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Milano in ombra - Abissi Plebi

Autore: Corio, Ludovico - Editore: - Anno: 1885 - Categoria: letteratura

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Il Gaulois del giorno 4 maggio 1882 bruciava la prima cartuccia a pro della causa degli indigenti di Parigi. Esso incominciò in quel giorno per lo appunto a parlare dei luoghi, ove abita la ingente classe povera di quella vasta metropoli. Colla scorta di quel giornale cercheremo di far conoscere a' nostri lettori le miserie di Parigi, quali si manifestano a' dì nostri. Noi potremmo visitare, scriveva il Gaulois molti quartieri. Cosa strana, anche nei quartieri ricchi, noi troveremo dei miserabili; la stamberga del povero presso al palazzo del gran signore. Colui che domanda a Dio un po' di sonno per isfuggire alle torture della fame è perseguitato fino sul suo giaciglio dalla musica del ballo, che suonasi nel palazzo vicino. Il metro di terreno vi conquista dei prezzi favolosi. Andiamo piuttosto verso le estremità; è là che noi troveremo delle viuzze larghe due metri, dei vicoli ciechi che fanno le viste di condurre in qualche parte e che si fermano tosto, dei cortiletti che s'aprono capricciosamente l'uno sull'altro, delle vecchie fabbriche senza carattere, delle case crollanti, sebbene tutte nuove; e tutto a un tratto come contrasto, degli edifici innalzati in tutta fretta sopra lunghi spazii per ammortire il prezzo del metro di terreno per mezzo dell'accumulazione dei piani, casolari, capanne, città operaie immensa ricchezza, ansia profonda; la miseria delle città accosto alla miseria campagnuola, officine sudanti il milione, magazzini ingozzati di derrate e di mercanzie, circondati, oppressi, assediati, assaliti da una foresta di alloggi insalubri, pestilenziali, senza spazio, né aria, nè fuoco, nè sole, nè acqua; più stretti e cento volte più sucidi che una prigione; degli strumenti di tortura piuttosto che ricoveri; dei sepolcri anzi che abitazioni. Tutto ciò nondimeno a Parigi; nella capitale del lusso a due passi da Bullier. Si diceva, sotto l'Impero, che il bosco di Vincennes era deserto, che le cocottes non vi andavano. Esse non volevano attraversare il sobborgo. Esse vi avevano paura. Paura degli abitanti? No, paura dì sè stesse. Paura dei proprii servi gallonati, dei loro cavalli riccamente bardati, paura della loro seta, dei loro pizzi, paura del loro rossetto e del loro belletto, di fronte a tante donne mancanti di pane e di biancheria e che lavorano! Noi abbiamo la scelta tra le rovine, che datano da ieri, e quelle che risalgono a due secoli; tra il quartiere Giovanna d'Arco che conta 1200 case d'affitto e 2000 inquilini, dove le case dalla facciata larga tre metri, soffocate, schiacciate dalle due case vicine e di cui il quinto, o il sesto, o il settimo piano non sono accessibili che mediante una scala a piuoli. Il quartiere Giovanna d'Arco nel tredicesimo Circondario , è celebre per la sua lunga lotta contro le esigenze della Commissione di vigilanza sulle abitazioni insalubri; noi abbiamo pure il quartiere dorato, che ha la sua celebrità particolare, la città del Progresso, il quartiere Maupy, e una folla di altri quartieri. Si potrebbero passare degli anni a visitarli; pochi minuti basteranno ai nostri lettori per giudicaili. Molti dei fondatori ci assicurano ch'essi si sono lasciati indurre a queste creazioni da spirito di fratellanza. Noi non abbiamo nulla a dire dei loro sentimenti, nè delle loro persone: non si tratta per noi che dei loro alloggi. Tutte queste abitazioni sono governate da una formula, che li condanna a rassomigliarsi o per meglio dire a identificarsi. Questa formula eccola qui: Vendere al maggior prezzo possibile la minor quantità possibile di spazio e d' aria respirabile. Entriamo: la chiave è sulla porta; non vi è nulla a rubare. La maggior parte del tempo, l'inquilino non vi è. L'inquilino non ama di essere visitato, come una bestia nel suo covile, sotto pretesto di carità o di riforma. Ma noi non vi troveremo punto nè ammalati, nè donne. Anzitutto un'abitazione è una stanza. Noi troviamo, quasi dappertutto più inquilini in una sola stanza; giammai due stanze per un solo inquilino. Qualche volta i locatari della stanza formano una famiglia; assai spesso essi sono sconosciuti gli uni agli altri; essi si incontrano nella loro stamberga come si possono incontrare nella strada. Quanti metri per ogni persona? Il regolamento pei prigionieri dice: a Londra metri cubi 17,98, in Olanda 27, a Friburgo 30. Il regolamento non prescrive, in Francia, che 15 metri cubi. Nella pratica se ne danno 20. La cella modello esposta nel 1878 dal Ministero dell'Interno e che era presa per tipo, ne aveva 30. Diciamo solamente che una cella nelle prigioni cellulari francesi ha venti metri cubi. È quasi una gabbia: poichè non fa tre metri in lunghezza e tre metri in larghezza da percorrere. Si provò la Commissione delle abitazioni insalubri a trovare queste misure in tutti gli alloggi. Ecco una misura presa a caso nel rapporto del signor Du Mesnil: 2,40 + 2,60 + 2,22 = 9,41. Sono dieci metri e sessanta d'aria e di spazio al di sotto di quello che si dà al prigioniero, al condannato. Il signor Du Mesnil che noi abbiamo interrogato, propone di fornirci, a centinaia delle misure analoghe. L'Amministrazione ha prescritto 14 metri cubi per persona, ma non si tiene alcun conto de' suoi ordini. Il signor Du Mesnil cita, dandone l'indirizzo, delle stanzette che misurano otto metri cubi. Noi ne troviamo una nel suo rapporto che ne ha 6,41. Essa è abitata. In una locanda della via Bisson, una stanza di metri cubi 20,92 è affittata per cinque letti cioè 5 metri e 98 per ciascun letto. Nella via Santa Margherita, sopra una corte chiamata la Fossa dei Leoni, perchè essa ha servito altre volte di scuderia ad un serraglio, i signori Coudereau, Sinaud e Grandpierre additano due camerette aventi metri cubi 4 e 80. Noi diciamo: Aria e spazio. È un orrore. Spazio se voi volete. Aria è un'altra cosa. Tutte le stanze non sono di facciata e neppure tutte guardano in qualche cortile. Molte si aprono sulla scala o sopra un corridoio, che pure non comunica direttamente coll'esterno; le scale non sono qualche volta che delle scale a piuoli. Tali stanze o gabbie rassomigliano a cloache, l'aria vi è putrefatta dalle esalazioni delle sozzure accumulate sul suolo, è l'aria vi è stagnante, pestifera. Ordinariamente non vi sono finestre che diano sulla scala. La luce manca del pari che l'aria respirabile. Molte camere non prendono luce che da un vano di trenta centimetri di larghezza sopra sessantadue di altezza. Il signor du Mesnil cita una stanzuccia in rue Bisson che non ha se non un vano di quaranta per cinquanta centimetri; in altre stanze non v'è neppure l'abbaino; alcune non hanno altra apertura che la porta. In queste si rinnova un po' l'aria, e si immette un po' di luce, lasciandola semi-aperta. Il rapporto del signor Du Mesnil descrive una camera situata sotto il piovente del tetto. Essa ha una porta e una finestra; la porta ha cinquanta centimetri di apertura, la finestra è un foro di 30 X 62 centimetri. Il lato più alto misura un metro cinquantadue centimetri, il più basso misura un metro e sedici centimetri. Una donna di statura ordinaria non può andare in fondo alla stanza se non carponi, ed è costretta a starsi piegata sulle ginocchia. Questo canile ha la capacità di dieci metri e cinquantasei centimetri cubici. Immaginate ora uno stambugio non molto lungo, rischiarato da una sola finestra e dove sono ammucchiati molti letti. Sicuramente, vi sono anche di queste. L'ultimo letto non ha nè luce nè aria. L'inquilino o il paziente, come voi volete, non può tenersi a sedere sul letto. Per coricarsi e per levarsi, bisogna che egli vi si rimpiatti o ne scivoli. Rendetevi conto dell'odore, se potete, quando pure non vi fossero che la stagnazione dell'aria e le respirazioni ed espirazioni umane; ma vi è di più il sucidume indescrivibile, orribile. L'acqua è sconosciuta nella casa: non recipiente, nè provvisione. In caso di incendio la casa brucierebbe come uno zolfanello. In più d'una di queste stamberghe la soffitta è di panconcelli mal congiunti, il suolo non è sempre coperto di tavole o di mattoni. Gli inquilini del pianterreno camminano o giaciono, sulla terra nuda, cioè nel fango o piuttosto nelle lordure. Non v'è caminetto e quindi nessuna ventilazione. Le pareti sono fesse, i tramezzi screpolati. Le tappezzerie di carta ammuffite, cadenti a brani, coperti da un brulicame di insetti parassiti d'ogni sorta. Coloro che dimorano in questo putridume non possono sognare cure di pulitezza personale, e infatti essi non vi pensano nemmeno. I medici vi diranno, in quale stato è il loro corpo, quando si portano malati o moribondi agli ospitali. Bisogna dir tutto; non si tratta di esser delicati in parole e barbari in realtà. Ciò che vi è di più spaventevole in queste case d'orrore sono i cessi. Si sentono prima di passare la soglia, si sentono dappertutto nella casa, le loro esalazioni vi prendono alla gola; è come una malattia, come una peste. Il puzzo, che v'ammorba il naso, vi fa nel medesimo tempo lagrimare. Sembra che a ciò gl'inquilini di queste case si abituino, ma noi pensiamo piuttosto che ne muoiono. I cessi danno sulle scale, spesso senza copertura o senza copertura sufficiente; il dottor Du Mesnil ne ha veduti di quelli che danno direttamente sopra una camerata. Nessun modo di chiusura automatica, anzi nessun modo di chiusura d'alcuna sorta, ma dei buchi spalancati. Non vi è neppure deflusso. Per suolo dei mattoni sconnessi, delle tavole ammuffite o della fanghiglia; si formano tutto intorno dei pantani e dei depositi immondi, i tubi di caduta traversano qualche volta le camerate allo scoperto, fra questi tubi vi sono di quelli che hanno delle fessure o delle rotture, dalle quali sfugge la materia fecale. In un caseggiato importante per la sua estensione, certi depositi di immondezze sono così vecchi che l'erba vi è cresciuta sopra. I cessi non sempre sono nemmeno in numero sufficiente. In una casupola della rue Sainte-Marguerite non vi sono che due cessi per centododici inquilini. Compreso della gravezza di siffatta mostruosa condizione di cose, un egregio pubblicista francese, con giusta indignazione, or non ha guari esclamava: " Ecco ciò che esiste vicino a noi nella nostra città, nella nostra grande Parigi, nella nostra pomposa Parigi. " Noi, scriveva il Gaulois vi abbiamo descritto gli alloggi insalubri, secondo il rapporto della Commissione dipartimentale di igiene, mescolandovi i ricordi di visite che vi avevamo fatte; ma noi temiamo di nausearvi dicendovi tutto. Non parliamo della promiscuità dei sessi e delle età ... Ed ora sapete voi, che in questi covili non vivono soltanto dei pregiudicati? Sapete voi che vi si trovano uomini buoni e donne oneste e fanciulli in gran numero? Poveri fanciulli! Trovate voi giusto che noi facciamo tante discussioni per la politica, che noi pensiamo a tante cose, che potrebbero bene attendere, e non tentiamo un grande sforzo per mettere fine a questa barbarie, a questo disonore? Sapete voi, cittadini, che l'umanità invoca un vero provvedimento? e sapete voi che in questi abituri vi sono per voi stessi dei germi di peste sociale e di peste fisica? Bada a te, Gomorra! la tua noncuranza e la barbarie ti uccideranno. Ma non è qui tutto. Alla descrizione di tante brutture alcuni possono gridare: Voi esagerate. È terribile questa parola, leggevasi nel Gaulois Essa dispensa le persone sensate, le persone a modo di riflettere, d'agire, di compatire. Gl'indifferenti aggiungono: Molti poveri sono la cagione della loro miseria. E così altri, per sottrarsi a qualunque sacrificio, grettamente ci dicono. Il fare la carità è un incoraggiare la pigrizia. Queste sentenze vengono proferite da uomini senza cuore, e di questi ve ne sono dappertutto, a Parigi come a Milano. Costoro non presentono il giorno, in cui questi disgraziati si ricorderanno, esservi persone che nuotano nell'abbondanza e che si rifiutano di pensare a loro. E che cosa risponderete, o ricchi, alla turba di questa poveraglia, il giorno in cui sfonderà le dure, illustri porte, invaderà le vostre sale e pretenderà da voi tutto irritata dal rifiuto di una piccola porzione del vostro superfluo, che, donata spontaneamente e a tempo, vi avrebbe dato il diritto di risponderle: Il nostro dovere l'abbiamo fatto. Oggi voi volete l'ingiustizia. Qualcuno forse ci dirà: Voi suscitate dei risentimenti, mettendo in mostra queste miserie. Eh! no, risponderemo ancora coll'articolista del Gaulois Noi parliamo ai nostri lettori, e questi non abitano in locande insalubri. Del resto, come mai le nostre parole potrebbero provocare dei risentimenti? Noi nulla possiamo insegnare sulle locande insalubri a coloro che le abitano! Essi purtroppo ne conoscono tutte le miserie, nè hanno bisogno che noi le additiamo loro. Ma fortunatamente per Milano, città non molto vasta, la cosa è senza troppe difficoltà rimediabile. Non così altrove, a Parigi, esempligrazia, dove una parte della popolazione, che vive non si sa di che, nè perchè, è stata dai Parigini battezzata con qualche spirito, ma con poca carità: Krumiri

I Krumiri di Parigi.

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