Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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La negativa su cui si tiene la ragazza è così tranquilla sicura incrollabile, da mettere in perplessità anche i giudici. Non è soltanto una protesta d'innocenza, ma la personificazione stessa dell'innocenza. Sedici anni. Bionda graziosa schietta, con la tornita levigatezza del ciliegio. Quando me la portarono nell'ufficio del carcere, in un maglioncino celeste come gli occhi, i capelli ben lisciati lucenti, ne ebbi un senso di fresco e di pulito. Stava da qualche mese aggregata al reparto femminile, in convivenza con le adulte omicide. Serbava l'immacolatezza fisica di quell'età, che ha un'aria così intangibile. Anche essa accusata di tentato omicidio, sapevo già la storia dal fascicolo. Una storia assurda, inestricabile. Non speravo di ricavarne granché, se mai cercar di capire la ragazza e, servisse o no, farmi un'opinione del caso. Subito avevo incontrato il suo sguardo diritto, si era seduta vicino a me come in visita. (Allo spioncino dell'uscio la testa della guardiana.) Se esiste l'imperturbabilità dell'innocenza, indubbiamente la possedeva. A ogni domanda rispose con calma e sicurezza, senza mai scomporsi ne titubare. Dissi: Ti hanno scelto un bei nome, Angiolina. Sorrise schiudendo la piccola bocca sui denti minuti puri. Fu l'unico sorriso. Era seria e controllata, davvero molto controllata. Non l'ho fatto, continuò sempre a rispondere, perché glielo dovevo fare? Non c'era in realtà una ragione al mondo, ammenoché si trattasse di un gioco malriuscito, per cui la ragazza avrebbe dovuto tentare di strangolare la cugina, che era anche sua compagna e amica.L'ipotesi del gioco _ un gioco, a quell'età, aizzato fino a sconfinare nella violenza inconscia _ non fu presa in considerazione in istruttoria. Ne lo è oggi in dibattimento. Nondimeno era cominciato così. Angiolina entra nella casa, trova dei pezzi di spago, finge di legarci le mani al bimbo. C'è un piccolo di due anni, la cugina è sposata. Dice il bimbo: No a me, a mamma. E Angiolina per divertirlo, ridendo, lega i polsi offerti dalla giovane madre. Poi le passa al collo un altro pezzo di spago _ avranno riso tutt'e due _ e incrociando i capi alla nuca tira da dietro. Si danno casi d'impiccagione di bambini che non sono omicidi e di autoimpiccagioni che non sono suicidi. Proprio io, in casa mia, ho visto un fratellino preparare la corda col cappio, appenderla a un gancio, infilarvi la testa stando su un panchetto e buttar giù col piede il panchetto. Ancora ridevo, quando arrivarono appena in tempo a sollevarlo boccheggiante. Aveva voluto provare come si fa a impiccarsi. Ne io ne lui ci rendevamo conto delle conseguenze. Sedici anni non sono cinque o sei, beninteso. Il gioco può diventare ambiguo, scatenare impulsi, forze improvvise che l'adolescente non controlla. "Ma io nella casa non ci sono stata," disse Angiolina. Lo ha confermato poco fa con le identiche parole. Infatti la versione non era sua. Lei sarebbe entrata dopo, insieme agli altri, in quel momento tutti fuori, accorsi alle grida. Due case rurali isolate e vicine, case di parenti che stanno sempre insieme. Ancora qualche giorno prima la più giovane aveva trascorso l'intera giornata e rimasta a dormire la notte con sua cugina, trovandosi lontano il marito. Mantenevano la comunanza di ragazze. Volli farmi ripetere il racconto da Angiolina e corrispose perfettamente alle risultanze degli interrogatori. Essa stessa, piegandole la testa su una bacinella, l'aveva lavata e disinfettata con l'alcool. Ecco come si era sporcata di sangue i vestiti. La cugina presentava ecchimosi ai polsi e a un ginocchio, al collo un solco dai margini escoriati, le usciva dal naso e dalla bocca una schiuma sanguigna. Davanti ai parenti aveva accusato chi la stava soccorrendo. "Io mi trovavo in casa mia," disse Angiolina. E lo ha ridetto qui. C'era stata colluttazione (una sorta di lotta alla maniera delle forzute ragazze campagnole?) per due volte erano cadute una sull'altra e il laccio tirato da dietro continuava a serrarsi. Mi ricordai anche le strane frasi nella deposizione dell'accusa. "Non mi uccidere, ti regalo diecimila lire." "No, ti debbo uccidere." Incredibili. O seguitava il gioco? "Ma allora chi è stato?" Angiolina si strinse nelle spalle. Per la prima volta mancava una risposta. Però non distolse gli occhi. Aveva sempre parlato con disinvoltura, speditamente e senza esitazioni. Era forse l'abitudine agli interrogatori maschili, carabinieri questurini giudici. Mi domandai quanto fosse cambiata in quei mesi, nel passaggio da una casa di benestanti (e intemerati) agricoltori al carcere femminile. Un passaggio brutale. Ma non potei cavarle lagnanze, ne manifestava turbamento o vergogna. "Che fa," disse, "sono innocente e lo dovranno riconoscere." Solo più tardi, ripensandoci, mi venne fatto di notare alcuni particolari. Mai, della cugina, aveva dichiarato è pazza, come in istruttoria. Evitava piuttosto di nominarla. E non aveva minimamente accennato (nel fascicolo risultava anche questo) che da signorina altra volta tentasse di suicidarsi. Nelle fotograne allegate _ di profilo e di schiena _ il lungo grande turgido collo sotto la scura calugine della nuca, messo in evidenza dal segno torno torno del solco, in una posa d'immolazione, la "vittima" sembrava indubbiamente averne l'aria. Un profilo inclinato, o meglio incantato, su quello slancio di cigno robusto, regolare e con l'occhio un po' visionario. Bella testa in complesso. Da far pensare a una Giovanna d'Arco. Ma si sa le fotografie. La vedo adesso, ed è nient'altro che una giovane campagnola ben piantata _il collo grosso alto e largo _ forse alquanto eccitabile. Una sposa col marito lontano, insinua la difesa. La parte civile giudica simulazione il contegno dell'imputata. Fosse risultato falso o venisse eluso dall'omertà contadina per tutto ciò che è intimo, il particolare del tentato suicidio giovanile non emerge al dibattimento. Non c'è stata perizia psichiatrica, anche se si è ipotizzato un raptus dell'una o dell'altra. Vi sono tré anormali psichici tra i parenti e di stretta parentela comune alle due famiglie. Ma le ragazze risultano dalle testimonianze "buone e tranquille," normalissime. Non esistevano motivi d'inimicizia, di discordia, rivalità, neanche l'ombra d'un movente. Alle transenne padri fratelli zii assistono impenetrabili al confronto delle due cugine e amiche. Accusa e negativa: precise rilanciate ribattute, inutili. Viene fatto cessare. La fanciulla è rimasta sostenuta in una sua fredda innocenza, la giovane ansa come reprimendo empiti d'indignazione. Su lei cadono gli strali della difesa. Li riceve con l'aria d'immolazione delle fotografie, inclinato il vistoso collo nudo bianco fra le teste maschili dietro la transenna. Può darsi che non capisca o almeno non interamente. Mania di persecuzione, si dice di lei, un accesso di paranoia simulatrice. Sotto gli sguardi, un po' sbieca, rifa l'occhio visionario. La difesa ha davvero una freccia al suo arco. Le fotografìe: Signori del Tribunale, osservino le foto. Nitido, come segnato a penna, il solco sottile s'incrocia alla nuca con l'impronta di uno dei capi chiaramente volta in alto. Ora, se l'imputata esercitava da dietro una trazione verso il basso, secondo la stessa accusa, e tanto da tirar giù a terra la presunta vittima, perché quel segno in alto? Non condurrebbe, o Signori, a ravvisarvi una posizione di autostrangolamento? L'avvocato si gira come per cogliere la simulatrice in un altro momento di allucinazione. Essa sta tesa col cipiglio. Ma non deve aver capito. È difficile immaginare che cosa capisca la parentela contadina. Mai, in ogni caso, ammetterebbero o svelerebbero niente, seppure sanno. Giochi morbosi, erotismo, violenze isteriche, alienazioni, tutte le frasi degli avvocati, sono fuori del loro abito mentale. Altrettanto le ragazze: chiunque sia stata e comunque sia avvenuto o perché, nessuna forza al mondo potrebbe estrargli dalla bocca una confessione. Resta la vergogna. Alla quale ciascuna a suo modo ha tentato di sottrarsi. E la realtà dei fatti. Esse due sole nelle due case isolate. Una la vittima. Quando viene concessa l'ultima parola all'imputata, anziché proclamarsi innocente ribatte con voce limpida: Ma perché glielo dovevo fare? È altrettanto inoppugnabile. Commentano gli avvocati mentre si aspetta la sentenza. Un vero e proprio giallo. Non se ne poteva venire a capo. Giallo psicologico, altroché. Da consegnarsi, incartamento e tutto, a un Simenon. O a uno psichiatra? C'è chi propende per il cineasta di thrilling, bei flash-back sulle due versioni contrastanti. Ma forse siamo già al filone erotico. Per la sedicenne composta, così fresca e pulita sulla panca, in camera di consiglio si sta ricorrendo al compromesso dell'insufficienza di prove.
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