Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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Processo dei soliti : il ladruncolo che mette le mani su tutto quanto gli capita a portata: una sfilza di furti. E di testimoni. Facce attentissime, tese, contratte. La generale riluttanza a essere coinvolti, tocca vertici di autentica paura nei contadini. I contadini di montagna, quelli che ancora vivono di poca terra e del pochissimo che da, sovente analfabeti se non altro di ritorno. (Ed è, l'ignoranza, una ingiustizia veramente grave fra gli uomini.) Aver a che fare comunque con la legge viene considerato, oltre che in qualche modo disonorevole, un'avventura terribilmente pericolosa. L'imputato, orfano dall'età di sette anni, garzone di masseria. Si sa come usa il contadino: mangiare bere dormire, calzatura e qualche scarto di vestiario, soldi niente. Tutto va bene fin quando al ragazzo gli nasce il gusto dei soldi: per qualche sigaretta, un cravattone sgargiante (quanti reati non sono stati commessi per una cravatta) spesucce di divertimento alle feste grandi. Questo giovane dai tratti risentiti ha inoltre cominciato ad aver sentore dei propri diritti. Non riuscendo a farsi pagare, sottrae roba: una damigiana di vino che va a nascondere in mezzo al grano alto, farina patate polli, una bicicletta. Recuperato il vino, la bicicletta, sequestrato il danaro delle vendite (polli a un ambulante di passaggio per il tratture). Ma l'imputato si mostra ora scaltrissimo, istruito da dieci mesi di detenzione: nega quasi tutti i furti, ne ammette un paio per verosimiglianza. Poi dichiara _ altra cosa imparata dentro _ che le confessioni gli sono state estorte. Dice pittorescamente: Mi hanno fatto nero come il culo di mezzanotte. L'avrebbero insomma "biastemato" (intende bastonato) nientemeno col nervo di bue. Sbalordisce i paesani con la sua sicurezza e improntitudine davanti al Tribunale, i vecchi lo guardano allocchiti. Ha sempre la risposta, non si riesce a farlo cadere in contraddizione, non da retta neanche all'avvocato che appare sorpreso della versione nuova. ( E tuttavia, quando il suo patrono _ d'ufficio _ lo chiamerà orfano, quando dirà della mamma morta e della cattiva matrigna, rosso congestionato lo si vedrà lacrimare profusamente sporgendo il labbro come i bambini.) Ma non rimane lui protagonista, sopravviene il falso testimonio. Nel gruppo contadinesco non sembrava che ci fosse quest'altro giovane, tanto il montanaro assume precocemente caratteri adulti. Insaccato in un pastrano militare, avanza sulle scarpe chiodate con un beccheggio da marinaio su terra-ferma. Al contrario dell'evoluto imputato, pare in allarme. È come se la vicinanza dei giudici lo paralizzasse. L'interrogatorio troppo pressante l'ammutolisce. Risponde no. Ha preso la determinazione, forse improvvisa, di negare. Che cosa poi non si capisce, la sua testimonianza limitandosi a una bicicletta che l'imputato gli offrì di comprare e che lui non comprò perché non aveva soldi. Domanda: È vero? Risposta: No. Ma come! Gli si mostra nel fascicolo la sua deposizione con la sua firma. Domanda: È tua? Risposta: No. Questo oltrepassa ogni limite. L'impressione è che voglia tener mano all'amico ladro. Il presidente minaccia l'arresto immediato, fa accostare i carabinieri già in aula, lo mettono in mezzo. Questo vale a ottenere il riconoscimento della firma. Una firma da analfabeta, viene fuori che il giovane non sa scrivere ne leggere. Ma insiste che mai è stato interrogato. Pallidissimo, con le narici gialle, riceve una tempesta di domande alle quali, dopo penose riflessioni, continua a rispondere no. Sospetto che intenda solo in parte (quel fluido italiano, lui che sa solo la parlata del paese) ciò che gli si chiede con incalzante velocità e interpolazieni ironiche dirette ai giudici e all'avvocato, il cui senso gli sfugge. DÌ nuovo si risolve ad ammettere qualche cosa: che fu, sì, interrogato, dal maresciallo. Ma perbacco, era invece il pretore. È completamente disorientato. "E confermi le deposizioni rese?" "No." Viene consegnato ai carabinieri. Ragazzi che con la loro impari furberia vorrebbero misurarsi coi giudici, non ne mancano e sono in realtà esasperanti. Ma in questo curioso falso testimonio, nella stessa irragionevolezza della sua cocciutaggine, c'è qualcosa di diverso, di poco chiaro. Abbandonato su una sedia fra i due alti militi, le guance senza sangue, gli occhi smarriti ma ancora testardi, impietosisce. Non tornerà stasera coi paesani alla montagna, a casa, a sua madre, lui onesto povero già votato alla fatica andrà a conoscere il carcere. E ha proprio l'aria di non sapere perché, perché gli facciano tutto questo. Su proposta dello stesso pubblico ministero, viene in ultimo richiamato nel tentativo estremo di fargli capire la ragione. Lo interroga anche il componente privato, un direttore didattico, con linguaggio più semplice, a brevi domande quasi sillabate. Ma è inutile. Capisco che ha paura _ammettendo quelle cose scritte là, che non riconosce, che veramente lui non può aver detto con quelle parole ignote _ di cadere in chissà quale tranello. Ha concepito una invincibile paura della Giustizia e di quell'uomo nel seggio più alto che tenta di estorcergli, certo a suo danno, qualche ammissione. No no e no. Non gli si può cavare altro. Il presidente irritatissimo si alza. Si alzano tutti ritirandosi in camera di consiglio. E ci è lasciato il reprobo. Dalle transenne i paesani si mettono a esortare: Parla parla, di' la verità. Non guarda e non risponde. Con la toga buttata sulle spalle gli avvocati si avvicinano. "Conferma, conferma la deposizione." Lui, sempre più impallidito, gira due occhi persi. Ma non vale, non si arrende. Ancora teme che lo vogliano incastrare se pronunzia un sì. Il fatto è che la storia della bicicletta nasconde qualche cosa. Riesco a sapere dall'imputato: per averla, e nemmeno ci riuscì, vendette di nascosto a sua madre un po' di patate o di grano. Allora ha paura che salti fuori questo e lo arrestino comunque. Perciò dice no e no. E non gli entra in testa perché, se nega, lo manderebbero in galera. "Non mi possono arrestare," geme, "non mi possono arrestare." Sull'esempio del compagno, non confessa. È chiaro che lo intriga ciò che è stato fissato nella deposizione, come può sapere se in quelle parole che non intende, che non somigliano alle sue, c'è nascosto il tranello. "Non mi possono arrestare," continua a intestardirsi, "che ho fatto, io non ho detto niente." Allora bisogna spiegargli che è una falsa testimonianza. Ottavo comandamento: lo ripete come tra sé. Non gli hanno insegnato molte cose, ma questa la sa. La legge antica, nota, semplice ed essenziale, a un tratto gli dirada le tenebre. La sua faccia, ottusa nella negazione, si apre. Quando torna il Tribunale, richiamato, s'avvicina umilmente. Di nuovo gli occorre tempo. Finché escono, malcerte stentate incognite, le parole magiche della salvezza. "Confermo la deposizione resa." Anche essi intestarditi con quelle parole. Una formula ancora priva di significato per lui, è evidente. Poco dopo i paesani l'attorniano, gli danno manate sulle spalle. Ora sa che il Tribunale non gli tendeva un tranello, ma forse lo sospetta nel linguaggio della giustizia che ha i suoi ingiusti apriti sesamo. Ingiusti per l'ignoranza, che non è un reato. Non almeno per questo povero analfabeta. Rimane con l'aria avvilita.
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