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Poesie - La morte di Tantalo

Autore: Corazzini, Sergio - Editore: - Anno: 1907 - Categoria: letteratura

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Sbarrò nell'ombra i grigi occhi perduti: l'alba coglieva con le dita bianche le ultime stelle per i cieli muti. Egli pensò che il cuor tremi alle soglie dell'anima così, come le stelle treman la notte, alle divine porte fin che la pietosa alba le coglie. «Hai visto tu passare le barelle, o pazzo insonne, con le stelle morte?» Chiarità di una lama, o tu che fendi l'ombra maligna: io t'offro il mio cervello oscuro e tristo per disegni orrendi. Io non ho pace, l'anima è un pantano; nell'anima stagnarono i ricordi, subitamente; oh quante volte, pietre vi hanno scagliato con secura mano! Dopo, il silenzio per i tonfi sordi sé avvolse in bende assai più gravi e tetre. Un ragno tesse la sua tela folta per il mio teschio e nella tela stanno, morte stecchite, le idee d'una volta. Mai più, mai più! su le terrene cose l'occhio non sosta, l'occhio si dispera, come un'ala ferita ai cieli tende. Io voglio la tristezza delle rose morte all'inizio della primavera per farne una corona alle mie bende. Il mio cortile con un po' di cielo, con poche stelle, a me sembra uno strano fiore: corolla azzurra e grigio stelo. Il mio cortile è triste molto, come il suono di una placida campana sotto un cielo di nuvole e di pioggia. Una bianca tristezza senza nome veste i muri, e nell'alto, una lontana luce, su li orli, un oro dolce sfoggia. Tu che mi ascolti non aver pietà, non lacrimare delle mie sventure come quel Cristo nell'oscurità. Ah, quel Cristo, lo vedi? egli moriva così, come ora, desolatamente, quando venni alla cella che mi chiude. Avea negli occhi una gran fiamma viva, la fronte dolce e pur sanguinolente e piaghe orrende per le membra ignude. Non morì mai, non morrà più: mi guarda nel buio e trema quando il lume trema come i fanciulli se la sera è tarda. A poco a poco si dissangueranno le sue ferite per la doglia atroce infin che un tarlo, - quando? - lentamente roda i chiodi terribili che sanno l'ossa dell'uomo e il legno della croce e spezzi invano quel suo cuore ardente. Chi mi parla dell'anima? Un impuro ladro, forse, o un abate incipriato? L'anima è morta ed io ne son sicuro. Come una fonte semplice e tranquilla donò la gioia alle riarse gole degli umani e non seppe, ahimè! tenere per la sua sete giovane una stilla! Morì così, come un ignoto sole spento su le fiorite primavere. Chi batte alla mia porta? sei tu, cara? Vieni con l'alba alla mia cella triste? L'inchiodi forse questa grigia bara? Mi ricordo di te, sola; eri bionda, esile come un sogno giovinetto, pallida come un astro mattutino; te sola, nell'oscurità profonda del mio cuore, t'accorgi per diletto; te sola, con il mio tetro destino. Chi tenta l'ombra che stagnò nei trivi in cui le donne come idee mal certe più volte si volgean tentando i vivi? Chi veste d'auree stole anche le immonde case che il fango d'un amplesso cinge? Chi l'oro ai figli della terra adduce? Ah, sei tu, sole, che le più profonde pupille ferme nell'eterna sfinge avvivi, anima orgiaca della luce?!

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