Milano in ombra - Abissi Plebi
Autore: Corio, Ludovico - Editore: - Anno: 1885 - Categoria: letteratura
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Col nome di locanda si designa dai Milanesi un luogo dove la feccia riparasi a dormire durante la notte. Nel quartiere di Porta Garibaldi e ìn quello di Porta Ticinese vi sono le locande peggiori. Non può credere quanto siano squallide chi non le abbia vedute; in loro confronto sbiadiscono le descrizioni delle locande inglesi, porteci dal Simonin. Rechiamoci a visitarne qualcuna famosa nella cronaca plebea, ma ricordiamoci di andarvi accompagnato da qualche esperto brigadiere di pubblica sicurezza e colla scorta di un paio di guardìe, affinchè non c'incolga danno per la nostra soverchia curiosità. Si dice che queste locande fossero più tristi prima del 1859. Noi per vero dire non neghiamo fede a tale asserzione, tuttavia possiamo affermare che sono pessime tuttora. Eppure c'è una Commissione sanitaria presso il nostro Municipio, la quale potrebbe cooperare coll'autorità di pubblica sicurezza affine di migliorarle; e il compito non sarebbe forse nè infruttuoso, nè scevro di soddisfazioni per chi vi s'accingesse. È notte fitta. Da un paio d'ore la folla che ingombrava il coro di Porta Garibaldi s'è a poco a poco dileguata; non vanno in volta che gli agenti dell' ordine e gli uomini del disordine. Dei miserabili quelli senza danari hanno preso alloggio all'albergo del Cappell Verd cioè sotto gli alberi piantati lungo quella parte dell'Arena che guarda verso oriente; oppure stanno in Piazza d'Armi a combinare qualche mala opera; quelli poi che sono stanchi, ma che hanno quattrini in tasca si sono ricoverati nelle locande. Entriamo per questa angusta porticina. Non giova che qui ripetiamo il numero che la segna, perchè vogliamo narrare e descrivere, non già accusare o denunciare alcuno. Per l'androne lungo, stretto, basso, fangoso e grave olente, eccoci giunti a un piccolo e uggioso cortiletto. Sembra un fondo di torre. Anzi guardando all'insù, ci pare d'esser chiusi nel telescopio di Ross, con questa differenza che, invece di vedere un'immensa plaga, non iscorgiamo che alcune poche stelle, ed un pezzetto di cielo, donde, quando si ricorda, il padre eterno fa capolino e guarda giù per compiacersi della sua creazione. Sopra un usciaccio mezzo scardinato e roso dal tarlo, benemerito della patria indipendenza, per avere nel 1848 dall'alto d'una barricata in un fiero combattimento difeso i Milanesi contro gli Austriaci, sta una vecchia ed affumicata lanterna a riverbero, colla fronte ricoperta di carta untuosa, su cui sta scritto Alogio pei forastieri Nessun Russo, Tedesco o Francese pose mai il piede là dentro, tuttavia dal padrone di quella locanda, tutti gli avventori, che per lo più sono di Milano o dei dintorni, vengono qualificati per forastieri. Entriamo. Siamo in una legnaia. Una catasta di legna grossa a destra, un mucchio di fascine umide a sinistra, divise da un sentieruzzo; ce n'è più che non bisogni per dar l'idea ad un galantuomo del come dovesse stare il povero campione di frate Gerolamo Savonarola, nel momento che a tutto proprio rischio e per mero capriccio di quello, si proponeva di subire la prova del fuoco. Allo sbocco del sentiero v'è un piccolo spazio dove trovasi una tavola che si regge appoggiata al muro, perchè una delle sue gambe è fasciata, ed il coperchio ha un colore indefinito che è il risultato della polvere e dell'untume che da anni vi si va sopra accumulando. Al fianco della tavola sta una seggiola impagliata o dirò meglio che va spagliandosi; sovr'essa sta seduta la divinità del luogo una donnona corpulenta e grassa, con una faccia che sembra una meggiona, perdonatemi la similitudine un po' sporca, ma la prendo di peso dal Giusti, quantunque la non abbia di Veneranda nè la pulitezza, nè il placido sorriso. Anzi è arcigna e ad ogni muoversi dei saliscendi ficca in fondo al sentieruzzo che mette alla porta i suoi due occhi grigi, aguzza le ciglia, sporge in fuori, stringendole, le tumide labbra, quasi che il riconoscere la bontà dell'ospite che arriva sia per lei questione di palato. Un bicchierino di vetro sta sulla tavola, e dalla molta acqua e dal pochissimo olio verdastro sporge il capo un modesto e sventurato, lucignolo che scoppietta quasi domandi l'aiuto di qualcuno che lo tragga da quel sozzo bagno, in cui sentesi affogare. Non manda luce, potrebbe dirsi piuttosto che misura le tenebre e ne stabilisce i diversi gradi, giacchè a qualche spanna dal bicchierino il buio è perfetto. A chi entra, quel lumicino visto in fondo alla stanzaccia sembra un faro nel momento, in cui lontan lontano viene scorto sull' orizzonte dal navigante, mentre questi pende incerto circa il punto verso il quale deve rivolgere la prora del suo legno. Eppure quel lumicino rende parecchi servigi, dà risalto alle rughe della vecchia, rischiara un Sant'Antonio coll'inseparabile compagno impastato sulla negra parete, e infine impedisce a noi di vedere la soffitta della legnaia risparmiando così al cortese lettore la noia di legerne la descrizione, cui altrimenti gli porgeremmo. La padrona ci mostra il registro dove stanno i nomi dei suoi ospiti. Il brigadiere, che ci è compagno, prende lo scartafaccio, lo scorre coll'occhio, in certi punti arriccia il naso, in certi altri corruga la fronte, in altri infine alza ed abbassa la testa con moto uniforme e sorride con compiacenza, come chi dicesse: Pur t'ho colto finalmente. - Abbiamo ordine di visitare la locanda - dice il brigadiere. A questo frequente desiderio dell'autorità, la locandiera risponde affermativamente con un cenno del capo, si reca dondolando a chiuder l'uscio che dà sul cortiletto, va in un angolo della stamberga, verso una mensola di legno, impugna una bottiglia di birra vuota, ma dal collo della quale esce un moccolo di sego, l'accende con cautela, poi si mette alla testa della schiera dei visitatori. Su, su, su per una scaletta di legno ripidissima; il buio e la fretta con cui si sale non lasciano sentir altro che gli effetti degli scalini contro gli stinchi delle nostre povere gambe, però ci dispensiamo dal descriverla di che il lettore ci saprà grado. Eccoci sopra un pianerottolo. La locandiera schiude un uscio, avanza il braccio armato del lume e attraverso al riscontro veggonsi dei lettucci disposti con un certo ordine, nulla scorgesi che meriti d'essere notato. - Questi pagano venti centesimi per notte - dice la padrona e richiude. A un secondo piano vediamo la stessa cosa, e ad un terzo altrettanto: finalmente eccoci al piede di una scala a piuoli. Arrampichiamoci sopra quest'ordigno più atto a far rompere il collo, che ad agevolare la salita a chicchessia. Ogni gradino scricchiola, e tale scricchiolio potrebbe essere paragonato ad un gemito, che ci avverte che il tarlo ha scavato la sua dimora in quei piuoli, i quali minacciano di cedere sotto la pressione che sovr'essi facciamo coi nostri corpi. Su, su, su, finalmente eccoci in cima. La locandiera schiude la porta ..... Cielo, che puzzo orribile! Siamo in un abbaino, angusto, basso, il soffitto del quale declina da due parti secondo i due pioventi del tetto. Non vi è alcuna finestra. Luce e aria quest'abbaino dovrebbe ricevere dall'uscio, ma di notte rimane chiuso a chiave che vien serrata per di fuori. Coraggio, ed osserviamo. Dei pagliericci (prendi, o lettore, questa parola nello stretto senso etimologico) stanno l'uno accanto all'altro, e sovra ognun d'essi giaciono due individui a capo e piedi. Non tutti dormono. Al nostro apparire v'è chi dorme davvero, chi invece finge di dormire. I fisionomisti potrebbero quivi far studi di non lieve importanza; gli entomologi vi troverebbero di che provvedere un museo; giacchè la famiglia degli apteri è qui largamente rappresentata. Ci prese ribrezzo in veder accucciati in quella guisa uomini sui volti dei quali avevano impressi solchi indelebili, vizii, passioni, sventure; uomini che passano su questa terra senza aspirazioni, senza scopo; incapaci talora di acquistarsi persino la triste riputazione del male. - Se non ci fossimo noi - mi diceva un giorno uno di questi infelici - quanta gente rimarrebbe disoccupata! Giudici inquirenti, procuratori del re, avvocati criminalisti, agenti di pubblica sicurezza, carcerieri . . . È questo un sofisma degno d'un cinico matricolato, eppure per molti di questi poveracci e la scusa della grama vita che essi conducono, o per meglio dire è la ragione d'essere, il perchè della loro esistenza. Se non vi fossero i topi, a che servirebbero i gatti? In quest'angusta cella contai quindici ospiti. Gli abiti loro spenzolavano da chiodi infissi nelle sgretolate pareti, notai certe bluse forse un tempo vestite da onesti operai, che l'ubbriachezza e l'ozio ridussero a mal partito. I lôcch indossano spesso di queste bluse corte di rigatino bianco e azzurro, nella speranza di essere dagli agenti di pubblica sicurezza scambiati per operai. - Questa locanda non è delle peggiori - mi susurra all'orecchio la mia cortese guida. Uscii di là nauseato e col cuore stretto da profonda tristezza; scesi la scaletta, che in quel punto non mi sembrò tanto cattiva, e appena posto il piede sul pianerottolo, la locandiera ci domandò se volevamo salire su per un'altra scala, in tutto simile a questa, conducente ad un'altra soffitta che fa degno riscontro a quella testè visitata. Saputo però che non vi avrei potuto trovare alcun che di maggior rilievo, mostrai desiderio di andarmene, e, fatte le opportune scuse alla locandiera pel disturbo arrecatole, questa ci accompagnò col lume fino alla porticina che mette sulla via, e Quindi uscimmo a riveder le stelle. Nello stesso Corso di Porta Garibaldi, una diecina di case più in là da quella testè descritta, vidi un'altra locanda, che segna un notevole crescendo nel lezzume e nella schifezza. Ne è proprietaria una certa vecchierella, la quale parve turbata dalla nostra visita, ma pure ci mostrò con ossequiosa premura ogni più riposto angolo del suo meschino covile. Ma una casa d'alloggio tristissima e schifosissima mi fu dato di visitare in via Arena. Quivi è una casa di assai meschino aspetto, e che già dal di fuori rivela la miseria che accoglie nel suo interno. Non griglie difendono alcuni buchi, i quali nel concetto architettonico del costruttore vogliono dire finestre; muri sgretolati, che non furono mai imbiancati e chiazzati di macchie segnatevi dall'umidità, tale presentasi la facciata di questa casa. Una portaccia nana permette di entrarvi, ma due tavole antichissime, su cui Mosè scrisse la mala copia del Decalogo pare che ne difendano, mentre per vero dire non fanno che ingombrare l'ingresso. Per un andito si giunge ad un cortile abbastanza vasto, a sinistra del quale una scaletta di pietra conduce ad un corridoio. Apresi un usciale mediante un saliscendi e si entra in una stanzaccia, non iscialbata chi sa da quant'anni, anzi le pareti sono gregge, nerastre ed umide; un'afa intollerabile vi si respira, perchè quella stanza non può ricevere aria che dalla porta d'ingresso, quando è aperta. Da una grossa trave, che sta nel mezzo della soffitta, pende una lucerna fatta con una lamina di ferro ricurvata all'intorno, riempiuta d'olio, con un lucignolo inzuppatovi, il quale spande in gran copia fumo e puzza insieme con una fioca e fosca luce che si rifrange nelle goccie d'umidità che scolano lungo le pareti e ben si potrebbero paragonare queste goccie a gemme che cadono ad incoronare il popolo sovrano che s'ammucchia in questa locanda. Appena entrati, il lucignolo mandò una luce più viva che ci lasciò vedere dei corpi sdraiati qua e colà, ma il soffio dell'aria, che penetrò là dentro all'improvviso, spense quella povera fiammella, per cui restammo immersi nel buio. Indarno si tentò di accendere dei fiammiferi soffregandoli contro l'umido muro, e intanto si sentiva il russare dei dormienti, il muoversi di coloro ch'erano desti, o che in quel punto si erano svegliati, il fruscìo della paglia, e un ronzìo confuso di animaletti che attivamente si movevano nel buio secondo la loro abitudine. Finalmente si potè accendere un fiammifero di cera, col quale potemmo veder chiaramente quanto ci stava dintorno. E già accosto al limitare dell'uscio un saccone ci sbarrava il passo, vi stavano distesi due miserabili, un facchino e un taglialegna; scavalcammo quell'ostacolo, ed uno dei miei compagni accese di nuovo il lumicino e potemmo così osservare con maggior nostro agio. In un angolo una vecchierella era distesa sopra un altro saccone. Essa poteva contare un settant'anni d'età. Facile era il dirla una mendicante; nessuna traccia le si scorgeva sul volto di quello che poteva essere stata un giorno; era il viso di lei crespo, gli occhi infossati, aveva le ossa zigomatiche sporgenti, il naso adunco il mento aguzzo e prominente, il colorito terreo, tutto insomma contribuiva a renderla orribile, mostruosa. Stava rannicchiata sotto i suoi abiti, che le servivano di coperta, ma che abiti! una gonnella di cotone una volta a righe bianche e cineree, ora tutta a strappi e rappezzata qua e là con cenci di altro colore; dormiva, emettendo certi rantoli ferini, che accennavano un sonno irrequieto, forse rotto da sogni paurosi, turbato da reminiscenze o da previsioni dolorose. Chi era? Lessi il nome di lei sul registro della locanda; era una bergamasca, sensale di nutrici (marosséra), non aveva nè casa, nè tetto; quei suoi cenci erano l'unico suo avere; quale vita avesse fin qui condotta, quale quella che le era riserbata tutto era oscuro intorno a lei; non s'era mai distinta nel male, forse aveva fatto anche un po' di bene a questo mondo, ma siccome di quello non si era accorta l'autorità, e di questo nessuno è incaricato di tener calcolo, così quella donna uscì dall'ignoto passato, viveva ignoto il presente, per rientrare nell'ignoto, come i miliardi d'atomi umani che sono dannati a pullulare e sparire sulla crosta di questo povero globo. Eppure quella femminuccia sarà stata un giorno un'innocente bambina, avrà avuto un padre o almeno una madre che l'avranno amata; giovinetta simpatica, se non avvenente, avrà vagato sui colli verdeggianti del bergamasco, avrà destato qualche passione, qualche affetto, o forse per sua sventura qualche capriccio; poi caduta, reietta, disprezzata, calò alla città per nascondere la propria colpa e per trovare i mezzi di trascinare la sua miserabile esistenza; eppure anch'essa ne' suoi sogni di vergine avrà desiderato uno sposo, una casa, de' figliuoli, nei quali rivivere, avrà precorso l'avvenire colla facile immaginazione giovanile e l'avrà fantasticato assai diverso di quello ch'esser doveva per lei, avrà sognato una vita di tranquillità, di pace, d'amore una vecchiezza onorata, rispettata, nè avrebbe mai più pensato di dover passare le sue notti aggirandosi di locanda in locanda, sola nel mondo, cenciosa, esosa agli altri ed a sè stessa, tale infine da non destar altro sentimento che dì compassione misto tuttavia a schifo e ribrezzo. Vedi in questa stanzaccia quattro altri sacconi ravvicinati e su di essi cinque uomini, uno di questi affatto nudo; i suoi abiti penzolano dalla parete e consistono in una camicia e in un paio di calzoni. Dalla prima alla seconda stanza s'accede per un'apertura non munita munita di uscio; anche qui pareti sgretolate e umide; trave che divide in due campi il soffitto; correnti, correntini, una scala a piuoli, attaccata lungo la parete; dei cesti sulla soffitta un'accetta, una falce, dei cenci distesi sopra una corda, ecco l' aspetto della stanza. Una finestruola semi-aperta lascia penetrare un filo d' aria che alita sulla fronte di due donne di mezza età che dormono, sopra un lettuccio posto sotto la finestra; la padrona della locanda giace in un letto vicino alla parete, che divide la seconda dalla prima stanza; essa s'è rizzata a sedere sul letto, ha nelle mani un candelliere di legno contenente un moccolo di sego acceso, augura la buona notte alle mie guide, che tosto riconosce ed alle quali dice che nulla v'è di nuovo, cioè degno di essere notato. Tuttavia diamo uno sguardo alle undici persone che là dentro dormono: sola cosa che merita d'essere osservata è una famiglia di saltimbanchi. Sopra una tavola giaciono un uomo e una donna, e al di sotto della tavola, stesi sopra un po' di paglia, un ragazzino ed una ragazzina. I due piccini sono vestiti di maglia incarnatina con nastri di lustrini; sono belli, dormono tranquilli, hanno un non so che di angelico che fa uno strano contrasto colla luridezza e col laidume circostanti. Notisi che l'uomo non è il marito di quella donna, che questa non è la madre dei due fanciulli, e che questi non sono fratelli e sorella, e che nessuno dei due, è figlio nè di quell'uomo nè di quella donna, a cui si sono associati. Questi quattro esseri si trovarono nel mondo, s'accomunarono e però la loro famiglia è più che altro una società anonima, tendente ad impedire che uno di loro muoia digiuno. L'emissione delle azioni è a zero, non hanno spese d'amministrazione, riscuotono e spendono quotidianamente i loro dividendi ed esercitano ogni industria. Per loro tutti i generi sono buoni, eccetto quello che lascia un uomo morir di farne. Torniamo nella prima stanza, ma prima di abbandonare questa locanda ficchiamo lo sguardo nella stamberga a mano destra. Anche qui buio e fetore. È un sottoscala e vi stanno tre uomini, due dormono sopra una coperta di lana ed uno sulla nuda terra. Accendiamo un fiammifero e vediamo che uno tiene appoggiata la testa sull' avambraccio, fa coll'altra mano visiera agli occhi e sogguarda. Viene interrogato e risponde essere un facchino che viene dalla Valtellina e va a Genova. Il vicino si desta anch'esso, viene interrogato, è un suonatore d'organetto; è di Magadino e va a Corno. Non si conoscono, nè conoscono il loro terzo camerata che è un fruttivendolo di Monluè. Torniamo a scavalcare il saccone, eccoci nel cortile illuminato dal più bel chiarore di luna, che mai possa desiderare un poeta arcadico.. Ripassiamo l'andito, usciamo dallo sportello, eccoci in via Arena, tranquilla, silente, illuminata direi quasi gaiamente dalla luna. Respiro tre o quattro volle a pieni polmoni, mi pare di rivivere, la mia guida cortese mi domanda: - Che le pare? - Non lo avrei creduto, se quanto vidi me lo avesse narrato chiunque, fosse pure la persona più rispettabile del mondo. - Che lezzo, che schifo, che sudiciume! - Ebbene, pensi che queste locande erano assai peggiori negli anni andati. - È impossibile imaginarsi di peggio. Anzi, ripensandoci, mi pare d'aver detto una ridicolaggine marchiana, quando manifestai l'idea di passare la notte in una di codeste locande, nel caso non avessi potuto trovare altro mezzo per poterla visitare. - Creda che questa poveraglia sta di gran lunga meglio in prigione. Questo è appunto ciò che mi riserbo di vedere. Haec olim. . . otto anni or sono. Vediamo ora alcune delle locande più famose oggi esistenti. Siccome tutto muta in questo maledetto mondo sublunare dovevano quindi mutare anche le locande di Milano. Ed invero di qualche poco hanno mutato. Le mie notizie sono recentissime. Eccone la data: 27 e 29 giugno 1882. Nè le mie notizie potranno essere da alcuno smentite. Quanto narro , io stesso ho potuto vedere, grazie alla cortesia delle autorità di pubblica sicurezza. I 96 locandieri del 1874 hanno disseminato degli allievi ed oggi 153 sono gli affittaletti con licenza debitamente iscritti sui registri della questura. La locanda mantiene abbondantemente molti insetti parassiti, pulci, cimici, pidocchi, blatte, e .... i locandieri. Questi sono miserabili che trovano modo di vivere della miseria altrui. Non descriverò locanda per locanda, perchè mi vincerebbe lo schifo; non citerò i nomi degli affittaletti e i numeri delle loro locande, perchè mi parrebbe di commettere una mala azione, le mie accuse saranno generiche, ma perchè vere, dovranno indurre l'autorità a prendere in proposito qualche provvedimento. In questi giorni, o per parlare più esattamente in queste notti, ho rivisitate alcune locande da me già studiate nel 1874 e ne ho vedute parecchie di nuove. I campi delle mie esplorazioni furono il Corso Garibaldi, la Via Anfiteatro, la Via Vetraschi, la Via Pioppette, la Via Fabbri, la Via Vittoria, la Via Scaldasole, la Via Arena. Locande orribili! Scene nauseanti In una locanda di Via Anfiteatro non abbiamo potuto penetrare pel contegno ostile del proprietario. Ma da esatte informazioni da noi raccolte, possiamo dire che in quella notte, che noi volevamo visitare quella locanda, essa era piena di prostitute e di pregiudicati, pei quali il proprietario ha dei delicatissimi riguardi. Il cancello che chiude l'imboccatura della scala, la quale conduce ai piani superiori dà una curiosa caratteristica di prigione a quella locanda. E il fetore delle latrine e del mondezzaio si fa sentire con tanta prepotenza anche da chi si ferma soltanto nel cortile, che si può dire essere questa locanda una succursale della ditta Colera-morbus e compagni Ed ora tiriamo di lungo. Nelle locande ho dovuto notare un miglioramento. In nessuna di quelle da me or ora visitate si dorme o sulla paglia o sopra un saccone posto sul suolo. I pagliericci sono tutti collocati sopra lettucci o sopra cavalletti, il che non era ancora nel 1874. Si è quindi progredito ma piuttosto nella apparenza che nella realtà. E per vero dire mancano di finestre moltissime stanze e in ciascuna d'esse vi sono troppi letti e vi dorme un numero soverchio di persone, cosicchè queste non hanno aria respirabile sufficiente. Un fetore orribile è dovunque. Raramente si trovano letti forniti di lenzuoli,e dove questi vi sono, sembrano cotti in broda di fagiuoli, come quelli di cui parla il Berni nel Capitolo al Fracastoro. Dormono due o più persone in un letto, e promiscuamente abbiamo veduto ancora dormire uomini e donne; anzi in una locanda in Via Fabbri abbiamo trovato un uomo, che giaceva in compagnia di due donne. A cagione del caldo soffocante tutti dormono nudi, sicchè entrando in uno di questi covili con un lume acceso, si vedono risvegliarsi e muoversi lentamente e quasi inconsapevolmente e quella confusione di membra contorcentisi ne dà l'imagine di un gigantesco lombricaio. In Via Scaldasole abbiamo trovato cinque uomini coricati in un piccolo andito dal soffitto inclinato e rivelante l'ossatura delle travi reggenti il tetto. Un uomo non vi può stare in piedi ritto, e bisogna cammini curvo per non dar di capo nelle travi. V'era una finestretta sola ed era aperta, ma l'aria vi portava dentro l'ammorbante puzzo di una latrina e di un magazzino di galline e di capponi. Quella casa appartiene ad un pollivendolo, il quale ha certo più cura della salute de' suoi polli che non di quella de'suoi inquilini. In una locanda in Via Pioppette da' miei compagni di escursione furono riconosciuti tra gli alloggiati ben nove tra ammoniti e sorvegliati. Ora se tre bastano a comporre ciò che in gergo legale si chiama un'Associazione di malfattori, quivi c'era triplicata e coloro, che la miseria e il bisogno di riposo involontariamente aveva associati, erano della specie più pericolosa. Ma dormivano, ed un vecchio proverbio dice: Chi dorme non pecca. Tralasciamo di descrivere le scene poco edificanti, sulle quali c'è caduto lo sguardo in queste nostre visite. Non scriviamo a provocare la corruzione, ma ad eccitare in chi può e in chi deve il desiderio e la volontà di porre rimedio a questi orrori. I quali non sono del resto più deplorevoli di quelli che riscontransi in tutte le grandi città e che anche noi abbiamo avuto occasione di vedere in Parigi. Ma siccome parlando della capitale della Francia, della capitale del mondo, si potrebbe credere, che uno stolto chauvinisme ci inducesse a sparlarne, così a dare valore al nostro dire ci gioveremo dell'autorità di uomini, che hanno parlato per vero dire, non per odio d'altrui nè per disprezzo
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