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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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Vi erano stati degli approcci tramite terze persone: mi si assicurava che subnorinale no, non si sarebbe potuto definirla, assolutamente (parola che evoca bavagli e manette, catene e camicie di forza) infatti l'assegnavano a una classe differenziale. Ma la famiglia, sa i genitori, non si rassegnano nemmeno a questo e anzi proclamano che la ritireranno dalla scuola. Avere un figlio in qualche modo anormale è la più grande sciagura. La bambina piange, tra i differenziati ha paura, scappa dall'aula. Ritirarla in casa e nasconderla, si sa come va a finire. Se lei volesse provare... se accettasse... Accettai. Me la portarono le sorelle. Alte brune, bocche smaglianti e cerchi d'oro alle orecchie: in mezzo, stretta per mano, la bimba bionda restia: sembrava un rapimento di zingare. Lasciata, non tentò la fuga. Solo quell'arruffio d'uccello che aspetti di rassicurarsi per spianare le penne. Via via le spianò alla voce, serbando confuso lo sguardo tra le ciglia chiare come una calugine, e sorrise. Ma restò muta. Non parla non parla, gridarono le due ragazze con una specie di amaro trionfo. Assai riuscì gradito il mio eufemismo di bambina in ritardo. Venne l'intera famiglia a sentirselo dire. (Erano abituati ai "un po' deficiente" e peggio.) Tutta gente alta bella e loquace, d'impetuosità popolaresca. Grande lei pure, tanto si era attardata nella prima classe da crescervi. Piccola figurava vicino ai suoi, superava le compagne di tutta la testa. Un testone ricciuto, piuttosto rosso che biondo, molto cruschello per le guance lattiginose, l'aspetto mansueto e l'aria assente. Mostrò sempre una sconfinata docilità. Purché non le si chiedesse di parlare. Cadeva allora in un tale stato confusionale da rispondere a casaccio perfino il sì e il no. Per mesi non sentii la sua voce che a monosillabi, ma consentiva alla mia con un vibrato assentimento di tutto il corpo. Dacché glielo chiesi scrisse sottilissimo da non distinguersi, era illeggibile e tremolante. Lasciai che copiasse dalla vicina _ a copiare alla meglio riusciva _la lasciai tranquilla a fare ciò che poteva. Non sembrò più così sfiduciata di se stessa. Prese a rispondere alle mie caute sollecitazioni, non ancora con la voce, ma entrando in uno stato emotivo di ascolto, quasi un divincolarsi dalla propria ottusità. Non si sciolse. Mai ebbe neppure certe irrequietezze stordite dei bambini anormali che sembrano mosche contro un vetro. Col tempo l'ho vista, come un maschio, allungare braccia e gambe sgraziatamente. I capelli d'un ricciuto crespo all'attaccatura farsi aridi col lionato un po' selvatico di criniera. Una di quelle crescenze su cui la carne sembra rinchiudersi. Veramente un essere inarticolato e perfino senza sguardo. Che fosse miope le esuberanti sorelle non volevano ammettere. Pure questo, Gesù! Ma certo stringe, la bambina guarda male, un po' la sfigura. Esse sgranavano enormi occhi bruni a fior di pelle, deboli e raggianti. L'occhiale, Gesù! Non glieli fecero. Ma a casa parla?, domandavo. A casa era svelta in ogni servizio, anche parlava, non filato però parlava, un discorso non lo connette, parla a sbalzi, ecco. Infatti scriveva a frammenti. Però scriveva. Le sue due promozioni consecutive sono state la gloria della famiglia. Per due anni la grande rossa ha circolato goffa e muta fra le piccole, accostandosi a me con uno scambio affettivo che sembrava verificarsi per osmosi. Qualche facoltà d'espressione la rivelò nel disegno, ma non ho potuto capirla che più tardi. La lasciai disegnare quanto volle in un suo album e sul banco tutte le erbe stecchi fronde fiori che portava. Non era una copia ma una interpretazione, benché altri li giudicasse scarabocchi, così tremolanti. Sotto le lunghe dita incerte, gemme e corolle su un ramicciolo acquistavano nonsoché di vivo in moto, rampante, stacchi di elitre, aperture d'ali. Pensavo io stessa al tremito delle mani, a un arruffamento del segno. Ma si esprimeva, con quelle dita. Non fui capace di lasciarmi raggiungere subito da una così arcana parola. È stata lei a trovare la strada. Un giorno mi tende uno scatolino, l'apro, vedo sull'ovatta tré piccole forme strane come segni cabalistici: un ovino molle translucido, una piumetta celeste, un cadaverine secco non più grande d'un'unghia: tré cose di uccelli. Essa annaspa con le labbra dimenandosi. Capisco che mi presenta una storia, addirittura un romanzo, che sta per narrarmelo. Così ha cominciato a parlare. La casa delle belle ragazze era piena di pappagallini e canarini, nessuno me l'aveva detto. Piene di gabbie anche le camere. All'alba inizia il chioccolio: sotto la copertura hanno sentito la luce. Sssst, gridano le ragazze sonnacchiose e gli uccelli si zittiscono ma per ricominciare immediatamente. Bisogna svegliarsi. La bambina condivide col padre questa passione, è lei ad alzarsi per prima. E degli uccelli sa tutto, degli uccelli può parlare senza fine. Racconta come si amano il pappagallo e la pappagalla marito e moglie. Come si carezzano con l'ala si baciano col becco. Come sul più bello litigano montandosi e rizzando le penne e scotolando nella presa. (Sono rimasta incerta se dire che fanno l'amore, uno spettacolo di violenza a cui rimarrebbe collegato l'atto amoroso, violenza e sopraffazione.) Le altre intorno a sentire. Incurvata, la rossa batte i gomiti e scuote i fianchi. Riconosco l'aria di grande uccello, il suo mimetismo. E capisco i disegni anch'essi mimetici, forme di volo imprigionate negli stecchi. Furono due le covate infelici di quel periodo. Una ebbe gli stessi ovetti translucidi, pellicola senza calcio. Era dei canarini. I minuscoli feti lei li essiccava tra due pagine del libro come le scolarette conservano i fiori. La pappagallo della coppia giovane tenne invece per due giorni e due notti l'uovo di traverso.. Una gallina a cui capiti l'inconveniente si usa chiuderla in un sacco e rotolarla per le scale, così l'uovo si raddrizza. Io non giuro su questa cosa, ma sembra che trovi conferma. Comunque alla delicata pappagalla dolorante e gemente, il padrone mise gocce d'olio con una siringa da iniezioni e la natura ebbe il suo corso. All'alba si udirono strida: il pappagallo piangeva la sua compagna morta. Piansero le ragazze e la madre, pianse il padre con la piccola. Poi cominciarono nuove covate in ogni gabbia. Le storie di questi uccelli, narrate a voce e in pantomima, venivano tradotte in evanescente scrittura sul quaderno e corredate di pennucce multicolori, spoglie secche di canarini, pellicole d'uovo. Sarebbe piaciuto a Leonardo, benché tale nome _ e qualsiasi altro libresco _mai avesse potuto trovar luogo nella mente labile della bambina. A un tratto la colse una gran febbre. Vennero a dirlo le belle ragazze, in lacrime, scuotendo i cerchi d'oro: non si sa che sia, giace debolissima, forse muore. Durò tre settimane. La riportarono con sorrisi smaglianti accennando al qualcosa di straordinario, e normale, che era accaduto. Tolti i capelli, brevi ricci facevano esigua la testa. Il collo lungo, smagrito il viso, spigata la persona, da dover io alzar gli occhi a guardare la mia scolaretta. Ebbe un sorriso più aperto e lucente come le sorelle, una bocca rosa femminile. S'è sciolta, subito apparve snebbiata. Aveva l'aria affranta ma chiara. Una chiarezza da bimba piccola, pur essendosi svegliata così grande. Bisognava riprenderla con le sue storie di uccelli. E ne aveva. Ha raccontato dei canarini nati bene in gabbia. Il babbo con pazienza mette a questa covata un segno per riconoscimento, a ciascuno un anellino di metallo alla zampa. Invece padre e madre non hanno voluto questo. Mentre non si badava, loro beccano per liberarli, beccano beccano alla cieca, pelle occhietti ventre, staccata la zampa prigioniera, uno scempio. Tutti morti a brani i piccoli e gli anelli nascosti sotto il becchime. La storia, epica, s'è aggiunta alle altre, con la stessa scrittura malferma. Ancora tremano, se le spiega, le grandi mani. Nulla peraltro sembra essersi aggiunto al mondo di favola della ragazza. Un mondo che non può turbarla perché non lo interpreta consciamente. Ed è una ragazza di quattordici anni, che lascia il suo banco di scolara per la vita. Pensare che cosa potrà introdurvela, svegliarla del tutto, renderla adulta. È stato facile pensarlo, gli ultimi giorni. Inclinata con mollezza, la testa impicciolita, con la grazia di un uccello che si appollaia. Piegandosi sul quaderno mostra il latteo di un collo alto dalla radice tenera. Una gamba nuda altrettanto candida messa fuori per traverso. Ed è imbiondita, quel fulvo carico d'oro. Poi la sorpresa dello sguardo. Una volta che si leva, si apre, che resta aperto, che i miopi occhi si allargano alla luce tranquillamente, grigi dolcissimi. Senza vedere molto, pure la bambina ha aperto gli occhi.

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