti della stanza. Mauro cercò se c'era in bottega Francesco, l'oste, il piú grosso de' suoi creditori. Avaro come una formica, arido come l'esca, non era uomo da regalare il suo a nessuno, ma il fornaciaio sperava che in considerazione del pattuito matrimonio fra Battista e la Fiorenza, trattandosi di mescolare il sangue e i denari, l'oste avesse ad accettare una combinazione, che permettesse a un povero uomo di vivere gli ultimi giorni in casa sua e di morire nel suo letto. Forse era conveniente parlargliene subito e strappargli di bocca una promessa prima che la notizia del dichiarato fallimento gli arrivasse all'orecchio. Esitò un momento prima d'entrare, perché, tra i soliti avventori seduti al banco, c'era la lingua maledica del mugnaio di Lavello, al quale Mauro si era creduto in obbligo di dare in piú d'un'occasione, qualche lezione gratuita di educazione e di saper vivere. Gli pareva già di sentirne i commenti: - Come? (avrebbe detto il mugnaio) un sapientone come Mauro Lanzavecchia ha fatto crac? non è lui quello che inventò la polvere di pimpirimpara e la trivella per succhiellare i maccheroni? non aveva le mani piene di consigli per tutti gl'ignoranti, che facevan diverso da quello che faceva lui? non ha in casa un avvocato che stordisce l'Europa e il mondo intero colla profondità del suo immenso sapere? Piú d'una volta e forse piú di quel che era necessario, il fornaciaio aveva vantato all'osteria davanti a quei quattro o cinque zoticoni il talento eccezionale di suo figlio Giacomo, un filosofo di primo ordine, capace di mettere in un sacco tutti i professori di Pavia. Quando l'Istituto veneto ebbe assegnato il premio alla dissertazione, Mauro era venuto appositamente alla Fraschetta colla Gazzetta di Venezia in mano, l'aveva distesa sul banco, perché leggessero, se sapevano leggere, quel che a Venezia si stampava in intuito di un Lanzavecchia delle Fornaci; e picchiando col dito sulle parole, nell'effusione dell'orgoglio paterno, aveva sostenuto che l'Italia avrebbe avuto un altro Cesare Cantú, o qualche cosa di piú rotondo ancora. Nulla piú offende l'orgoglio degli ignoranti quanto il trionfo d'un confinante, nel quale, come avviene anche in politica e nella stessa filosofia, si suol vedere un pericoloso competitore, e come tale, il primo e il piú vicino dei nostri nemici. Si aggiunga che l'orgoglio umano è cosi fatto che ogni lode data agli altri par sempre qualche cosa che non viene data a noi, o che ci vien sottratta, o per lo meno che ci vien ritardata con ingiustizia e di cui dobbiamo un giorno o l'altro rifarci con un proporzionale risarcimento. Era naturale adunque che gli ignoranti e gli invidiosi ridessero ora colla bocca larga del gran talento di casa Lanzavecchia e si pigliassero sulle disgrazie di Mauro, non solo il capitale, ma anche gli interessi delle cambiali ch'egli aveva scontato in anticipazione. Sarebbe troppo infelice la vita degli sciocchi, se Dio non riservasse loro di tanto in tanto di queste consolazioni. Questi riflessi, che si presentarono in nube, quasi di scorcio alla mente di Mauro, lo trattennero un poco sulla soglia dell'osteria e forse se ne sarebbe andato via senz'altro, se uno di quei contadini che sedevano nell'osteria, aprendo improvvisamente la porta, non l'avesse riconosciuto e salutato a voce alta. Egli si trovò cosí nella bottega portato da una volontà piú forte del suo orgoglio. Girò gli occhi intorno e visto Francesco che sonnecchiava dietro una tavola, colle spalle appoggiate al muro e le braccia incrociate, il capo cascante, la berretta sugli occhi, passò in mezzo al frastuono dei giuocatori, che commentavano rumorosamente la partita, e, sedutosi in faccia all'oste, lo toccò, dolcemente nel gomito. - Siete voi? - fece l'oste, dopo aver aperti dogliosamente gli occhi. - Ebbene? che vi ha detto l'avvocato? - La va male, Cecco, - disse il fornaciaio con voce coperta da un pesante affanno. - Cioè? - tornò a domandare l'amico, senza distaccare le spalle dal muro, al quale pareva incollato, socchiudendo di nuovo gli occhi impiombati dal sonno. - Cioè, - disse Mauro, che vedendo passare il piccolo dell'osteria, gridò: - Tu, portami un mezzo litro del tuo scongiurato meridionale. - Poi riprese sottovoce: - La va da cani, Cecco, ma non è detta ancora l'ultima parola in quest'Africa maledetta. Solamente voi, dovete procurarmi altre cinque mila lire. - Non vi conviene, Mauro - disse l'oste colla voce fredda con cui soleva tirar le somme agli avventori. E come se non avesse più nulla a dire, chiuse la bocca e tornò a lasciar cascare la testa - Voi non sapete quel che c'è in aria, - disse Mauro, che per darsi un po' di forza riempí la tazzetta col vino che il ragazzo mise davanti; e dopo averla trangugiata tutta d'un fiato: - Son quarant'anni che faccio il fornaciaio e sfido a trovare un mattone piú sincero del mio. - È il vostro torto di lavorar troppo bene - osservò l'oste che sapeva a memoria la sua filosofia, aprendo un poco gli occhi rimpiccioliti di fronte alla luce tagliente della lucerna. - Comincio ad accorgermi d'essere sempre stato una bestia, - disse Mauro, alzando alquanto la voce e lasciando cadere con forza la tazzetta sul piatto. - Non bisogna mai dirlo, Mauro, - saltò su dal banco del giuoco il mugnaio, che parlò senza togliere gli occhi dal ventaglio delle sue dieci carte sporche . - Sí, il mio torto è di non aver saputo fare l'italiano a tempo. - replicò vigorosamente l'altro, facendo un mezzo giro sulla panca e alzando in aria una mano. Poi stendendo l'altra a stringere con uno slancio d'amicizia il polso dell'oste:- Potete dire che i Lanzavecchia abbiano mai venduto lucciole per lanterne? mio padre Galdino, mio nonno Nicodemo . - Altri tempi - fu presto a interrompere l'oste, un uomo piuttosto indifferente per i grandi principi della giustizia. - Una volta, - soggiunse poi con un sorriso secco, che stentò a muoversi sulla sua bocca asciutta priva di labbra - una volta il vino lo si faceva anche coll'uva. Mauro sentí il veleno dell'argomento e battendo due volte la tazzetta sul banco: - Lo so - disse - che in un paese di ladri chi non ruba mangia il suo pane a tradimento. Voi però non mi abbandonerete, Francesco. - Io faccio l'oste, vedete - osservò il compare, indicando con un piccolo gesto i suoi avventori, il banco, la lucerna. E tornò a chiudere gli occhietti cenericci. - Volevo dire che questi nostri figliuoli devono maritarsi a San Martino. - Ecco! - riprese l'oste, mandando avanti una sua favorita particella dimostrativa, colla quale soleva, come con una lanterna cieca, illuminare le idee degli altri e fare il buio sulle proprie. Anch'io dovrò fare i miei conti. - Non li avete già fatti mille volte questi benedetti conti? - notò con un tono di rancore il fornaciaio. - Non si finisce mai di fare i conti. Se con poco si fa poco, che cosa volete che si faccia con niente? - Volete dire, se capisco il latino, che poiché io sono un uomo fallito, mi si può, parlando con poco rispetto . L'oste lo pregò con un gesto frettoloso della mano di non gridar troppo forte. Ma l'altro, che attingeva l'eloquenza dalla tazzetta: - Ho capito, - seguitò con piú calore - volete dire che poiché m'è entrata la disgrazia in casa, la vostra Fiorenza . - Non gridate sui tetti i vostri interessi, benedetto uomo - tornò a raccomandare vivamente il buon Francesco della Fraschetta, distaccando la schiena dal muro, rianimando gli occhi sotto la tesa della berretta, che faceva un color solo col colore scialbo del suo viso teso, liscio, immobile come un viso di legno. - Sí, ora mi si può, con licenza parlando, sputare addosso, - seguitò il fornaciaio con voce scalmanata. E dopo aver sogghignato il tempo necessario per inghiottire il fiotto amaro di saliva che gli inondava la bocca: - Allora - riprese, porgendo il fiaschetto vuoto al ragazzo - portamene un altro di questo tuo scongiurato veleno. E a voi, eccovi i vostri soldi. Cosí dicendo, stese una gamba tra la tavola e la panca, infilò una delle sue grosse mani nella tasca dei calzoni, ne trasse una manata di soldi e, fattone un pugnetto, lo batté sul banco, sotto il naso dell'oste, che, avvezzo a queste ed altre mimiche, non dette segno di meraviglia. - Cosí non direte che Mauro Lanzavecchia abbia bevuta una goccia del vostro vino senza pagare. E in quanto alla vostra Fiorenza, se vi piace sentire, vi dirò che un Lanzavecchia si degnava fin troppo di bere a questo boccale. Parole grosse, cattive, superbe, che, una volta uscite, lasciarono il buco fatto per tutte le altre che vollero tener dietro. L'orgoglio di tre generazioni di galantuomini, infiammato dalle molte tazzette di vino bevuto nella giornata, non troppo d'accordo tra loro, e mal trattenuto da una volontà già sconnessa per troppi colpi, traboccò in epifonèmi e in dichiarazioni che avrebbero fatto onore a un principe del sangue, non che a un fabbricatore di tegole; ma in quel momento, in quel sito, sulla bocca d'un uomo cosí scassinato nel credito, non ebbero la forza di far tremare nessuno. I giocatori, al diavolío che faceva il Bismarck delle Fornaci, dissero, parlando sommessamente tra loro: - Pare che laggiú si guasti la parentela. - È la tazzetta che suona - osservò il magnano. - La superbia non paga debiti - notò con burbanza il mugnaio del Lavello. - Staremo a vedere quel che stamperanno le gazzette questa volta. Mauro poco prima che sonassero le dieci e mezzo si alzò, facendo puntello coi pugni sulla tavola, e con passo che voleva essere da bersagliere, traversò lo spazio libero dell'osteria, avviandosi alla porta senza salutare nessuno. Prima però di chiudere l'uscio dietro di sé, parendogli di non aver detta l'ultima ragione o che tutti quei bravi signori avessero bisogno d'una soddisfazione, si voltò verso di loro, che aspettavano cogli occhi aperti, mosse la mano allargata a guisa d'un ventaglio, la girò nell'aria, come se la sfregasse su un muro, e quando vide tutte le faccie immobili e tutte le bocche attente, mise fuori con misurata intenzione la morale solenne della favola: - Vicende umane, oggi la lepre, domani il cane! E si tirò dietro l'uscio, mentre un rumoroso scoppio di risa accoglieva questa sentenza nova novissima, non mai udita, non mai stampata sulle gazzette.

VI. IL FALLIMENTO DELLA FILOSOFIA

Giacomo l'idealista