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SCURPIDDU

Autore: Capuana, Luigi - Editore: - Anno: 1898 - Categoria: letteratura

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Massaio Turi aveva incontrato il ragazzo una sera nel punto dove finisce, sul ciglione della Arcura, la scorciatoia che dal mulino di Catalfàro conduce a Bardella. Il ragazzo stava accoccolato sur un sasso, con le mani strette dietro la testa. I gomiti aguzzi gli scappavano fuori dagli sdruci delle maniche della camicia. Non aveva scarpe ai piedi. La giacchettina scolorita e stracciata era buttata là accanto. Massaio Turi gli si era fermato davanti, domandandogli: - Dove vai? Che fai qui? Il ragazzo lo guardò sbigottito, grattandosi il capo. - Come ti chiami? Di chi sei figlio? - Mi chiamo Mommo. Sono figlio di compare Pino. - Che fai qui? - Niente. - E dove vai? - Non lo so. Vengo da Palagonía. - Che facevi colà? - Niente: domandavo l'elemosina. - Bel mestiere t'insegnava tuo padre! - È morto mio padre. - E tua madre? - Chi lo sa dov'è! Io guardavo i tacchini del notaio. - Quale notaio? - Del notaio; lo chiamano così. Mi ha mandato via. - E perchè ti ha mandato via? - Dice che ho perduta una tacchina. - Dice? L'hai perduta davvero. - È sparita. L'ho cercata tanto! - E poi ti sei messo a domandar l'elemosina! - Che potevo fare? Avevo fame. - E ora come sei qui? Dove vai? - Non lo so. A Palagonía gli altri ragazzi mi picchiavano. - Su, prendi la giacchetta e vieni con me. Il ragazzo obbedì. Lungo la strada, massaio Turi continuò a interrogarlo. - Quanti anni hai? - Nove anni. - Vuoi allogarti per guardare i miei tacchini? Sono molti, più di cinquanta. - E se poi ne perdo uno? - Starai attento. Ti do da mangiare e i vestiti. Come si chiamava tuo padre? - Compare Pino. È cascato da un albero di ulivo, l'altr'anno, prima di Natale, ed è morto. Io non c'ero. - Ah! ... Compare Pino Scagghiu. Povero diavolo! Lo conoscevo. E non hai più nessuno? - Ho la mamma, ma non so dov'è. È andata via quando era vivo il babbo, che l'ha fatta cercare anche dai carabinieri. Chi lo sa dov'è? È andata via l'anno della mal'annata. - Non importa. Ti farò io da padre, e mia moglie da mamma, se tu sei buono. Hai mangiato oggi? - Mi ha dato una fetta di pane un capraio questa mattina, lassù. E indicava la collina. - E se non t'incontravo io, come facevi? - Restavo là dov'ero seduto: avevo paura. - Quanti erano i tacchini del notaio? - Quindici. - E le scarpe dove l'hai lasciate? Il ragazzo sorrise, quasi si sentisse canzonato. - Dove? - insiste massaio Turi. - Dal calzolaio. Chi dovea comprarmele le scarpe? E sorrise di nuovo, contento della risposta. - Bravo! Massaio Turi accompagnò l'approvazione con un leggero scappellotto che voleva essere una carezza. Quel ragazzo bruno, magro, con quegli occhi neri, intelligenti e pieni di tristezza, con quei capelli neri, arruffati, che gli camminava a lato serio e fiducioso, facendo piccole sgambate per tenersi a paro dei larghi passi delle lunghe gambe del compagno, e che di tratto in tratto alzava la testa e lo guardava con occhi meravigliati e riconoscenti, lo aveva subito commosso. In quella commozione entrava un po' il ricordo di un figliuolo perduto due anni addietro, a nove anni, bruno e magro come quel ragazzo. Una febbre maligna gliel'avea portato via in cinque giorni, e gli aveva lasciato una gran piaga nel cuore. In quel momento che scendevano, zitti, pel viottolo, gli sembrava che il figlio morto gli avesse mandato dal Paradiso quell'anima del Purgatorio, come egli chiamava il ragazzo nel pensier suo, e glielo raccomandasse. Per ciò pensava pure: - La massaia sarà contenta anche lei. Le dirò: Ce lo manda quell'angioletto! E a voce alta soggiunse: - Quella laggiù è la masseria. Si vedevano tra gli alberi i tetti grigiastri del casamento e qualche finestra. Una strada larga e tortuosa, fiancheggiata da muricciuoli, serpeggiava tra i campi verdeggianti. Si udiva il campanaccio dei buoi e delle vacche che tornavano dal beveratoio, e gli abbai dei cani. Il cielo era coperto di nuvole rossicce. Una gran pace si diffondeva attorno di mano in mano che più calava la sera. Massaio Turi e Mommo camminavano silenziosi, affrettando il passo dopo che dalla scorciatoia stretta tra due ciglioni erano sbucati nella larga strada che conduceva al beveratoio e di là, svoltando a destra, alla masseria. Avevano raggiunto i buoi e le vacche coi vitelli che andavano lentamente, seguiti dal bovaro con la sacca a tracolla e il bastone su la spalla. - Gesù e Maria, zi' Girolamo! - Gesù e Maria! - Come va la Stellata? - Meglio, grazie a Dio. - Nuova-legge? - Non zoppica più. - E le Nonne che fanno, zi' Girolamo? - Ma che Nonne ! Lasciatemi stare! - Eppure la gente giura che voi siete della combriccola, e che la notte andate attorno con loro. - Io dormo la notte, massaio mio. - Lo so come dormite. Massaio Turi amava scherzare col vecchio bovaro a proposito delle Nonne , esseri fantastici a cui la superstizione popolare attribuisce la facoltà di entrare nelle case pel buco della serratura, conducendo con loro quelli della combriccola , come egli diceva. Lo zi' Girolamo parlava poco: dormiva in modo strano, seduto sul fondo di un corbello rovesciato, di estate all'aria aperta, in mezzo alle sue bestie legate a un cavicchio con una fune attaccata alle corna: d'inverno, sotto la tettoia della stalla, avvolto nel giubboncello di albagio e rannicchiato in un angolo. Così accreditava la voce diffusa tra i contadini ch'egli andasse attorno con le Nonne ; se no, dicevano, avrebbe dormito come tutti gli altri cristiani, in un letto, in un giaciglio e non seduto sul fondo di un corbello. Mommo stava a sentire, sbarrando gli occhi, guardando con un senso di paura il vecchio che di tratto in tratto lo guardava anche lui. Mommo credeva alle Nonne , ne aveva udito parlare dalla sua mamma e da altri ragazzi. La sua mamma una volta aveva raccontato alle vicine che le Nonne le avevano levato un bambino dalla culla e glielo avevano deposto sul letto. E poi quel bambino era morto. - Cielo rosso, vento! - sentenziò lo zi' Girolamo dopo una lunga pausa, osservando le nuvole. Intanto giungevano vicino alla masseria. Due grossi cani erano mossi loro incontro, abbaiando e saltellando festosamente attorno al padrone. Visto il ragazzo, ringhiavano minacciosi. Massaio Turi li acchetò con la voce e col gesto, e prese per mano il ragazzo che indietreggiava dalla paura. - Impareranno a conoscerti, - gli disse. E rivolto allo zi' Girolamo soggiunse: - Ho trovato quest'anima del Purgatorio lassù. Sarà il nuzzaru . - Se vuoi mangiar pane, qui si sta bene, figliuolo mio, - fece lo zi' Girolamo. - È figlio di compare Pino Scagghiu, che morì cadendo da un albero di ulivo, l'anno scorso. - Requie materna ! - borbottò lo zi' Girolamo. I buoi e le vacche coi vitelli si erano fermati su lo spianato, ognuno al suo posto davanti il proprio cavicchio; e lo zi' Girolamo, prendendo una delle funi, cominciò a legarla alle corna dell'animale che le era più vicino. - Ora vi mando la minestra, - disse massaio Turi. - Santa notte, massaio. Davanti alla porta della casa, la massaia aspettava il suo uomo con la candela a olio già accesa. Dal camino della cucina salivano nugoli di fumo che si assottigliavano e si disperdevano per l'aria sul fondo incupito del cielo. Cap\ II La mattina dopo, la massaia aveva condotto Mommo nel pollaio, a lato del frantoio delle ulive, per fargli la consegna dei tacchini. All'apparire di lei con la sporta di giunco piena di becchime, le galline le si affollarono attorno chiocciando e starnazzando. Erano uscite nel vasto cortile insieme coi tacchini: ma questi restavano in disparte, quasi non si degnassero di mescolarsi con quei miseri polli che non potevano fare la ruota come loro, e forse anche perchè sapevano che quel becchime non era per loro. - Socchiudi il cancello e conta. Sai contare? - Sì, - rispose Mommo. - Tieni: questa canna ti servirà per guidarli. Li condurrai lassù, dov'è quel prato: sanno la via, vedrai. Domani verrà con te il massaio a insegnarti altri posti. Questa è la colazione: ti farò una bella sacca poi; per oggi metti il pane in una tasca e il companatico nell'altra, se avrai sete, guarda, sotto quel fico, tra le macchie di rovi, là, a dritta, c'è la fontana. E i tacchini, bada! tienli sempre raccolti, per non perderli di vista. Conta dunque. Spinti avanti dalla massaia, i tacchini cominciarono a sfilare a uno a uno, a traverso il cancello socchiuso, con gran stupore di Mommo. Erano sessantaquattro. - Il Signore ti benedica! Io do il becchime alle galline. I tacchini si avviarono. Mommo sollecitava con la canna quelli che si fermavano a leccare tra l'erba ai lati della strada. Arrivati sul prato, si sbrancarono a pascolare; e Mommo, che avrebbe voluto mangiare tranquillamente la sua colazione, doveva rincorrere i maschi che si allontanavano troppo; non voleva perderli di occhio. Le femmine pipiavano dimesse. Poi quando i maschi, ben pasciuti, cominciarono ad aprire le ali e a far la ruota. allungando il bernoccolo rosso pendente sul becco, egli trasse fuori dalle tasche il pane e il formaggio e cominciò a mangiare in piedi, appoggiato alla canna, dando occhiate intorno. Vedeva arrampicati su pei fianchi della vallata di rimpetto, i buoi e le vacche e lo zi' Girolamo seduto su un masso, immobile, quasi dormiente. - Chi sa se è vero, - pensava Mommo, - che egli va con le Nonne ? Laggiù, nella terrazza della casa, la massaia sciorinava i panni lavati, aiutata dalla vecchia serva. Il massaio, davanti a la stalla, faceva rimettere i ferri alle mule dal maniscalco venuto apposta la mattina. Le galline, sparse sul mucchio del concime, razzolavano al sole. Di lassù le persone sembravano piccine piccine. Mommo pensava alle scarpe che il massaio gli avrebbe comprato la domenica prossima, e alle camicie e al vestito promessogli dalla massaia. Era contento di avere un bugigattolo presso il pollaio, col pagliericcio e la coperta di lana. Quel bugigattolo gli pareva già cosa sua. Egli teneva in tasca la chiave dell'uscio. Colà poteva riporre quel che voleva, senza che nessuno venisse a toccargli niente. Era contento anche del coltellino col manico di ferro regalatogli dalla massaia per affettare il pane. Tagliava bene quel coltellino. Con esso si sarebbe fatto uno zùfolo di canna, come quello che aveva quando guardava i tacchini del notaio. Lo aveva venduto per un soldo a un ragazzo di Palagonía. Ora ne avrebbe costruito uno migliore. Per non stare disoccupato, mentre i tacchini, sazi di pascolare, riposavano accoccolati tra le erbe, s'era messo a inseguire farfalle, a chiappare grilli: e quando ne aveva pieno il pugno, li buttava ai tacchini che si azzuffavano per beccarseli. I tacchini rimessisi a pascolare, andavano verso la fontana, lentamente, disposti in larghe file di otto o dieci ognuna, frugando tra l'erbe, ingoiando insetti. Così potè ricontarli bene erano sessantaquattro, tre ventine e quattro, com'egli diceva. La fontana sotto il fico che quasi la nascondeva coi suoi rami e circondata da rovi, era piccola, limpidissima, una specie di conca riparata da una grotticella scavata nel tufo, con le pareti coperte di capelvenere. Per bere bisognava chinarsi e tuffarvi le labbra. Un merlo scappò via squittendo dalle macchie di rovi, appena Mommo vi battè su con la canna. - C'è un nido, - egli pensò. E volle accertarsene. Si graffiò le mani per rimuovere i tralci spinosi, ma scoprì il nido con le uova. - Prenderò poi la covata, - disse sorridendo. E accortosi che i tacchini erano sbucati su la strada li rincorse e li rimenò indietro nel prato. I quattordici tacchini del notaio egli li aveva battezzati tutti con nomi diversi. Uno, il più grasso, lo aveva chiamato Notaio ; un altro, Cionco , perchè gli mancavano due branche a una zampa e ciampicava; il terzo, Fra Giuseppe , dal colore delle penne somigliante a quello della tonaca del frate cappuccino che veniva in campagna, per la cerca del grano e delle ulive. A una delle tacchine aveva messo nome Signa Rosa (sora Rosa), come si chiamava la serva del notaio, e perchè era grigia come lei. Poi, c'erano la Rossa , la Monacella , la z'a Miseria , magra e malaticcia, e Senza-coda , ridotta tale dai figli del notaio che si erano divertiti a strappargliela. Quanti mai nomi ci volevano qui! Tre ventine e quattro! Intanto uno dei tacchini poteva benissimo chiamarlo pure Notaio ; era grosso e pettoruto proprio come il notaio. A quell'altro avrebbe rimesso il nome di Fra Giuseppe . Rosse c'erano più di sei tra le tacchine. Come fare? Quella più grassa, però, l'avrebbe nominata Massaia Al resto penserebbe poi. E, sul tardi, nell'avviare il branco verso la masseria, già adoprava quei nomi. - Sciò, Notaio ! Va diritto, Fra Giuseppe ! Lesta, Massaia ! Con la canna dietro il collo e le braccia accavalcate ad essa, visto che i tacchini andavano difilato, Mommo si era messo a zufolare. La massaia, che lo aveva scorto dalla terrazza, lo aspettava davanti al cancello del cortile per ricontare i tacchini. Di tratto in tratto, afferrava una tacchina, la tastava per accertarsi che la mattina dopo avrebbe fatto l'uovo, e le impediva di entrare con gli altri. - Queste le faremo salire sui corbelli con la paglia appesi al muro. Domani prenderai le uova. E le tacchine, già avvezze, appena ella spalancò l'uscio socchiuso, si avviarono verso l'uscio del pollaio, e con una volatina saltarono sui corbelli e si accovacciarono. Allora la massaia fece entrare gli altri tacchini, che andarono ad appollaiarsi sulle travi di agave conficcate agli angoli, uno accanto all'altro. - Paiono tanti canonici al coro! - disse Mommo ridendo. - Domattina, spazzerai il cortile. Quella è la granata. La spazzatura la butterai sul mucchio del concime, là. - Sissignora. Mommo intanto guardava un fascio di canne addossate a un angolo. - Posso prenderne una? - domandò. - Prendila. Scelse la più grossa, la spezzò a metà. E buttò via la parte superiore. - Mi faccio uno zùfolo. - Prima va' dal massaio, - rispose la padrona. - Quant'è che non ti pettini? Mommo alzò le spalle. Massaio Turi, seduto sullo scalino del portone del frantoio teneva sul braccio un grembiule di traliccio della serva e in mano una gran forbice. - Vieni qua, tu che sembri un gufo con quei capellacci! Se lo mise tra le ginocchia, gli avvolse attorno alle spalle e al petto il largo grembiule, e gli cacciò le forbici tra i capelli. Mommo, a ogni forbiciata, aggrinzava gli occhi, ritirava il collo tra le spalle, scoteva la testa per evitare il solletico dei peli che gli cascavano su la faccia. - Cheto! - lo sgridava il massaio. Mommo però non poteva star fermo, sentendo su la cute il freddo della lama delle forbici che gli rasavano i capelli fino alla radice. - Cheto! E il massaio con una mano gli teneva la testa, e con l'altra menava attorno le forbici, quasi tosasse una pecora. - Così non hai bisogno di pettine! - esclamò all'ultimo, soffiandogli su la faccia per mandar via i peli cadùtivi. Mommo si passò le mani sul cucuzzolo mondo, e si trasse indietro senza dir nulla, guardando compassionevolmente i mucchietti di capelli sparsi per terra. Tutt'a un tratto, preso da strana allegria, fece due capriole, poggiando le mani a terra e levando agilmente le gambe in aria. Gli sembrava di essere diventato un altro, tosato a quel modo.

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