DISPERATAMENTE GIULIA
GIULIA amava il figlio Giorgio, la neve, i gabbiani, il suo
mestiere di scrittrice, un uomo di nome Ermes, il nonno Ubaldo
e le sue splendide « rose morenti », ma nel sogno che stava
facendo non c'era nessuno di questi affettuosi riferimenti.
Incominciò a nevicare e il suo cuore timidamente sorrise. Chi le
aveva parlato di un male che lascia il ricordo delle cose non
fatte, dei sentimenti non espressi, dei perdoni non concessi?
C'era dentro di lei un dolore buio senza consolazione e senza
amici. Nel riquadro di una finestra vedeva cadere sonnolenta la
neve e guardarla faceva male agli occhi, come guardare il sole.
Improvvisamente il bagliore spumeggiò intorno a lei ed era come
un'esplosione di giovinezza che esclude l'idea della morte, ma
subito il bianco trasfigurò nel giallo di una montagna ostile
disseminata di cadaveri. Giulia riconobbe il suo volto smarrito
tra quei morti abbandonati e provò pietà per se stessa. Sapeva di
sognare, sapeva che si sarebbe risvegliata, ma era certa che il suo
stato d'animo, comunque, non sarebbe cambiato.
Si svegliò. Albeggiava. Aveva le guance fredde e il naso
gelido: l'estrema periferia dell'impero, come lei lo definiva, era
un infallibile misuratore termico. Tolse un braccio da sotto la
coperta di guanaco ed ebbe la conferma del freddo pungente.
Usci dal letto con la memoria ancora piena dei morti del sogno,
ma la certezza di avere sognato non le diede alcun sollievo.
Saggiò con le mani il termosifone sotto la finestra: era freddo.
Oddio, pensò, ci risiamo. Ogni inverno, al colmo del gelo,
spieiata come il destino, la caldaia andava in tilt. La revisione
autunnale non serviva. Quel maledetto aggeggio, nel momento
meno opportuno, la tradiva. Si infilò la vestaglia, scese al piano
terreno, entrò in cucina e affrontò la scala della cantina. Aveva i
piedi intirizziti e una grande pena nel cuore come se tutto
cospirasse contro di lei. Raggiunse lo stanzino della
caldaia. Era una Vaillant murale, il meglio della tecnologia
tedesca.
Una fiammella azzurrina con venature rossastre guizzava nel
fornello al centro del parallelepipedo di smalto bianco modulando
una risposta beffarda ai suoi interrogativi.
Il termostato era orientato sui ventidue gradi, la pressione
dell'acqua era tra l'uno e il due, la valvola a farfalla per
l'erogazione del gas era perfettamente aperta. Tutto era a posto,
ma quel perfetto congegno teutonico non funzionava.
Risalì in cucina. L'orologio elettrico sul frigorifero segnava le
sette. Prima delle otto e mezzo non avrebbe trovato nessuno al
centro assistenza per la manutenzione della caldaia. Ammesso
che il centro fosse aperto. Era l'ultimo giorno dell'anno e tanta
gente era in vacanza a godersi il lungo ponte di Natale. Giulia
rabbrividì. Aprì il forno della cucina a gas e lo accese: era l'unica
fonte di calore. La casa fredda le dava un senso di abbandono e
vestiva d'angoscia la sua solitudine. Era la prima volta che
affrontava da sola questo dramma domestico. Una volta c'era
Leo, suo marito. L'inverno scorso c'era Giorgio, suo figlio, che
con la vitalità dei suoi quattordici anni portava anche nelle
situazioni più deprimenti un'ondata di speranza, ma cinque giorni
prima il ragazzo era partito per il Galles. Giulia era proprio sola
nella grande casa.
Dalla strada, oltre il giardino, salì il gemito dell'avviamento di
un'auto. Si sentivano passare le macchine sull'asfalto battuto dalla
pioggia. Quel grigio albeggiare versava tristezza nella spaziosa cucina.
Giulia si strinse addosso la vestaglia di un pallido azzurro, ma
non ne trasse alcun calore. Si passò le dita sottili nella folta
zazzera scura ricacciando indietro una ciocca ribelle che le
scendeva sulla fronte. Decise di farsi un caffè. Poi, magari,
avrebbe riletto l'ultimo capitolo del romanzo, del quale non era
completamente soddisfatta. C'era qualcosa che non la
convinceva. Dal forno veniva un tepore confortevole. Lavorare
alla macchina da scrivere era sempre stata la sua medicina, un
modo per non accorgersi del tempo che passa, il segreto per
restare giovane e vitale. In questo modo, l'ora per chiamare il «
caldaiaio » sarebbe venuta prima.
Lontano, un imbecille mattiniero fece esplodere alcuni botti di
Capodanno. Pensò, senza rallegrarsene, che la stupidità è
inevitabile come la pioggia e il sole. Il caffè tostato all'americana,
di un bei marrone dorato, spandeva intomo un aroma delicato.
Lo versò in una lucente tazza di porcellana a fiori e cominciò a
sorseggiarlo, bollente e amaro compera, guardando, fuori
dall'ampia vetrata protetta da
inferriate verdi, il giardino sfiorito dove i cespugli di rododendri, di
azalee e di rose intristivano nell'aria già vecchia del giorno
appena nato. L'ultimo giorno dell'anno o l'ultimo giorno del
mondo? Giulia si sentiva percossa, sfilacciata e triste come il suo
piccolo giardino. Scorse in quella desolazione i rametti scheletriti
di un'ortensia che, smentendo la meteorologia e la stagione,
stavano mettendo gemme. Quanto ottimismo, pensò con invidia.
Lei non avrebbe messo gemme. Mai più. Viveva sensazioni
indefinibili, isolata dal mondo e dai suoi stessi pensieri,
posseduta da un'emozione intima e incomunicabile. Pensò che
se ci fosse stato Giorgio si sarebbe sentita meglio, ma anche lui
l'aveva piantata in asso, come la caldaia, sia pure con un
preavviso di qualche settimana.
« Sai, mammina (la chiamava sempre così quando voleva
ottenere qualcosa), mi piacerebbe passare le vacanze di Natale
dai Mattu », aveva cominciato a corteggiarla in novembre.
I Mattu erano una giovane coppia di indiani con tré figli
piccoli, vivevano a Swansea nel Galles e avevano ospitato il
ragazzo l'estate precedente per un soggiorno di studio. Lui si era
trovato benissimo.
« Tesoro », aveva replicato Giulia con affettuosa ironia, « hai mai
pensato che una vacanza in montagna, magari con tua madre, potrebbe
essere più divertente e meno costosa? »
Un mese o un secolo prima? Era comunque un tempo
remotissimo in cui c'era ancora spazio per i progetti e la
prospettiva di una vacanza sulla neve in compagnia del figlio le
accendeva la fantasia e la faceva sentire giovane. Stava
scrivendo il nuovo romanzo e viveva il dramma solitario ma
eccitante dell'autore che non sa mai se riuscirà a portare a
termine la storia che ha in mente.
Il calore che usciva dal forno appannava le vetrate della
cucina. Pensò con tenerezza a Giorgio che una volta aveva
sorpreso a disegnare ingenue oscenità sul vapore rappreso e
provò una gran voglia di sentire la voce del figlio.
Abbandonò il tepore della cucina e affrontò il rigore del
soggiorno per telefonargli. I tappeti color avorio che ricoprivano
le mattonelle liberty erano morbidi ma freddi come la tappezzeria
che simulava un muro tirato a stucco. Guardò il camino di
marmo sovrastato da due candelieri e da una specchiera
rettangolare chiusa nella cornice di noce scuro. Pensò che
avrebbe potuto accenderlo. Sedette su uno dei due divanetti
ricoperti di tela a grandi rose scarlatte su fondo verde e avorio,
inforcò gli occhiali e cercò il numero degli amici di Swansea nella
rubrica di pelle turchese, appoggiata, sul tavolino di cristallo,
vicino a una grande e
moderna abat-jour. Erano quasi le otto e Giulia sapeva che a quell'ora i
Mattu erano in piedi.
Le rispose la voce dolce di Salinda il cui volto, molto
grazioso, Giulia aveva visto soltanto in fotografia. « Giorgio is
sleeping », disse. « Ha fatto tardi ieri sera? » indagò Giulia
sospettosa. « Soltanto mezzanotte », la tranquillizzò Salinda. «
C'è stata una piccola festa tra ragazzi. »
Giulia si sentì esclusa. Non ebbe neppure il coraggio di gridare che
tirasse giù dal letto quel piccolo, sporco egoista, perdio! Prima d'allora
non le era mai venuta in mente un'imprecazione di quel genere, per lei
quasi una bestemmia, ma adesso, per la prima volta, sentiva irresistibile
il desiderio di coinvolgere l'Onnipotente nelle sue questioni private, di
coinvolgerlo con rabbia, rimproverandogli la sua latitanza o il suo
accanimento.
« Vuoi che lo svegli? » chiese Salinda, sempre dolce e
comprensiva.
« No », disse Giulia rassegnata. « Volevo sapere se è tutto a posto
», mentì. In realtà voleva dirgli che stava al gelo, da sola, in quella
vecchia casa senza qualcuno che le desse conforto, e che il gatto era
finito sotto una macchina alcuni giorni prima pagando con la vita il suo
primo anelito di libertà. Avrebbe voluto parlargli anche del dolore che
si era annidato dentro di lei, ma nessuno dei due era pronto per quella
confessione. E non poteva certamente dirgli che proprio oggi, ultimo
giorno dell'anno, doveva andare a Modena, al cimitero, per assistere
all'esumazione del nonno. « Davvero, Salinda, va bene così. »
« Se vuoi ti faccio chiamare appena si sveglia », propose la giovane
indiana che, sempre nella foto scattata da Giorgio l'estate prima, aveva
l'aria di una casalinga appagata.
« Vi chiamo io a mezzanotte per augurarvi buon anno », tagliò
corto. « Abbracciami Giorgio. E ancora grazie. » Riattaccò rifugiandosi
nel tepore della cucina. Il freddo le era penetrato fin dentro le ossa.
Pensò al nonno, a quello che restava di lui e sorrise al ricordo di
quel principe dell'avventura. Il comune di Modena aveva mandato a lei,
a sua sorella Isabella e a suo fratello Benny, che mascherava sotto un
ridicolo diminutivo il nome scomodo di Benito, una comunicazione
firmata da! sindaco: le reliquie di Ubaldo Milkovich sarebbero state
collocate in un ossario perenne per onorare la memoria del partigiano
Gufo, figura di spicco dell'antifascismo, eroe della Resistenza.
Giulia si era ripromessa di partire verso le undici per essere
sicura di non mancare all'appuntamento fissato per le due del
pomeriggio, ma adesso, con il problema della caldaia, sarebbe
riuscita a rispettare il programma? L'orologio elettrico sul
frigorifero segnava le otto. Tentò di mettersi in contatto con il
tecnico della manutenzione. Si immerse nuovamente nel gelo
del soggiorno, alzò la cornetta e si accorse che qualcosa non
funzionava nel ricevitore. Invece del segnale consueto sentiva
un suono gracchiante, fastidiosissimo. Premette ripetutamente il
meccanismo del contatto, provò a formare un numero sulla
tastiera e al suono gracchiante si sovrappose il segnale di
occupato. Depose il ricevitore e guardò la graziosa sveglia
poggiata sul piano di cristallo sostenuto da un basamento a
tamburo di legno istoriato e dorato: erano le otto e cinque. Che
la dolce Salinda avesse riagganciato male il suo apparecchio,
lassù nel Galles? Alzò di nuovo il ricevitore e questa volta
l'apparecchio non diede alcun suono. Adesso era chiaro che
anche il telefono era andato in tilt, mentre lei aveva un disperato
bisogno di comunicare con il mondo. Se alle otto e mezzo in
punto non si fosse messa in contatto con i tecnici rischiava di
perdere la possibilità di farli venire in giornata.
Salì velocemente la scala e tornò in camera da letto, un
ambiente molto intimo che amava particolarmente, sui toni
pastello del rosa, celeste e grigio perla. Lampade di porcellana
chiara, dai paralumi rosati, poggiate sui piccoli cassettoni
gemelli, ai lati del letto, diffondevano una luce garbata che
accarezzava due poltroncine in stile settecento veneziano. Alle
pareti, un crocefisso ligneo e una serie di immaginette sacre
ottocentesche in cornici dorate.
Giulia evitò di guardare il Cristo dal quale si sentiva
ingiustamente abbandonata. Si vestì velocemente. Nell'ingresso
infilò un vecchio cappotto di montone e uscì. Attraversò la via
Tiepolo facendo lo slalom tra pozzanghere e auto, incurante
della pioggia che continuava a cadere. Entrò in un bar tabacchi
con l'insegna del telefono pubblico. Un marocchino armato di
zelo e di uno straccio sudicio affrontava coraggiosamente un
pavimento maltrattato da centinaia di scarpe, ma sembrava
destinato a una clamorosa sconfitta.
Giulia si avvicinò alla cassa dietro la quale troneggiava una
giovane donna che aveva tutta l'aria di essere lì per sbaglio,
mentre avrebbe dovuto trovarsi su un aereo per le Maldive. Era
di cattivo umore e si vedeva.
« Dica », l'aggredì la tabaccala guardando la cliente infreddolita
come se fosse una chiazza d'unto sul suo vestito migliore.
Un gettone », disse Giulia impaziente allungando duecento lire.
« Fuori servizio », sentenziò la tabaccala alludendo al telefono
pubblico.
« Ma io devo assolutamente telefonare », insistè Giulia sull'orlo
della disperazione.
« Fuori servizio », ripetè fredda e spieiata come un cobra; quindi si
rivolse a un paio di clienti che erano entrati e chiedevano un
cappuccino.
« Non potrebbe farmi usare il suo? » domandò supplichevole. « Quello
lì », soggiunse indicando l'apparecchio accanto alla cassa.
« Privato », la gelò senza guardarla, continuando a scambiare
sigarette e caffè con danaro contante.
« Tabaccala di schifo », scattò Giulia, « città di schifo, gente di
schifo, mondo di schifo », gridò coinvolgendo irrazionalmente
l'universo intero. Riattraversò il locale sotto gli occhi sbigottiti dei
clienti, il silenzioso stupore della tabaccala, l'ingenuo sorriso solidale
del marocchino.
SÌ diresse quasi di corsa verso il bar latteria di piazza Novelli dove
Giorgio e i suoi amici dissipavano la paghetta settimanale in
merendine, Coca-Cola e juke-box. Il telefono c'era e funzionava. Giulia
compose il numero del tecnico che conosceva a memoria. « Sono
Giulia de Blasco », fece appena in tempo a dire all'addetto che aveva
risposto all'altro capo del filo. Poi scoppiò in lacrime. Seminascosta fra
cassette di birra, Coca-Cola e uno scaffale pieno di pasta e biscotti,
nell'odore dolciastro di segatura bagnata, stringendo la cornetta lercia di
un telefono pubblico, Giulia pianse senza ritegno. Pianse sulla sua vita
sbagliata, sul suo matrimonio fallito, pianse perché anche suo figlio
l'aveva lasciata sola, perché quel giorno doveva assistere
all'esumazione delle reliquie del nonno Ubaldo. Pianse perché aveva la
casa gelida, perché il telefono non funzionava, pianse perché a
quarant'anni s'era innamorata come una ragazzina, ma soprattutto
pianse perché lei stessa era andata in tilt. Qualcosa nella mirabile
costellazione del suo organismo si era inceppato. Le cellule di un
nodulo al seno prelevato un mese prima non erano del tipo
regolamentare. Erano di quelle che continuano a ripetersi senza
fermarsi mai. Come un interruttore che si accende e non si spegne più.
Quel giorno accidioso di dicembre Giulia piangeva per molte cose, ma
soprattutto perché aveva un cancro.
DISPERATAMENTE GIULIA