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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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Giovanni C. è il ragazzo che portò la valigetta dei ferri al medico. Il sopralluogo avvenne la notte di quel 20 ottobre, alla luce delle torce. Aveva fatto la scoperta la moglie del morto e gridando (svegliò così il ragazzo che dormiva dall'altra parte del muro) dette l'allarme alla gente del piccolo gruppo di case rurali. Uscirono tutti e gli uomini provvidero ad avvertire i carabinieri. Il morto si trovava nel suo fondo a oliveto con l'aratura fresca del giorno, bocconi in un solco, la faccia quasi contro terra coperta dal cappello. I primi elementi furono raccolti subito e c'era già quanto bastava per la ricostruzione sommaria del delitto, che oggi occupa un voluminoso incartamento processuale. Era arrivato il pretore, troppo giovane per restare impassibile, da cui partì la definizione di delitto cavernicolo, poi ripresa dalla stampa e dagli avvocati. Un duello rusticano a colpi di sassi, con lancio a distanza ravvicinata. Arrivò anche il medico, un vecchio medico condotto di montagna, che fece i suoi rilievi: frattura alla radice del naso, tempia destra completamente affossata, profonda lesione occipitale (cm 2 di diametro). Dietro al medico, il ragazzo che portava la valigetta dei ferri. Lo stesso ragazzo tornò all'alba sul posto piantonato, unendosi agli uomini rimasti lì attorno. Ma ne la prima ne la seconda volta riuscì a trovare la sua chiave. Era stata repertata (cm 5) e condusse, unico indizio, alla scoperta del colpevole. Per Giovanni C. fu chiesta la massima pena, anni 21 con la diminuente di un terzo secondo la legge spedale minorile. Venne condannato, per omicidio volontario, a 14 anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni di libertà vigilata dopo l'espiazione della pena. Condanna grave per un tribunale minorile, con la sola attenuante dell'età. Aveva sedici anni. A trovarselo davanti niente richiama in lui l'idea di "particolare efferatezza, crudeltà eccezionale, fredda malvagità, estrema pericolosità sociale, raffinata capacità a delinquere", attribuitegli dalla prima sentenza. I suoi connotati nella scheda: "statura media, corporatura robusta, colorito e capelli bruni, sopracciglia folte, occhi castani, fronte spaziosa, bocca regolare, mento ovale con fossetta", corrispondono esattamente. In più il sorriso schivo, accompagnato dall'inclinazione del capo verso la spalla sinistra. Un sorriso continuo nervoso. È rimasto uguale al ragazzo con la fossetta dei connotati ufficiali, il ragazzo robusto calmo e lavoratore delle testimonianze. Chi ha visto Giovanni C. sulla panca degli imputati e al carcere, ha ricevuto la stessa impressione di enorme stupore e d'incredulità. Dalle transenne i paesani guardavano, di nuovo esterrefatti, quel Giovannino che avevano sempre conosciuto, che zappava con loro come un uomo, senza riuscire a identificarlo in colui al quale l'accusa si riferiva con quelle agghiaccianti espressioni: enormità del delitto, inaudita violenza, spietata reiterazione dei colpi, volontà di uccidere. Ognuno aveva deposto, secondo coscienza, che era un figlio obbediente e lavoratore, cresciuto sempre così tranquillo serio taciturno. È diventato un detenuto disciplinato, attivo capace. Parla davvero poco. Gli si potrebbe ancora imputare il contegno tenuto perfino in aula: "non ha tradito la benché minima emozione." Credo che la tradisca ora col sorriso nervoso e la mossa del capo. Certo non si tradisce facilmente. Ne cerca d'impietosire, di volgere alcunché a suo vantaggio. Della matrigna dice: è una buona donna. In quanto a discorsi gli si cava solo mi dispiace per mio padre e voglio lavorare per pagare. E poi sì e no. Nel Vangelo è detto che il resto delle parole appartiene al demonio. Giovanni C. doveva già saperlo d'istinto, dopo l'ha imparato a sue spese una volta per sempre. Cominciò proprio con le parole quella sera del 20 ottobre. Esiste negli incartamenti una confessione, che trova precisa conferma nei fatti, così ampia, così completa e, per dirla col patrono della difesa, così eccessiva nella sua ampiezza, da lasciare quanto meno stupiti. ("Temendo che mi avrebbe denunziato pensai di finirlo", come se si pensasse in certi oscuramenti della coscienza.) Non collima con la taciturnità del ragazzo o meglio sembra di leggere i suoi sì e no trasposti in frasi, ciò che del resto effettivamente avviene nei verbali d'interrogatorio. Comunque confessò e, unico a sapere, riferì, o ammise, anche gli atroci particolari che gli valsero la condanna senza attenuanti. Un incenero casuale sul viottolo di campagna, l'accusa ingiusta del furto d'olive. Nega risentito. Non le aveva infatti mai rubate. È nell'età ombrosa. S'adombra anche l'uomo (Palone Pasquale, anni 50, I'"in oggetto generalizzato" del verbale di sopralluogo dei carabinieri), la gioventù d'oggi che non porta rispetto. Inoltre il contadino a tempo di raccolto è sul piede dell'arme, era uscito apposta la sera per guardarsi gli ulivi. Minacciando una denunzia (infondata) gli "bestemmia" la madre. Risulterà che era un brav'uomo ma arrogante e facile all'ira. Fu lui a scagliare la prima pietra. Riscontrata larga ecchimosi sulla schiena del ragazzo. Nell'istruttoria mancavano sufficienti indagini sulla personalità del minore _ un punto su cui aveva battuto la difesa _ neanche esistevano richieste specifiche d'informazioni all'Arma. Tuttavia dagli stessi carabinieri, come dalle testimonianze, veniva descritto rispettoso, docile,. di buona indole. Mai, secondo si affermò, aveva litigato con un coetaneo, vita di relazione completamente normale. E assenza di tare o anomalie psichiche in famiglia. La madre morta di anemia perniciosa. Mancava inóltre una messa a punto dell'ambiente (sempre secondo la difesa) ma si poteva dedurre. Poche case isolate, senz'acqua senza luce, contadini poveri e primitivi ("natura elementare", "sviluppo psichico rudimentale") fatica durissima. Il sedicenne lavora la propria terra e va a giornata da altri per aiutare la famiglia. Quando rientrò, quella sera, andò alla stalla "a rifare la lettiera alle vaccine." Esce di nuovo perché in casa, con le sorellastre, non c'è posto per lui. Dorme in uno stanzino fuori, di cui porta sempre la chiave in tasca, muro a muro coi Palone. Erano in buoni rapporti, si prestavano a vicenda gli attrezzi. S'accorge di non avere più la chiave, prende l'altra che tenevano appesa in cucina e se ne va. Tutto il comportamento di quella serata gli ricadrà addosso. Entra da una sartina che deve cucirgli una camicia, è pronta, se la misura, trova che gli va bene. Quindi si siede e alla luce del lume a olio rimane per un'ora. ("Non sapevo dove andare, avevo bisogno di stare in compagnia, mantenni un contegno calmo, non si accorsero del mio stato d'animo.") Sembra che perfino parlò. Infine si alza, lascia la gente, va alla sua camera. Mentre sale la scaletta esterna comune, la moglie di Pasquale lo chiama per sapere se ha visto il marito. "Non l'ho visto massera (stasera)." Cerca un po' d'acqua. "Pigliatela, Giovanni." Se la beve assetatamente _ "un'arsura come se avesse mangiato salato" _ dal mestolo di rame della conca a cui beve tutta la famiglia Palone. Sale, accende la candela, si riguarda i vestiti e le mani, s'addormenta di colpo. (Cinismo o non piuttosto esaurimento?, si domandava in aula il suo patrocinatore nell'arringa.) Dopo mezzanotte lo sveglieranno gli urli della vedova. S'alzerà, andrà anche lui e sarà nel verbale di sopralluogo "il ragazzo che portava la valigetta dei ferri al medico". Fino a quando non scopriranno che la chiave rinvenuta presso il cadavere apre l'uscio della sua camera. Da quel momento diventa l'assassino cavernicolo. Nel ritrovare in questo meticoloso ufficio del censore un Giovannino in ordine, la camicia pulita, i capelli ravviaci con l'acqua, mi viene fatto di guardargli le mani. È automatico per certi casi. Sono molto grandi ma raggentilite dal lavoro di sarto. Viene dal laboratorio. Sta imparando, vorrebbe imparare a confezionare l'abito da uomo, sembra che dimostri una imprevedibile versatilità. Senza tregua ravvolge attorno a due dita strettissimo un filo nero. È evidente che non si rende conto delle proprie mani innervosite, per tenerle così in mostra. Mi chiedo quando, e come, gli torni il ricordo di quello che fece. A me tornano con insistenza le immagini delle fotografie allegate. Gli ulivi contorti nello sfondo, erbe secche, un argine cretoso, il viottolo. E in primo piano, nella terra arida del solco, colpito da una spera di sole, quel corpo. Il vecchio cappello in faccia. Descritto con uno squarcio dovuto a consumazione. Gli scarponi chiodati, scuciti nella parte posteriore fino al tacco. Nelle foto risultavano ben visibili, protesi. Come pure l'alveo di una pietra e altre due "del peso di 3 o 4 kg con chiazze scure." Perfino _ tutto repertato _una trentina di olive sparse, quelle che cadono da sé. (In tasca, minuziosamente elencati: cartine per sigarette, un po' di trinciato ordinario, due piccoli pezzi di giornale, due fagioli violacei, un chiodo contorto cm 4.) Quelle scarpe aperte, il vestiario da lavoro a pezze e rattoppi, la camicia fuoriuscita dalla cinta, la mortale insaccatura delle spalle, ciocche di capelli arricciati dal sangue come succede col sudore nel sonno e vicino alla testa le pietre... Devo ripetermi che, uomo anziano nell'ira, scagliò lui la prima pietra. Il giovane ha una sensibilità quasi telepatica. Rattorcendo il filo nero a un dito da tagliarselo dice: Per me è finita. Eppure ha avuto clemenza. In appello gli sono state concesse le attenuanti generiche, con la riduzione della pena a 10 anni, altri 5 condonati per indulto, ne ha scontati 4. Sono venuta per parlargli della sua domanda di libertà condizionale, che forse potrebbe avere esito positivo. Le spese processuali ha cominciato a pagarsele da sé col lavoro di sarto (gli si lascia credere che ci riesca). Dovrà procurarsene fuori, quando uscirà, dovrà pagare ancora e aiutare la famiglia. Ripete: "Debbo lavorare assai." Oscuramente cerca la redenzione nel lavoro. Non ha conosciuto altro che lavoro. Bisognerà trovarglielo da qualche parte, dopo, in paese non può tornare, benché i Palone gli abbiano fatto sapere che sono contenti che impara da sarto. Ha vent'anni, ha dei progetti. Per lui non è finita, a quest'età non è mai finita. E anche il peggio deve ancora venire. Si propone di far vedere sotto le armi che è un "faticatore," che non "litiga," che sa obbedire, come obbedì sempre al padre e come ha obbedito qui dentro. Sa che quando avrà dato sufficienti prove, si potrà iniziare la pratica di riabilitazione. "Quando! " domanda col sorriso nervoso che gli scava la fossetta. S'è spezzato il filo nero intorno al dito, si guarda le mani, le ficca profondamente nelle tasche. Non ha domandato quando andrà soldato, il conto se l'è fatto da sé, è ansioso di andare soldato. Me ne vado senza avere il coraggio di dirgli che è escluso d'ai servizio militare per indegnità.

33 GLI OSSESSI

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