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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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Ci torno. Esserci tornata con la memoria avrà avuto la sua influenza. Dopo dieci anni. Sembra un secolo. Del resto sono arrivati i decenni che contano per secoli. (Abbiamo allunato.) Semplicemente un breve ritorno alla vecchia provincia. Non per nostalgia. Il taglio era stato netto e senza remore. Abbandonati i bambini (la scuola) abbandonati i ragazzi (esonero dal tribunale). Questi distacchi, sì, come tagliare un cordone, interrompere certi contatti con la vita. Che nella grande città comunque si perdono. Un ritorno estivo, di villeggiatura, all'aria montana. Nativa. Per quel che vale l'aria nativa. Dicono molto, non so. Forse un'aria di montagna qualsiasi avrebbe la stessa efficacia. Se l'avrà. Pare che si possa soffrire di qualcosa come un rigetto da trapianto. Trapianto riuscito? Si torna ai luoghi. Con una breve deviazione, ci passo. Rione antico. Qualche residuo medioevale, bifore per lo più otturate in parte a mattoni, una finestruola a crociera cava e fumicosa come se dentro ci fosse stato un incendio, residui di tortiglioni lungo piccole facciate di pietra, le aperture dei bassi a sesto acuto sormontate da stemmi corrosi. I leoni duecenteschi all'ingresso di una chiesetta, il dorso lisciato ad avorio dalle cavalcate dei bambini. Rosoni e portali del romanico più tardo, con gli acanti smozzicati dal tempo e dalle sassaiole. Tutte le chiese a incastro fra vecchie case basse a portoncini e finestrine. Rione popolare. Le piazzette a catena dove giocano rincorrendosi e gridando torme di monelli sordi ai richiami delle donne. Il vocio che arrivava nella cappella del carcere. Attaccato al fianco della chiesa maggiore _ una fiancata poderosa _ lungo, anonimo, ridotto a muro qualsiasi. Era il convento. Aspetto comune, riadattato _ incongruo in cima al portone il campanile _ si capisce la destinazione dalla targa avvicinandosi a leggere. O se vi arriva il cellulare. In sosta qualche utilitaria del personale, macchine di visitatori. È l'ingresso per gli adulti. Dall'edificio non scaturisce un suono un rumore (tranne durante le rivolte dei detenuti, che salgono sui tetti buttando tegoli e riempiendo i dintorni di rottami e clamori). Più giù il cancello dei ragazzi. Si travede la breve bordura e dietro il reticolato cielo e montagne. Sempre tutto allo stesso posto, tutto uguale. È cambiata la dicitura: prigione scuola _ riformatorio giudiziario. Tornano prigione e riformatorio. La stradina laterale scende in forte pendio. Sul viale sottostante, ampio viale della città nuova, il retro del carcere risulta elevato altissimo oltre la muraglia recente del terrapieno, a non saperlo non si riconosce. Una facciata giallina sopra muri alti e sui muri un alto reticolato, rade finestre che figurano piccole dal basso, le inferriate sono comuni a certe vecchie costruzioni. Poco oltre il moderno Grand Hotel, bandiere e macchine straniere, turismo aperto dall'ardita autostrada che " ha rotto l'isolamento con un balzo di secoli." Dalla stampa. A proposito di situazioni secolari rimosse: è sparito il Gabelli. Non per grazia di Dio e volontà del Popolo, ci ha lavorato il tempo. Abbastanza indisturbato, bisogna dire. Comunque "fine della fabbrica dei delinquenti," annunciata dai giornali. Chiuso per inagibilità. Pericolo di crolli. Si è scritto: pareti senza quasi più intonaco, ricettacolo d'insetti e parassiti d'ogni specie, servizi igienici pressoché inesistenti, convivenza esplosiva (i rieducandi coi corrigendi e i giudiziari), feroci pestaggi collettivi sempre più frequenti e indomabili. Al limite di rottura. Il famigerato Gabelli e il fantomatico San Michele, appiccicati per un fianco come fratelli siamesi, colossale scheletro _ ancora spettacolo architettonico al turista _ in attesa di restauro. Maturato anche il bubbone dell'assistenza. Coinvolta una congerie di gente dal basso all'alto. Si rivela il numero pletorico di istituzioni, lo sterminato quanto infruttuoso sperpero del pubblico danaro. Scoperti abusi vergognosi, condizioni ignobili, trattamenti brutali. Alla ribalta laici e religiosi, megere e monache, le monache smonacate e i preti corrotti, autoiità ignave e speculatori privati. Sono venuti fuori davvero strumenti di tortura, catene manette sacchi di contenzione (moderni in plastica) e violenze sevizie morti, sparizioni di bambini, occultamento di cadaveri. La favola dell'Orco attualizzata. Non più il grosso ghiottone avido di carne tenera, ma l'aguzzino sadico. Lo sfregiatore dell'infanzia. I lager dei subnormali. Scandalo infame e infamante. Atrocità che si riteneva appartenessero al passato, quanto meno alla letteratura ottocentesca _ romantica _ gli squallidi mostri di Dickens hanno rivisto la luce. L'abitudine mercenaria genera indifferenza, 1 indifferenza genera crudeltà. Bambini rinchiusi nei gabinetti, a dormire legati per i piedi a due a due, assicurati con catene, sporchi di feci, docce gelate e privazione dell'acqua per non bagnare i letti, fustigazioni correttive. Discriminati, emarginati, esclusi, trattati come adulti colpevoli, peggio, come bestie da eliminare. Non c'è stata per loro nemmeno la Protezione Animali. La piaga dell'assistenza ha fatto bubbone, così gonfio da scoppiare, è scoppiato, rovesciando pus e sangue. Rabberciato, continuerà a suppurare. Non si è messo mano al bisturi. Nell'ambiente (casta) deplorazione con prudenza. Eccessi della stampa, gli sfrenati paparazzi a caccia. Episodi, casi sporadici, generalizzati dilatati fino all'inverosimiglianza. Si eccita l'opinione pubblica. Chiedono sempre le teste. La Giustizia deve pesare con la sua bilancia. Infallibile? Ben regolata. Strumento necessario. Strumento. Ancora nella letteratura e nel cinema di tutto il mondo ricorre il motivo traumatizzante dell'orfanotrofio e del riformatorio. Incontri. Se ne parla. Qualcuno a riposo. Asprezza dello stato di vecchiaia e di cessazione d'attività (esercizio del potere). È della gioventù contemporanea che si parla. Opinioni recise, a volte contraddittorie. L'assurdo voler abbattere tutto. Mai si potrebbe ricominciare da capo. Anche i vecchi miti e i tabù puntellano qualche cosa, anzi tengono in piedi i muri portanti. La libertà assoluta è un vuoto da riempire. Gli infelici figli dei fiori, gli amanti dell'" erba," i disperati della droga. (Gli allucinogeni, questa sorta di fantascienza psichica.) Contestano la tecnica e cercano _ o credono _ di tornare alla natura, con la reazione incoerente dell'incivilito senza scampo. O altrimenti distruggendo. Morte alla famiglia. E poi si constata la mancanza d'amore alla base di frustrazioni e turbe. La gioventù al potere? Il quarto stato? Ma come sempre al potere borghese li porterà l'età. La borghesia non è una classe sociale ma la vocazione dell'uomo medio. Succederà anche a loro, a quelli che ci arriveranno. Intanto la criminalità minorile assume caratteri spaventosi deliranti. Appena maggiorenni colpire a fondo. La pena di morte. Favorevoli. Graziare dalla pena di vita. La morte la morte... La fine dell'uomo, l'oscura morte, non si osa chiamarla grottesca, ma tale è quale la meritiamo. Fenomeno nuovo: il suicidio dei vecchi. E stragi. Le donne hanno un sesto senso di preveggenza: ammazzano tutti i figli e si uccidono con loro. È cominciato lo scoppio della follia collettiva. Apocalisse. Giudici giovani: suicidio dei bambini. In pochi anni si è abbassata in maniera allarmante l'età dei disadattati, degli irregolari. Vero è che la legge non ha mai stabilito un'età per il decreto di ricovero: da zero a diciotto anni, dimissione anche al ventunesimo. Ma ormai si drogano gli scolari delle elementari. Rubano, fuggono da casa, si prostituiscono, non ancora quattordicenni. Ma assai più preoccupante è la tentazione del suicidio, il male misterioso attaccato ai bambini. Una estrema forma di fuga. Per ragioni diverse _ situazioni familiari, intossicazioni emotive stravolgenti _ o senza una ragione comprensibile, sempre più bambini, i bambini che non vogliono vivere. Freudiano istinto di morte. (Un vecchio appunto: Classe millenovecentoquarantatré: la leva del pianto. Le bambine della prima generazione che "a quel tempo" non c'era. Non ne sanno niente, la loro memoria è al di qua. I loro problemi sono in un segreto di radici. Sembrano portare in sé da una coscienza prenatale il senso della morte. I personaggi del primo decennio: ruolo inconsapevole. A caratterizzarle tutte è il pianto. Ogni impressione la chiamano paura, ma risulta come un sottile piacere. Parlano molto, insistentemente, con una effusione continua irreprimibile. Raccontano a scuola i fatti di casa propria, dei vicini, del quartiere, della cronaca, disgrazie malattie morti _vanno sempre a vedere i morti _ come storie romanzate, quasi con entusiasmo. In un travaglio sentimentale non privo di compiacimento. Poi per un nonnulla si sciolgono in lacrime, lisce facili veloci lacrime di emotività nervosa. Non lasciano traccia negli occhi, come un lavaggio igienico. La bambina che l'ultimo giorno di scuola, quasi per un traboccamento d'amore, mi disse d'avermi sognata morta.) Impassibile, il potere autoritario centralizzato smista i casi ridotti a pratiche cartacee. Autorità chiusa, decisioni anonime burocratiche. E sempre sistemi minacciosi punitivi, coercizione segregazione isolamento. È la critica del giovane magistrato progressista. Occorre il giudice nuovo che si liberi della toga. Che non sia ne imparziale ne, per carità, neutrale. Soprattutto bisogna spogliarsi della neutralità come della toga, restare solo e unicamente il difensore del più debole, il protettore dell'indifeso. Siamo in pochi e guai ad avanzare proposte innovatrici. Bollate come arbitrarie. Sovvertitrici. A nostra volta veniamo isolati e frustrati, ostacolati nel lavoro. Non esiste gente più inutile e dannosa di quella arrivata allo stadio del quieto vivere. Guai attaccare il concetto di autorità, l'autorità è intoccabile. E abbiamo a che fare con materiale umano, ragazzi bambini, sempre più bambini. L'altra parte: tentativi di scardinamento. Teorie permissive indulgenti a tempi di permissività forsennata. Criticati i colleghi nuovi come gli studenti contestatori, definiti con le stesse espressioni. Questi giovanotti, gli hippies della magistratura... Inatteso invito a colazione. Al ristorante del Grand Hotel modernissimo. Il vecchio signore, in privato così timido irresoluto taciturno, mi pilota decisamente a un tavolo d'angolo contro la vetrata. Sala terrazza sul tetto, veduta panoramica. Invito a guardare _ da lui forestiero. Guardo sorpresa. Da un lato l'orizzonte in larga curva frastagliata dalle montagne, cime di sasso nudo d'un cinerino etereo, più giù azzurre e negli anfratti viola, le pendici ricciute di boschi, al fondo la linea ondulata del fiume segnato dalla massa verde cangiante di pioppi e salici in mezzo ai prati. Le costruzioni recenti, disordinate anonime _ che invaderanno _ è possibile per ora ignorarle, l'occhio le elimina spontaneamente. " Guardi. " Guardo. L'altro lato. Il corpo della città antica _ dietro sempre le montagne _ un addossarsi di tetti rossi rugginosi e il colore caldo della pietra secolare, emergono i campanili, qualche cupola, la torre medioevale. E facciate facciate di chiese, scoperte _ come se fossero state sistemate a scenario per uno spettacolo dal cielo col traforo nitido dei rosoni. "Vede?" Vedo. Molto suggestivo, non immaginavo. Lo stesso albergo è a incastro fra l'antico e il nuovo, attaccato a un muro di pietra, apre sul viale. Lo sguardo percorre da lontano a vicino, s'accosta, s'abbassa. Voci, movimento. A livello di qualche piano inferiore, ragazzi in pantaloncini e canottiera giocano al pallone. Appaiono come ravvicinati da un binocolo. Spiazzo recinto da reticolato alto, un campo di gioco pensile. Sembra appartenere all'albergo. "Si ricorda le reticelle per le lampadine?" Non capisco ancora, ma sì che ricordo, furono messe, dopo anni. Il vecchio signore sorride, mentre il cameriere aspetta riguardoso. Sono loro, già. Quello così vicino è proprio il convento carcerario. Il reticolato così alto, già. E quelli sono proprio i ragazzi. Dice: Perché non ci va? Ho dovuto vincere certe intime resistenze, non me n'ero resa conto. Eppure deviavo per passarci. La cancellata esterna aperta, ma a che scopo entrare, tutto ormai così lontano. Io estranea. Invece mi torna di colpo familiare e ancora c'è chi mi riconosce, un agente anziano si fa incontro. Manda ad avvertire. Il censore si presenta subito. Ossia no, l'educatore. Sa chi sono, ne ha sentito parlare, ha letto qualche cosa. Gentile, accogliente. Piuttosto giovane, piccolo magro, voce pacata, mite. Il luogo è sempre quello. Un decennio, ma per certi cambiamenti non basta il secolo. (L'istituto degli orfanelli buttato giù e ricostruito a grande elevazione e con marmi, siamo tutti milionari anche le povere monache _ pensionato studentesse paganti.) Il cancello intemo, lo schiavardamento. Si conta di togliere questa chiusura, è in progetto l'abolizione delle sbarre. Stesso cortile, imbnittito dalla loggia con le colonne incorporate da un'otturazione a mattoni. Tuttavia sembra meno tetro, è l'ora che ci arriva il sole, di striscio. Sempre in uso per la ricreazione, ma vi sono sparsi attrezzi da ginnastica. E hanno il campo di gioco. Pallacanestro pallavolo, con pallone vero, certo. L'educatore mi conduce nel suo ufficio. Parliamo. Domando. Risponde di buon grado ragguagliandomi. Sposato, tre bambini. Buona cosa avere figli propri. A proposito di bambini, e del silenzio, un silenzio che colpisce. Infatti sono pochi. Sono, per la precisione, al momento, diciannove. Tutti grandi, scontano una condanna o in attesa di giudizio. Prigione scuola, detenuti, soggetti a reclusione completa, si capisce. Non esiste più il problema della promiscuità e dello spazio, dacché è stato costruito il complesso pilota per l'istituto di osservazione. Moderno in ogni accorgimento, ridente, fiorito e alberato, gran spazio all'aperto. Ne esistono pochi, a elencarli _ richiesto _ gli avanzano le dita di una mano. Purtroppo quasi dovunque permangono la promiscuità e l'affollamento, in certe aree depresse viene tuttora sfruttata la manodopera minorile. Qui si è avuta la fortuna, il privilegio, qualche conterraneo in politica, insomma arrivato nella stanza dei bottoni o press'a poco. Domando dall'aula interna per il Tribunale. Smobilitata e utilizzata (adesso che lo spazio avanza). Le udienze si tengono fuori _ già, come prima _ al nuovo palazzo di Giustizia (mastodontico incombente _funzionale _chiamato subito il palazzaccio) qui è tutto troppo vecchio. Indecoroso, sì, per i giudici. Però molti miglioramenti, gabinetti docce, camerate rinnovate, refettorio con tavoli separati: se vuole vedere. Voglio vedere i ragazzi. (Vedrò nelle porticine mai aperte, cubicoli che ora ospitano secchi scope strofinacci. Gli agenti sempre dalla carriera carceraria _il direttore lo stesso del carcere _ma comincia ad arrivarne qualcuno giovane preparato ai corsi indetti dal ministero. Le ragazze? Come se non esistessero. Ah sì, il numero aumenta, fughe da casa. Aggregate alle adulte o negli istituti retri da monache, bisogna mandarle fuori. È cambiato tutto e non è cambiato niente. L'educatore espone idee innovatrici, un po' didascalico, con una leggera enfasi. La retorica, se così può chiamarsi, derivante dalle teorie avanzate che si studiano al biennio per il titolo di assistenti sociali . E comunque ricorrono ormai sulle bocche, se non altro, di tutti. Largamente insistentemente sulla stampa, nazionale e internazionale. Comprendere i giovani, mutare metodi sistemi (non il sistema) guardarsi dall'autoritarismo. La voce pacata mite. (Paternalismo?) Si attiene al generico. Ho l'impressione di non poterlo riportare su un terreno realistico, che non riuscirei facilmente a indurlo ad aprirsi, magari quei pertugi involontari così penetranti. Del resto non ci provo neppure, è solo una visita unica occasionale. Mi limito a qualche notizia, informazioni sul genere dei reati, dandomi io stessa le risposte: prevalgono sempre sesso e danaro. Lo ammette: le statistiche, sicuro. Sento che non si lascerebbe andare sulla propria situazione interna, i comuni fenomeni dell'isolamento e della convivenza tra maschi. (Quei cedimenti, in fondo compiaciuti, del censore che fra il dire e il non dire lasciava intendere e alla fine parlava.) Discrezione professionale, oppure ritegno di padre di famiglia, i tabù dell'adulto. O forse darebbe per sottinteso che anche certi problemi siano superati, in risoluzione? Non è da credere i ragazzi di oggi più trattabili ne davvero più continenti. Al contrario, hanno avuto fuori possibilità di esperienze vietate ai minori delle precedenti leve. Facilitato lo sfogo naturale e con maggiore naturalezza, coetanee consenzienti, le compagne di scuola che portano nella borsetta il preservativo. Necking e petting, frequentazione mercenaria, omosessualità di ripiego o d'elezione, marchette e pugnette: deve esserci qui dentro l'intero campionario. D'altronde tutte le pratiche sessuali, comprese quelle dette contronatura, sono antichissime, vecchie quanto l'uomo. Semen retentum venenum est. Con buona pace. Mi torna in mente la Mercedes targata Roma vista all'ingresso. Parenti, sì ne vengono. Visita per un minore, i genitori. Temo di aver disturbato. Posso star comoda, sono dal direttore. Effettivamente, statistiche alla mano, prevale ormai di molto il numero dei cittadini sui paesani, è cambiata anche la classe sociale, ceto alto. Questi della Mercedes, gente perbene, facoltosi industriali: la disgrazia li ha fulminati. Una sciagurata faccenda. Ebbene, ne hanno parlato abbondantemente i giornali, è noto, il caso della straniera quindicenne violentata a turno. In sei, appunto. Questo che abbiamo qui è uno dei sei. Ottimo ragazzo, comportamento ineccepibile, umiliato ha vergogna si apparta. Sa, le cattive compagnie, in gruppo sono capaci di tali eccessi... Si è lasciato trascinare, realmente lui il meno responsabile, coinvolto. Ma l'ha fatto? L'ha fatto. Sa come succede, spinto beffato, per non essere da meno.. Lo difende. Difende la Simiglia. Rinnegano la famiglia e la sostituiscono col gruppo. Il vagabondaggio ormai consiste nelle fughe da casa. La famiglia avrà le sue carenze, spesso inconsapevoli, le si attribuiscono colpe anche immeritatamente. C'è nell'aria qualche cosa... contestano tutto e tutti... (In sintonia con la situazione generale.) Le rivolte contro i padri e la loro generazione in blocco. Si è creata una condizione d'impotenza dei genitori, degli adulti, alla quale non si sa che contrapporre. L'umanità sembra essersi scatenata ed essi pure, i ragazzi. Il ladruncolo è diventato scippatore motorizzato rapinatore armato, le violenze carnali solitàrie sono diventate stupri collettivi. Gran furti di macchine. Da aggiungere politica e droga, i reati nuovi. Ascolto lo sfogo inatteso che ha spazzato l'ottimismo teorico dell'educatore. Ma si riprende: occorre aver fede, opporsi al dilagare, abbiamo la volontà e gli strumenti. Mi domando quali. Ho sentito il vocio. Sono a ricreazione in cortile. Andiamo. Aperto e richiuso il cancello, vedo che all'interno è staio decorato: lunette triangoli rombi cerchi, applicati sui ferri e verniciati a colori smaglianti. Irriconoscibile, non sembra lo stesso cancello. Fatto dai ragazzi. Decorazione pop. Come gusto all'educatore non piace. Ma sorride indulgente. Alcuni stanno agli attrezzi, correndo su e giù, saltando. Altri guardano. Non guardano noi. Appena qualche occhiata indifferente o blanda curiosità. (Se ricordo quella selvaggia di allora...) E anche l'aspetto è diverso. Il modo di vestire, di muoversi, la corporatura, come se appartenessero a una razza più sviluppata, capelli lunghi perfino alle spalle, spiccano due biondissimi. Viene un agente: chiamata dal direttore. Il chiamato si muove dall'angolo dove se ne stava solitario. Alla mia occhiata l'educatore annuisce. E lui. Passa senza salutare e senza volgersi. Piccolo bruno, ricci leggeri, viso gentile imberbe: la vecchia impressione d'un aspetto non corrispondente al reato. Sono io a far cenno, sentendomi quasi in fallo di disobbedienza. Ne arrivano. Di corsa o molleggiando, in pantaloni corti di tela, camicie aperte sul petto, torsi lisci freschi. Alti belli elastici, capigliature ondeggianti. Tutti con qualche cosa al collo, rosari bianchi (distribuiti dal cappellano), catene tese da medaglioni pesanti, simboli, le croci di chiodi neri, uno porta appeso un ciucciotto da neonato. Mi sembra di essere a Trinità dei Monti, fra gli hippies bivaccanti per la scalinata. Parecchi vengono infatti da Roma, ve n'è di torinesi e napoletani, i due biondi veneri. Circondano sorridenti senz'ombra di timidezza o d'imbarazzo. Anzi confidenziali. Non sono più i brutti e squallidi, le facce stralunate o ipocondriache, una sorta di misantropia senile. Forse qualcuna allucinata, droga? L'educatore senza il piglio autoritario, la grinta del censore. Non ce l'hanno con lui, non ne hanno paura. Si direbbero rovesciate le posizioni. Che abbiano paura quelli che prima la mettevano, cioè non propriamente invertite le parti, paura no, il potere è sempre dalla stessa parte, ma una tal qualw circospezione. Prudenza. Mi rendo conto di quello che è davvero cambiato: sono cambiati i ragazzi. Sento il passato così remoto. Nel frattempo il mondo si è precipitato, non si sa ancora bene se avanti o indietro. Ispeziono, dopo le facce, i muri,, come se mi aspettassi di ritrovarvi la scritta a carbone. Magari a vernice indelebile. (Per le strade dominano simboli e slogan di partito, in ribasso i soliti falli, comunque se ne vedono, ma evoluti nel disegno, stile Picasso Amori di Raffaello.) Facciamo l’amore non facciamo la guerra, sarebbe l’aggiornamento più ovvio. Oppure abbasso la guerra viva la guerriglia. Già, i politici, questa nuova specie. Hanno combattuto alle università, disselciato strade, usato catene, tubi di ferro, bottiglie molotov, le battaglie ideologiche. Questi non sono gl’infelici figli dei fiori, i disperati della droga, i delinquenti comuni, i fuorilegge passivi. Qui dentro, in definitiva, e per assurdo, forse i migliori, quelli ancora vivi, che non si lasciano solamente esistere. Qualche cosa si è smosso. Ed è terribile pensare che il rifiuto ma soprattutto la violenza facciano cambiare qualche cosa. La violenza. Come le doglie che via via sforzano e la risolutiva che spinge col sangue alla nascita. Da dove vengo? Prendono l’iniziativa, interrogano loro. Dove abito io e dove abitava l’interrogante. A Piazza Navona. Ride. Certe volte a Santa Maria in Trastevere. Dopo lo rimanderanno a casa. (Se ci resterà.) Mi rivolgo all’educatore: Posso fare qualche domanda? Anche lui sottovoce: Meglio no. Ai ragazzi: Andate a mangiare. Ne restano. E un piccolo napoletano dagli occhioni patetici me lo dice: Tentato omicidio. Può essere stata una rissa fra ragazzi o un fatto grave, scontri con la polizia. Non mi riesce, come essi apertamente, di disobbedire all’educatore. Sfugge la domanda stupida: che desiderano. Sono venuta a mani vuote. Sigarette, m’era balenato. Ignoro se sia permesso fumare lecitamente, di nascosto s’è sempre fatto, un tempo perfino foglia secca con carta di giornale, capaci oggi di procurarsi l’"erba". Ma che domanda stupida: desiderano la libertà e basta. Il napoletanino patetico: 'O mare. E gli altri scanzonati: Ci saluti Roma.

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