Racconti, leggende e ricordi della vita italiana (1856-1857)
Autore: D'Azeglio, Massimo - Editore: - Anno: 1857 - Categoria: letteratura
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CAPITOLO II - GLI OSPITI
Col signor Mario abbiamo chiusa la lista de' membri della famiglia. Viene ora l'articolo ospiti. Metterò me per il primo, non per difetto di modestia, ma perché ho fatte permanenze di mesi e mesi, e perché ero divenuto talmente intimo colle persone di casa da essere considerato e potermi senza superbia considerare l'ospite piú importante. Credo poi di aver contribuito a chiamar gente a Marino, ed indurli col mio esempio a scegliere per soggiornarvi la casa del sor Checco piuttosto che l'osteria; dove il sor Cesare e la sora Marta, due ottimi vecchi, avevano bensí qualche camera assai pulita da offrire, ma non potevano impedire che lo strepitoso esercizio del giuocar a morra, non mai interrotto al pian terreno in tutta la sera fino al tardi, non fosse di un gran stordimento agli abitanti delle camere al primo piano. In casa del sor Checco invece si godeva d'una quiete da monache. Si cenava all'avemmaria, e ad un'ora di notte, per tacito consenso, ognuno se n'andava a letto, o almeno evitava di fare strepito, e per la tranquillità degl'inquilini era tutt'uno. Questi ospiti si venivan mutando. Chi si fermava 8 o 10 giorni, chi meno, chi un paio di settimane; un mese era il maximum. I piú venivano per mutar aria, rimettersi da qualche malattia, ritemprarsi la fibra infiacchita nell'aria di Roma, e via discorrendo. S'ebbe però un tempo un avventore che, invece dell'aria, dové, se non sbaglio, cercarvi il vino. Era un bel pezzo di vecchione grande e grosso, e che, malgrado i suoi ottanta o ottantadue anni, camminava diritto, impettito, digeriva come un cavallo e beveva come una spugna. Ex-mastro di stalla - primo cocchiere - dell'ambasciatore di Spagna, fioriva nella seconda metà del secolo XVIII. Ora, nella prima metà del secolo XIX, non fioriva oramai piú in lui altro fuorché il suo viso d'un color di vinaccia, ed una gran facilità per raccontare, servita da un'ottima memoria. Come vede, signor lettore, ero in una società un peu mêlée; a ho sempre avuto per massima che, da ogni compagnia come da qualunque individuo, v'è sempre qualche frutto da raccogliere, qualche cognizione da acquistare. V'è sempre (sia pur persona volgare) una cosa qualunque ch'essa sa, e che voi non sapete; tutto sta a farla scaturire. L'individuo, alla peggio fosse pure un balordo, è bene di sapere come son fatti anche i balordi, e come si prendono. Quante volte s'ha bisogno di una persona e si immagina sia qualche cosa, ed invece si trova un balordo! Se alla rima fosse stato indifferente scrivere cavalli nvece d'orti, l mio primo cocchiere vrebbe potuto prender per sé il distico del Tasso: E benché fossi guardian degli orti, Vidi e conobbi pur le inique corti. Egli aveva visto papa Rezzonico, papa Ganganelli, Pio VI, Pio VII, e vedeva ora Leone XII: aveva conosciuta la Curia romana ne' suoi ultimi splendori, quando i talenti, i bei nomi, le ricchezze, le ambizioni di tutti i paesi cattolici venivano, si può dire, a farle in pompa la loro visita di congedo, quasi presentendo doversi separare da lei al soffio della gran tempesta del '93, e separarsene per sempre. Egli aveva conosciuto, e dominato - dalla sua serpa beninteso - tutta quella invero splendida generazione; si ricordava del cardinale de Bernis, del cardinale duca di York fratello dell'ultimo pretendente dei Stuardi, di Vittorio Alfieri, di tutti i principi e principesse forestiere e romane dell'epoca; sapeva mille fattarelli, mille aneddotti di politica, di ambizione, di galanteria; parlava della soppressione de' Gesuiti, della notte in cui padre Ricci, generale della Compagnia, fu condotto in Castello: ed egli - antico della famiglia del ministro di Spagna - approvava naturalmente l'operazione. Era fanatico per Pio VI - il solo papa, diceva egli, che sapesse dare la benedizione dal Loggione di San Pietro: poteva nominare gli autori del famoso dramma lirico, intitolato IlConclave scritto da una compagnia di allegri amici, che durante la sede vacante per la morte di papa Ganganelli l'immaginarono ed in parte lo scrissero ad un pranzo all'osteria fuor di porta San Pancrazio - l'osteria di Ciampicone, se la memoria mi serve. Egli aveva veduto Pio VI alle mani colla Repubblica francese. Raccontava di un certo giorno che in Segreteria di Stato nacque, non so a che proposito, un serra serra pel quale tutti gli impiegati fino all'ultimo avean messa la chiave sotto l'uscio. Stavano alla porta alcuni che cercavano un Visa l passaporto ed avevano diritto d'averlo. Ciò viene all'orecchio di Pio VI: egli s'alza dal suo tavolino, scende in Segreteria di Stato e firma di sua mano i passaporti. Atto che in un papa e in un principe ha il suo bello. S'era trovato al rumore ove fu ammazzato Ugo Basville; aveva veduto Duphot. Narrava delle foreste, delle saturnali della prima repubblica; d'un tal Barbieri che s'era sbattezzato per ribattezzarsi Tisifonte; e siccome aveva tre figliuole che passavano per un po' birichine, la sera gli fu attaccato un cartello alla porta di casa con un epigramma molto impertinente per le figliuole. Barzellette di questo taglio n'aveva a carrette. Ne dirò una. Bisogna premettere che il sor Baldassarre era molto conservatore. Ed ecco il motivo. Sotto la tirannia aveva un buon impiego, mentre sotto la libertà dei primi repubblicani francesi, perfettamente somigliante a quella portata dai secondi nel '50, egli non aveva di che campare. Perciò, se gli si domandava come si stava a' tempi di repubblica, faceva un quadro non troppo giulivo della felicità di quell'epoca. - E poi, - disse un giorno, - senza che domandiate a me, vedete quel che fece metter Championnet in piazza del Popolo il giorno della festa delle due repubbliche. - E che fece mettere? - Fece fare due statue, l'una piú alta de' colossi di Monte Cavallo coll'elmo in testa - pareva una Minerva - e questa era la Repubblica francese; l'altra piú piccola, che la prendeva per la mano e stava tutta mortificata, e sotto ci fece scrivere: Matri magnae - filia grata; e Pasquino pronto disse subito: - Non c'era bisogno d'iscrizione. Già si sapeva: La madre magna e la figlia si gratta. Domando se si poteva trovar uomo piú prezioso di questo per studiare il secolo XVIII visto dal sottinsú? Per aver esatta idea dello splendido tramonto di quell'antica e potente corte pontificia, che era allora il punto d'intersezione di tante fila di politiche e d'intrighi diversi? I giudizi di un cocchiere! dice lei? e le par di dir niente? Prima di tutto mastro Baldassarre Ceroni non era un cocchiere cosí asciutto asciutto; era stato maestro di stalla dell'ambasciatore di Spagna, ed è tutt'altra cosa - a Roma in ispecie; poi non bisogna mica immaginarsi che il civis romanus, on quello di lord Palmerston, ma quello che sta a cassetta per le piazze e per le vie della santa città, sia un balordo che non capisce niente. Chi se l'immaginasse, vada a Roma, e la sera d'un gran ricevimento esca dalle sale, scenda sulla piazza ove sono due o trecento carrozze che aspettano; giri, e ascolti. Se n'accorgerà se capiscono o non capiscono. E forse forse qualche diplomatico, che ha cercato invano al primo piano il filo di certi perché, potrebbe vederselo pendere sul naso dalla frusta di qualche cocchiere. E il sor Baldassarre, che aveva condotto il marchese Grimaldi, il cavalier d'Azara, e prima di loro principi e cardinali, per quarant'anni almeno, a tutte le funzioni, le cappelle papali, gl'ingressi, le feste, le cerimonie, i ricevimenti, e discusse le questioni del giorno aspettando il padrone ore e ore; che colla muta a sei prendeva la voltata del portone di Braschi venendo di piazzaNavona ed entrava come un fulmine; egli che aveva fatto arrivare al Quirinale il suo ministro prima del ministro di Portogallo, prendendo con temerità felice la salita della Dateria invece della salita delle Tre Cannelle, e sciolto cosí vittoriosamente il problema proposto da monsignor Cerimoniere: - Chi primo arrivi entri primo all'udienza di Sua Santità - il sor Baldassarre, in ultimo, che col frullone e la sua pariglia del servizio di notte della razza Rospigliosi, aveva fatto ribaltare e mezzo fracassato il mastro di stalla di Chigi, troppo ambizioso rivale; crede lei non potesse aver capito qualche cosa di quanto aveva veduto?... che non fosse curioso sentire i suoi racconti e i suoi giudizi, se non fosse altro, per le varietà del punto di veduta, per quel sottinsú che dicevo? Quanto a me, andavo a nozze a sentirlo discorrere, per quanto non avesse piú un dente; ma poiché lei non si degna - un cocchiere! - gli si leva subito il disturbo. Passi mastro Baldassarre e venga avanti un'altra figura della mia collezione. Non abbia timore, ce n'è abbastanza. Quelle che non vuole gliele cambio. Giacché non ha genio per i cocchieri, le troveremo duchi. Crede che scherzi? Il secondo ospite è duca. Già siamo intesi che in Italia si può aver questo titolo senza necessità di mantenere sudditi, eserciti, flotte e simili. Il mio duca difatti non possedeva nulla di tutto questo. Secondogenito di una gran famiglia, aveva il cosí detto piatto, col quale per solito non c'è da vivere, né da morire di fame a rigor di parola. Circa della mia età, bel giovane, un corpo di ferro, uno sguardo che pareva vi mangiasse, capelli neri e sempre ritti a raggiera; ed un cervello di poeta nel senso piú disperatamente ruinoso dell'espressione. Buon cuore, bell'ingegno, risposta pronta, lealtà, coraggio, insomma di que' tipi che a distanza e senza abuso riescono carissimi; ma in casa è lo stesso che tenere a dozzina il terremoto. Don Filippo de' Duchi - nome in bianco per amore d'un certo animale (né grazioso né benigno, quale parve Dante a Francesca) che prospera in Italia, tutto orecchie e quasi senz'occhi, e che la serba peggio de' gatti a coloro che gli hanno fatto un dispetto, fosse trent'anni addietro - don Filippo era fra' miei conoscenti, se non fra gli intimi, da parecchi anni: ed un bel giorno me lo vedo comparire a Marino col suo bagaglio. - Son qui, ho bisogno di te, - mi dice. Non gli avevo mai visti gli occhi cosí stralunati. Sentii a quella prima parola che, volendo io lavorare e studiare in pace, se lui aveva bisogno di me, io invece avrei avuto pochissimo bisogno di lui; ma come tirarsi addietro quando un amico, un coetaneo vi parla cosí? Risposi il ?Son qua? inevitabile, e mi preparai a sentire qualche gran precipizio, che don Filippo era famoso per metter il paese a rumore dovunque si trovasse. Eroe di tutti i chiassi ai teatri, di tutti i tapages nocturnes, i tutte le buglie di caffé, di tutte le discussioni non pacifiche coi giandarmi, di tutti i parapiglia possibili ed immaginabili; nemico di tutti quelli che lo guardavano di traverso, di prospetto, di fianco o di dietro, odiatore acerrimo della neutralità disarmata, costruttore, combinatore, e non mai pacificatore di duelli (credo che un paio di volte ei provasse se poteva battersi anche con me), era naturale che quel suo arrivarmi addosso con quella dichiarazione in tuono atto quinto, scena ultima d'una tragedia, mi facesse correre col pensiero agli estremi limiti del possibile in fatto di pazzie. Ma l'affare si scoperse ancor piú grave di quel che mi figuravo. Mi disse in poche e frementi parole, come sere prima, uscendo d'una casa che non nominò, fosse stato assalito per una scala stretta ed allo scuro da piú individui. V'era stato un parapiglia, avea sentito i pugnali scalcinar le mura intorno; s'era fatto sotto col suo menandolo a caso, e, conclusione finale, n'era uscito illeso e se l'era svignata senza uno sgraffio. Mi voleva far intendere cosí in nube che si credesse appostato per cose d'amore. Io però conoscevo quel suo pugnale, ed avevo notato che presso all'impugnatura portava inciso sulla lama un piccol 3. Siccome avevo idea di società segrete esistenti in Roma, m'era passato per la mente, vedendo quel numero, che trovandosi già occupati i posti di Bruto I e Bruto II, don Filippo fosse fatto titolare di quello di Bruto III. Udendo poi ora di questo assalto, il sospetto mi crebbe. Non aggiunse però, né io gli chiesi altro pel momento. Mi disse soltanto: - Bisogna che stia qui fuori qualche tempo, e che m'aiuti guardarmi la vita. Questo programma, nel quale figuravo come guardia del duca Filippo, prometteva gran diletto, come ognun vede, a chi ha occupazioni, e non pensa che a studiare, ma, ripeto, come rifiutarsi in un caso simile? Entrai dunque in servizio. Questo servizio però non alterava gran fatto le mie abitudini. A Marino in quei tempi - era l'età dell'oro de' briganti che talvolta capitarono ne' contorni - a nessuno veniva in mente d'uscir di casa per allontanarsi mezzo miglio senza prendere lo schioppo. Era un'abitudine come prendere il cappello. Ne fu dunque consegnato uno anche a don Filippo, e ci accompagnava nelle nostre gite, sempre avendo un po' l'occhio alle siepi, ai fossi ed ai luoghi ove paresse possibile l'imboscata. Avevo fatta nota al sor Checco la posizione piú che interessante del nostro duca, ed il sor Checco, che di simili posizioni se n'intendeva, capí a mezza parola, e promesse che starebbe attento se si vedessero ronzare faccie sconosciute dentro o fuori paese. Mentre andavo a studiare, don Filippo non usciva di casa, e faceva versi. Pagine e pagine di sciolti, che dovevo subire mano a mano che venivano alla luce; ne' quali erano qua e là lampi d'ingegno, ma nuotanti in vortice de' maggiori furori contro tutto ciò che esiste, ha esistito, o potrebbe esistere in fatto governi e religioni, da far parere acqua fresca il giornale di Marat ed i numerosi suoi discendenti. Pure le cose camminarono tollerabilmente coi soli inconvenienti per me dei versi da sentire, dell'aver sempre a combattere coll'argento vivo, la polvere fulminante ed il terremoto personificato; e quanto al conversar familiare, d'aver il travaglio d'un interlocutore, che non è mai nel vero, nel semplice, nel reale, ma va a sbalzi continui sempre o troppo di qua o troppo di là. Quanto ai timori che ci avevano procurata la compagnia del duca, non accadde altro se non che un giorno, trovandoci a cavallo per certi viottoli chiusi fra alte siepi, ed essendo egli rimasto un po' addietro, s'udí uno sparo, e don Filippo riunendosi a noi di galoppo, disse che gli era stata data un'archibusata. Non posso asserire se il complimento fosse reale o immaginario. Si guardò, si frugò, non si trovò nulla; si interrogarono villani, nessuno seppe dir niente, e non ci si pensò piú. Poco prima di quel tempo avevo conosciuto un giovane romagnuolo, che era chirurgo condotto di Rocca di Papa, paesetto a due miglia da Marino verso Monte Cavi, e a poco a poco c'eravamo venuti affiatando. Era un bel giovane, fisionomia aperta, alto, snello, robusto, e mostrava un buonissimo carattere. Il suo nome era Montanari. L'incontravo alle feste, alle fiere, talvolta veniva a Marino, ed io pure l'andavo a trovare; ma queste visite erano rade, perché ambedue avevamo i nostri affari. Siccome conoscevo bene la Rocca prima ch'egli vi venisse, per avervi passati parecchi mesi, parlai piú d'una volta di lui cogli amici che ci avevo conservati, e sempre udii dargli moltissime lodi. Che era un bravo giovane, che badava a sé: buon chirurgo, attento e diligente per gli ammalati, che appena chiamato correva, fosse qualunque tempo, e spesso, se s'avvedeva che per povertà mancassero de' comodi necessari, li aiutava del suo con generosa carità. È certo che a Rocca di Papa era benedetto da tutti. In una delle mie visite gli entrai in camera senza che mi sentisse venire; lo vidi che leggeva attento un in-folio: - Che si legge di bello? - gli dissi, ed egli riscuotendosi, ma senza muoversi, mi voltò quel suo maschio viso, sorridente e nell'istesso tempo con un fondo melanconico, e rispose: - Eh! son qua a leggere il nostro Machiavelli... siamo in certi tempi che... - e non aggiunse altro. Diedi un'occhiata al libro: stava aperto all'articolo delle Congiure. (Poco ne seppe profittare infelice!) M'ero accorto in varie circostanze che era piú intimo col duca di quel che forse lo volessero mostrare. Tutto ciò raccozzato nella mia testa, pensai: ?Anche questo dovrebbe essere della compagnia!? Disgraziato Montanari! Ancora l'ho dinanzi agli occhi quale lo vidi quattordici mesi dopo, non piú florido e robusto, vero tipo, quale egli era, della potente e simpatica razza romagnola, ma pallido, dimagrato (però non tremante), legate le mani con una rozza corda, seduto su una carretta fra due fratelli della Morte, circondato da giandarmi, scendere lentamente la via di Ripetta fra una folla che silenziosa lo guardava. Le donne cogli occhi umidi - e forse altresí molti uomini - tutti o col labbro o col cuore dicendo: - Peccato, povero giovine! - Egli s'avviava a piazza del Popolo, ove gettò il suo capo con mille altri in quella voragine senza fondo - se pure non voglia Iddio chiuderla una volta per noi - delle società segrete, ove tanti eletti spiriti, tanti nobili cuori giacciono vittime dimenticate d'una depravazione della quale la minor colpa l'ebbero essi, poveri traditi! Traditi da cattivi governi; traditi da perverse compagnie; traditi da speculatori politici; traditi da passioni, da fanatismi irrefrenabili per chi vive, com'essi, in un ambiente di errori, di illusioni, di desiderii ardenti, vita di continuo sospetto e di umiliante oppressione. E che cosa avea fatto Montanari? Montanari, uomo benedetto da' poveri della Rocca, l'uomo nato con istinti onesti ed eletto ingegno, ebbene! era divenuto un assassino! egli aveva pugnalato di dietro un tal Pontini, condannato a morte dal tribunale segreto della setta! Il capo di Montanari cadde sotto la mannaia perché - ammessa la pena di morte - era giustizia che cadesse!... Ma non andava solo al patibolo. Prima della sua carretta, un'altra teneva lo stesso cammino, e parimente fra due fratelli, colla bandiera della compagnia della Morte innanzi; si vedeva sovr'essa un giovane sui trent'anni, il quale con una fisionomia pallida, senza barba, e poco significante al primo aspetto, mostrava però nel girare delle pupille qualche cosa di cosí perverso, che a momenti non si poteva sostenerne lo sguardo Era costui Giovanni Targhini, capo della società in Roma; fu egli il cattivo genio del suo compagno e di molti altri. Natura feroce, abbietta, ma dotata fatalmente di qualità atte a darle potenza di seduzione su giovani creduli ed animosi. Poteva dirsi un vero Mefistofele da taverna. Morirono entrambi, senza ombra di terrore. Targhini non meritava tanto. Montanari, sí. Ma pur troppo non lavò col pentimento la sua memoria, e peserà sovr'esso per sempre l'obbrobrio del tradimento. Ritorniamo ora indietro quattordici mesi, e troviamoci di nuovo in casa del sor Checco. Era la sera dopo cena. C'eravamo trattenuti a ciarlare e fumare seduti al fresco nell'aia, e, cosa strana, vi si era fatto tardi, onde non era lontana la mezzanotte. Sentiamo a un tratto nascere un rumore di legni e cavalli co' sonagli, che per l'aria cheta ci veniva d'assai lontano. Il rumore s'avvicina rapidamente, giunge davanti alla casa, cessa a un tratto e sentiamo una gran bussata fra uno schiamazzare d'allegria, vediamo dalle finestre un luccicar di canne di schioppi al chiaror di torcie a vento. Si corre ad aprire, ed entra una brigata di giovani de' quali, cosí mezzo allo scuro, non mi pareva conoscerne nessuno. S'avanza allora un tale, che benissimo conoscevo, e mi dice: - Siamo passati di qui, e ti vogliamo salutare un momento. - Poi mi nomina i compagni: - Ecco qua, Targhini, Montanari... - e via via me li nomina tutti. Quella compagnia m'era sempre andata poco a sangue. Senza saper allora i loro segreti, ne sentivo, per dir cosí, l'odore. A ogni modo non potevo schermirmi dal far agli ospiti, qualunque fossero, un po' d'accoglienza. Ordinai s'ammannisse un po' di merenda, o cenetta, una frittata, un po' di presciutto ecc. Ne profittarono lietamente, e dopo essersi trattenuti un'oretta, risalirono ne' loro legni, e via, sempre fra le risa e gli schiamazzi. Non mi dissero né di dove venivano, né dov'erano avviati, e neppure ebbi curiosità di chiedergliene. Non mi parve vero di vederli fuor dell'uscio, diedi loro il buon viaggio, e dicendo fra me: - Senza ritorno - presi il lume e salii per andarmene a letto. Venivo piano piano onde non isvegliare don Filippo, che dormiva nella camera accanto alla mia ed era già ito a letto quando costoro ci giunsero. Altro che svegliarlo! Me lo vedo ritto sull'uscio suo, senz'altro indosso che la camicia, e gli dico mezzo ridendo: - Credevo che andavi pel secondo sonno! - Non dormo, no; non dormo - mi risponde tutto torbido, e mentre io passava avanti dandogli la buona notte, mi dice: - Senti... - e m'avvidi che voleva parlarmi e non trovava l'esordio. - Be' che t'occorre? - Dimmi c'è stato giú... hai avuto visite? - Sí, e per dir la verità, non vorrei fosse ogni sera. Matti gloriosi, che non han da far niente, e non lascian dormire chi ha da lavorare. - M'è parso di sentir la voce di Targhini. - Difatti c'era Targhini, Montanari, e parecchi altri. - Ma tu conosci Targhini? - Io no. Conosco Montanari e un altro - che gli nominai. Don Filippo s'era venuto scostando dal suo uscio mentre si discorreva, e postosi a sedere in fondo all'andito, nel quale mettevano le nostre camere, vicino ad un finestrone a ringhiera che pel caldo rimaneva sempre aperto la notte. Era uno stellato grandissimo. Sbuffava, e non diceva nulla. Alla fine, come prendendo una penosa risoluzione, mi dice: - Di' la verità, nessuno di costoro t'ha mai detto nulla? - Detto... cioé? - Si, t'ha mai proposto nulla? - Che vuoi mi proponessero?... - Insomma, in una parola, t'hanno mai chiesto d'entrare nella loro società? - No, davvero. - Di certo? - Di certissimo. - Sul tuo onore? - Sul mio onore. A questa mia affermazione quel terribile ed anche un po' pazzo, a pur buono ed onesto don Filippo, diede una sbuffata degna di una locomotiva, e scrollando quella sua criniera raggiante, batté una gran palmata sulla ringhiera che fé' vibrare i vetri. - Son contento, perdio! e non ti c'impicciare, sai! Hanno chiesto di me? - No. - Però lo sanno che sono qui! Eh lo sanno senz'altro!... perché ci sarebbero venuti? Non ti ci impicciare... Sono canaglia, canaglia... Eravamo ad uno di que' tali parossismi, durante i quali non v'era piú forza umana che potesse dominarlo, e dopo avere sfilata la corona di tutti i sinonimi del vocabolo canaglia, e dette cose dell'altro mondo, venne fuori col resto anche il segreto che avrebbe voluto tenere per sé: ma in quella confusione si dimenticò che il caso di rivelazione previsto dal codice era passibile della pena capitale. Né piú né meno. Mi disse, in sostanza, che stanco, o meglio, infuriato per lo stato presente delle cose pubbliche, s'era lasciato indurre ad entrare nella setta. (È necessario premettere che il piano di campagna della sua politica - plagio di Catilina, Lentulo e Cetego - era distruggere tutto, e poco meno che tutti. Riposandosi poi da questa faticosa operazione, si riservava d'inventare un nuovo mondo nel quale tutti si sarebbe messa carrozza). Che presto s'era accorto trovarsi azionista d'una compagnia d'assassini e tagliaborse. Uno di costoro, mi citava, che gli bazzicavaper casa, si veniva servendo in una ciotola, che non so per qual capriccio teneva sulla tavola da scrivere piena di grossetti (piccola moneta di argento del valore di circa sessanta centesimi). Accortosi di ciò un giorno gli pose in mano la ciotola col rimanente e gli disse: - Prendi: lo fo perché abbi la collezione completa. Disgustato della trista compagnia, se n'era venuto allontanando; e finalmente l'ultima volta che s'era trovato alla loro adunanza, era nata, non mi ricordo come, una questione, che per parte di don Filippo presto divenne lite furibonda. Venuto ad uno di que' suoi impeti, solo in mezzoa loro, li chiamò ladri, assassini, ecc., e Targhini facendo dimostrazione di metter mano all'arme, egli cavò il celebre pugnale n. 3 - davvero in mano sua, quand'era in que' momenti, valeva per tre! - disse urlando - sui vostri pugnali ci sputo, - ed ho paura dicesse peggio, poi, fattosi largo, poté uscir loro di mezzo, portando fuori la pelle intera, che non fu poco! - Questi birbanti hanno creduto che li avessi a denunciare al governo. - Io spia! e m'hanno appostato per quella scaletta che ti dissi, e stasera venir tutti qui! Chi sa che cosa avean combinato. Basta... ce la vedremo! Ma ringrazio Iddio che tu almeno non ci hai che far niente... lo temevo! meglio cosí. Guardatene! - E qui, calmandosi il parossismo, s'avvide che senza accorgersene m'aveva spiattellato il gran segreto. Quando, come a Dio piacque, mi riuscí di vederlo un po' tranquillo, e potei finalmente pensare ad andarmene a letto, mi disse: - So con chi ho parlato... ma ricordatene però, per quel che t'ho detto c'è la pena di morte!...
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