Racconti 1
Autore: Capuana, Luigi - Editore: Salerno Editrice - Anno: 1877 - Categoria: letteratura
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La primavera arriva proprio il ventuno? - domandò Fasma in mezz'all'uscio. - Cosí assicura l'almanacco - rispose Oreste. Continuando a scrivere, egli non vide la graziosa moina con che Fasma gli si accostava dietro la seggiola e gli posava sulle spalle le manine dalle ugne rosate. - Se domani, per darle il ben venuto, andassimo a Santa Margherita? Oreste rovesciò indietro la testa e, serio serio, guardò negli occhi la gentile creatura che continuava a sorridergli e aggrottava le sopracciglia, per fargli il verso. - È una voglia? - Andremo a piedi. Il dottore questa mattina mi ha consigliato di far del moto. - Ah! ... Le prescrizioni del dottore bisogna eseguirle appuntino. - Bravo! - E Fasma, baciato vivacemente suo marito in fronte, si mise a saltare per la stanza, battendo palma a palma. - Come negarle qualcosa in questo stato? Può essere davvero una voglia - pensava Oreste. Tre sere dopo infatti erano ancora a Santa Margherita, su la terrazza della villa, appoggiati al ferro della ringhiera. Sotto la terrazza si spalancava il nero abisso della valle. Un cupo stormire di fronde montava di tanto in tanto da quella voragine piena di tenebre; e negli intervalli, lo scroscio monotono del ruscello, che cascava dall'alto nella conca della Caudaredda, rammentava a Fasma la deliziosa mattinata goduta laggiú, in fondo a quell'orrido, dove ora non distingueva nulla, all'infuori di qualch e masso bianchiccio che pareva un fiocco di nebbia. - Quante primule fra le erbe selvatiche! Quante stelline! Com'erano gustose le arance staccate fresche fresche dall'albero e sbucciate all'ombra del giardino, mentre le mulacchie, i falchetti, i passerotti schiamazzavano dalle sporgenze e dagli spacchi della rupe dirimpetto! ... E la rupe impennacchiata di oleastri, di capperi, di caprifichi, tutta grotte e fenditure, e che pareva dovesse scoscendere! Non sapendo vincere la sciocca paura di vedermela cascare addosso improvvisamente, io alzavo gli occhi a ogni momento e li richiudevo con brividi per la persona. Tu intanto, cattivo! mi hai canzonato tutta la mattinata: "Bada, che casca! Bada, che casca!" Ti credevo forse? Eppure ho avuto paura lo stesso ... Che delizia di frescura però! Che paradiso con quel concerto di cardellini, di merli e di usignuoli fra le macchie dei roveti e tra i rami degli olmi! ... Fasma parlava sottovoce, come se facesse delle confidenze; e, col braccio destro passato attorno alla vita di Oreste, lo stringeva carezzevolmente, quasi la paura fanciullesca le si rinnovasse in quel punto. Oreste stava zitto. Mentre il fumo della sua sigaretta si disperdeva in nuvolette opaline sul fondo cupo dei colli, ora fissava le nerissime forme di mostri ritagliate dagli alberi sul cielo bronzino, verso la Lamia; ora seguiva curiosamente i lumi che apparivano e disparivano lassú, sul monte dove Mine o rizzava la fosca massa del campanile di Santa Maria e delle vecchie rovine del castello. Il mormorio della voce di Fasma gli faceva l'effetto d'un soave tremolo di violino e serviva a cullarlo nell'indefinita fantasticheria che già lo avvinceva col suo torpore. Fasma s'era fermata un momento, molto intrigata da quel silenzio. Egli era stato mezzo mutolo quasi tutto il giorno, con aria annoiata, quantunque le avesse assicurato ripetutamente che non era vero. - Di'? La pesca dei girini nelle conche del ruscello non ti ha divertito molto ... M'inganno? Dopo tre soli giorni, sei già bell'e seccato della campagna! ... Io, invece, vi rimarrei volentieri una settimana, fino alla sera del sabato ... Non è poi l'eternità! ... Questa volta la primavera è stata puntuale. Che tepore da tre giorni! Il misto di fragranze che sale dalla valle mi dà alla testa; me ne sento inebbriare! ... E questo susurro di fronde non pare, proprio rumore di ondate che si spez zino fra gli scogli? Mi rammenta la sera del nostro viaggio di nozze, quando sul terrazzino dell'albergo rimanemmo un bel pezzo cosí - col braccio destro attorno alla tua vita - a contemplare il porto di Messina agitato dalla marea che frangeva in tanti guizzi i riflessi verdi e rossi dei fanali dei legni perduti nell'oscurità ... Te ne ricordi eh? ... Non è vero che questo cupo stormire dà l'illusione dei cavalloni del mare? ... Perché non rispondi? ... Ti senti male? ... Sei annoiato? ... di cattivo umore? ... - No, no! - brontolava Oreste. La sua voce però lo tradiva. Intanto se avesse dovuto dire che cosa continuava, dalla mattina, a tenerlo turbato, si sarebbe trovato imbrogliatissimo: non lo sapeva nemmeno lui. S'era destato cosí. Da quasi un anno, sí, da quasi un anno - da che Fasma era diventata l'affettuosa compagna della sua vita - non gli era piú accaduto di provare una tristezza a quella maniera. Tristezza? No: malinconia. Avrebbe voluto trovarsi solo, senza niente che lo distraesse, neppure la dolce voce di Fasma! ... Rimescolio di cose dimenticate, di cose lontane; bagliori della sua giovinezza; fantasmi di sogni gentili spariti con gli anni; confusione vaporosa; non era altro. Ma il cuore gli si inteneriva in modo straordinario in quell'oscurità, su quella terrazza dalla quale tante volte aveva assistito a simili scene della natura, fumando, appoggiato al ferro della ringhiera, mentre le fronde stormivano e il ruscello scrosciava da l'alto nella conca della Caudaredda, e tutta la vallata si accovacciava sotto il cielo bronzino di altre notti come quella. A un tratto, una fiammata solcò l'oscurità, poi s'udí uno scoppio lontano; altre fiammate s'accesero e sparvero, seguite da altri scoppi, Fasma rizzò la testa: - È per la festa dell'Annunziata. - Ah! - disse Oreste, lasciandosi cadere di bocca la sigaretta. Le fiammate e gli scoppi continuavano ancora. Gli echi della rupe rispondevano con lento brontolio nella vasta serenità della notte. Poi le campane di Santa Maria cominciarono a suonare a festa; altre campane rispondevano piú in là, dalle altre chiese, con squilli di ogni sorta, pastosi, vibranti, argentini, lanciando un immenso tripudio che diffondevasi lentamente per l'aria e andava a sperdersi nell'infinito. Fasma era scossa: - Non avrei mai immaginato che le campane a distesa, sentite di notte dalla campagna, avrebbero potuto produrre sensazioni cosí potenti. Oh, tutti e due già dimenticavamo che domani è festa! Io però non voglio perdere la messa restando in campagna! ... - Oreste era tutt'orecchi. Din, don, din, don! Quelle campane festeggiavano il sedicesimo anniversario del suo primo amore, il solo culto che gli rimanesse. Ah, i suoi nervi, quel giorno, aveano avuto miglior memoria della sua testa, e del suo cuore! ... Don, din, din! Ora capiva! ... E cercava ansioso, nello spazio, la bruna e pallida figura di Iana, quasi avesse dovuto apparirgli, con quel suo sguardo pieno di tristezza, nella limpidissima oscurità del cielo tremolante di stelle. Din, don, din! Oh, quel suo primo amore! Sogno di fanciullo! Ma tutti gli altri, affollatisi scompigliatamente nella sua scapata giovinezza, tutti gli altri erano stati soltanto prove mal riuscite dell'attuazione di quel sogno! ... Din, din, don, don! Ed eran passati sedici anni! Gli pareva ieri. Ogni anno, in quel giorno sempre cosí. Intanto perché oggi il cuore gli era rimasto freddo freddo, e solo i nervi aveano provato il sordo risveglio delle care impressioni? Che voleva dire? Din! ... din! ... don! Era una cosa quasi meccanica? In quella malinconia dell'intera giornata, metà del suo organismo non c'era entrata per nulla? ... Possibile? ... Din! ... Din! ... Din! ... Le ultime ondulazioni delle campane morivano lentissimamente per la calma notturna. - Che hai? - gli domandò Fasma, gettandogli le braccia al collo. Oreste esitava a rispondere. Quella voce lo aveva rimescolato tutto. - Che ho? ... - Né poté aggiungere altro. La baciava, l'accarezzava, se la stringeva al petto; e non osava confessarle che in quel momento il dolce sogno del suo primo amore si era confuso con la bella realtà tremante di commozione fra le sue braccia!
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