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Racconti, leggende e ricordi della vita italiana (1856-1857)

Autore: D'Azeglio, Massimo - Editore: - Anno: 1857 - Categoria: letteratura

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CAPITOLO VII - VISITA DI CONGEDO AL SOR CHECCO (Continuazione)

Nel bosco della Faiola, ad un miglio di distanza da Marino, era una povera cappelletta composta di quattro mura ed un tetto, dedicata ad una Madonna, per la quale i contadini avevano una gran devozione. Dallato all'immagine pendevano appiccati voti d'ogni qualità: occhi, braccia, gambe ed altre parti del corpo umano di cera: grucce, archibusi e pistole, scoppiate innocuamente fra le mani di chi le portava; e coltelli ivi deposti da tali che sapevano grado ad un'ispirazione celeste dell'avere rinunciato a fare una loro vendetta. Accade difatti assai di sovente, quando è piú accesa una rissa, e che gli avversari stanno per ferirsi co' coltelli sguainati, veder donne cacciarsi fra i due e gridare: - Figli benedetti, portate i coltelli alla Madonna! - Quando quest'intromissione può esser fatta a tempo, quasi sempre riesce, e si vedono i due nemici accerchiati, stretti, presi per le braccia e pe' panni rimaner sospesi un momento, poi darsi vinti, lasciarsi condurre fra una turba di femmine e di ragazzi a qualche Madonna, e legati i coltelli accanto all'immagine, ritornarsene a casa in pace, contenti e benedetti. Io non sono bacchettone, come tutti sanno, e non mi do per tale. Mi sembra tuttavia che prima di voler distruggere le idee religiose che ottengono cotali effetti, bisognerebbe almeno averne già bell'e pronte dell'altre d'uguale efficacia da mettere al loro posto. Vi sarebbe molto da discorrere su quest'argomento, volendo dar ad ognuno il suo; ma a cercarne le prime cagioni per le quali, anche ammessi questi buoni effetti, v'è pure chi si studia di spegnere i sentimenti che li producono, Dio sa a che conclusioni s'arriverebbe. Ed il dovere d'un collaboratore prudente è di sgombrare le vie al suo periodico e non d'ingombrarle! Dolce Cronista! on sarò io che ti sveglierà addosso un vespaio, o ti farà serrar l'uscio in faccia da nessuno. Torno alla mia cappella. Tutto l'anno vi si teneva una lampada accesa, e dodici famiglie, ciascuna per un mese, s'erano assunto l'incarico di provveder l'olio, ed aver cura che il lume non si spegnesse. Il mese di luglio toccava alla famiglia Tozzi. Ogni sera, dopo l'avemmaria, partivamo tutti noi uomini di casa, già s'intende coi nostri schioppi a armacollo, e s'andava col buzzico dell'olio a dar sesto a questa faccenda. Eravamo perciò lontani nell'ora in cui Peppe Rosso e Natale Raparelli co' loro amici e consorti avevano attaccata in piazza la gran baruffa che accennammo terminando il capitolo antecedente, nella quale fra le due parti erano in ballo piú di centocinquanta persone. Non sapendo nulla di questo fatto si ritornò a casa tranquillamente, e neppure le donne avendone avuto notizia, per la distanza della casa dal luogo della battaglia, s'andò a cena come il solito a un'ora di notte. Poco dopo capitò non so chi, e ci narrò l'accaduto: che Peppe Rosso trovandosi a far le passatelle all'osteria con parecchi, fra i quali stava Natale Raparelli, era nata una rissa. Peppe aveva scaricata una pistola in petto a Natale a bruciapelo, ma il colpo non era partito: poi parapiglia generale, e siccome fra i Rossi e i Raparelli era ruggine vecchia, le due casate avevano esteso parentado e di molte attinenze, i protagonisti s'erano presto trovati una turba d'alleati intorno, ed a bastoni, sassi, coltelli, arme da fuoco era nata una mischia generale, una vera battaglia, che neppure ancora pareva si fosse potuta chetare. A questa notizia, noi giovani ci alzammo da tavola, e prese le nostre armi ci movemmo, non per andare a combattere, ma per andare a vedere, e spartire se fosse possibile. Pura curiosità e filantropia. Ma il sor Checco pratico delle cose del mondo, ci sgridava dicendo: - Ma non ci andate che non ci avete che far niente: Siete matti! lasciateli fare... non lo sapete che chi sparte ha la meglio parte? A pigliarvi di questi gatti a pelare, a Marino, troppo avreste da fare... E via discorrendo. Visto poi che non gli si dava retta e s'usciva, aggiungeva, come ultimo addio, quest'amorevole voto: - Vorrei che ve rompessino le corna anche a voi altri... imparereste! Malgrado la forma poco inzuccherata dell'augurio, a capirlo pel su' verso era tutta premura per noi. Ed ecco la vita del Cinquecento tal e quale. Ho presente che in quell'occasione mi tornò in memoria un passo della vita di Benvenuto Cellini, ove narra una circostanza simile, e le parole in allora pronunziate sono identiche a quelle del sor Checco. Chi se ne vuole persuadere meglio legga il capo X di quella curiosissima Vita, al fatto dell'uccisione del fratello, e vedrà se ho ragione. La nostra curiosità però per quella volta ebbe poco pascolo. S'arrivò in piazza. on volava una mosca, tutto buio, tutto deserto, onde non rimase da far altro che tornarsene a casa. Mentre si passava accanto alla chiesa, si notò tuttavia che dalla parte socchiusa balenava un po' di chiarore. Il sor Virginio mette il capo dentro per vedere che succedeva, e poi tosto si tira addietro per dare il passo al prete che usciva accompagnato da un ragazzo con un pezzo di torcetto acceso; e quattro o cinque persone seguivano: - Che è? che è stato? - Andrea Pigna sta a minuti, ché n'ha una delle buone nelle coste. Cosí rispondeva un vecchietto, ed alzando le mani e dimenandole all'aria aggiungeva: - Che poco inferno vorrà far Natale che l'aveva come fratello... - e via dietro il prete, esso, ed anche noi, per vedere come stava questo caso. In pochi minuti si fu alla casa d'Andrea, in un vicolo oscuro e fuor di mano; sull'uscio bisbigliavano alcune donne: qualche vicino era alla finestra, ed intorno tutto cheto. S'entrò. Andrea, robusto giovanotto di vent'anni, complesso come un atleta, era buttato di traverso sul letto. La camicia, stracciata sul petto, lasciava scorgere una ferita sotto la poppa sinistra. I panni, il letto, il pavimento, tutto imbrodolato di sangue. Un macello vero. Stava ritta reggendo il capo al momento la madre, donna che non arrivava ai quaranta, i suoi bei lineamenti erano ottenebrati da un dolore profondo, non punto fiacco, ma fiero e terribile. Poco ho visto piangere da quelle parti ed essa non piangeva. Già era corso al caso il giudice, per udire la deposizione e fare un poco di processo verbale. Quando si giunse, noi udimmo che dirigeva al ferito le solite domande, e l'altro con molto affanno, ma pure con voce abbastanza valida, tratto tratto rispondeva. Il prete e noi ci tirammo da un lato, non vedendosi imminente urgenza al modo col quale ancora parlava, ed il magistrato venne all'interrogazione importante: - Chi è stato che t'ha menato? Andrea non rispose. L'altro se gli accosta, alza la voce, dubitando venisse meno al giovane l'udito coll'appressarsi della morte, e rinnova la domanda. Nessuna risposta. S'unisce allora la madre, il prete si fa avanti, tutti rinnovano l'istanza onde ottenerla. Alla fine Andrea, con qualche sforzo dice: - No, no, gli perdono... - Ma, figlio mio, - dice il giudice, - la vostra intenzione è santa, però la giustizia deve avere il suo corso... E Andrea di no colla testa, e zitto. - Figlio benedetto, va bene che vuoi perdonare, - dice la madre, - ma dimmi un po'? s'avranno a ammazzar li cristiani a questa maniera, e neppur sapere chi è stato? E Andrea duro. Si prova allora il prete. - Io sono consolato, figliolo, a vedere che sei buon cristiano, e che perdoni come ha perdonato Nostro Signore. Ma coll'autorità che mi compete come sacerdote e tuo curato, ti dico che è obbligo tuo, non per vendetta contro chi t'ha offeso, ma per ubbidienza alle leggi, di svelare il nome dell'uccisore. Dillo dunque e non dubitare che Dio ti terrà conto all'istessa maniera della tua buona intenzione e del tuo perdono. Su dunque, di' quello nome, dillo che tu si' benedetto... Andrea parve risolversi finalmente a parlare; la quantità del sangue che perdeva gli rendeva piú libero l'anelito, onde rispose con minor affanno: - Sor canonico mio, abbiate pacienza, propio non ve lo pozzo dine... è un bravo giovanotto... el cortello gli sta bene in mano... m'ha menato troppo bene... vedete.. me n'ha data una, e m'ha gelato!... - Ma questa non è ragione, - rispondono tutti; - che c'entra questo discorso colla giustizia, colla legge?... - No, no, sor canonico... non ve lo pozzo propio dine... Si sa... tra giovanotti delle volte c'è che dine... è toccata a me... Se mi avesse sfragellato come fanno tanti... mena, rimena, e mai non son musi da fermar un cristiano... allora... ma no... vedete... una... e m'ha fatto! - Ma io daccapo ti dico, - riprese il prete, - che questa non è ragione, e se tu vuoi salvarti l'anima e morire nell'ubbidienza di Santa Chiesa, devi fare quel che ti dico io, che sono qui per questo ed ho l'autorità dal papa. Malgrado cosí potenti scongiuri, Andrea non rispose parola, e durò un pezzo nel suo silenzio malgrado nuove e continue istanze. Alla fine questa scena diventava una vera tortura per un uomo tanto ferito, e realmente al suo aspetto si conosceva che molto ne soffriva. Quando questo patire gli si fece incomportabile parve voler prendere una risoluzione ed uscirne. Raccolte le sue forze fece debolmente un cenno colla mano onde farsi ascoltare, ed il giudice, il prete, la madre tacquero sul momento, e gli si accostarono premurosi onde non isfuggisse loro il tanto desiderato nome. Allora Andrea, guardando il prete con un occhio che per un momento tornò pieno di vita, disse: - La volete sapere, caro sor canonico?... Se moro... addio... gli perdono... e non serve altro... Ma se campo... me lo voglio ammazzar da mene! L'avete capita ora?... Il prete, il giudice, tutti noi ci guardammo in viso, corbelli piú di prima, e mi parve leggere nello sguardo della madre un non so che di contento, che avrei interpretato all'incirca in questo senso: ?Sei della mia razza, eparli da quel che sei!...?. Il bello è che Andrea appunto non morí, che quella gente ha, come si suol dire, l'anima intraversata, e a fargliela uscire di corpo c'è da spingere. Non so però se in appresso si facesse da sé esecutore testamentario manu propria: vevo lasciato Marino prima che fosse abbastanza in forze da potersene occupare. L'indomani per una mia faccenda, fui costretto andarmene a Roma all'improvviso. Questa necessità si presentò a mezza mattina, quando già da un pezzo era partita la carrozza solita di Pietruccio. Mi convenne dunque fare lo spreco di staccare un altro legno, pagarlo salato, e ringraziare di poterlo avere. Era verso mezzogiorno ed ardeva l'aria. Entrai in un legnetto a due cavalli, molto di malumore d'avermi a stillare il cervello sotto la sferza del sole, e di dover altresí cangiare la diletta eleggera camiciola contadinesca, contro la giubba cittadina. Mio cocchiere era Peppetto, allievo della scuola del sor Mariani, giovane di diciott'anni, qualità ottima in un vetturino, perché, regola generale, i giovani frustano piú dei vecchi. Per fortuna il legno aveva un mantice, e potevo difendermi dal raggio diretto; è vero che quando questi mantici sono chiusi di dietro, e non aperti come usano in Sicilia, con che l'aria corra, s'infocano in modo che paion forni, ed è quasi peggio. Basta, ci avviammo come Dio volle giú per la selciata rotta della scesa di Marino. A veder que' legni tutti sconocchiati, che nell'andare fanno un chiasso che assorda: que' cavallini che paion caprette, colle tirelle e le catene davanti di fune, sembra che non si abbiano a far venti passi senza andar a pezzi, eppure si va sempre - è vero come in burrasca di mare - e m'è accaduto rarissimo di restar per istrada. Ero montato in legno in piazza, ed avevo trovato un compagno di viaggio, il cartolaio che teneva bottega a Monte Citorio in faccia al portone di del Cinque dov'è ora il negozio di Gallarini, e che dovendo anch'esso andare a Roma per straordinario, profittava dell'occasione pagando la sua metà. Scendemmo la collina, ed usciti dalle vigne e dalla vegetazione s'entrò in quelle 14 miglia di vero deserto che ci separavano da Roma. Regione dove non si vede né un albero né un'abitazione, e non si trova se non a mezza strada la casa della posta appoggiata ad un'antica torre detta Tor di Mezza Via. Del resto è tutta pianura leggermente ondulata, sulla quale scorre libero lo sguardo per molte miglia, sino ai lontani monti; qua e là sorgono soltanto rovine di antiche tombe, ovvero lunghissimi acquedotti di quei tanti che portavano fiumi d'acqua a dissetare gli antichi padroni del mondo. A proposito d'acqua e di lavabo, mi do licenza di fare una breve digressione. A Roma, fabbricata seicento anni prima dell'êra volgare, sedici acquedotti portavano acque. Ma, dirà, erano appunto i padroni del mondo. Ha ragione, e sto zitto. Dunque lasciamo stare Roma e si prenda l'incomodo d'uscirne; giri per lo Stato e poi per l'Italia, e veda città per città, e non parlo di quelle a pié de' monti, ma di quelle su' monti come Perugia, Siena, Orvieto, Macerata, Osimo, Cortona, Taormina in Sicilia, San Gemignano e via discorrendo: in tutte, quand'è in piazza, e si vorrà risciacquare le mani troverà un'abbondante fontana; e non basta le città, vada nei paesetti, vada a Rocca di Papa, per Bacco! che pare un nido d'un nibbio sulla punta d'una montagna e troverà acqua a iosa; e guardi allo stile architettonico delle fonti e ne troverà anche dell'VIII o X secolo, e piú o meno tutte antiche. Ora venga a Torino, città fabbricata dai Taurisci, specie di Sarmati, Dio sa in qual'epoca; città posta a circa dieci miglia dai piú vasti serbatoi d'acqua che abbia saputo far la natura, le Alpi; e ad un livello di 150 metri sotto le loro radici. Cerchi l'acqua, e se la trova meglio per lei; si leverà la sete. Lo so che a cercarla bene la troverà, ma se è forestiere non sarà pel primo quarto d'ora, e articolo qualità, se non l'assaggia potrà credere che è rosolio. È un gran dire, e aggiungerò, una gran mortificazione per chi ha nelle vene il puro sangue Gianduia, a pensare che in tante centinaia d'anni e di generazioni, a tutto s'è provveduto, si son fatte case, chiese, palazzi, torri, fortezze; s'è fatta perfino la cinta daziaria, ma, a aver di che levarsi la sete con l'acqua che non sia mescolata a certe infiltrazioni che... Dio ne scampi ogni galantuomo! a potersi lavar mani e viso senza star a misurar bicchiere piú, bicchiere meno, nessuno, vivaddio, pare ci abbia pensato. E le azioni d'acqua potabile? Colle azioni nessuno mai s'è lavato il viso, e se gli osti non avessero trovato di meglio volevo vedere come allungavano il vino. Dunque quando le azioni corrono in limpidi cristalli, come dicono i poeti, la discorreremo. Intanto si lasci dire quel che disse il mio amico conte Siccardi alla Camera, a proposito del foro ecclesiastico: - Signori, fate presto quanto volete a votare questa legge, sarete sempre gli ultimi nel mondo civile. - Cosí, se Dio vorrà che venga quest'acqua benedetta, l'avremo, ma... gli ultimi. E a quanti usi non serve in una città l'abbondanza e la buona qualità delle acque? Serve a mantenere e migliorare la salute pubblica, e quindi a poco a poco contribuisce a migliorare la razza. Curiosa! Si pensa a migliorare le razze bovine, cavalline, canine, asinine, pecorine, suine, e persino quelle delle galline, e alla povera razza umana, a renderla piú sana, piú vegeta, piú forte, non ci si pensa si può dir mai! L'acqua serve alla pulitezza delle persone, come delle cose; e Dio sa se a Torino ce ne sarebbe bisogno! Quanto a chi ha da spendere e sta bene, se son sudici è colpa loro. Ma la povera gente che abita per le soffitte sopra una dozzina di capi di scala, bisogna sapere che cosa le costa una secchia d'acqua. Si figuri un pover uomo che torna a casa la sera, piú stanco che riposato di certo; c'è da far bollire il paiuolo, bere, rigovernare quelle poche stoviglie, e il padre essendo stanco si manda per lo piú per l'acqua qualche bambino o bambina piú grandicella. Ora che sia riuscita a far salire quella benedetta secchia fino in soffitta le lascio pensare che lavoro sia. E chi ha cuore di rimandarla giú per provvedere al lavarsi di quattro o cinque persone? Si resta da lavare ed è naturale. E se questa povera gente avesse bagni a portata della sua borsa, come sono altrove, qual refrigerio, qual benessere nei gran caldi, qual benefizio in genere per la pulizia e per la sanità? Non parlo della bellezza di veder sulle piazzedelle eleganti e ricche fontane! Sarebbe bene, secondo me, un po' meno paroloni sul popolo, e pensare un po' piú a dargli le cose di prima necessità. Ma già questo benedetto popolo è un po' come le anime del Purgatorio, che servono punto primo a cavare le elemosine; quanto a cavarle di guai prima o poi, a questo c'è sempre tempo a pensarci. Oh! ora mi par di sentirmi meglio, che mi son data una buona sfogata! da un pezzo avevo nel gozzo questa faccenda dell'acqua, e se non me ne liberavo, finiva in una malattia. Ciò detto, eccomi di nuovo al mio viaggio in mezzo alla campagna di Roma, ai ruderi ed agli acquedotti, cagione prima del mio bel movimento oratorio contro la nostra idrofoba trascuranza. Noterò qui di passaggio un fenomeno che nelle ore piú calde appare in quelle regioni. Tutte le cose poste a fior di terra o che appaiono cosí per la lontananza si mostrano agitare da un continuo tremolio; è una specie di mirage he la prima volta pare molto strano. S'erano fatte circa due miglia, ed il cartolaio ed io s'andava sonnecchiando, quando in un momento che avevo un po' schiuse le palpebre vedo rizzarsi da un fosso nel quale stava appiattato un giovanotto alto e robusto che viene alla testa dei cavalli. Questi si fermano, e quasi facevo cattivo giudizio. Ma Peppetto non si scompone, si tira da un lato, e mentre il nuovo viaggiatore gli sale accanto in serpa riconosco Peppe Rosso. - Che nuove da queste parti? - dico io. - Ben trovata, signoría! Eh vado insino a Roma. - Ah! ho capito... l'affare di ier sera... Lui mi fa un mezzo sogghigno, e poi parlando col vetturino: - Be', e Andrea? - Ancora è vivo, ma... - È vivo!!!... Il modo col quale fu pronunziato quest'èvivo! quivaleva a un'altra frase che, se non fu espressa colla lingua, bene lo fu collo sguardo: ?Eppure gli avevo menato bene!?. Ma nessuno disse altro, e neppur io; che in quei paesi certe confidenze è meglio non riceverle, e perciò è prudenza non provocarle. E avanti di nuovo trottando sulla via Appia, con accompagnamento de' sonagli attaccati alle briglie che, dicono, divertono i cavalli, ma certo stordiscono gli uomini assai. Poco stante Peppe si volta indietro e mi chiama: - Eh, sor Massimo! - Apro gli occhi. - Che vuoi! - Dite: se troviamo la squadra di Galante, vedendomi con voi non mi toccheranno? Galante era un celebre bargello di campagna incaricato di prendere, quando poteva, i briganti, gli omicidi e simili, e Peppe Rosso, colle sue idee, al solito, del Cinque o Seicento, sperava che intorno alla mia persona vi fusse per alcune braccia un ambiente d'immunità, come due secoli sono intorno ai Don Rodrigo e agli Innominati. Io lo speravo meno di lui, quantunque non fosse del tutto impossibile che trovando Galante e imbrogliandogli la testa con qualche nome di ministro o di legazione estera, non riuscissi a farmi considerare del medesimo valore di una porta di chiesa, o d'una cappella. Siccome però questa riputazione d'intangibilità comunicabile ai miei protetti m'era molto utile nel mio genere di vita d'allora, non credetti bene di raffreddar la fiducia di Peppe Rosso, e gli risposi: - Eh diavolo! vorrei vedere!... Peppe si sentí tutto consolato, e tirammo avanti. Ma la sua consolazione non doveva durar molto, ele mie facoltà protettrici stavano per esser poste a ben altre prove che non quelle di Galante. E qui l'affare pur troppo s'imbruttisce davvero. Da una mezz'ora si viaggiava tranquilli: il cartolaio russava, io dormicchiava, quando tutt'ad un tratto si ferma il legno, mi riscuoto, e vedo - ancora mi par di vederle! - le due gambe di Peppe scavalcare la serpa e buttarsi nell'interno del legno, seguite tosto dalla sua persona che mi si getta addosso, mi si ficca dietro e m'abbraccia come se mi volesse affogare, mentre il vetturino si dà pugni in testa di disperazione, dicendo affannato: - E ora come si rimediar... - Che diavolo t'ha preso, - dico io lottando e divincolandomi per uscir da quelle formidabili branche. Ma Peppe sempre piú mi si ficcava dietro e mi teneva stretto che non c'era da pensare a liberarsi. In quella maniera che mi contorcevo e soffiavo, Peppetto m'indica sulla diritta via nella maggese un uomo che di carriera serrata veniva su noi e mi dice desolato: - È Natale!!!... Allora capii che davvero non si scherzava. Io che ci vedo poco, non raffiguravo l'uomo; ma il cavallo, un morello sfacciato (colla stella ed il muso bianco) che conoscevo, lo raffiguravo benissimo. - Perbrio, davvero, come si fa, dico anch'io? Non ci hai arme Peppe? Io ho qua uno stocco... - Eh! el cortello l'ho, ma ci ha lo stioppo!... - Diavolo, - dico a Peppetto, - lo vorrà ammazzare addirittura!... - Ma che dicete! È certo come la morte! Conclusione di tutto questo: sola - ma debole - speranza di salute ero proprio io in persona, e non come ostacolo morale, ma come impedimento materiale, a uso né piú né meno d'uno scudo o d'un parapetto. L'affare diventava molto, ma molto serio: e perché se ne persuada meglio, deve sapere che non molti giorni prima, trovandosi un'osteria piena di gente, s'era presentato sull'uscio un tale collo schioppo ingrillato espianato verso la compagnia, non per far male a caso, ma per dare un'archibusata ad un individuo che era fra quelli. Questo, come Peppe dietro a me, si messe dietro d'un altro, il quale colle braccia aperte gli volle far difesa seguitando a perorare per lui. L'uomo dello schioppo gli disse: - Scansati! - Bada a te, scansati! - Per l'ultima volta ti dico di scansarti! - L'altro non si scansò. Brron! na buona schioppettata, e tutti edue per terra! Se nel frangente in cui mi trovavo avessi avuto voglia di cantare, e fossi un marchese, il pezzodi circostanza era il duetto della Linda di Chamounix: Marchese pensaci... Questi non scherzano!... Venni combinando il mio piano di campagna, e per non farmi piú bravo di quel che sono, dirò candidamente qual era. Cercar di scongiurare con tutta la mia retorica il terribile Natale, tener duro ai due primi: ?scansati?, ma star bene attento al terzo... Ciò detto, lascio libero ogni teologo di decidere che non ero dotato a grado eroico della carità cristiana, ma confesso che in quel momento, Peppe Rosso di piú, o Peppe Rosso di meno, mi pareva un incidente d'importanza molto secondaria. Il cavallo sfacciato intanto s'è avvicinato, s'ode il Quadrupedanti putrem sonitu quatit ungula campum... i lancia oltre il fosso... è sulla strada avanti di noi... e ci vien diritto addosso... L'amplesso di Peppe Rosso diventa come quello del Boa constrictor... A un tratto, colpo di scena! cambiamento a vista! tutti ci cacciamo a ridere e giubbilo generale! - Non era lui! Era un disgraziato di un vaccaro, con un cavallo che somigliava a quello di Natale come due mezze mele, e che ci passò accanto a uso fulmine, e non meritò certo tutte le saette e gli accidenti che mezzo in riso e mezzo sul serio gli si mandarono dietro. Ora, dirà lei: - Questo Peppe Rosso non era poi dunque quel gran bravo che ci veniva dicendo. - A questo rispondo: 1o Che il gran Condé disse talvolta, parlando de' suoi casi di guerra: Nous avons fui; se non basta, aggiungerò per 2o che ad una anche somma probabilità d'essere ammazzati gli uomini da bene fanno buon viso; ma ad una assoluta certezza, com'era questa, parecchi storcono il muso. L'umanità è fragile e ci vuol indulgenza. E con questo fatto, dal quale per me la morale fu d'imparare che gli amplessi piú stretti non sono quelli dell'amicizia, e neppur dell'amore, chiuderemo, finalmente, la nostra descrizione su Marino e delle sue usanze, prendendo definitivamente congedo dal sor Checco Tozzi e dalla sua interessante famiglia. Il sor Checco Tozzi lo rividi d'allora in poi una volta sola, e fu un giorno molto tempo appresso che l'incontrai per la campagna, avviati egli ed io soli ed a cavallo, per nostre faccende. Ci fermammo un pezzetto a discorrere, ci facemmo mille accoglienze, e poi ci lasciammo, e non ci siamo veduti piú. Il sor Virginio, il sor Mario, la sora Maria, zi' Anna, dopo averle lasciate in Marino con vero dispiacere, le due ultime in ispecie, e con molto affettuosa dipartenza, non le ho piú vedute neppur esse. Non cosí la sora Nina. Nel 1845 passando con una comitiva per Marino, pregai m'aspettassero un momento che volevo far motto a certi amici. Malgrado i vent'anni trascorsi, trovai la casa Tozzi tal e quale: bussai, una bambina incognita mi venne ad aprire; neppur la sala terrena non era mutata. Interrogai: - C'è el sor Checco? - Non saccio chi è el sor Checco. - C'è la sora Maria? - Chi è non saccio. - Il sor Virginio, zi' Anna, el sor Mario... E sempre il solito Non saccio. - Ma chi c'è in casa? - La sora Nina. - Dov'è? - Guardate, là incontro. Ero sull'uscio. Mi volto seguendo l'indicazione, e vedo una donna che uscita da una porta di cantina, chiudeva il chiavistello, e coll'altra mano reggeva una boccia di vino. Riconosco - un po' stagionata - la sora Nina; me le accosto: - Sora Nina! Si volge e mi par di vedere e indovinare sul suo nel sembiante un principio di sorriso. - Non mi conoscete? - El sor Massimo! - E il sor Checco, la sora Maria, e tutti di casa? - Son morti. - Ah! Il suo viso, il suo fare, la sua calda accoglienza, il modo col quale pronunciò quel son morti, i fecero restar minchione da non trovare una parola da aggiungere. Feci come si deve fare in simili casi ma come purtroppo non tutti fanno - non ne aggiunsi nessuna, le dissi un ultimo, finale, definitivo e sempiterno addio, e ritornai verso la mia comitiva, ripetendo quel che avevo già detto vent'anni prima piú d'una volta: - Beata la sora Nina! Non c'è pericolo che abbia a finire per patema d'animo!

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