Racconti, leggende e ricordi della vita italiana (1856-1857)
Autore: D'Azeglio, Massimo - Editore: - Anno: 1857 - Categoria: letteratura
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Della cattiveria umana non me ne sono mai molto meravigliato, neppur da giovane. Ma mi sono invece meravigliato da giovane e seguito tuttavia a maravigliarmene da vecchio dell'umana bontà. Quando penso che ci sono a centinaia uomini che si mettono nelle società segrete, dico che hanno pur ragione quelli i quali scelgono la professione di campare di prossimo col solo capitale della sua illimitata bontà, farsi schiavo di chi non si conosce; ubbidirlo ciecamente in un'opera egualmente ignota, se non altro, nella sua forma e ne' suoi mezzi; sottoporsi ad un tribunale che vi giudica come l'Inquisizione; ed esporsi ad avere un bel giorno la dolce sorpresa di trovarsi giudicato, condannato, e spedito all'altro mondo senza nemmeno il disturbo d'aver veduta la faccia né di un giudice né d'un testimonio; mettersi d'accordo interamente di motuproprio, senz'esservi obbligato, questa bagattella di basto sulle spalle, come se già non ci fossero in abbondanza basti inevitabili; sarei curioso di sapere se tutto ciò si chiami agire da persona di straordinario talento! Io per la parte mia - e non mi credo un Salomone per questo - ho sempre trovato, esaminandomi, che per quanto potessi immaginare sviluppata nel mio cranio la bosse ella docilità; per quanto provare urgente il bisogno di sentirmi governato dispoticamente senza sapere, sto per dire, né da chi, né perché; dovevo, vivendo in Italia e nello Stato del papa, trovare però talmente soddisfatto il suddetto bisogno, da non credere necessario di mettermi sul collo, oltre il governo d'obbligo, un altro governo dispotico di lusso. E se mi vengono a dire che il giogo di dette società è grave bensí, ma che conviene accettarlo per amor patrio e non può farsi altrimenti, volendo prepararsi, intendersi, conoscersi innanzi tratto, affine, venuto il giorno dell'azione, di poter agire con accordo - caro quest'accordo! - io rispondo che son tutte corbellerie, e chi le crede è... con quel che segue. Nelle società segrete, il solo che sappia quel che fa è quello che comanda. Potrà esser birbo quanto volete, ma almeno sa quel che vuole, e sa che istrumenti impiega, e regolando il suo conto alla fine di un novennio ci vede chiaro. Quanto al gran frutto che s'abbia poi a cavare di dette società, mi par di vedere che i carbonari, verbigrazia, dalla loro fondazione al tempo di Ferdinando e Carolina, non riuscirono a cacciar Murat da Napoli, e da quell'epoca in qua sarei curioso di sapere in quale delle loro imprese siano riusciti! Questa verità per fortuna è oramai penetrata nel cervello di tutti quelli che ne hanno uno a loro disposizione; e se i governi d'Italia lo volessero, potrebbero far scomparire affatto ogni idea di sétte; come lo poterono nel '47 - come lo possono ora gli ordini che reggono il Piemonte. Chi vorrebbe fra noi prendersi l'incomodo di andar in cantina a far politica, mentre si può farne in piazza tanta da farsela venire a noia? Ma finché i governi si ordinano a sétte, le sétte vorranno sempre ordinarsi a governi. Poiché d'una cosa in un'altra son venuto su questo discorso - si vede proprio che ora non c'è rifugio sicuro contro la politica, nemmeno il sor Checco Tozzi! - non le pare un fatto singolare, un fenomeno psicologico curioso quella disposizione di animo che spinge tanti individui a sottoporsi al giogo delle sétte, ad onta del nessun frutto che hanno portato in tanti anni, e di tante fatiche, noie, pericoli ed umiliazioni? Gli uomini hanno poco giudizio, dice lei! Sta bene. Anche questa è la spiegazione; è in altri termini quella che ho data dianzi - la ?gran bontà? dell'uman genere. Ma - permetta vorrei trovarne una meno comune. Non ci si dice altro da ragazzi - e dovrebbe venirci detto da uomini e da vecchi - hai poco giudizio! - è logora oramai e troppo generale. Sarebbe bene scoprire qual è la malattia morale che ammazza questo giudizio, e quanto a me sempre piú mi persuado che è la piú pertinace, la piú incurabile di tutte - la vanità. Se il mio lettore è un teologo, mi permetta di dirgli, sotto la sua correzione, che la teologia, secondo me, ha commesso un grande sbaglio mettendo l'orgoglio per principale, e lasciando la vanità soltanto per annesso. Io vorrei invece che a questa fosse data la precedenza. Ho sempre veduto che da un bell'e buono orgoglio, ben condizionato, talvolta qualche cosa di grande, di generoso scaturisce; mentre dalla vanità non nascono che miserie, ragazzate, pettegolezzi e seccature - quando però non nasce di peggio; - che se la vanità molte volte è puerile, e quindi mansueta, molte altre è feroce e senza misericordia. L'orgoglio si soddisfa di se stesso, è indipendente, e non mendica applausi volgari. La vanità è cortigiana di tutti, s'inchina e tende la mano al primo che passa, per aver la limosina d'un bravo!L'orgoglio conforta il merito calpestato dalla mediocrità, lo consola del suo obblio e de' suoi scherni, dicendogli: - Se non ti pregia, suo danno! non mancherà che ti pregi; l'avvenire, se non altri. - La vanità invece è sempre incerta di se stessa, sempre paurosa, ha bisogno di chi l'ammiri in ogni occasione ed in tutti i momenti. L'orgoglio e la vanità cercano bensí fama ambedue: ma il primo non la vede se non nell'omaggio della opinion pubblica dell'intero mondo - e piú se potesse. Alla seconda basta la popolarità, fosse d'un paesetto e non durasse che un giorno, meglio che niente. Applico ora la mia teoria. Suppongo la porta d'una società segreta, e vi metto di guardia da un lato l'orgoglio, dall'altro la vanità. Si presenta un giovane per entrare. Che cosa gli dice il primo? - Oh che motivi hai tu d'andarti a vendere anima e corpo? di metterti al collo la cavezza come un giumento, per chi neppur conosci? Per chi non vale piú di te, e forse può valer meno? Perché dovresti obbedire ad ordini de' quali neppur si degneranno dirti il motivo? Perché ti faresti istrumento di un disegno che non è il tuo, che neppure ti fu dato discutere? E chi è alla fine costui che accetteresti per padrone? Che gran cosa ha fatto? Perché non ubbidirebb'egli e non comanderesti tu? Diranno che ti arresti per poco animo! E che importa a te di quel che dicon costoro? Non son essi i tuoi giudici. Vengano a dirtelo in viso, e vedranno chi avrà piú animo, tu, ovvero essi, ecc., ecc. Cosí dirà l'orgoglio, e se il giovane è di alti spiriti volterà strada. Sentiamo ora invece che cosa sa dire di bello la vanità. - Finora eri un ragazzo che nessuno curava. Sarai omo finalmente, figurati! ora quando entri, che ti bendino gli occhi, e ti mettano alle prove per l'ammissione - già sai che nessuno ne rimane né morto, né stroppiato - tu farai un viso fiero, e lí, franco, senza paura... Pensa... diranno. ?Bagattella! Che coraggio! è dei buoni questo!?. E poi i tuoi compagni quando li trovi... ti guarderanno con tutt'altr'occhio di prima. E... a proposito... pensa, stasera al caffé - in ogni città c'è sempre qualche caffé, Ausonio, o Democratico, o Italico, dove la vanità è a casa sua - potrai finalmente dire: ci son anch'io a questo mondo; diventi un uomo importante, ti s'apre un campo pel tuo talento, per la tua attività. Te l'ha pur detto il tale che hai un alto intelletto, un cuor generoso, che l'Italia aspetta molto da te - (il povero pesciolino non vede mai sotto quest'esca d'adulazione né l'amo, né il filo, né la canna tenuta in mano dall'arruolatore) - che nessuno piú di te potrà emergere quando sia giunto il momento, ecc., ecc. E se il postulante è di cuor volgare, come purtroppo ne sono tantissimi, se è di coloro che non curano o non provano quell'inevitabile umiliazione interna, che fa scontare ai vani la serie di piccole viltà che commettono, egli varca la soglia, e quando viene alla famosa prova, e che non si smarrisce alla vista della spada nuda, del teschio, e simili terribilissimi spaventapasseri, gli par d'essere chi sa che gran cosa: ed ecco nella rete un pesciolino di piú! Seguitiamo ad analizzare questo povero ed incomprensibile viscere detto il cuore umano. La vanità quando ha preso un uomo, sia pure per un capello soltanto, di grado in grado lo viene a posseder tutto, ne fa quel che vuole; e quando è suo interamente, se gli mettesse anche in mano il pugnale dell'assassino, come potrà ricusarlo? Nelle riunioni d'uomini l'ho osservato - i partiti piú violenti sono sempre proposti da chi val meno ed è notato per leggerezza. In una città assediata, per esempio, quando gli uomini di saldo animo riconoscono unanimi che, salvo l'onore, bisogna però cedere, e che è oramai indubitato che cosí si farà, non manca mai chi proponga l'esempio di Numanzia e Sagunto, e che voglia seppellirsi sotto le rovine - frase tecnica. E perché? Perché mentre l'orgoglioso sa che questi eroismi son difficili ad ottenersi in oggi, e vuol evitare piú di tutto d'esser tenuto, proponendosi, millantatore o leggero dagli uomini di senno e d'esperienza, perché, come dissi, l'orgoglioso fa gran caso della riputazione, né si cura di un'effimera popolarità; il vano invece, purché si senta proclamare eroe sul momento ed ammirato dai balordi, non cerca piú in là. Nelle riunioni, sian settarie o no, ove si ventilano questioni politiche, v'è sempre chi vuol farsi onore, non col proporre un'idea ragionata e possibile - che d'ordinario pochi l'intendono e perciò pochi la lodano - ma col mettere innanzi la proposta piú rovinosa. Ed il vano si gode tutto pensando: ?Nessuno osa quanto me!?. Gli assennati dicon bensí fra loro: ?Nessuno le dice grosse come te!?. Ma i soliti balordi s'inchinano all'eroe e l'eroe si trova felice. E poi la miglior clinica per istudiare questa malattia dell'anima sono i parlamenti. Come si spengono, verbigrazia, i vani nella seduta segreta, e come avvampano nella pubblica! Come fiorisce l'interpellanza ed il fatto personale, come splende evidente la necessità della strada, dell'argine e del ponte, come patisce il sollecito la dignità nazionale, e come cava le lacrime il soffrire del popolo quando le tribune son piene! A quali torture morali non si mette il buon senso, quanti fatti, quante cifre non s'improvvisano per turare la bocca alla replica, aver l'ultima parola, ed ottenere gli onori della sensazione! La vera riputazione e la stima di chi capisce se ne va con queste industrie; ma la vanità, d'appetito insaziabile e di buona bocca, ha avuto il suo pascolo ed altro non cerca. Vanità benedetta, quanto male ci hai fatto! Se si riandassero tutti gli errori che si commisero da dieci anni in qua, si troverebbe che non tanto ci hanno rovinato i tipi Catilina, quanto i tipi prima donna? Già lo dissi, è risoluzione presa, e non voglio esser cattivo; non passo quindi alle applicazioni: ma chi vorrà aver la flemma di trovarsele da sé, mi saprà dire se ho ragione. Avevo supposto dianzi che il mio lettore fosse un teologo. Se avessi indovinato, egli sarebbe in diritto di dirmi: ?Questa è nuova eresia! fare il panegirico dell'orgoglio?. Intendiamoci dunque. Io lo dissi meno funesto della vanità, ma non ne feci il panegirico. L'orgoglio non può mai fondarsi sul vero, onde è cosa fallace e perciò cattiva. Fo una similitudine. Se il famoso meccanico Vaucanson fosse riescito a dare il pensiero ad uno de' suoi automi, e che questo avesse provato orgoglio della propria mirabile struttura, non poteva Vaucanson dirgli: - Ti sei forse fatto da te? No, non dirò mai che l'orgoglio sia buon movente degli atti umani: il buono, il solo movente accettabile per un alto cuore è il principio del dovere e del sagrificio, e quel principio riposa... Ma che diamine vo dicendo? Mille milioni di perdoni, lettore mio!... non so in verità dove stessi col cervello! Altro che il sor Checco, e Venanzio, e Marino! Un trattato di morale né piú né meno mi veniva pescato nel calamaio, se non me n'accorgo a tempo. Bel tema per uno scritto da leggersi in cammino di ferro o facendo il chilo, e che si è modestamente impegnato ad essere divertente! - Le genre moral... ça ne se vend pas! mi diceva un celebre scrittore - ed io che non penso che a far associati! Scemo! Basta! tutti possono sbagliare: ma non ci casco piú, e torno in fretta e in furia agli ospiti di casa Tozzi. Vediamo a chi tocca. Poveri noi! Quanto a divertire, può far la pariglia colla predica dell'orgoglio e della vanità. Ho l'onore di presentarle il signor Raimondo N. N. (fossi matto a dire il nome!) con sua moglie, due figlie nubili, due maschietti, uno di sei, l'altro d'otto anni. Il padre verso i cinquanta, statura media, tinta olivastra, spalle strette, viso magro, capelli e favoris olla brina e tenuti corti, denti lunghi e apparenti, grazie ad un frequente e poco dolce sorriso. Segni particolari: cogli occhi non ride mai. Non è necessario occuparci della famiglia. Basti indicare che era delle solite che si vedono riprodotte con un po' di monotonia, bisogna dirlo, da quell'artista pur cosí fecondo - la natura - in tutte le diligenze o secondi posti di via ferrata, in tutte le chiese parrocchiali alla spiegazione del Vangelo la domenica, in tutti i palchi terz'ordine, ecc., ecc. Mamma linfatico-sanguigna, figlie sanguigno-biliose, causa il padre, figli temperamento birichino, ecc., ecc.; tutti però vivendo in buonissima armonia, e pieni d'un'illimitata fiducia nel signor Raimondo, che era, mi scordavo di dirlo, commissario di polizia! La sera che il signor Carluccio Mariani (unico vetturino dell'unica carrozza che trasportasse giornalmente cinque persone dentro e due in serpa, che son sette, da Roma a Marino - Carluccio, fratello del caffettiere in piazza, zio del canonico, l'avrà inteso nominare), la sera dunque che mediante questo veicolo smontò il signor Raimondo e sua famiglia, al pian terreno del sor Checco, don Filippo era in camera al secondo piano, e siccome io non ero tornato ancora, faceva versi. Il chiasso del legno e de' sonagli spaurí la musa, che aperte l'ali volò via; e il duca, appoggiato al davanzale della finestra, badava a considerare i neoarrivati, quando gli entrò in camera il sor Checco, prudente come il serpente, se non semplice come la colomba, che veniva per farsi domandare chi erano costoro, in luogo ove la risposta potesse ricevere la replica ed i commenti senza danno di quelle amiche mura - amiche, come si vede, nel modo piú eccentrico ed imparziale. Quando però il sor Checco ebbe pronunziato la parola inevitabile: - Il sor Raimondo N. N., commissario di polizia - parve proferisse il Sésame ouvre-toi elle Mille et une nuits, si può immaginare se s'aprissero le cateratte del cielo, e ne traboccasse una di quelle tali piene alla don Filippo, senza ritegni né argini possibili, che abbiamo già descritto, e che perciò non descriveremo altrimenti. Il sor Checco, omo di mondo, pensò bene di non star a contrastare, e per tirarsi all'asciutto se n'uscí alla francese (senza prender congedo: frase romana); e don Filippo sbuffando, tempestando, chiamando il cielo testimonio dell'impossibilità oramai notoria d'abitare ulteriormente il nostro pianeta, intraprese uno de' piú lunghi viaggi pedestri che abbia mai compiti in tempo di sua vita; col notabile incomodo di trovare una voltata ad ogni dieci passi, poiché passeggiava su e giú per la camera, filando quattro nodi all'ora. Quando tornai, il sor Checco mi disse qual era la situazione ai diversi piani della casa. Quanto a me, avevo una coscienza pura da bersi in un bicchier d'acqua, e non potevo star in pensiero: ma la coscienza dell'amico duca, lo sapevo io purtroppo con che razza d'innocenza battesimale dovesse trovarsi coram l signor Raimondo, se pure - come dissi, la polizia ha assai piú orecchi che occhi - sapeva le sue gesta. Certo il commissario del Buon Governo, che v'arriva in casa tutto ameno e clemente, conducendo da buon padre e marito amoroso la famiglia all'aria sottile, come la lodola conduce i lodolini pel solco, mette quasi piú pensiero che a vederlo dietro il suo cancello, co' gendarmi in anticamera - tanto piú a chi ha un don Filippo al secondo piano che seguita la sua escursione leggero come la statua del commendatore Loiola. Non lo nego; un po' masticavo. Non vedevo impossibile - e l'avvenire l'insegnò se lo era! - che in questo dramma, dopo l'atto della cena, venisse la scena distinta sui libretti coll'appellativo ?luogo remoto?, dal quale uscisse Arbace, cioé il brigadiere di giandarmeria, con seguaci e fiaccole, e sul primo sonno mi legasse don Filippo, per finire alla scena della prigione, ed al rondò elle catene. Siccome non c'era da far nulla pel momento, se non osservare, mi misi a cena come il solito, col mio viso solito, e non mutando nulla alle mie solite abitudini - per questo son bravissimo - parlando del piú o del meno senz'affettazione. Col padre toccai le piú alte questioni economico- meteorologiche su questo taglio: - Lei che vien di Roma, ci ha piovuto? - Fin ora no. - Ci ha ad esser un gran caldo! - Eh! non occorre il palton parola la cui radice è paletot)per sudare! Interloquisce la mamma, brava signora che da petto a reni ha un braccio e mezzo di profondità: - Madonna mia! neppur dopo mezzanotte per el Corzo non spira aria... ci si bolle. La bambina appoggia. - È un gran caldo. Io: Caldo da morire. Ilpapà: È un caldo terribile. Ottenuta l'unanimità su questo punto importante, si passa alle conseguenze economiche, e dico: - Quest'anno vuol andar male pel bestiame in campagna... già è arsa l'erba, che fa la polvere come lo sterrato. Ilpapà: Vuol andar male per i mercanti di campagna. - E va peggio per le cipolle, - dice il sor Checco. - E per i cocomeri, - osserva la mamma che si diletta de' rinfrescanti. - Ma saranno dolci i fichi? - osserva la bambina ed i due bambini ad altissima voce. - Mamma, ci sono a Marino i fichi gentili come in Piazza Navona? - Zitti... sí, ci sono... Zitti, zitti, azzittatevi. Che maniera di strillare? Evasa anche la questione economica, resta l'igienica, e la propongo. - Ho paura che con questi calori gireranno gran terzane. - Per ora, dentro Roma, non c'è male. - A Roma - osserva il sor Checco, - dormono a letto, e ci hanno buon vino. Ma i mietitori, dormire nel solco, e bere posca, cascano come le mosche. - Uh, Signore! Poveretti! - dicono madre e figlia. Per mostrare che ho riflettuto sui piú gravi quesiti, dico: - Ci sarebbe forse maniera di popolare l'Agro Romano... metterci alberi, seminarli in quantità perché mantengano coll'ombra umido il terreno... La possibilità di rivedere il Lazio pieno di gente non pare che commova i convitati, e la cosa cade da sé. Il dialogo languisce: ciò che da luogo ad un'altra entrata de' soprani: - Mammà, è fatta (matura) l'uva? Il sor Checco si trova pronto con una massima igienica utilissima ai bambini in quei paesi di febbri: - Signorini! chi mangia l'uva d'agosto non arriva a bere il mosto, e però state in avvertenza. - Lo sentite, - dice la signora. - lo sentite quel che dice il sor Checco... se non volete mettervi a letto, e prender poi quella roba amara amara... Quest'amena conversazione, la soave fisonomia del sor Raimondo, la beata tranquillità della signora, le grazie della prole formavano un insieme arcadico e pastorale da tingere del piú bel roseo i pensieri d'ogni spettatore, ignaro di quel che forse covava sotto cosí seducenti apparenze. Si può però immaginare se, a me, questa tranquillità riuscisse molto rassicurante. Mi pareva trovarmi in mezzo a que' fiori che nascono sulle ceneri d'un vulcano; ovvero di veder Damocle e la sua spada; salvo che, per variare, la spada questa volta si trovava sotto, e Damocle sopra. Per me come pel sor Checco la posizione era delicata. Come a Dio piacque, anche quella cena venne al suo termine; e dopo una boccata d'aria fresca presa sull'aia dalla compagnia riunita, dopo un nuovo esame dello stato del cielo e della probabilità di pioggia, vennero i ?felicissima notte? ripetuti su tutti i tuoni, ed ognuno finalmente si diresse verso verso il suo letto. Io, nello spogliarmi, soffiavo. ?Come finirà questo buscherio! Se lo voglion prendere, e che gli dian tempo, è certo, finché c'è mani le mena!... Lasciarlo solo, eh!... non si può. Mettersi contro la forza... eh! eh!...?. Feci come tutti coloro che non sanno qual partito prendere. Non ne presi nessuno. Entrai a letto, e pure alfine m'addormentai. Non so quanto tempo era scorso, quando mi risveglio ad uno strepito che odo nell'andito. Vedo lume dal fesso sotto la porta, mi torna in mente il ?luogo remoto? e seguito; balzo in piedi, e sento la voce del sor Checco (ah traditore!) che dice: - Non questo, è l'uscio del pittore... l'altr'uscio!...
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