Racconti, leggende e ricordi della vita italiana (1856-1857)
Autore: D'Azeglio, Massimo - Editore: - Anno: 1857 - Categoria: letteratura
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CAPITOLO V - IL SOR CHECCO TOZZI
La tendenza a generalizzare è innata nell'uomo. Ne sia prova l'inclinazione che abbiamo tutti, piú o meno, a cercare paragoni. E che cos'è un paragone se non il ricondurre sotto una legge generale due o piú fatti che alla prima parrebbero del tutto indipendenti da principi comuni? Dico questo perché, avendo io assai sviluppato l'istinto delle similitudini, ero ai giorni passati colpito da quelle che mi suggerivano le narrazioni di viaggi lunghi, difficili, ed attraverso sconosciute regioni. Non dico che sia idea nuova nell'assieme il rassomigliare cotali viavai al gran viaggio che tutti stiamo compiendo verso un mondo avvenire; ma anche le idee cento volte ridette si presentano talvolta, ed in certi momenti, sotto un aspetto cosí fuor del comune, e paiono d'un'applicazione cosí profondamente vera che quasi producon l'effetto d'una manifestazione di concetti senza precedenti nelle nostre osservazioni. Pensavo a' viaggi di quelle carovane, che partendo dai lembi delle ultime culture, s'inoltrano nelle regioni deserte ove l'uomo tanto s'impicciolisce a fronte delle grandi forze della natura tutte unite per annientarlo; ove malgrado questa lotta cotanto impari egli pure va innanzi, combatte, affronta ad ogni passo un nuovo nemico, ed alla fine supera gli ostacoli, vince e trapassa al suo viaggio a dispetto d'una potenza tanto maggiore alla sua. Durante la lunga via vi sono, è vero, giorni terribili. Vi sono punti ai quali sembra che l'impossibile vi si innalzi di contro come un muro di bronzo. Vi sono ore di bufera, di confusione, di disordine, di scatenamento generale degli elementi che paiono l'ultima ed inevitabile distruzione di ogni creatura vivente. Poi invece la tempesta rallenta, la furia de' turbini si fa meno intensa, alla fine passa; anche questa è passata! La carovana non perí tutt'intera; gli uomini cominciano a rivedersi in viso attoniti e smarriti; gli amici si cercano, si rintracciano, si trovano... si trovano, sí, se nessuno perí. Ma non va sempre a questo modo. Non sempre chi è partito insieme, insieme tocca la méta. Di cinque, di dieci che si mossero in compagnia pieni d'un istesso disegno, alcuni scompaiono alla prima giornata, alcuni a mezza la via, altri verso la fine del viaggio. Ed a quei che rimangono è dato appena un momento onde non lasciar l'ossa insepolte, e poi avanti! bisogna andare, non è possibile sospendere un attimo una sola delle cento cure che incombono ad ognuno de' viandanti, e dalle quali unite dipende la salute comune. Ed alla fine, di cinque, di dieci o piú amici che pieni di vigore e di speranza partirono insieme, quanti se ne trovano uniti il giorno dell'arrivo? Talvolta nessuno. Come non rimanere colpiti dalla somiglianza - si può dire identità - che è fra la sorte di cedesti viandanti, fra il corso delle loro venture, e lo stato di chi nel viaggio di questa vita stia già assai lontano dalla prima giornata? Come non vedere piú che mai esatto il parallelo, quando appunto uno di que' tali che v'era stato sempre compagno, che ebbe comune con voi i desideri e lo scopo; col quale avevate salvata, da quanti la volevano spenta, una grande speranza, quando, dico, questo compagno cade sulla via, e vi tocca andare innanzi senza esso, ed il cuore vi dice: ?La speranza fu vana per lui; lo sarà per tant'altri, lo sarà probabilmente per te!?. E se lo sperare vacilla, se una cara compagnia v'è tolta, non vi rimane a sostegno nulla salvo l'idea del dovere; e avanti, avanti sempre, che l'arrestarsi non è dato a nessuno! Persino nell'espressione del dolore v'è identità fra i due casi. L'andar della carovana pel deserto non dà campo a lungo compianto. Non lo danno nella vita le necessità giornaliere. Si può serbar triste il cuore in segreto, sentirlo derelitto, ma i compagni che rimangono vi chiedono l'opera vostra; se venne meno il conforto e l'aiuto, gli obblighi rimangon gli stessi, e dovete adempirli, ed adempirli sereno e senza fiacchezza. Nel riprendere la penna per aggiungere qualche pagina ai miei ricordi di vita italiana, questi furono i primi pensieri che mi si presentarono alla mente. Non tutti i lettori potranno sentire, come io sento, del fatto che me li suggeriva, ma tutti son certo mi vorranno perdonare d'averli espressi, e molti li comprenderanno per propria esperienza. Ora dunque veniamo a noi, e riprendiamo le cose al punto al quale l'avevamo lasciate. Ad esaminarmi però in fondo al cuore, mi par di trovare che il sor Checco Tozzi dovrebbe essere venuto a noia agli altri, come m'è venuto a me. Bisognerebbe dunque variare argomento. Variare almeno la scena, far fagotto e lasciar Marino. Ma dove s'avrebbe a andare? Chi mi saprebbe insegnare dove stia di casa un bell'argomento? Mi disse giorni sono un amico, che un giornale abbastanza cortese per far caso della mia penna, ovvero abbastanza allo asciutto d'argomenti - come son io ora, per esempio - per occuparsi de' fatti miei, aveva detto ch'io stavo preparando un libro politico sui casi presenti. Certo che a questo modo l'argomento sarebbe arci-trovato; e non nego anzi che per un momento questa idea m'era passata pel cervello, grazie a quell'abitudine benedetta che non si riesce mai a correggere, di credere che il mondo cammina male perché nessuno gli ha detto di camminar bene, e che basti dirglielo, perché lui, puntuale, ubbidisca subito sul momento. Sicuro: quest'abitudine per un cinque minuti m'aveva intorbidato il raziocinio; m'ero già messo innanzi carta, penna e calamaio, ed un tribunale potrebbe decidere che c'era principio d'esecuzione. Ma siccome quando tutto è ammannito per scrivere bisogna pure per andar avanti sapere, per approssimazione almeno, quel che si vuol dire, che cosa si vuol conchiudere, e qual via si vuol tenere, ha pur bisognato che mi decidessi su questi punti; e gira rigira, non ho trovato che buio. Per la prima m'era venuta l'idea, verbigrazia, di metter lingua nella gran discussione che stanno facendo parecchie ottime persone sull'impiego che s'avrebbe a fare del cuoio d'un cert'orso, onde tornasse al maggior profitto possibile della comunità. Uno, sento che ne vuol far tutt'un gambale separato dalla scarpa; l'altro, vorrebbe uno stivale a tromba; un altro, vuol una ghetta poco piú su della noce del piede e su all'alto una ginocchiera, perché dice che a mezza gamba gli duole o gli fa il solletico, e non si può sentir toccare; v'è chi di questo benedetto cuoio vorrebbe farne tanti pezzi: ognuno si prenda il suo, e andate in pace; altri invece vorrebbe regalarlo tutto a un solo che se n'intenda, e pensi lui a cavarne un costrutto che contenti tutti. Su questo fare ognuno ne dice una, e sento che gridano, e s'infocano e si strapazzano, e tramezzo al buscherío si sente scappare anche qualche parolina che non starebbe troppo bene. A chiuder gli occhi, per bacco, parrebbe che fossero in sullo scorticare; ma invece io che non li voglio chiudere, guardo, e mi vedo davanti il mio bravo orso vivo, sano, che vende salute, e fa i fatti suoi in santa pace, e que' signori che litigano per l'impiego della pelle li vedessi almeno colle mani piene d'archibusi, di spiedi, di spuntoni, con qualche coppia di buoni mastini, meno male! Direi: è un momento, e poi si scortica! Ma invece non hanno in mano nemmeno un temperino! Uno solo ha una spada, e vedo che ha certi polsi da far credere che la saprebbe far mulinare a dovere, dato il caso, ma per quanto sia, uno è uno, e quell'orso, a veder che razza di bestione è... c'è poco da far il matto... Insomma, io che son di poche parole, mi par proprio di poter per ora far economia di fiato quant'a questa questione; tanto piú che temerei, invece di far bene, che a crescer lo schiamazzo l'orso sempre piú s'avvedesse che gli si tira alla pelle, e già mi par d'accorgermi che ogni tanto digrigna, e non perde di vista colla coda dell'occhio quelli che fanno i conti sulle sue cuoia. Dunque questa questione per me è scartata per ora... A un'altra. Vediamo un po'... Oh il libro da scrivere ci sarebbe, e coi fiocchi! Ecco il titolo: Trattato sulla malattia della logica ad uso degli uomini di Stato, delle sétte, de' partiti, c. ec. E davvero si potrebbe nel foglio d'annunzi cominciare colla frase consacrata: ?Un livre vient de paraître, dont le besoin se faisait généralement sentir? ecc., ecc. Siamo in un'epoca nella quale non s'ammalano piú gli uomini ed i bruti soltanto. S'ammala il mondo materiale per categorie; e credo, grazie all'analogia, s'ammali anche il mondo morale. Le prime furon le patate; poi vennero l'uva, le rose, e che so io; poi i bozzoli e il loro seme; che meraviglia se la crittogama ora abbia preso alla logica? E se veramente la cosa fosse cosí... bagattella... bisogna pensarci sul serio. Tanto piú noi deboli - che siamo parecchi! - se ci guastano anche la logica, e se ci levano di poter spiattellare sul viso ai forti quei bei sillogismi che v'afferrano come tanaglie, e che una tentennata la farebbero dare a chiunque - fosse una piramide di Egitto - quei sillogismi che - l'ho detto, ho passione alle similitudini! - caduti una volta sulla superficie del globo, s'allargano come una macchia d'olio, e piano piano l'occupano tutto; se ci tolgono anche questo rifugio, davvero possiamo andarci a sotterrare! Che scioccheria! La logica, essendo verità, è o non è: ma non s'ammala e non si guasta. Parla bene lei... se si trattasse della logica in astratto, che è stata, è, e sarà sempre come due e due fanno quattro, e come tutte le altre verità. Ma queste verità, che abitano l'etere, e non toccano in terra co' piedi, non mi fanno gran prò come non lo fanno a lei; e se ella avesse imprestato in due volte due scudi ad un suo amico, ed al restituire lei dicesse due e due son quattro scudi, ed il creditore badasse a dire due e due sono tre, e fosse in caso d'appoggiare la sua aritmetica con argomenti di polso, mi farà grazia a dirmi che cosa lo suffraga la sua verità che non si ammala, e non si guasta, ed è o non è, come dice lei, ec. ec. Io parlo dunque d'una logica che si degni di smontare, e si faccia un essere visibile e palpabile come noi: che a un bisogno, se mi vuol uscir di strada, possa prenderla per un braccio e farvela rientrare, o almeno davvero pretendo troppo! - una logica alla quale possa dir le sue verità, e, se lei me la vuol ficcare, darle fra capo e collo con un buon sillogismo prima qualità, di que' tali che dicevamo, da far tentennare anche un obelisco. Ora lei è capace di volermi sostenere che neppur questa logica non è ammalata, e che non c'è nissun bisogno di stampare un libro per risanarla. Quand'è cosí, favorisca con me un quarto d'ora, e facciamo una passeggiata pel globo onde vedere in che panni si trovi il sillogismo nelle varie latitudini. Poi la discorreremo. Chiuda gli occhi; un bel salto, da bravo! Cosí! ci siamo! ottimamente! Sempre gli occhi chiusi, mi raccomando! Che sillogismo sente? ?Iddio ha creato gli uomini liberi e uguali fra loro - questi sono uomini...?. Presto presto apra gli occhi, e guardi la conseguenza. L'ha veduta? ... Dunque di cento, dieci sono liberi, e padroni di novanta che fanno lavorare allo zucchero ed al cotone, al suono di santissime legnate. E chi dicesse fra i padroni che questa conseguenza è illogica, rischia la vita. Le pare in salute il sillogismo da quelle parti? E uno. Un altro salto all'indietro, e torniamo dalle nostre parti. Qui i sillogismi fioccano, e c'è da fare a dar retta a tutti; che v'entrano per gli occhi, per l'orecchie e pe' pori; è un vespaio d'ogni nazione, d'ogni lingua e d'ogni razza. Mettiamo un po' d'ordine, e diamo udienza ad uno per volta, come i ministri. Quando sia stanco, faremo dire come loro all'anticamera di tornare un'altra volta. Avanti il No 1. Che cosa dice di bello? - Io fo la guerra perché il Gran Turco possa esser padrone e che l'Europa si trovi d'accordo. Il Gran Turco è devotissimo umilissimo servitore piú che mai, e in Europa non ci sono due dell'istessa idea, dunque è tempo di far la pace. Avanti il No 2. - Io dico che il diritto pubblico è stato inventato per diminuire i mali e le miserie appunto del pubblico civile, atqui l diritto vecchio ha portato malanni a tutti, grandi e piccini - questo pare che si metta bene! - Dunque io lo mantengo e non lo muto!... Ahi! ahi! Glielo dicevo che la malattia c'è! Al No 3. - Un padrone che s'adatti a far l'aguzzino si deve obbligare a limitarsi alle sue attribuzioni per l'onore del grado, la tutela della morale - e la sicurezza de' vicini. Questo padrone si trova nel caso contemplato. Dunque lasciamolo fare a modo suo. No 4. - Chi promette deve mantenere. Io ho promesso di mantenere la patria di Polifemo in uno stato sopportabile. Dunque la lascio malmenare a piacimento da quarant'anni in qua. No 5. - Minacciare e far la voce grossa, e poi non azzardarsi ad eseguire, è cosa da farsi corbellare. Io ho minacciato e fatto la voce grossa, dunque lascio correre - e se la gente ride, tanto meglio; è segno di allegria, e anderà in compenso del troppo piangere. No 6. - Se un partito vuol avere aderenti deve (almeno prima di vincere) promettere cose che invoglino e lusinghino gli avventori. Io, partito, voglio aderenti, dunque prometto al rispettabile pubblico di vuotargli le tasche, e metterlo in mezzo a una strada. No 7, che è fratello gemello del No 6. - Se un partito vuol avere aderenti, ecc., ecc. - la maggiore e la minore come sopra - ... dunque prometto ai miei fedeli l'uniforme di San Benito, ed una catasta di fascine per la stretta del finale. No 8. - I regni di questo mondo non sono miei. Questo regno è di questo mondo; dunque è mio. Se crede che mandiamo avanti l'udienza sia pure, ma mi pare che diventi una seccaggine un po' monotona; e poiché siamo dell'istesso parere, licenzieremo la turba di sillogismi che restano: - come vede, a volerli ascoltar tutti non basta un anno. Solamente, sarei curioso di sapere se ancora s'ostini a negare che la crittogama s'è attaccata al sillogismo? Ah, ah! S'è persuaso questa volta che la povera logica è ammalata, aggravata, e che sta col prete, come si suol dire di chi è al caso disperato! Poiché china il capo e non risponde, e perciò si da per vinto senza cercar cavilli e sottigliezze, in ricompensa, e per giocare leale, gliene dirò una io che forse non sa o non immagina. Fra quella turba di sillogismi ammalati ce n'è però uno sano come un corno, che prospera ed ogni giorno acquista vigore... Lo vedo là giú in fondo, che se ne va impettito e ridendo sotto baffi: se non le rincresce, sentiamolo. Ehi, ehi! una parola... Faccia grazia, ci mostri come è costrutto. Diamo retta. No 9. - Chi ha la forza comanda: io ho la forza, dunque comando. E non finisce qui, che questo è sillogismo colla coda come i sonetti. Sentiamo il resto. Per comandare bisogna potersi far ubbidire, per farsi ubbidire da certuni bisogna metter loro i manichini, ed io li metto... con quel che segue. Per quest'operazione non è prudente esser solo, ed è bene aver aderenti; gli aderenti s'hanno promettendo cose che allettino e mantenendo sempre la parola, io dunque prometto aiuto, soccorso di braccia e di quattrini - e non di vuotar le tasche o la catasta di fascine, come que' corbelli che sono usciti dianzi - ed all'occasione, quando gli aderenti hanno bisogno di me, costi quel che vuole, sono di parola e sempre ai loro comandi colle braccia e colla borsa. Cosí le cose mie, anzi le nostre, vanno bene; i miei aderenti, che sanno di non essere abbandonati nel pericolo, ridono sul viso di chi crede spaventarli colle smargiassate, e cosí, facendo tutti una famiglia, si campa; e, coll'aiuto del Signore, si camperà dell'altro. Gliel'ho detto, signor lettore, che ce n'era pur uno de' sillogismi che non aveva bisogno di cura! Questo, se non sbaglio, sta come un Cesare, e per lui non occorre trattato patologico; ma siamo finalmente d'accordo che molto occorrerebbe per gli altri. Dunque lo scriva! dice lei. Oh! qui lo volevo! Fossi matto a perderci il tempo! Sarebbe lo stesso come prender la cura d'una bella signora, di quelle piene di grilli, di convulsioni, fatte a modo loro, che ogni giorno n'hanno una nuova, e non fanno mai un rimedio ragionevole, né tengono un minuto un regime che abbia buon senso: ed in conclusione fanno impazzare il medico, e per contentino gli danno dell'asino e lo mettono fuor dell'uscio per ricompensa. Veda che bell'occupazione vorrebbe che m'accollassi! Scartiamo dunque anche quest'argomento e lasciamolo a chi ha tempo da battere e campa d'entrata. Un terzo me n'avevano suggerito, ma si va di male in peggio. Volevano che me la pigliassi, nientemeno, con un apostolo! Un apostolo francese che, non saranno sei mesi, ha pubblicato un libro, del quale ora mi sfugge il titolo, ma, per quanto mi pare, dal suo contesto dovrebbe essere: Correzioni ed eccezioni al Vangelo... qualche cosa di simile. Non sa di chi voglia parlare? Che vuole? non ho proprio la memoria de' nomi; ma il nome non ci ha che fare: e siccome la memoria delle idee e del loro senso l'ho discretamente, è un momento a dargliene un sunto. Ecco qua. Ella sa che ogni cristiano crede che siamo tutti figliuoli dell'istesso padre, ricomprati tutti all'istesso prezzo, e che perciò le anime nostre, sien esse rinchiuse nella spoglia d'un principe, come in quella d'un mendico, tutte, senza eccezione di climi, di lingua, di colore, abbiano agli occhi del Creatore il valore e l'importanza medesima. Tutti credevamo cosí, e questa fede ci pareva trovarla scolpita in ogni pagina del Vangelo. Che vuol che gli dica? Pare che ora la cosa diventi per lo meno molto dubbia, a dar retta al suddetto apostolo... e, alla fine, anche lui, subito che è apostolo, ha diritto di parlare, ed avrà i suoi motivi. Ecco dunque invece come starebbe la cosa. Resterebbe sempre vero che la fede nostra è fondata sopra un riscatto, del quale siamo tutti partecipi; ma parrebbe necessario, onde questa fede potesse vivere, mantenersi e prosperare, che una frazione dell'umanità... poca cosa, badi! tre milioni d'uomini circa... si spogliassero, o piuttosto venissero spogliati dai loro fratelli di quest'eredità comune. Parrebbe - sempre secondo l'apostolo - che a tutti i cristiani si debba far giustizia ed usar carità indistintamente, e siccome ad usar questa carità e questa giustizia omo per omo è affare lungo ed incerto, perciò si sono inventate leggi uguali per tutti, appunto per prenderceli sotto tutti indistintamente: onde si può dire che questo complesso di leggi essendo ciò che con un solo vocabolo si chiama un governo, ne venga per conseguenza che l'espressione piú estesa, anzi piú completa ed assoluta della giustizia e della carità evangelica sia su questa terra un buon governo. L'apostolo dice dunque che a questo buon governo tutti i cristiani hanno diritto, e, secondo lui, nel buon governo articolo principale v'è il poter dire quel che si pensa ed anche scriverlo, se si vuole, senza che nessuno vi si metta tra' piedi: ed anzi, siccome pare che nel suo paese gli abbiano voluto misurar la chiacchiera ed accordarne un tanto per uno, una porzione competente che ci si possa campare - perché dice che là a non aver questo sfogo si muore - ma non di piú, e non permettere che la gente se ne prenda quanta vuole, bisogna sentirlo, l'apostolo, che razza di coroncina sfila a chi ha stabilito una tale misura! Ma questo lasciamolo da parte. Dunque, ad un'applicazione completa delle massime evangeliche, detta altrimenti un buon governo, tutti hanno diritto, salvo questi tali tre milioni. E, siccome il Vangelo non fa questa riserva, qui sta il bello del libro, che dovrebb'essere intitolato: Correzioni, ecc. come ho detto dianzi. Oh! perché mi vuol ella stabilire questi iloti nella cristianità? Badi, non son io che voglio; io non voglio nulla; è l'apostolo francese: e la ragione che ne dà a certuni pare fondata su uno di quei tali sillogismi che hanno bisogno del medico. Dicono, per esempio, che ammettendo pure la necessità di fondare questa fede sulla collottola di tre milioni di tribolati, la giustizia vorrebbe almeno che i 150 o 200 milioni d'uomini della medesima opinione che sono pel mondo si dividessero per tre, si dessero la muta, efacessero un po' per uno a portar in collo questa fede e le sue necessità - all'incirca come nei reggimenti si dividono fra i soldati i tours de corvée. Dicono altresí che per mantenere nel rimanente del globo questa fede col suddetto mezzo, che cosa succede? Succede che se prospera fra gli altri, muore etica presso que' tali tre milioni; perché, invece di far una traduzione libera del famoso Moriamur pro rege nostro, cc. de' Magiari, e mettervi fide nvece di rege, andano a far benedire la fede e chi le vuol bene, e pur troppo tutt'in un fascio il suo primo autore, e questo è il frutto piú spiccio di quella bella combinazione. Insomma ne dicono molte. Ma, ripeto, quando un apostolo parla deve avere i suoi motivi. Egli dice che il capo della fede ha bisogno d'esser libero di insegnare al mondo e guidarlo colla voce e coll'esempio. Cioé, deve potergli dire senza sindacati: ?Signori, questa è la teoria e questa è la pratica, prova che la teoria è buona!? e s'appoggia al seguente sillogismo, quello appunto nel quale parecchi vedrebbero la crittogama: - Una teoria buona, dopo una lunga e libera applicazione, deve produrre effetti buoni. Questi tre milioni (piú o meno) d'uomini, dopo una prova d'un migliaio d'anni, durante i quali l'esperienza s'è fatta colla maggior somma di autorità che si possa immaginare, quella cioé che obbliga egualmente l'anima ed il corpo; dopo questi dieci secoli, dico, i detti tre milioni sono riusciti i piú infelici, i piú corrotti, i piú rovinati di tutta l'umanità civile; dunque bisogna mantenerli come sono, onde il loro padrone possa esser libero di dire al mondo: - La mia teoria è la migliore di tutte; - e mostrarli come un esempio da invogliare chi non ne avesse assaggiato. Ora, questo sillogismo sarà sano, sarà ammalato; io non lo so e non lo voglio sapere. Se è sano, prosit; e è ammalato, vada pel medico; ma non lo prendo in cura io, perdio! Fosse aver da fare cogli apostoli d'una volta - Dio li benedica! - con loro si poteva discorrere. Chi li mandava, aveva loro date le istruzioni, come si fa sempre, ed in queste istruzioni - ancora ci devono essere in archivio - era detto che vedessero di persuadere la gente colle buone, e si preparassero ad esserne mal ricevuti e soffrirne di tutte le razze; a non dovessero opporre altre difese fuorché la pazienza e la dolcezza, perché trattandosi di persuadere e non di usar violenza, ci voleva mansuetudine e non livore; ma ora pare che abbiano domandate nuove istruzioni, che le abbiano ricevute e che ci sia - è vero che nessuno le ha vedute le nuove - tutt'un'altra canzone; che ci sia detto chiaro e tondo: - Tutte quelle dolcezze erano buone finché stavate fuor dell'uscio e bisognava farvi aprire: ma ora che v'hanno aperto e siete entrati, e, si può dire, siete diventati di casa, mutate registro; e il primo che vi guarda di traverso, mettetelo fuor dell'uscio lui; e non basta: dategli dietro e pigliatelo a sassi, e aizzategli addosso bestie e cristiani, senza lasciargli un'ora di bene, neppure quando sia nella bara, ecc., ecc. Un po' po' di bagattella! e vorrebbero che io me la pigliassi coll'apostolo! Io m'ingegnerò di campare, e campare in pace se piace a Dio, e di questi gatti a pelare non me ne piglio. Dunque? È mezz'ora che si discorre, ed un nuovo argomento da trattare ancora non è scappato fuori! Vuol che gliela dica? Nelle malattie del mondo, come in quelle degli uomini, ci son certe epoche dove a voler scrivere ricette, e dar ampolle e rimedi, si fa peggio. La meglio dunque è star zitto, o parlare di scioccherie senza conclusione. Via via, avevo cominciato dicendo che il mio solito argomento doveva venire oramai a noia, e invece, d'una parola in un'altra, che cosa si viene a scoprire? Sissignore; si viene a scoprire che l'uomo della situazione è il sor Checco Tozzi.
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