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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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Incontro al parco la fila dei bambini già radunati, con la monaca che s'affanna. Sembra una fila di ubriachi. E’ la monaca giovane che mi portò Elio a metà d'anno. (La "primella" degli ormai discriminati, segregazione razziale, gli apolidi della scuola.) Lo cerco con gli occhi e lo trovo. Inaspettatamente mi sorride. Dalle vacanze nessuna testa in quella fila amorfa s'era girata con qualche segno di riconoscimento, come se non ci fossimo mai visti. Svagatissimi. E di nuovo estraniati. Pochi mesi di comunanza, poche ore al giorno e sempre insieme fra loro: risultato scarso, deperibile. Sono i caratteriali di nascita, i disadattati per allevamento, c'è da temere che restino differenziati per tutta la vita. O forse _ cercavo di spiegarmi _ negli abiti estivi, occhiali da sole, così passando realmente non mi riconoscevano? (Io pure stentavo a distinguere i miei nel mucchio.) Ora lui sì, e viene fuori dalla fila con quella sua aria d'indipendenza non ancora soggiogata. Anche la monaca schiude la bocca dai denti grandi sani di contadina, ma procede, anzi viene trasportata, lasciandoci indietro. Elio è dimagrito e nero, li conducono al sole, lui però non alligna. Ritrovo lo sguardo allucinato degli occhi enormi. Mi avevano colpita subito, occhi di uccello notturno, rotondi dilatati con uno scintillio giallo. E come li teneva fissi, fissi nei miei senza battere ciglio, anche se blandamente lo rimproveravo, in un silenzio inespugnabile. È così che sta guardandomi. Ma di nuovo ci sorridiamo. In principio qualche volta mi risentivo dell'ostinata fissità e del pervicace mutismo. Non c'era verso di cavargli una parola, ne delle lezioni _che d'altronde mai sapeva _ne per leggere o ripetere qualche cosa, nemmeno di giustificazione anche quando avrebbe potuto giustificarsi. Un rifiuto irremovibile. Sembrava provocare. Mi aveva sempre placata in tempo l'impressione di quelle sue occhiaie, due solchi scuri, ben girati come una ditata nell'orbita tenera cedevole di bambino. Un'impronta dolorosa. Nel banco passava di colpo dalla più fastidiosa agitazione a una sorta d'immobilità incantata. Stava lì come un meraviglioso scolaro modello (un manichino, secondo l'idea comune dello scolaro modello) che pendesse dalle mie labbra. Ma senza recepire. Intermittenze d'umore e di capacità lo rendevano pochissimo maneggevole, con sorde lacune e sprazzi sorprendenti. Mancava di assiduita in ogni senso, mancò anche nel banco. È a letto in punizione, dicevano i compagni. Avevo mandato a chiamare la suora. Si lagnò molto di Elio. Non era la giovane, ma una smunta vecchia dall'aria stanca sopraffatta. Sono difficili, apatici e turbolenti nello stesso tempo, sono cattivi (al solito). Non disse, come altra volta, figli del peccato, in un certo senso scagionandoli. Anzi abbassava la voce rendendosi conto che qualche cosa mi era dispiaciuto anche questa volta. Del resto Elio è regolarmente orfano di padre e di madre. Orfano di guerra, per così dire ritardato, il padre essendo morto in tempo di pace a seguito di deterioramento da lager. Io dovevo osservarle, con qualche imbarazzo, data l'ignoranza della vecchia monaca in materia, che la punizione di una giornata a letto era un grosso errore. Pedagogico, aggiunsi stupidamente. Quella semplice disarmata donna non aveva altra preparazione che la carità, come regola astratta. I giochi solitari dei bambini si riducono al proprio corpo. Non capiva, o finse, oppure rifiutava di parlarne. Non ebbi coraggio di affrontare allora l'argomento. Elio era, all'istituto come a scuola, insensibile a ogni autorità, e a qualsiasi punizione. In forma del tutto passiva, l'invincibile passività che conoscevo. Lo compativano, si capisce, ma bisognava pure castigarlo qualche volta... per l'esempio... Non si può nemmeno dargli una piccola correzione, gli altri solo alla vista... (di che?, sorvolò)... si mettono a strillare come aquile, lui si lascerebbe ammazzare... Lo compativano per la sua triste storia di orfano a quel modo. Orfano di padre e sarebbe poco, ma la madre si era per giunta impiccata sotto i suoi occhi. Allibii. Non si sa, spiegò la monaca, che effetto le facesse la perdita del marito _ chi non ha per sposo Gesù... " poi aveva subito bombardamenti l'occupazione tutta la paura e miseria che ne venne. S'era stranita, si vede. Così, un giorno caccia fuori dell'uscio il bambino, lega la corda a una trave e s'impicca. Lui sente la sedia picchiare in terra _ essa l'aveva tirata via col piede _ rientra e trova la madre boccheggiante. Pare che, gridando, si appendesse alle gambe, i vicini la trovarono morta. Prendo Elio per mano, la sua manina rustica e nervosa. Mi guarda un po' stupito ma non la ritira. Gli sembrerà buffo essere condotto in pubblico per mano, m'accorgo che nascostamente ride. E avviene una strana cosa: si mette a parlarne. Mai a scuola gli avevo domandato, ne lui accennato alla sua vita di prima, di fuori. Come se fosse stato sempre rinchiuso. Se indagavo: ti trovi bene?, lui sì con quella sbarratura d'occhi, mentendo. Sapeva che io capivo, ma continuava col sì sbrigativo di chi non vuole crearsi fastidi o sa che è inutile. Anche quando scoprii sotto la sciarpetta il segno rosso e la glandola gonfia e sospettai (era) una cinghiata, negò. Se rispondeva con la bocca, altrimenti un cenno della testa. O niente, nelle sue giornate mute. "La corda dei panni," dice. E alla mia occhiata sorpresa: la corda per "appiccare" i panni lavati. Scandisce la parola con certa maliziosa intenzione, come se si fosse sempre accorto del mio desiderio indiscreto al sapere, di sentire, e stesse finalmente appagandomi, alla maniera di un adulto. "Ma tu," dico, "dove stavi?" " Stavo fuori la porta col cane. E il cane abbaia." Riguarda per traverso, gli occhi in prospettiva ovale deformati da specchio convesso. Non mi stupirei se allungando la testa come una bolla di sapone, aggiungesse che sua madre gli cavava la lingua. Invece: "La sedia sbatte, rientro, e stava appiccata." Mi riprende la mano senza proseguire. È il racconto delle monache, degli altri _tranne il cane abbaia _ quello che ha sentito e risentito, non il suo. Capisco che non vi partecipa più, con un trasalimento dentro. Possibile che vi sia nei bambini, nella natura umana, tale forza di recupero da cancellare tutto, tutto? "Ma perché," mi sfugge. Voglio accertarmi. "Mica la facevo arrabbiare io," dice a un tratto senza quella montatura difensiva e quasi insolente che s'è impressa sulla faccia, "era zia Carmela." Spiega che con la cognata litigavano sempre, s'inquietava. Ecco perché, conclude persuaso. Non si ricorda del padre morto, non sa della guerra bombe paura miseria, ma solo le liti con zia Carmela. C'è dunque questa provvidenza per i bambini: qui la tragedia sembrerebbe risolta in una specie di ruolo che assume, una recitazione di personaggio minore nel racconto che fanno di lui e dal quale s'è ormai staccato. La fila sta abboccandosi nella porta dell'istituto, la monaca non si volta. Ultimo Elio si rigira a guardarmi. Ancora i suoi occhi tondi cerchiati mi stringono il cuore. No, non è che dimentichino, i bambini in un certo senso non dimenticano niente. Se anche non sanno più, tutto è però entrato nella loro sostanza, la memoria si trasforma in sostanza umana. E da grande, senza ricordo, Elio sarà pure fatto di quello che ha subito.

30 IL FUCILE

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