Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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L'ultimo imputato della mattina non dimostra neanche quattordici anni. È tutt'occhi. Passando, in corridoio, nonostante la poca luce, avevo colto la somiglianza con la madre e la sorella. La ragazza maggiore e più fatticcia. Entrambi hanno occhi bellissimi e vivissimi che sfavillavano al buio. Alla luce incerta dell'aula con le lampadine accese, lui mostra un incarnato bruno a macchie che non sono di peluria. È la pelle prematuramente sciupata all'aperto, sole freddo pioggia, riconosco la testina cotta del ragazzo pastore. Deve rispondere di lesioni gravi alla sorella con deformazione permanente. Vengono chiamate anche le donne. Cerco nella giovinetta, senza trovarlo, qualche segno visibile. È belloccia, enormemente capelluta, col crespume che scende ampio e spesso ai lati del collo come in un bassorilievo egiziano. Essa alla transenna, il ragazzo alla panca, un momento si guardano con vaga bellicosità, e lui infine da lontano le ride. Non è stato ancora detto o mi era sfuggito, sento adesso del morso. Catelli Giuseppe risponde davanti al seggio presidenziale, con le spalle perdute in un giacchettone da uomo e ricciolini teneri alla nuca. Risponde stentatamente nel suo dialetto aspro che non si riesce a interpretare. Ha morso la sorella. Dice che aveva fame. Qualcuno ride. La madre sta a guardarlo corrugata da lontano, a un tratto chiama forte: Peppì. Sbigottisce che tutti intorno le facciano segno azzittendola e si riaccartoccia. È una donna rinsecchita, col tuppetto in cima alla testa da cui sfuggono cernecchi grigi. Una misera donna di campagna, timida umile e fervorosamente tesa al figlio. Reagisce con un urto di gomito, senza distogliere l'occhio da quella schiena nel giacchettone, all'avvertimento della ragazza che la sovrasta di tutto il capo ricciuto. La storia è d'un litigio tra fratelli come ne avvengono ogni giorno nelle famiglie. Questi due sono i primi di otto che la madre tira su andando a opera nelle terre altrui. La femmina (così essa dirà sempre nominandola) bada alla casa e governa i fratelli. Il maschio (con che tenero rispettoso accento pronunzia) va a pascolare. I ragazzi escono dal paese la mattina dietro un branchetto di pecore, già mordendo il grosso pezzo di pane che costituisce il pasto di buona parte della giornata. Quel giorno Giuseppe uscì senza perché in casa non ce n'era. Tornò indietro e ancora la sorella non sfornava. Litigarono. Voleva pane, voleva mangiare, come un tafano le si mise attorno, l'assillò, strepitò, disse "male parole". Ora è la ragazza davanti ai giudici e ammette, con certo impeto di contadina forzuta, d'essere corsa dietro al fratello con la scopa, di averlo buttato per terra. "Eh, non mi vince." Si ride. L'imputato anche lui abbozza una smorfia nervosa, fissando la sua antagonista sulla pedana. La madre scuote i cernecchi, giunge le mani, poi ne alza una come a scuola per chiedere permesso. Non le si concede di parlare. E lei, gemendo: È un buon figlio. Catelli Giuseppe risulta buon figlio. Già si guadagna la vita pascolando le pecore di qualche vicino e riporta a casa fino all'ultimo soldo. Le informazioni, che la donnetta travagliata ascolta leggere con stupore, dicono appunto questo. Anche dicono _ e possono sentirlo tutti _ che il padre, pregiudicato, fu un violento. La donna tende l'orecchio, raggrinza la pelle alle tempie in un doloroso riandare al passato, a una vita rassegnatamente prona alla soperchieria maschile. Ma lui è un buon figlio, ripete come tra sé. Si ordina alla ragazza di mostrare il segno del morso e docilmente solleva da una parte la massa dei ricci pretendendosi. I giudici si sporgono, guardano senza espressione. Sulla panca l'imputato stira la bocca come se ridesse. E poi, tornando indietro, tranquilla compiacente, un po' infatuata, nel passare vicino al tavolo degli avvocati, la ragazza rialza il lucore crinoso dei capelli e mostra l'orecchio. Sulla guancia soda fresca accesa, non ne resta che un avanzo contorto, un carnicchio rattrappito. Si pensa al momento che un giovane contadino, volendola baciare incontrerà sotto la ricca elettrica capigliatura quello sfregio. " Ecco, " dice la madre allargando le braccia, "vado a sfaticare e dopo a casa trovo questo." Nessuno la zittisce. Mi viene in mente uno scolaro che ebbi i primi anni in montagna. Là tutti andavano con le pecore e anche lui così piccolo. A scuola venivano a tempo di nevicate Un giorno arrivò dalla valle il prete, un pretino pieno di zelo, e raccontò la parabola della pecore la smarrita, molto affannandosi in spiegazioni e considerazioni. Si perse in troppe parole, l'insieme non riuscì propriamente chiaro. Alla fine, nel profondo silenzio, più che altro stupefatto, volle indagare se avevano capito. Domandò a uno a un altro, ma continuavano a guardarlo senza rispondere. Hai capito? Che avresti fatto tu? E tu? E tu? Chi è che ha mai perso una pecorella? Alzò il braccio quel piccoletto e su lui conversero le incalzanti domande. Dunque tu lasci il gregge, vai dietro a quell'una, la chiami, la invochi, la cerchi pungendoti ai rovi, calando nelle forre, perdendo brani di pelle, sanguinando contro le rocce... E poi la trovi e l'abbracci stretta e ... Ma che faresti dunque tu? Scoprendo certi robusti dentini di latte un poco digrignanti, il pastorello disse: La mozzicherò alla recchia. E poi seppi che effettivamente, quando una indisciplinata bestia gli dava così da fare, una volta ritrovata lui per rabbia la morsicava a un orecchio. Guardo Catelli Giuseppe sulla panca e mi pare che somigli a quel bambino pastore. Ne ho conosciuti tanti, so che significa, stagione per stagione, ogni giorno, dall'alba al tramonto, far rimanere in campagna ragazzi soli con le pecore. Può venirne fuori l'apparizione di Fatima o un po' di Sodoma, il primo coito, anche le pecore sono femmine. Sulla via di mezzo questo Peppino che come una bestiola morde. Lo hanno richiamato in pedana, con bonomia cercando di rendersi conto d'un atto forse più impulsivo che feroce. Semplice istinto o violenza ereditaria? C'è quel padre pregiudicato... "Che cosa volevi mordere?" domanda il presidente. Il ragazzo non sa, dice che s'avventò e ritrovandosi in bocca qualche cosa la sputò per terra. "Ah, non l'ha mangiata," esclama il pubblico ministero. Si diffonde nell'aula un'aperta ilarità. Infine lo perdonano. Prima della madre ha capito la sorella e non appena i giudici si muovono corre a baciarlo. Egli resta inerte. Lo riprende alle labbra quel tremolio. S'avviano in gruppo coi testimoni per andarsene, incagliandosi nella porta stretta. Faccio in tempo a vedere, impazientita per l'indugio, la ragazza manesca spingerlo dandogli addosso secchi rapidi colpi. E lui voltarsi di scatto, appuntito il profilo scuro, come i ragazzi nell'impulso di rifarsi, nell'ira facile del litigio.
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