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Racconti, leggende e ricordi della vita italiana (1856-1857)

Autore: D'Azeglio, Massimo - Editore: - Anno: 1857 - Categoria: letteratura

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CAPITOLO VI - VISITA DI CONGEDO AL SOR CHECCO

Da un pezzetto s'è lasciato dormire il sor Checco Tozzi. Che ne dice, signor lettore, lo vogliamo destare?... Ma a quest'interrogazione il lettore non risponde, perché sono solo al mio scrittoio, ed egli non può indovinare d'essere interrogato. Mi tocca dunque decidere da me, e qui sta il busillis. edendo ritornare a galla il sor Checco, si dirà - Ben tornato? - ovvero verrà in mente il proverbio - Un bel giuoco dura poco - coll'osservazione che questo è già durato piú che discretamente? Per fortuna, ogni scrittore che voglia metter fuori qualche parto nel quale abbia mediocre fiducia, trova sempre una ragione da dire per buttarne la responsabilità sulle spalle altrui. Questa ragione forma la base di molte prefazioni, ed essendo oramai passata nel diritto comune, penso di servirmene anch'io. Consideriamo dunque le poche linee che ha scorse il lettore sin qui come se non esistessero, ed il mio capitolo cominci invece nel modo seguente. Avevo risoluto di non piú occupare gli ozi degli associati al Cronista oll'insulso racconto delle gesta del sor Checco Tozzi, quantunque avessi finito l'ultimo capitolo col dire ch'egli è l'uomo della situazione; ma mi è stato impossibile resistere alle cortesi, alle calde, alle continue istanze de' miei amici, e per rendere paghi i loro voti continuo la mia storia. Chi se ne stuccasse se la prenda con loro. A questo modo le mie faccende sono aggiustate, e vo innanzi franco come una spada. Eravamo dunque rimasti a metà nella narrazione delle miserie che tribolano un povero paesista mentre se ne sta studiando dal vero: finiva il lavoro della mattina, verso mezzogiorno, sull'ore piú bruciate. Si può immaginare se la posizione incomoda, la tensione della mente, il caldo, gl'insetti, le discussioni coll'asino non diano, dopo molte ore, pieno diritto di sentirsi stanco da non poterne piú. Quanto a me, so che le vere stanchezze non le ho provate che studiando dal vero in quel clima infuocato. Eppure a casa bisogna tornare. Ci vuol dunque la santa flemma di rifare tutto il lavoro della mattina. Prima ritrovar l'asino: e se si fosse sciolto convien andarlo cercando come Saul quando era giovane: senza però un'ombra di speranza di trovare, come lui, una corona ed uno scettro sulla sua groppa. Poi ricaricarlo, e ricombinare tutto il sistema d'equilibrio, con cento nodi e cento spaghi, e finalmente, su, un salto, e siamo in bardella colla tela in mano; che bisogna, essendo fresco il lavoro, salvarlo dalle carezze delle frasche e de' pruni, e da ogni altro contatto. Ma la cosa non sempre riesce; senza discorrere de' contatti impossibili a fuggirsi. Se, verbigrazia, va per aria un volo di moscerini, e che dia di petto in un bel cielo sereno ancora fresco! non se ne perde uno! Se si combina a venirvi incontro, per una strada polverosa, una greggia di pecore, che hanno cosí radicato quel benedetto vizio di non alzare i piedi, che bella velatura al povero cielo! e via discorrendo! Basta, se piace a Dio siamo nell'aia di casa Tozzi, bene o male. Si scarica il bagaglio, si leva la bardella, e dato all'asino quel calcio non sdegnoso ma amorevole che in lingua somarina significa: - vattene alla stalla, - eccoci finalmente nella sala terrena, scura e fresca, ed asciugandosi il sudore, si da quell'auf! pieni polmoni che serve di epifonema a molti de' malanni di questo mondo. Si trova la tavola apparecchiata; le bocce d'acqua appannate; i bicchieri colle loro fronde di vite a guisa piattino. La sora Maria e zi' Anna sollecitano il portar in tavola, e mi salutano con un'espressione pietosa dicendomi: - V'ammalerete, sor Massimo, a prendere ogni giorno di queste scalmate! - Ed io: - Eh niente! ognuno l'arte sua! Chi lavora mangia. - Entra il sor Checco in quel momento che vien dalle cave, dopo avere scalpellato dalla punta del giorno; anche lui molle come uscisse di fontana. Vede me suo fedel ritratto, quanto a sudore; vede il sor Virginio, il sor Mario e la sora Nina buttati per le sedie, freschi come rose, poiché si son alzati alle 9 e non hanno sentito sole; ed avendo udite l'ultime mie parole, dice con quel suo fare di parlare all'aria: - Chi lavora mangia - e chi non lavora mangia e beve. - Poi si mette in tavola tranquillamente: i due signori e la signora di casa non s'applicano l'epigramma, e fanno altrettanto con piena libertà di spirito. In una parola, mentre suona mezzogiorno ci troviamo tutti a quel tal pranzo che ho già descritto, colla sua lepidezza obbligata pel bere di zi' Anna, e colle non rare correzioni del sor Checco alle assai piú rare parole che talvolta pronunzia la povera sora Maria. Sull'ora del pranzo spesso capitavano amici della famiglia, allettati dal buon fresco che si godeva in questa sala, e da un buon bicchier di vino che sempre era offerto ed accettato con scambievole cortesia. I villani di campagna di Roma che paiono cosí rozzi, ed in molte cose lo sono, hanno però formole tradizionali di gentilezza singolari. Chi sta mangiando o bevendo, fosse anche un poverello che trovaste sotto una siepe con una cipolla o un aglio in mano, se gli fate motto, non manca mai di dirvi: - Volete favorire? Quelli che capitavano in casa a quell'ora, a fare come si suol dire il soprattavola, erano sempre ricevuti colla formola d'uso, e se non favorivano pel pranzo, favorivano pel bere. Veniva spesso tra gli altri un tal Fumasoni, notaio del paese, poeta e letterato; e che avrebbe potuto essere giornalista a stampa se fosse nato altrove, mentre a Marino gli toccava contentarsi d'essere giornalista a parole, e farsi il gazzettino vivente ed ambulante di tutte le nuove - interno - estero - fatti diversi - ed annunzi. Quest'uom dabbene merita un po' di biografia, che ci servirà a far numero negli studi de' costumi che stiamo facendo. Il sor Fumasoni era un tipo di pizzicagnolo, grasso, con una faccia di bue, piatta, larga, olivastra e lustra. Un po' di gozzo che gli faceva metter il respiro col fischietto obbligato: sempre e poi sempre con un vestito nero che per parte sua verificava il proverbio Nihil sub sole novum, non si chetava mai. Non mancava, come dico, d'un'infarinatura di lettere italiane e latine, e di un talento naturale, che del resto è molto comune nell'Italia media e meridionale. Mi vien in mente a questo proposito un curioso detto che corre l'Europa. Si suole, o si soleva dire: L'esprit a tué la France. ogliamo credere che gran parte d'Italia sia morta dell'istessa malattia? Però questa supposizione mi piace poco a me che son nato in un paese che grazie a Dio non è morto, e non vorrei che argomentando a contrariis i venisse a credere d'aver trovato il motivo perché è vivo; onde lasciamola andare, e parliamo del sor Fumasoni. Egli aveva fra gli altri il talento di dire all'improvviso: talento che a gradi diversi si incontra molto frequente in que' paesi. Accade spesso trovare sull'avemmaria due contadini seduti gravemente su un muricciolo o per terra che fanno - botta e risposta - una lotta poetica. La gente passa, va e viene, non bada loro, e loro seguitano imperterriti. Prova che non c'entra la vanità, ma è tutto amor dell'arte. Ho talvolta dato retta a tali concorsi cosí senza far le viste; e devo però confessare che in tale improvviso non sembra che considerino come cosa importante dir parole che abbiano un senso; ma che basti a quei figli d'Apollo pronunziar parole che producano un ritmo. Il sor Fumasoni però era in una categoria poetica molto superiore; e quantunque per me la poesia estemporanea sia una gran seccatura, tuttavia ho molte volte ammirato la disinvoltura del notaio marinese a far versi, senza mai fermarsi né titubare un momento. L'incontravo sovente alle feste de' paesi, ed era sempre uno degli invitati al pranzo d'etichetta, ove non mancava mai il gran personaggio, o un monsignore, o un principe o duca di Roma che fossero in paese, ovvero vicini a villeggiare, poi le autorità, i grandi del luogo, poi gli amici, i parassiti, gli scrocconi, ecc. Alle frutta il monsignore, che era stato indettato, diceva: - Sor Fumasoni, su, tocca a voi; sento che siete cosí bravo, diteci qualche cosa. - Ed il Fumasoni, dopo qualche cerimonia, si alzava in piedi, ed asciugandosi il sudore - non posso nasconderlo - col tovagliolo, saliva sul caval Pegaso, e via di mezzo galoppo per una ventina di minuti senza impuntar mai; e non era affare di poco. C'era il monsignore da adulare assai, poi il duca o gran signore da adulare a un grado minore, poi i potenti del paese anche un po' meno, poi tutti gli altri di sfumatura in sfumatura, colle quartine galanti per le signore tramezzo, fino giú agli scrocconi, sui quali si lavorava poi a impertinenze addirittura per far ridere la brigata. Tutta questa gradazione era mantenuta mirabilmente, ed in ultimo si conchiudeva con un grido generale: - Evviva il poeta! È notabile come in quei paesi, ove i forestieri non hanno potuto esercitare grande influenza, si sia conservata tal e quale quella vita italiana del '500 che conosciamo dagli scrittori. Salvo l'importanza o l'ingegno degli individui, mi pareva, quand'ero a codesti pranzi, d'assistere a quelli delle antiche corti de' principi italiani: e probabilmente, tolto che invece del Fumasoni e del monsignore moderno, allora gli attori erano un Medici, un Montefeltro, un d'Este, con un Annibal Caro, un Poliziano, un Castiglione, ecc., quanto al resto la scena doveva all'incirca essere la medesima. M'occorrerà spesso indicare tali analogie. Non si credesse però che il sor Fumasoni notaio, poeta, letterato, e, quel ch'è peggio, sempre col vestito nero, fosse un uomo dappoco, un pulcin bagnato, come i suoi simili sono spesso altrove. Tutt'altro. Era figlio di Quirino, e tanto basta. Giusto a proposito del perenne vestito nero, mi viene in mente un fatto, dal quale si poté vedere se fosse un valentuomo, sí o no. Un giorno standomi intorno mentre dipingevo in casa - e mi seccava alquanto col suo non chetarsi mai - avevo deposta un momento la tavolozza sur una sedia. Eccoti che, riscaldato nel discorso, non ci fa avvertenza, ci si mette su a sedere, ed il vestito nero si assimila tutte le tinte, che vi restano stampate senza perdersene una. Chi non ha visto il sor Fumasoni in quel frangente, non ha idea della disperazione. Un vestito vuol dire una quindicina di scudi, e di rado gli aveva veduti radunati il povero poeta. Figuratevi! io m'alzo; e lui, io, le donne, tutti di casa intorno allo sventurato vestito. Fu un bucato generale che durò un'ora, e dopo il quale bisognò stenderlo nell'aia al sole, e con un'altra ora di sollione s'ebbe la consolazione, e l'ebbe piú di noi il Fumasoni, di riveder finalmente il vestito a un dipresso colla sua primiera fisonomia. Solamente, pensavo io, con questo trattamento d'acqua e sole, all'infilare ti voglio! Difatti, quando ci si provò, il contenuto era piú grande del contenente, e ci fu che fare e che dire per arrivare ad introdurre il sor Fumasoni nella sua antica custodia. Alla fine pure l'impresa venne a buon termine, ed io ci guadagnai che, quando lavoravo, non mi seccava piú, e girava largo; che temeva la tavolozza oramai come il fuoco di Sant'Antonio. Mentre mi davo da fare cogli altri per questa lavanda, m'ero accorto che il vestito, dietro nella regione delle reni, aveva uno sgarro minacciato a ago d'oro (si nomina cosí la rimendatura fatta con molta perizia in ghetto a Roma); ma non avevo mostrato d'avvedermene per non mortificare il povero notaio. Seppi da altri l'istoria di quello sgarro, ed eccola. Mentre una sera il sor Fumasoni tornava a casa verso un'ora di notte, un anonimo gli appoggia di dietro una buona archibusata. La palla entra per le reni, gli esce sotto le costole davanti, e se ne va pe' fatti suoi. Un altro avrebbe cacciato urli, e messo a rumore il vicinato. Ma il ferito che voleva molto bene alla Nunziata sua moglie, e n'era teneramente corrisposto, pensò che a sentire le sue grida - la casa era poco lontana - si sarebbe troppo sbigottita. Il meglio che potette si trascinò sino all'uscio, ed appena dentro: - Nunziatina, presto, ammannisci il letto che ho di gran dolori di corpo, e manda pel dottore subito. - Venuto il dottore, vide che nuovo genere di colica gli si desse a curare; poi si poté con garbo farne a poco a poco consapevole anche la moglie, che non fu colta da questa nuova in modo da averne troppo pregiudizio, poiché le venne al tempo stesso dal medico il conforto di buona speranza. Difatti la ferita non era mortale, ed ambedue, quella del vestito come quella della pelle, si poterono rimarginare facilmente. Ecco come si viveva a Marino nel 1824- 25. Il sor Fumasoni ha poi per me un altro distintivo. Fu il primo che mi commettesse un lavoro. Mi trovò un giorno, e mi disse che in una cappelletta posta appié della scesa che dal paese conduce a Castello, la compagnia della quale era anziano aveva fatto collocare un crocifisso di legno grande al vero. Stava in una nicchia assai grande, e si trattava di dipingerla onde la figura avesse un po' di campo. Mi pregò di assumere quest'impresa, e mi domandò quanto gli sarebbe costata. Io ne parlai con due amici pittori, e fu stabilito di condurre quest'opera pel solo corrispettivo di un pranzo. Al sor Fumasoni parve d'averne buonissimo mercato, ed a noi, consci della nostra abilità, parve altrettanto. Una mattina per tempo ci mettemmo all'opera tutti e tre in una volta, senza fissar prima il concetto generale del quadro, ma rimanendo ognuno libero di dipingere ciò che la musa gl'ispirasse. Io, che mi trovavo sulla destra, dipinsi un mare con certe galere; quello di mezzo, alla mia sinistra, fece un gruppo di pini con delle pecore che pascolavano; ed il terzo, una linea di palazzi, con in fondo la cupola di San Pietro. Questi tre concetti si legavano insieme pel solo motivo che, quando la tinta è fresca, si lega sempre colla sua vicina; ma in altro modo, no davvero! Eppure il sor Fumasoni ammirò l'opera, ne ammirò la franchezza, ne ammirò la velocità; che, cominciato il lavoro alle sei, era finito e perfetto a mezzogiorno. Il curioso di questo fatto è che per aiuti e fattorini, per portarci l'acqua, i pentolini, lavarci i pennelli s'ebbero tre banditi, ritirati in quella cappella dopo qualche omicidio, ai quali non parve vero d'interrompere la monotonia della loro vita con quella divertente e per loro nuovissima operazione. Non bisogna che chi legge la parola banditi s'immagini brutti ceffi, stralunati e feroci; i banditi dei Masnadieri, erbigrazia. Niente affatto. Certo anche i brutti ceffi si trovano colà, ma sono in bande numerose ed in montagna; e, come avremo occasione di dire, vestono in modo ancor piú vago e pittoresco di quelli che ci presentano i nostri impresari. I banditi invece della nostra cappella erano giovanotti di prima barba, che per umana fragilità avevano lasciato correre il coltello piú del bisogno in un momento di collera; ma del resto bonissimi ragazzi, coi quali ce la passammo d'ottimo accordo in quella mezza giornata. Suonato mezzogiorno, il Fumasoni ci condusse sotto certe ombre fresche in fondo alla valle, ov'era apparecchiato pulitamente sull'erba, e si desinò allegri e contenti, senz'ombra di rimorso di mangiare il nostro pane a tradimento, dopo l'atroce imbratto che avevam dipinto al nostro troppo indulgente mecenate. Ora, dalla monografia del Fumasoni passerò a quella del sor Iacobelli, altro avventore dell'ora del pranzo; nel suo genere, come si vedrà, esce dall'ordinario. Il sor Iacobelli non era di Marino, ma di Rocca di Papa. Capitava però spesso, e non mancava mai di venirmi a trovare, essendoci conosciuti quando abitavo la Rocca. Costui, quantunque campando sul suo ed uomo comodo piuttosto, era però piú rozzodel Fumasoni e del sor Checco. Aveva una cinquantina d'anni, statura media, faccia lunga e sempre gioviale, con una bocca che arrivava all'orecchia, e due file di denti bianchi e lunghi continuamente in vista, in virtú d'un riso perenne come quello degli dei d'Omero. Del resto, quanto a forme, pareva dirozzato coll'ascia, anzi col piccone. Ad onta d'un'apparenza cosí grossa, il sor Iacobelli era ornato tuttavia d'una qualità morale sommamente romantica. Si avrebbe un bel cercare fra tutti i viventi antichi e moderni ed altresí fra gli esseri immaginari de' romanzi e de' poemi, fra gli eroi quell'Amadigi, el Gran Cyrus, delle Epreuves du sentiment i M. Arnaud, ecc., senza trovare il compagno del sor Iacobelli nell'essere sentimentale. Soltanto il suo sentimentalismo, non essendosi potuto formare né ripulire alla scuola de' predetti autori, che non conosceva perché non sapeva leggere, aveva un modo di manifestarsi di que' tali, che sfido la piú poetica immaginazione ad inventarlo. Certe cose proprio non le può dare che il vero. Ne giudicherà il lettore. Egli aveva amato suo padre con una cosí sviscerata pietà filiale, che al paragone quella del pio Enea poteva dirsi indifferenza. Siccome però non avea potuto mostrarsi mai con eguale evidenza durante la vita del vecchio, per non essere mai stato introdotto nessun cavallo di legno in Rocca di Papa, l'occasione favorevole di mostrare la sua pietà non si presentò al Iacobelli se non dopo che fu morto; ed ecco in quali circostanze. Egli stava tutto doloroso e piangente vegliando il cadavere, che già chiuso nella cassa doveva portarsi in chiesa la mattina vegnente. Come narrò di poi esso stesso, non sapeva darsi pace né adattarsi all'idea di non dover mai piú rivedere in viso quel padre che tanto amava, né conservar nulla della sua persona. Alla fine si risolse a sconficcar la cassa, e riveduto quell'aspetto non gli fu piú possibile decidersi a separarsene. Fa venir freddo a pensare qual modo tenne per giungere al suo fine. L'indovinerà il lettore sapendo che la cassa fu riconfitta come prima ed a suo tempo sepolta, e che ogni notte in appresso il Iacobelli passava un'ora in una sua grotta, ove dentro un cofano poteva contemplare il capo del padre, s'immagini in quale stato! E questo fatto non fu il solo. Ebbe il suo compagno, pel quale l'Inquisizione s'incaricò poi di ricondurre gli affetti del Iacobelli ad una meno calda espressione. Egli non amò soltanto suo padre; amò altrettanto e piú sua moglie, e volle il destino che anch'essa morisse. Ecco di nuovo il vedovo nella medesima passione, e risoluto questa volta a non perdere neppure un capello della sua donna. L'avventura si faceva ora piú ardua, e dovette corrompere il sagrestano, coll'aiuto del quale soltanto gli poteva venir fatto di ricuperare il corpo. Il sagrestano, sedotto da una grossa mancia, acconsentí, e nella notte che venne dopo il funerale, il Iacobelli, aiutato dal suo complice, riportò in casa la defunta e la ripose dentro una madia da far il pane, coperta e confettata con un monte d'aromi e spezierie, delle quali era corso a fare ampia provvista a Roma. Passò parecchi anni con questa singolare compagnia, né mai persona in paese ebbe sospetto del fatto. Ma siccome tutto finisce a questo mondo, e le cose piú belle anch'esse dopo un pezzo vengono a noia, un bel giorno il sor Iacobelli trovò che in fatto compagnia era possibile trovar di meglio: e questo meglio lo vide in una giovinetta bionda e bellina che ebbi l'onore di conoscere personalmente. Quantunque egli fosse d'età molto maggiore, siccome era però benestante, non trovò troppe difficoltà ad ottenerla; ed il matrimonio si fece. La madia col suo prezioso deposito fu collocata in luogo in disparte, e sopr'essa (istorico) le opere che lavoravano alle vigne facevano i loro pasti. Ma un giorno, come andasse la cosa non lo ricordo, la sposa, mentr'era assente il marito, giunse a scoprire il gran segreto. Di comare in comare la cosa giunse all'orecchio del Sant'Uffizio, ed il sor Iacobelli fu condotto nelle sue carceri sotto l'accusa di sepoltura violata, ed ebbe da tribolare un buon poco prima di rivedere i suoi penati. Avevo ragione di dire che il suo modo d'amare usciva dalle idee conosciute? Il pranzo del sor Checco ci ha servito, se non altro, a far conoscere questi due originali. Ora ci alzeremo da tavola, e si anderà innanzi nell'orario della sera. La siesta, che poco si usa in queste nostre iperboree contrade, e una delle piú reali necessità de' paesi meridionali. Le sue ore sono quelle del vero e piú saporito riposo: onde dal tocco alle cinque, o, come si dice colà, dalle 17 ore alle 21, silenzio universale per casa, e tutti fra le lenzuola. Quando poi l'ombre cominciavano ad allungarsi, s'usciva ad un'altra lavorata, però meno faticosa di quella mattutina, e con meno impicci. Per lo piú si disegnava dal vero. Farò ora cosí di volo un'osservazione, parlando specialmente a chi attende a simili studi e se ne interessa: questo persistente studiar dal vero per anni ed anni insegna a trovare ed esprimere la forma esatta di tutti gli oggetti, cominciando dalla nuvoletta che corre fino al filo d'erba che cresce nel fesso delle rupi. Siccome lo scopo dell'arte è ritrarre la natura in tutte le sue parti, sembra logico di studiare codeste parti onde con esse riprodurre l'insieme. Non nego tuttavia che questo metodo non presenti un inconveniente che è importante evitare: quello di ricercar troppo la forma, perdendo cosí quel po' d'indefinito che parte a parte si vede nel vero, e crea un bell'insieme. Perciò diremo che, dopo un lungo lavorare, chi può vantarsi di saper fare un eccellente studio, non potrà egualmente esser certo di far un quadro eccellente. Se il primo dev'essere rigorosamente vero, il secondo invece dev'essere verosimile; e nell'arte, cosa strana, talvolta l'uno esclude l'altro. Ora dunque, per esprimere l'idea semplice che deriva da queste riflessioni, prima s'ha a studiare profondamente la natura e rendersene padrone; poi cercare il modo di adoperarle: prima imparare a far uno studio, poi imparare a far un quadro. So bene che una scuola, nata non so se in Inghilterra o in Francia, mostra curar poco la forma e non tendere che all'effetto generale. Con questo metodo, molti belli ingegni hanno prodotto belle opere; lo so. Ma siccome a studiare in coscienza c'è da sudare assai, e che coll'altro metodo si diventa pittore all'ombra, non vorrei che fosse stato inventato da chi, verbigrazia, è piú del parere del sor Virginio e del sor Mario, che non di quello del sor Checco, e, se è permesso il dirlo, del loro umile e devoto servitore. Ma il Cronista on è fatto per gli artisti soli, onde lasciamo stare queste discussioni di mestiere, che poco divertono i non interessati. Venuta la sera, nella gran città di Marino accadeva poi una trasformazione completa. Al silenzio profondo dell'ore, durante le quali il sole domina da re, anzi da tiranno o da despota, succede un bisbiglio, un rumore, un cicalío universale. Le finestre, le porte si spalancano, le vie s'affollano, gli usci si guerniscono di donne col lavoro sedute al fresco, di giovanotti colla camiciola sul braccio ed il garofano o la rosa sull'orecchio che le vagheggiano. Le osterie si popolano, e vi concorrono sia i benestanti che escono freschi di casa, come i lavoranti che tornano stanchi colla vanga e lo schioppo in collo dalla vigna o dal campo. La via è ingombra di pecore o caprette che ritornano dal pascolo guidate dalle bambine: e saltellando e belando col loro nasino color di rosa all'aria, ritrovano frettolose le solite stallette; di donne che profittano dell'ora piú temperata per portare panni alle fontane a rischiarare (sic), d'altre colle conche di rame in capo che vanno alla fonte di piazza ad empierle per la cena; qua si carica un carretto co' suoi otto barili, che nella notte farà il viaggio di Roma, piú giú il sor Pietruccio Mariani, vetturino, che già conosciamo, è appena arrivato colla carrettella dalla città; la moglie, vero ritratto della donna forte, scioglie le tirelle, stacca i cavalli, li conduce alla stalla, li strofina, li governa, mentre il marito, circondato da una folla che o vuol sapere le novità o avere scarico di commissioni affidate, dà ad uno una parola, all'altro una risposta, a questo una lettera, a quello un fagottello. Intanto i viaggiatori smontano, l'impiegato che ha la famiglia a villeggiare, la balia che ha trovato un buon baliatico, il prete che era andato in Dateria per una dispensa, ognuno si stira, stende le gambe, ritrova i suoi fagotti, s'avvia pe' fatti suoi; ed anche quest'importante incidente della vita di paesetto, l'arrivo della carrozza pubblica, ha ravvivata l'ora cosí simpatica dell'imbrunire. In ogni parte è bella quest'ora, ma nei climi meridionali è un vero incanto: è un risorgere alla vita dell'intera natura, un rinnovarsi di tutte le sue bellezze, de' suoi colori, delle sue fragranze: dalle alture sulle quali siede Marino, l'occhio scorre sull'antico Lazio, sino ai monti de' Sabini, di Viterbo ed al mar Tirreno; e quando l'ombre della sera gettano i loro misteri su quella vasta regione, quando soltanto rimane all'orizzonte un'ultima striscia arancia infuocata, che sfumandosi pe' campi dell'aria, si perde nel bruno azzurro e trasparente ove già scintillano le prime stelle; quando si uniscono l'umido soffio della notte, il fresco della rugiada, il muggito degli armenti, il suono dell'avemmaria debole e lontano, e persino quel fioco eppure cosí gentil canto del grillo, e tuttociò dopo una giornata ardente di fatica e sudori, creda, caro lettore, che è un insieme di tali felicità per chi ha notizia del bello, e un po' di vita nel cuore, da lasciar mille miglia addietro tutti i balli, i teatri, le feste, tutti i gusti artefatti, in una parola, di questo mondo... compreso quello di fare il ministro. Ma all'istesso modo che nel piú bel cielo può sorgere un temporale, il piú bell'idillio - a Marino specialmente - è esposto a finire in elegia. Mentre stiamo spensierati facendo ciarle sull'uscio di qualche casa d'amici, fra le donne, i giovani che ridono, i bambini che ballano al suon del tamburello, mentre si gode in pace di tutte le felicità che ho accennate, s'ode lontano levarsi il rumore... Pin! Pan! partono due spari: si vede gente correre, s'odono urli, imprecazioni, minaccie d'uomini, grida angosciose di donne: una che ci era vicina, e che sin allora era stata cheta e serena dando il latte al suo bimbo, s'alza sbigottita, figge lo sguardo ove nell'ombra pare attaccata la mischia, crede vedervi avvolto il marito: - Madonna Santissima! Pietro mio! - consegna, o piuttosto getta il figlio ad una vicina e corre via a cacciarsi tra mezzo ad aiutare il marito. Che è? che non è? Passa uno correndo e grida: - Peppe Rosso ha menato a Natale Raparelli... ci son tutti... è l'inferno!... e aver lasciato a casa il coltello... Au!...

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