Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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L'effetto che produce la sommaria descrizione del reato è brutale : sparò senza motivo su un bambino cavandogli un occhio. Giovinottello di paese, troppo grande a prima vista per questo tribunale, anche se i campagnoli, appena messo un po' di barba, figurano adulti. Ma poi si chiarisce che il delitto risale a oltre quattro anni e lui allora toccava appena i quattordici. Aveva sparato, sissignore. Mentre il presidente lo interroga rimane immobile, col profilo minuto sotto il testone riccio. Risponde stentatamente, persuaso dell'evidenza irrefragabile dei fatti. La sua difficoltà d'espressione ha un accento veritiero, anche quando aggiunge che, sì, sparò, ma non sa nemmeno lui come. Soprattutto non sa perché abbia sparato o non sa formularlo. Così timido goffo inarticolato, produce in complesso buona impressione. Ma quando, condotto dalla madre, entra il bambino, viene letteralmente schiacciato dalla loro presenza. Non guarda da quella parte. Nel girare gli occhi intorno, anche il suo avvocato ha una strettura di labbra. La bella faccia piena e rosea del bambino è sfigurata dall'occhio cieco semichiuso, e la madre se lo fa camminare davanti premendolo alle spalle: eretta straziata vendicativa. Dalla sedia dei testi, da cui spenzolano le gambe senza toccare terra, il bimbo sembra ancora più piccolo. Con tutta l'aria di ripetere una lezioncina a memoria, parla come una macchinetta caricata. Evidentemente gli hanno fatto imparare il discorsino. E d'altronde, a distanza di tanto tempo, lui non può ricordarsi altro che un occhio gli scoppiò. Interrotto due o tre volte, invece di rispondere ricomincia da capo la tiritera. A guardia sta la madre con una faccia dura stirata. Tenta di correggerlo. Quando siede lei, anche la sua schiena diventa minacciosa. L'imputato tiene gli occhi a terra. In ultimo la donna trova modo _ e tacitamente il presidente glielo permette, arrendendosi a quel plausibile stato di eccitazione e rancore _ di rivelare al Tribunale, in confuso ma con chiare intenzioni, certe presunte vanterie della parte avversa di cavarsi dal processo lasciandola a bocca asciutta. Il padre, alle transenne, ha una faccia seria, più rassegnata, d'uomo. Egli non può dire niente, era a lavorare fuorivia quando successe. A sua volta dietro la transenna, la donna impallidisce visibilmente mordendosi le labbra. C'è in lei anche lo smacco di un figlio rovinato m assenza del padre. Dai testimoni si risente la stessa storia con qualche aggiunta e variazione. Il ragazzo era sul viottolo col fucile. Aveva detto (a un pastore): sparo alle pecore. Aveva detto (a un tizio col cane): sparo al cane. Aveva detto al bambino che sopraggiungeva: ti sparo. Non si riesce a capire se vero o no che il bambino rispondesse: spara se sei capace. E infine aveva sparato. E la vecchia donna accorsa per prima a raccogliere la vittima insanguinata, altro non sa. Parla brevemente il pubblico ministero. Anche la difesa è breve. Il ricciuto giovinetto si ostina a non volgere la testa ne ad alzare gli occhi. Alla parte civile spetta questa volta di far vibrare le corde. E solo adesso madre e figlio _ la donna sgrovigliando la dura faccia, il bimbo col suo unico occhio bello e lucente _ come sempre succede scoppiano a piangere. Mentre il tribunale si ritira, avvicino l'imputato. Si mostra inaspettatamente loquace. Una donna non ispira diffidenza _poi a questo punto ciò che è fatto è fatto _capita spesso che con me parlino. Ma dall'avvilito giovane non l'avrei supposto. È semplice e confidenziale come sono in genere i contadini, e forse ha proprio bisogno di parlare. Aveva sparato, già, e Dio gli avesse seccato le mani in quel momento. No, il bambino non gli aveva fatto niente, passavi, del resto lui mica ci mise l'intenzione, il fucile sparò da sé. Come si agita, dalla camicia semiaperta emana un acidulo di sudore un po' selvatico. Ha gli occhi mobili cigliuti e un crespume di capelli arsi biondicci sulla fronte, sembra un orsacchiotto. Ma i lineamenti sono piccoli, minutissimi i denti inferiori che parlando gli si scoprono. Era stata una cosa da ragazzo, me ne rendo conto via via. Perché il malaugurato fucile era in fondo un giocattolo. Confessa che andava matto di averne uno, di sparare agli uccelli come facevano gli uomini. Era la stagione. Al suo paese, mi spiega, da novembre cominciano a passare i colombi che vanno al piano. Ecco che passano anche quelle due donne _ merciaie ambulanti _ e gli si mettono attorno: vedi quant'è bello, tè lo vuoi comprare, compratelo che è un buon fuciletto. Lo circuiscono, l'allettano, gli cercano in cambio patate. Lui alla fine si prende a casa un sacco di patate. E uscì col fucile. Era la prima volta, fu l'unico colpo. Non lo dice, non l'avrà neppure pensato, ma, colombi a parte, c'era di che rendergli familiare l'idea di avere un'arma e di usarla, ancora non si parlava d'altro. Mica gli uomini avevano sparato solo ai colombi. Vede le pecore e dice che vuole sparare alle pecore. Vede il cane e dice che vuole sparare al cane. Smargiassate. Del resto sul serio la voglia matta. Vede il bambino e dice ti sparo. Scherzava, ma spara. Proprio in quel momento gli scappa il colpo nel maneggiare vanaglorioso l'arma (non lo dice, non tenta nemmeno di giustificarsi) ignorava come si fa. Niente si sa prima di farlo. Oppure davvero sparò di proposito, ma così per provarsi, credendo di mirare chissà dove, e andò a un segno che non si era prefisso. Parla, ma non guarda mai da quella parte. Innocenti o colpevoli, sempre evitano. Io sento nella schiena gli occhi della madre, certa che stia domandandosi indignata perché m'intrattengo col delinquente anziché interessarmi al suo bei figlio sfigurato. "Vogliono un milione," dice a un tratto il ragazzo. Mi pare, in confronto a quell'occhio spento, poca cosa. "Ho rovinato la mia famiglia," si dispera, "ho rovinato mio padre. Mio padre è disposto. Però solo la parte. E che c'entrano i tuoi fratelli, figlio, vendiamo la parte tua e paghi. Ma le coppe di parte mia un milione non è." Mi guarda con ansia di contadino. Poi sarà magari il primo a lasciare la terra per la fabbrica, le disgrazie imprimono alla vita una spinta diversa. "E minacciano sempre e insultano per la strada e io mi sto zitto perché hanno ragione. Ma il milione non ce l'ho, come faccio." Cosa grossa, un milione. Tuttavia per i genitori del bambino non deve trattarsi di speculazione, come a volte capita, più probabilmente, e forse solo la madre, sete di vendetta, rovinare quelli che hanno rovinato il figlio. Domando se ancora vorrebbe un fucile. Non lo voglio più vedere nemmeno ritrattato, prorompe. Ragazzo smanioso di un gioco, gioco da grandi, al quale l'hanno invogliato ed eccitato i grandi, gli si rivolta contro come un boomerang. C'è nella sua faccia di orsacchiotto un'ombra che mai scomparirà, d'una crudele lezione, d'un immeritato colpo mancino della vita. E un fucile dovrà pure riprenderlo. Fra due anni andando soldato glielo rimetteranno in mano, all'occasione con licenza di uccidere. Ma per quello che le armi rappresentano oggi come oggi, per quel primo e unico sparo, possono anche perdonarlo.
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