Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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È venuto a trovarmi, assolutamente inaspettato, e dopo tanti anni, il mio amico ladro. Si è definito lui stesso così, cioè amico. Ma davvero ho sentito che qualche cosa come un legame, e dunque somigliante all'amicizia, tra noi esisteva. L'ho accolto in maniera quasi festosa. E senza il minimo sospetto, senz'ombra di paura, debbo onestamente riconoscerlo. Mettiamo in conto la curiosità, ma di questi tempi non è da poco la fiducia in un ladro. Giacché Andrea Z. non solo lo era, ma aveva addirittura percorso una carriera nel suo campo di lavoro. (Parole sue, di allora.) Dove sia arrivato adesso non so. Senza toccare l'argomento alla muta fa con le mani prensili una rassicurante mimica: l'atto di trafugare e calorosa ripulsa. Verso quadri e soprammobili _ vi ha passato l'occhio come per una stima sommaria _ma ignoro se li escluda perché sono miei o per cessazione di attività. È ben messo e distinto, come sempre. Lo faccio accomodare. "Si ricorda del sigaro?" Se me ne ricordo. L'imbarazzo con cui lo tendevo. Una fila di uomini, un sigaro ciascuno. Arrivata a lui: Grazie, non fumo sigari. Sorprendenti l'inchino, il diniego della mano sottile e l'espressione d'un quasi galante dispiacere. Dato che eravamo nel carcere. Dio sà chi avesse avuto l'idea di quel sigaro (e un fazzoletto) come dono natalizio ai carcerati. Fatto sta che mi ero trovata a essere io la distributrice. Vecchietti ilari, contadini diffidenti, uno dall'aspetto signorile arrossito, tipi loschi e sguardi minacciosi o beffardi. Il solito campionario di umanità reclusa, ma ero alla prima esperienza. Solide autorità alle spalle, un manipolo di benefattori, un nugolo di agenti: niente paura dunque, ma un terribile imbarazzo che rasentava la vergogna. L'incontro col garbato giovane, i suoi occhi carezzevoli, il sorriso, la compitezza _ malgrado l'incongruità della scenetta _ in un certo senso mi sostennero. Dopo domandai a un agente. "È Chiappino." Si corresse: "Andrea Z. detto Chiappino perché acchiappa tutto." "Ladro?" "Signorsì, ladro e più volte recidivo." "Ma non prende sigari." "Eh, un furbone." Difatti gli mandai le sigarette. Rievochiamo insieme quell'agente, e altri _ lui perfino i nomi _ li definisce buonissimi. Per quello che rammento io ci scherzavano, ripetendo cose sentite alle udienze: si parlava, per l'eccentrico fuorilegge, addirittura di vocazione. La psicologia non è il forte degli agenti carcerare alias secondini, ma una tal quale bonomia spesso sì. Con Andrea Z. si divertivano. Era amabile, spiritoso, un po' snob. Lo trattavano bene, forsanche con qualche parzialità. Una specie di cliente: arrivava, ripartiva, tornava senza fallo: un cliente affezionato. Ridevano bonari. Alcuni, provenienti dall'annesso riformatorio, lo conoscevano da ragazzo: il ladruncolo. Al tempo del sigaro natalizio ne contava ventitré ed era al suo ennesimo "incidente." Ancora gli si adattava un nomignolo leggero e buffo come Chiappino. Spontaneamente accenna al padre e anche di lui dice buonissimo. (Diceva perfino la mia buona matrignetta.) Un onesto ciabattino _ arriccia il naso _ uomo sobrio e pio, lavoratore indefesso, Io teneva al deschetto fin da piccolo. Benché, secondo il suo stile, ponga il discorso su un tono per così dire mondano, di convenzionalità complimentosa _ e in ogni modo, detratto l'ossequio formale, da pari a pari _ si lancia andare a qualche confidenza. O meglio, a ricordi d'infanzia. Toccava bacchettate a scuola non riuscendogli di star fermo nel banco, al deschetto paterno era peggio, il su' babbo lo legava per un piede allo sgabello. "Sa com'erano," spiega, "le tane dei ciabattini, sotto il livello stradale, vedevi le scarpe della gente, piedi." A furia di vedere piedi, è da supporre, gli viene voglia di muoversi. Aveva quindici anni. Prende su e va alla stazione, salta senza biglietto sul primo treno che passa. Così poi fece sempre, s'intende quando lo lasciavano libero d'andare attorno. Insomma qualche cosa come spirito d'avventura. Era un ragazzo di gradevole aspetto (trovo che lo è ancora, ossia un bell'uomo). Inoltre benvestito, sceglieva sulle reticelle il meglio. (Anche oggi è irreprensibile.) Al momento favorevole prendeva la valigia e scendeva. Non la sua valigia, beninteso. Subito rimontando sul primo convoglio in partenza. Arrivato a una città purchessia vende il contenuto, trattenendosi per la durata del danaro. Svelto disinvolto e abile, resse parecchio senza cadere nella flagranza. I precedenti _ un paio di fermi per vagabondaggio, un perdono, un po' di riformatorio, una condizionale, per quei pochi pastranucci tolti qua e là _non contavano. Sul fatto lo colsero per gli strilli di una donna. Fece i suoi bravi mesetti. Rilasciato e messo in treno col foglio di via, a metà percorso scese al solito modo prelevando un bagaglio altrui. Interrompe il silenzio con una rievocazione inaspettata. (Stiamo conversando un po' a strappi proprio come due amici che si ritrovino dopo tanto tempo.) "Si ricorda," dice, "il giorno della cresima?" Come tocca i risvolti della giacca mi viene in mente il Principe di Galles che indossava quel giorno. La cerimonia di un anno che s'improntò a una nota d'eleganza. Insieme a due giovinetti, a un vecchio e ad alcuni minori, nella cappella del carcere riceveva l'unzione da monsignor vescovo. Gli era padrino un ladro d'alto bordo ma pentito. Il neofita tenne contegno esemplare e la sua delicata faccia ebbe un che di mistico. O per lo meno una notevole compunzione. Fra i reclusi a strisce, lui col Principe di Galles quasi nuovo e l'opulento padrino. Sospettai ragioni alquanto estranee alla fede nel suo desiderio di cresimarsi: un documento che gli occorreva, lo seppi in seguito. "Era diventato già l'avvocatino," gli dico con un sorriso che ricambia modestamente in silenzio. Lascia che sia io a ricostruire. Appresi al rinfresco, seduta tra un magistrato e l'ufficiale del corpo agenti _ ridevano entrambi _ come avesse cambiato nome, o meglio acquistato un titolo. Faceva carriera, non si poteva dubitarne. Senza spostarsi'dal furto viaggiante (altro che sedentario deschetto paterno) era ormai d'una innegabile distinzione, fosse pure l'abitudine a portare abiti di buon taglio e biancheria di qualità. Ultimamente viaggiava in prima classe. Al carcere era un veterano. Non che la sua permanenza durasse mai troppo. Sa vedersela, era l'opinione degli agenti. Ferratissimo negli interrogatori e di casa in tribunale, non mancava un indulto, un'amnistia, una possibile licenza premio. Premio, sissignora. Contegno esemplare, disciplinatissimo, ascendente sui compagni, soggiogava anche i più turbolenti. Non appena rientrato si metteva a fare l'avvocatino, per chiunque lo richiedesse di consigli, compilava domande ricorsi suppliche, beninteso con l'onorario, non gli mancavano sigarette e spiccioli. Il pubblico ministero alle udienze ha il codice davanti sullo scanno come un breviario, lui l'aveva tutto in testa. " Se vuole consigli non faccia complimenti," si offre. Sembra davvero un legale. In un certo senso difatti s'era imposto. Lo misero negli uffici, l'unico modo per utilizzarlo. Aveva una bella scrittura e non sbagliava un calcolo. Quando curò anche i prestiti della biblioteca si ebbero lettori, benché scarseggiassero romanzi d'amore che i reclusi prediligono. In quel periodo lui scriveva lettere d'amore. Al tavolo d'ufficio, su carta dell'Amministrazione, riempiva facciate e facciate di parole d'amore, ciò che sempre intenerisce, si sia carcerieri o carcerati. Fra un viaggio e l'altro aveva trovato il tempo di sposarsi. Poi si scoprì che nella sua medesima funzione d'ufficio scollava la posta dei compagni, ne estraeva i vaglia e, fatta la girata, inviava alla sposina. Guardo la mano con la fede. Domando se ha figli. Figli no, ma una santa moglie. Non stento a crederlo. Mi precede dichiarando che adesso fa il mediatore di oggetti d'arte. Sissignora, quadri e altro. Ha l'aria di aver avuto la carriera stroncata nella professione, si sentirà diminuito dal ripiego all'imbroglio spicciolo. Immagino che questa mediazione si riduca all'oscura ricettazione. Non mi offre di acquistare quadri. Quando ha detto l'arte si è perduta, ho pensato che disdegnasse l'arte contemporanea. Chiarisce: oggi non esistono più ladri ma assassini. I ferri del mestiere (lui non adoperava nemmeno quelli) sono stati sostituiti dalle armi. E sparano. È venuto insomma per darmi consigli, dato che entrambi ci siamo trasferiti nella capitale criminosa. In nome della "vecchia amicizia" mi erudisce su come premunirsi e salvaguardarsi. Perfino un piccolo scippatore con la moto può causare incidente grave. Sto a sentirlo attenta. Alcune cose sono risapute (anche dai rapinatori armati i quali sanno che le sappiamo) altre mi riescono inedite: segreti professionali. L'amicizia di un ladro _ pardon, ex ladro _ può risultare utilissima. Ci tiene a confermare che in questi tempi di tralignamento lui ha le mani pulite. Le mostra, le stende, lunghe sottili, da "artista." Tale si considera e, nel suo genere, nientemeno che un classico. Cava dalla tasca, opià, un pacchetto di estere. Offre. Accetto. Per quel sigaro, dice. Ad memoriam. E: mala tempera currunt. È un classico, non c'è dubbio. Incidentalmente deplora che il latino sia in discredito, non solo nelle scuole ma in chiesa.
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