Racconti, leggende e ricordi della vita italiana (1856-1857)
Autore: D'Azeglio, Massimo - Editore: - Anno: 1857 - Categoria: letteratura
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Il lettore rammenterà che al principio di questi ricordi, nel presentargliene il programma, ebbi cura di metterlo in avvertenza non essere mio disegno l'innestarvi storielle inventate: volere io invece esporre fatti veri e reali nella loro naturale e spesso incompleta ingenuità, senza punto incaricarmi se avessero o no le condizioni volute per formare una novella secondo le regole. Di novelle secondo le regole se n'è prodotto oramai da trent'anni in qua un tale profluvio, vi sono già tanti racconti, romanzi, scene di tutte le vite possibili, che il sacco, per quanto l'immaginazione de' scrittori fosse feconda, si può dire vuotato. A volere essere letti piú o meno ci ha sempre ad entrare l'amore. Gira rigira, la combinazione è la medesima - soprano, tenore e basso; l'innamorata, l'amante ed il tiranno - e per quanto si mutino accessori, la sostanza rimane sempre la stessa. Cosí essendo, è probabile che la verità piana piana diventi quasi una novità. Ma non bisogna illudersi: la verità nuda offre spesso forme poco seducenti, e per non cedere alla tentazione d'ornarla un tantino, ci vuol una gran virtú in uno scrittore. Questa virtú io l'ho... Lei ride, e dice che mi vanto! Prima di tutto s'informi, e sentirà che ora s'usa. Poi, non mi vanto; dico che l'ho perché è vero, e promisi di non dire se non cose vere... Del resto, eccogliene la prova; e la trovi cattiva se le riesce. Dica un po'! Al punto al quale eravamo giunti alla fine del capitolo III, con quella magnifica disposizione degli attori: la vittima, il tiranno, l'amico, il padron di casa, coro di donne, coro di giandarmi, notte, paese facinoroso, gran bosco in vicinanza, non c'era forse elementi per un colpo di scena, con finale da far morire d'invidia tutti i capicomici dei teatri diurni? Non si poteva venire alla catastrofe con una bella difesa di don Filippo contro i giandarmi, nella quale mi sarei potuto riservare una particella interessante, e moltiplicar incidenti servendosi del signor Raimondo e famiglia? e terminare colla cattura del duca, la prigione, l'esilio, ecc., ecc.? Oppure, non si poteva far comparire nel meglio una banda di congiurati che sbucano dalla Faiola, investono la casa, combattono i giandarmi, liberano don Filippo, catturano il commissario e famiglia, s'imboscano; e poi incontro di briganti, ovvero discussioni politiche alla frasca, parlata del duca al vile satellite del tiranno, e finire coll'innocenza premiata e il traditore punito; oppure ancora - di queste novità basta volerne - introdurre Marino in armi, sedizione, incendio di casa Tozzi, ecc.? Favorisca un po' dirmi se lei, signor lettore, si sarebbe dato carico di scrivere a Marino, ed istituire un'inchiesta per appurare se veramente nel 1824 vi era accaduto tutto quanto gli avevo raccontato? Se dunque era in mia mano di darle ad intendere un monte di frottole, senza che le fosse possibile smentirmi, confessi che è un atto di virtú per parte mia il dirle semplicemente ora che la tremenda notte finí in prosa liscia liscia, con una bell'aurora ed una splendida levata di sole come tutte le altre notti; che gli abitanti di casa Tozzi si ritrovarono la mattina ad ora competente senza che a nessuno fosse stato torto un capello; che uno solo mancava, ed era il signor Raimondo. Avendo faccende a Roccapriora, castello della montagna lontano sette o otto miglia, che doveva fare a cavallo, per fuggire il caldo, s'era fatto svegliare dal suo servitore prima di giorno. Questi era venuto nell'andito che dava adito alle nostre camere guidato dal sor Checco (ed io che gli dava del traditore! poveretto!); e siccome sbagliava l'uscio e stava per bussare da me, venne rimesso sulla buona via colle parole che terminano il capitolo antecedente. Il commissario poi non potendo, per il suo impiego, fare lunghe assenze da Roma, vi ritornò presto colla sua famiglia. Don Filippo, che non l'avea voluto mai vedere, rientrò nel consorzio, e la nostra vita riprese come prima, senza serbar traccia di tutte le agitazioni che s'eran provate, causa quel benedetto duca. Ciò che non era accaduto allora, accadde però in appresso; ed egli si trovò in guai seri, e fu arrestato pel fatto de' birbi ai quali s'era accompagnato. Ma di queste vicende non parla piú la mia storia, e non mi rimane se non ad esprimere al lettore il mio rammarico di non aver potuto offrirgli una conclusione da farlo piangere, posto il caso ch'egli sia fra quelli che non possono soffrire il romanzo con lieto fine. Ed ora, mutiamo discorso. Dolori e gioie della vita artistica - tale è l'argomento che ho pensato trattare nel presente capitolo; e ciò per mie ragioni particolari. Non ne farò un mistero, ed eccole in poche parole. Le arti d'imitazione, le arti belle - quando, ben inteso, non sono brutte - hanno per iscopo principale il dilettare. Se col diletto riescono a destare insieme negli uomini alti e virtuosi pensieri, tanto meglio; ma il semplice piacere può essere ad esse scopo bastante, e ad ogni modo è il solo mezzo che abbiano onde farsi accette; è la sola ragione della loro esistenza. Perciò vengono dette arti belle, ovvero arti di piacere. Ma questo loro titolo è cagione, nella società, d'un grave e curioso sbaglio. In generale, con un'argomentazione a posteriori olto erronea, si giudica che le arti, piacevoli a chi le gusta, lo siano in ogni occasione egualmente a chi le esercita, e quel che è piú serio ancora, a chi le studia. A dire artista, pare sempre che s'intenda un matto allegro, senza pensieri, che vive in un perpetuo carnevale! Coloro, in ispecie, che attendono a professioni intese non al diletto, ma all'utile della società; quelli che trattano affari seri, i politici, i filosofi, gli economisti, gli avvocati, i medici, gli scienziati, ecc. - per quanto talvolta neppur loro non diano nel segno, e al modo stesso che i seguaci delle arti di piacere fanno spesso sbadigliare ed annoiano, cosí gli uomini seri riescano talvolta buffi e facciano ridere - ove s'incontrino in un artista, mostrano per lo piú un'invidia, un mezzo dispetto, potrei dire una stizza, paragonando in petto a loro vita accigliata col supposto vivere beato dell'artista interlocutore; e se ne vendicano facendogli capire con grazia che essi sudano portando in ispalla quel globo, sul quale esso sta a suo bell'agio seduto facendosi vento. Quante volte m'accade - e che cappelli ci piglio! - d'uscir di casa dopo essermi rotto lo stomaco piegato in due al cavalletto per cinque o sei ore, avviandomi verso il pranzo senza appetito, e se il lavoro m'è venuto male colla bocca amara; e d'incontrare sotto i portici di Po un amico, omo serio, magistrato, regio impiegato o che so io, che anch'esso s'ingegna di metter insieme un po' di quella fama che tanta gente a questo mondo trova senza cercarla, e quante volte mi tocca sciropparmi una discussione di questo genere! Prima, al solito, si parla del piú e del meno; si verifica se fa caldo o freddo, si ripete la nuova che tutti sanno, la lepidezza che ha già un servizio da poter chiedere il benservito; si dice male dei ministri, e poi: L'omo serio. E cosí lui a sempre delle belle cose: - (lui, otto i portici di Po, vuol dir lei Io. Cioé... fo quel che posso... lavoro. L'omo serio. Eh! sí sí... già già... sappiamo. Lui empre si diverte. E intanto alza la destra all'altezza del mento, riunisce le tre dita che reggono la penna o il pennello, e descrive in aria una serie di piccoli circoli, come se un quadro consistesse in una catena di tanti o. Io, che appunto per aver fatti troppi di questi supposti o i sento doler le costole, a veder quel maledetto verso, dentro di me divento una vipera, che lo mangerei! e dico masticando amaro: - Mi diverto!... secondo!... non sempre... Certo, lavoro nell'arte perché l'arte mi piace e m'aiuta a campare, ma non bisogna dir per questo... L'omo serio. Eh! via via... lui on quattro pennellate ha la zecca in casa... beato lui! Io. Ma... caro mio! Non bisogna mica credere che a far l'artista sia tutto divertimento. Si fa per passione sicuro... ma, veda, non c'è mestiere che s'impari e s'eserciti senza fatica... anche i mestieri che paion piú allegri. Prenda il ballo. Crede lei che una ballerina diventi di cartello a furia di far salti e capriole solamente d'allegria: Sappia che per anni ed anni le tocca a lavorare per otto o dieci ore al giorno; far 2000 battements, ltrettanti jetés che so io per mattina, e se nulla nulla la salute non l'assiste, ed ha qualche difetto organico, rimetterci la pelle, se bisogna. Prenda la musica. È vero che ora, quando un tenore può cacciare un si i petto che si senta da strada, ha già il 90 per 100; ma pure, per quanto si possa generalmente essere cantante di cartello senza cantare, anche a questo modo lo star in iscena davanti al pubblico non lo può fare chi non ha faticato e sudato assai. Lo stesso dica della pittura. Un quadro appena mediocre, se sapesse quanti precedenti di fatiche, noie e studi suppone!... L'omo serio. Bene... sí... capisco... certamente bisogna imparare, ma... L'uomo serio che pratica sotto i portici all'ora che si chiudono gli uffizi, sul totale è l'homo unius negotii, ol quale non si scherza: ha un'idea per volta, l'ama come figlia unica, e batte sodo. - Sicuro, bisogna imparare; ma lui a in campagna a tirar giú frase tecnica in italo-piemontese) quelle belle vedute... ?fra l'erbe e i fior, fra ninfe e fra sirene...?. Io. Cioé, ?al vento, al sol, fra mosche e fra tafani?. (Mostro che anch'io so far versi). L'omo serio. Bene, ma anche le ninfe tavolta si trovano... Eh via! crede che non si sappia!... E qui, dopo qualche malizietta analoga piú o meno pellegrina, ripete la sua solita sentenza: - Via, via... si diverta, e beato lui! Beato il diavolo che ti porti! dico io mentalmente; e dopo una affettuosa quanto poco sincera stretta di mano, me ne vo a pranzo. Ora, prima di tutto, prego gli uomini gravi che mi incontreranno in via di Po a non dirmi mai piú che mi diverto, e soprattutto a non farmi sul viso, colle tre dita chiuse, quell'incitoso verso degli o. n secondo luogo, ecco spiegate al lettore le ragioni che m'indussero a trattare delle gioie e de' dolori della vita artistica; e se mi riesce descriverla proprio qual è, spero si persuaderà, che se l'arte diverte e solleva chi ne gode, stanca, consuma, e talvolta ammazza chi la professa. Dissi, cominciando, che per i miei viaggi tenevo un cavallo. Ma, fissatomi a Marino, presto m'avvidi che quest'ammirabile compagno dell'uomo alla caccia ed alla guerra non ama punto le belle arti, e vi fa pessima compagnia allo studio del vero. Un giorno, ne' gran calori, volli tenerlo meco mentre lavoravo in una valletta cinta di rupi scoscese. Gli tolsi la sella, e colla lunga corda che le cavalcature di campagna hanno sempre attorcigliata e pendente dal cavezzone lo legai nel piú fitto d'un macchione, ove non penetrava raggio di sole. Ma bene vi penetrarono i tafani. Dopo un par d'ore di lavoro, torno per vedere se il cavallo stava a dovere. Addio cavallo! non ce n'è piú notizia. Guardo di qua, guardo di là, di su, di giú, senza scoprire dove fosse finito. Dopo un pezzo, lo vedo arrampicato su per que' greppi e fermo, col muso contro lo scoglio verticale! M'arrampico anch'io fino a lui, e lo trovo ficcato fra pruni, flagellato dai tafani, e su un pendío cosí ripido, che non m'azzardavo a fargli mutare un piede: se Dioneguardi lo metteva in fallo, era cosa da finire a ruzzoloni in fondo alla valle. Non sapevo proprio che via trovare di ricondurlo giú coll'ossa intere. Lo lasciai dove stava, che il povero animale capiva il pericolo, e non c'era da temere che si movesse. Corsi per gente, e colla zappa bisognò fargli un po' di ripiano, e poi accomodargli alla meglio un'orma di sentiero pel quale gli fosse possibile scendere, e cosí dopo un'ora di lavoro, e con mille stenti e precauzioni, mi riuscí pure di rimetterlo alla stalla vivo e senza male nessuno. Ma lo studio che avevo incominciato perí nella burrasca; che mentre attendevo al cavallo il vento m'avea buttato a terra il cavalletto, mal legato, per mia colpa (lo confesso) ed empito il dipinto di paglia, stecchi, fuscelli e polvere e terra, e bisognò l'indomani riprincipiarlo. Eccone una intanto delle tribolazioni artistiche! Visto dunque che il cavallo non poteva servire, mi volsi al ciuco, e feci patto con un tal Amidei, contadino, che mi détte il suo a nolo a 22 paoli il mese, e pensare io a mantenerlo. Quest'Amidei merita gli consacri un periodo. Era un ometto basso, di nessuna apparenza, di poche parole, che stava pel fatto suo e non dava fastidio a nessuno. Per un pezzo lo credetti un'animella da lasciarsi cucinare come si volesse da ognuno. Senta, un giorno, che lavoro mi fa quest'acqua cheta. Si teneva la fiera di settembre a Grottaferrata; v'ero andato con altri del paese, e girando per l'olmata che è accanto al castello, ove tutti i ciociari dei monti di Regno portano que' loro sublimi presciutti, avevo veduto l'Amidei che se n'andava tranquillo per la folla. Addio! - Addio! - e l'avevo perso di vista. Torno a Marino la sera, e vien la nuova che sul tardi a Grottaferrata erano tre ammazzati. M'informo, e sento che sotto un'infrascata dove si teneva bettolino era nata una rissa fra tre Marinesi e tre Frascatani. Usciti all'aperto per darsi, i tre Marinesi avevano avuta la peggio. Due di loro, dopo toccate varie ferite, s'erano ritirati alla meglio; uno era caduto in terra e si stava schermendo come poteva, quando al suo avversario, nel volergli menare un colpo al petto, gli venne percossa la clavicola, ed il coltello gli fuggí di mano. L'altro che gli stava sotto fu svelto ad agguantarlo lui: si rizzò come un serpe, e con quell'arma ammazzò un dopo l'altro i tre Frascatani; proprio come Orazio ammazzò i tre Curiazi. E sa chi fu l'Orazio? fu il sor Amidei, padrone del ciuco! E seppi dipoi che mettendosi in quella rissa si trovava non avere neppur arma indosso: onde, se non si da la combinazione della clavicola, addio il sor Amidei. La morale di questa storia è che in genere non torna fidarsi sulle apparenze, e misurar gli uomini al braccio - tanto piú in campagna di Roma. Provvisto dunque d'un bravo ciuco, armato della sua ingenita pazienza ed'una buona bardella, i miei affari presero miglior avviamento; ed ecco qual era il mio orario. M'alzavo col sole, e per prima cosa preparavo la tavolozza e la cassetta ove stanno tutti gl'infiniti impicci che possono occorrere pel lavoro: che, a scordarne uno solo, c'è il caso di non potere far piú nulla. Poi scendevo alla stalla, mettevo la bardella al ciuco e lo caricavo delle seguenti robe: un paio di bisaccie con entro la colazione, una bottiglia d'acqua e vino, libri per leggere, album er disegnare, un palosso per sfrascare, tagliare erbaccie e pulire il terreno ove s'ha a lavorare (palosso che mio padre portava alle caccie di corte e che ora era sceso a quest'umile esercizio), cordicella, spago, chiodi, caviglie, ec.; il necessario insomma per piantar bivacco. A destra della bardella, pendente in un fascio, cavalletto, ombrello, sediola, spuntone, e la cassetta nella quale riponevo la tela alla quale lavoravo, onde salvarla dalle carezze delle frasche e di chi passava. Messo in ordine il ciuco a questo modo, gli saltavo su a sedere, colle gambe a sinistra a penzoloni per pareggiare la soma; un discreto schioppo a due tiri in mano, la camiciola su una spalla come gli eleganti di Marino, e via in campagna. Giunto sul luogo del lavoro, che talvolta era distante assai bene, cominciavo l'apparecchio, non breve, tanto piú se era giornata nella quale convenisse premunirsi contro il vento. Ecco come si fa. Prima fissar l'ombrello e raccomandarlo con lunghi spaghi a qualche ramoscello pieghevole onde consenta, e non si strappi ad un ventata. Poi piantare il cavalletto e suvvi la tela, legati ambedue ad una corda che tiene sospeso un sasso fra i tre piedi, onde non faccian anch'essi un volo (una volta, sotto l'Etna, il vento mi portò via fin la cassetta, che non è una paglia!). Poi metter la colazione in salvo dai formiconi, il bere in fresco se si può, e finalmente sistemare il ciuco che non se la colga mentre lavorate. Il ciuco è utile, laborioso, tranquillo, paziente, non c'è che dire: ma siccome son vissuto parecchi anni nella sua intimità e l'ho potuto studiare, mi son dovuto persuadere aver esso un brutto difetto che amareggia di molto il piacere della sua compagnia! È dissimulatore che non ce n'è idea! Quando un ciuco ve la vuol fare, ve la fa; prima, o poi. Bisogna vedere come sta tutto modesto, proprio quando medita una ribellione! E come sa prendere bene il momento che abbiate le mani impicciate, o pensiate ad altro! Per questo, la sa piú lunga di quelli che dianzi hanno fatto lo sbarco a Lavenza. Il mio me la ficcò una volta. Non so per qual motivo avevo sul braccio la cassetta aperta, e tenevo coll'altra il capo della corda della cavezza per condurlo ove intendevo legarlo. Lui, il birbo, mi vede impicciato, rizzal'orecchie, intuona un inno all'amica lontana, comincia a volermi fuggire verso la stalla; io tiro, lui tira; si mette di corsa, e io di corsa; per non rovesciar la cassetta non mi guardo a' piedi, inciampo, va all'aria cassetta, pennelli, colori, boccetta, e quanto c'era, ed io, lungo per terra, che mi strascinò qualche sei braccia; e poi non ci fu rimedio, fuggí. Ecco un'altra tribolazione! Invece di mettersi in santa pace a lavorare uno studio che v'interessa, e del quale (non potendosi piú fare come Giosué che fermava il sole) il bello passa presto e l'effetto non dura, bisogna correre dietro al ciuco per rompicolli, e penare Dio sa quanto a riaverlo. E non si discorre di quel che può accadere intanto alla povera roba vostra lasciata in abbandono. Alla fine, e quando a Dio piacque, pure lo ripresi e ricondussi sul teatro del suo misfatto. Clementi numi! che legnate gli diedi! Non ne parliamo, che è meglio. Lo so che tutti questi casi son scioccherie che non dovrei presentare agli associati del Cronista;ma se ho da descrivere la vita artistica, non posso raccontare avventure ?palpitanti?: bisogna che narri una filza di seccature insipide, che al piú serviranno a far sorridere un collega che le abbia provate. V'è però sempre un ripiego per chi le avesse a noia: mi lasci col mio ciuco, e passi a un altro collaboratore. Creda a me, troverà presto sotto il velo del semi-anonimo, all'ombra di quelle firme a parafrasi che s'usano ora, come sarebbe un Emigrato del '21 - un Toscano di Val di Nievole, ecc. Troverà, dico, di che rifarsi delle mie seccature. Sappia, signor lettore, che in Toscana, ove mi trovo al presente, il Cronista di moda, e m'è riuscito ottenere promesse di collaborazione da certi ometti che non hanno mancato mai di parola. Onde... per ora non dico altro, e torno al mio studio. Quando finalmente, come Dio vuole, tutto è ammannito e all'ordine, lei dirà: ora non c'è piú guai, ed il signor artista si mette a lavorare in santa pace al fresco, sotto il suo ombrello, quanto gli piace. Ci ha proprio indovinato! Ora viene il meglio, invece. Cominciamo, articolo fresco; se sentisse che fresco di cantina tira da quelle parti dalle 7 in poi! Non c'è ombrello che tenga. Fra il caldo e la posizione sempre un po' forzata si va a rigagnoli, per quanto si sia leggero di panni; e se nulla nulla s'è poi a ridosso di qualche scogliera, par proprio di star in forno. Mi ricordo un giorno, appunto in questa situazione, dovetti ridurre la mia toilette somiglianza di quella che certi scultori vorrebbero attribuire ai grandi uomini - od anche non grandi - d'oggidí, quando hanno a far loro la statua: che invece di vestirli co' panni che usavano portare in pubblico, li rappresentano come se uscisser dal letto: in clamide all'antica; che in buon volgare, tutti sanno che vestiario sia. In questa toilette, he del resto è quella del Marc'Aurelio di bronzo sulla piazza di Campidoglio, lavoravo, assistito da un contadinello che mediante una frasca mi cacciava le mosche, come si fa ai cavalli che si ferrano. E poi, le abitudini degli stessi contadini mostrano che clima sia codesto. Da noi, come ognuno sa, chi lavora a giornata comincia all'alba, e, meno l'ora de' pasti, seguita fino a notte. Là, invece, verso mezzanotte l'opre, che è il loro nome proprio, s'avviano al lavoro, tanto piú per le fatiche grosse del vangare, ecc., e seguitano fino alle 8 o alle 9 della mattina. Dopo quest'ora non trovate piú un villano in campagna. Dormono. Verso sera riprendono poi la vanga per due o tre ore. Trovavano strano ch'io lavorassi sino a mezzogiorno, ed uno mi disse una volta: - Come fai a regge lo sole? - Ajo lo capo piú duro dello teo - risposi; e molto mi ringraziò della spiegazione. A proposito del caldo, mi vien in mente d'un certo canonico grasso grasso, buonissima persona, che cosí un poco disegnicchiava anch'esso, e volle un giorno vedermi lavorare. L'avvisai che badasse, non avendo fatto l'abito, che il sole non gli avesse da far male: ma vinse l'amor dell'arte, e volle venire. Sul primo andò benone; poi a mano a mano che il sole si faceva alto principiò a soffiare, si mise il fazzoletto sul nicchio, e poi in maniche di camicia; e ciò nondimeno s'era fatto rosso come un papavero, col viso lustro che pareva uscisse di fontana; alla fine gli convenne andarsene, e ci ebbe a star a letto con un'infiammazione e cacciarsi sangue. Ma non si tratta di caldo soltanto: si tratta d'insetti che vi pungono, di mosche che vi fanno il solletico sul naso mentre avreste bisogno d'aver piú ferma la mano, di zecche che vi si cacciano sotto panni. (La zecca è un insetto tondo, del genere acarus, argo come una grossa lente, piatto, e con molte zampe corte, che s'attacca all'uomo come alle bestie; e s'appiglia cosí sodo alla pelle, che neppur coll'ugne non si riesce a levarlo. Il male è che lavora senza che uno se n'accorga, e quando comincia a prudere è già alloggiato. V'è però un rimedio facilissimo, tanto piú ai pittori a olio. Bisogna metter orizzontale il punto ove sta la zecca, e col dito lasciarle cadere addosso una goccia d'olio, che vi rimanga un quarto d'ora: l'insetto si stacca da sé). Si tratta insomma d'avere dirette contro la vostra persona tutta l'infinita varietà d'armi offensive, tutti i pungoli, i dardi, le seghe, le tanaglie, le trombe assorbenti, ecc., onde la natura ha provvedute le piú deboli delle sue creature: e la fatica di difendersi da questa levata in massa, aggiunta all'atmosfera bollente, infastidisce e stanca alla lunga piú assai del lavoro. In quelle ore di solitudine e di silenzio, quanto utilmente però lavora la mente! L'intelletto e la fantasia corrono l'intera creazione, cercano la causa di tutto, trovano o credono trovare leggi e sistemi; si ragiona e spesso si sragiona, ma, comunque, il pensiero s'esercita e si avvezza a quella lotta pertinace contro l'incognito, a quella interna tenzone fra il bene e il male, fra il vero e il falso, dalla quale soltanto possono emergere idee chiare, mature, ed opinioni alla prova dell'incostanza degli uomini e della fortuna. Se in vita mia ho potuto non troppo uscire di quella via per la quale mi son messo fin dai primi anni, e che ho giudicata fosse per me la via del dovere, ne debbo saper grado a que' lunghi soggiorni che per tanti anni feci nelle selve e nelle campagne, libero, indipendente, solo, a fronte de' mille dubbi, delle mille difficoltà d'un avvenire che allora poteva esser lungo per me, pieno del grave pensiero che ogni uomo deve la sua vita alla terra ove nacque, e del caldo desiderio di trovar modo onde lasciarla, morendo, in migliore stato che non era quando nasceste. Con un cuore retto che cerchi unicamente la verità, e collo star molto solo, e molto pensare, un giovane, credo io, si rafferma il carattere, ed impara ad agire sapendone il perché; a patto che al tempo stesso dia parte del suo tempo a studiar dal vero uomini e cose, adoperando l'orecchio piú che la lingua; che la solitudine pretta genera caparbietà, come dice Platone... Ma non so se sia bene mettere insieme Platone ed il sor Checco Tozzi con quel che l'accompagna; onde lascio il moralizzare e torno alle tribolazioni artistiche che non son finite. Ne debbo ricordare una che parrebbe non far troppo onore alla dolcezza di carattere de' ragazzi di quel paese. Ma bisogna avvertire che gli asili infantili sono sconosciuti a Marino, e che gli esempi posti sott'occhio a' figliuoli da maneschi genitori debbono produrre le loro logiche conseguenze. M'è accaduto piú d'una volta, stando a lavorare in qualche fondo sotto l'ombrello bianco, e che perciò spicca in mezzo al verde, di essere chiamato dall'alto dai ragazzi col grido: - Ah pittore! - e senza che avessi tempo a rispondere, sentir fischiar per l'aria parecchie sassate che mi cadevano piú o meno vicine. Capisco che quel bell'ombrello bianco era una gran tentazione per questi bersaglieri in erba, e che i sassi si dirigevano all'ombrello e non a me: ma siccome mi ci trovavo sotto, un giorno la cosa finí con una querela in forma, che presentai al giudice di Marino. M'occorse al tempo stesso dover lasciare il paese per un paio di giorni, e partii. Al mio ritorno trovai che giustizia era fatta, ed i miei nemici stavano dietro le ferrate. Non ero appena scavalcato, che ecco comparire le madri piangenti, a confessare l'enormità del delitto, domandar perdono, ed implorare quel tal consenso che termina gli affari criminali. Come si può credere, mostrai la clemenza di Tito, e i ragazzi rividero i loro penati immediatamente. Ciò mi serví a non aver piú sassate; a Marino, intendiamoci. Ne toccai però altrove e una volta fra le altre, disegnando la grotta della fontana Aretusa, da certi birichini siciliani. Non si credesse mai perciò che i forestieri in Sicilia siano accolti a sassate; in nessun paese europeo si trova invece, credo io, tanta ospitalità in ogni ceto. Per parte mia la trovai amorevole e cortese in modo da non poterlo mai dimenticare. Cosí voglia la Provvidenza spezzare una volta il flagello col quale percuote da secoli que' popoli valorosi; eporli in grado d'usare gl'infiniti beni che - si direbbe a scherno - li circondano invano, e rendono piú amara la loro presente miseria.
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