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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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È stata un'impressione sgradevole sentirsi rinchiudere anche nella cappella. Mi volto e vedo la porta: grande, di legno verniciato verde, con quei tagli a spioncino. Una porta di carcere. Gli agenti si muovono dal fondo, isolati, girando le teste verso la massa compatta degli uomini nei banchi. Sono un centinaio di detenuti: groppi di spalle e sequele di facce biancocrudo con l'effetto di pietre in un muro. Più che al vescovo officiante, gli sguardi sembrano convergere in un punto a sinistra, su un candeliere che il frate tiene sollevato. Sguardi sotto controllo, portati in lungo da una cauta curiosità. Più sciolto _ o forse un po' atteggiato _ il gruppo all'armonium. Sei con l'organista, un giovane contadino dal collo fiero. Riconosco, alla chioma inumidita e gonfiata che riempie una faccia senza mento, il gramo ladruncolo innumerevoli volte recidivo. Abito grigio, scarpe nere piccolissime, una figuretta pulita quasi elegante, discosta dai compagni. (Era lo stesso al centro, qualche anno fa.) Due sono in maglione. L'organista ha la camicia aperta sul collo così eretto. Li vedo arrotondare le bocche, improvvisamente composti come angeli cantori. La luce piove dall'alto, in irradiazioni di pulviscolo sul capo del monsignore, diritto a braccia spalancate. L'altare è pieno di fiori. Da un lato, stola candida col nodino di nastro al petto, due detenuti dalle facce asimmetriche, umili e confuse, reggono tra le dita, aperte nei guanti bianchi, uno il pastorale col riccio d'argento l'altro la mitria ingemmata. Nei banchi sembrano tutti uguali. Eppure oggi non portano l'uniforme carceraria, larghe brache e casacca a strisce grigie e marroni. Sono "rivestiti" ciascuno con gli abiti che aveva addosso entrando qui, roba frusta stinta e panno di contadini o residui grigioverde. C'è un soldato in giubbetto kaki aperto, ancora abbronzato. Comincio a isolare, a individuare. Qualche testa torva piegata, guance rugose di vecchi, larghe facce attonite, il viso bello e sarcastico di un giovane alto che emerge. Il suo è il primo sguardo che incontro. Dice me ne frego. Qualcuno mi indica, nella prima fila, i cresimandi. M'aspettavo quasi di vedergli al braccio il nastro bianco. Due sono minori. Non li conosco, ultime reclute. I frati hanno sceso e risalito i gradini dell'altare muovendo svelti i piedi nudi nei sandali. Anche il mingherlino ladro in grigio s'è dato attorno, come uno di casa, porgendo un oggetto scansando le sedie. Sedie e poltrone in finto cuoio degli uffici carcerari, la poltrona del vescovo è quella dei giudici istruttori. I due depositari hanno restituito pastorale e mitria rimanendo a braccia penzoloni. Monsignor vescovo con le insegne e i paramenti è molto grande, altissimo. Sprizza fulgori dal piviale. Davanti a lui i cresimandi aspettano, col padrino a ridosso che gli tiene goffamente una mano sulla spalla. I padrini sono vecchi, i cresimandi giovani. Il primo dalla mia parte è un losco ragazzo ricciuto fino agli occhi. C'è un movimento nei banchi, quasi un'inclinazione simultanea, un piccolo abbandono obliquo delle teste. Qualche segno di croce fuori tempo, subito contratto. Scopro libriccini, due o tré corone di rosario: come cose nascoste venute alla luce in un improvviso dimenticarsi. La massa si è sciolta, ha assunto attitudini pose rilassatezze. Si è vagamente e sordamente animata. Il vescovo avanza rapido verso la fila dei cresimandi. Contro il ciuffo crinoso del minore, la bellissima mano bianca raccoglie le dita nel gesto liturgico. Sotto quella mano che sembra una fiammella dello spirito santo, è consacrato soldato di Cristo il ragazzo senza fronte. La ressa dei corpi nei banchi subisce continue modificazioni: certe piegature, certi stacchi, certi incurvamenti, rompono l'uniformità quasi di muro dell'inizio. .Occhi ansiosi spiano nei compagni i gesti da eseguire, ciascun segno di croce viene sgranato dall'uno all'altro in frettolosa successione. Qualcosa di docile, una remissività infantile, coglie anche i più restii. È un agente a far segno di alzarsi e tutti si alzano. Tonfo delle ginocchio sul legno e lunga prosternazione. Esplodono le voci dei cantori sonoramente. L'organista s'è abbandonato al canto col collo gonfio. Così compreso, penso, come bambino nella sacrestia del paese imparò a pigiare i tasti con l'indice e provò la vocetta intonata. Ho perso la nozione del tempo. Mi riscuotono mormorii e piccoli subbugli da scuola, quando i ragazzi stanno per essere chiamati a dire la lezione. Sono gli agenti a muoversi per primi. Uno a uno, quasi avessero finora circolato, risalgono la chiesa con un curioso effetto semovente delle fiammelle azzurre ai risvolti della divisa. Vanno a ricevere essi la comunione e sarà l'unico momento senza custodia. Ma non necessitava custodia. Rannicchiati e come spauriti _ il disagio di uscire dalle file, esporsi _gli uomini si preparano. Al posto delle guardie, subito dopo, il gruppo dell'armonium senza impaccio. Quindi un brusco agitarsi nei banchi, un disincagliarsi, a due a tre, con passi secchi, una sorta di corsa un po' disperata come se si consegnassero. Hanno raggiunto i gradini a testa sotto, quasi cozzando. Non potrei calcolare il numero, è stata una cosa repentina e in certo senso disordinata, a strappi. Si susseguono all'altare scaglioni, dorsi curvi, nuche giovani e vecchie, teste folte calve rapate, spalle rigonfie e spalle cadenti. Una giacca inverosimilmente stazzonata copre una magra schiena dalle scapole prominenti come il residuo di ali mozzate. Scarpe sdrucitissime si mostrano con quell'aria disarmata delle suole esposte. Parecchi indossano le brache dell'uniforme. Vedo presentarsi tra gli ultimi il bei giovane faccia derisoria, l'andatura bighellona e di colpo mettersi giù. Anche lui sotto la giacca sagomata da guappo ha le strisce del carcere, non possiede un pantalone. Due corti piedi da ragazzo, le punte in dentro, ingenue, si uniscono ritti scoprendo calze bianche in certe scarpucce aperte ai talloni. Colgo qualche profilo, il mento tremante, protendersi a bocca spalancata verso l'ostia. Brutte bocche di viziosi e di violenti. Ma non oso più domandarmi chi siano costoro e che abbiano fatto. Le schiene profondamente umiliate, l'annaspo delle labbra timorose, e i piedi, quei piedi uniti come mani, tutto negli uomini prosternati esprime in un modo quasi straziante l'anelito spirituale. Sia pure dell'attimo suggestivo, dell'occasione. Si alzano raccolti in sé come ciechi. Al gesto del frate che li aspetta al passaggio per distribuire un'immaginetta, riscuotendosi trasaliscono. Assise sulla dura poltrona d'ufficio carcerario, il vescovo parla ai suoi figli. Voce suasiva, con poche modulazioni, risulta un dolce lamento. La testa delicata appare giovane, sembra giovane di purezza fisica, la castità come un'ibernazione. Ha le fìsique du rôle . Nel silenzio della cappella si avverte il momento più acuto, e forse il più precario, dell'abbandono. Scopro qualche nobile tratto di fisionomia, occhi patetici, tristi incavi di bocche. Libriccini e immagini sono sui banchi, corone di rosario restano visibili appese a mani nocchiute. So che dopo si vergogneranno e irrideranno l'uno all'altro (è umano, ed essi sono più che umani nel senso della fralezza) ma adesso ascoltano ancora con una specie di avidità, quella cosa che somiglia alla fame e che si sente dentro come un buco. Le mani del vescovo, distese sulle ginocchia, di un rosa lillà un po' livido, le unghie bianche, sembrano essersi appassite. Non gesticola. Il movimento è solo nelle modulazioni della voce. Anche il senso è piuttosto nel suono, in quella blandizie. Parla del Cristo. Là in alto dietro a lui, l'enorme Crocifisso sfigurato stravolto, con grumi e colaticci di vernice vermiglia, opera di un detenuto. Vi si levano tutti gli occhi sgusciando il bianco con una certa somiglianza. Le fronti sono aggrottate nello sforzo. Essi non intendono la lettera. Sfugge il significato delle parole, si smarriscono le mistiche astrazioni: quello che vi è di rarefatto di teologicamente incorporeo nei sermoni cattolici, non li raggiunge. Ma sono indotti a guardare il Cristo con le piaghe, l'eloquenza irrefragabile del sangue. Il cattolicesimo ancora si regge sulla suggestione del rituale liturgico e delle immagini, non soltanto per i semplici, ciascuno vi reperisce qualcosa dal basso o dall'alto. Nel momento che metterà mano all'apparato correrà il più grande rischio della sua storia. Tornando a guardare le file uniformate, non vedo che teste ispide e menti deboli. Nell'aria viziata un sentore di corpi, un lezzo. E di nuovo l'impressione di scuola, quando sta per suonare la campanella, lo stesso tramestio del radunare furtivamente sotto il banco. Sguardi bassi seguono le braccia dei frati che spogliano il loro vescovo. È molto sottile, senza carne, le spalle escono esili da sotto la cappa. Gli agenti hanno ripreso a circolare. Nello spazio sgombro procede il corteo delle autorità fra i detenuti in piedi. Nessuno si sporge a baciare l'anello, forse è stato proibito. O si è spento lo slancio. Le facce inespressive arretrano confondendosi. Dietro la frusciante immacolata veste principesca si leva a grado a grado un brusio, un bisbiglio, un brulicame. E poi, alle nostre spalle, sordo, il clamore incoercibile, sempre un po' minaccioso, della gente ingabbiata. Andiamo a consumare il rinfresco. Cioccolato caldo con paste, dato che Sua Eccellenza e gli altri officiami sono digiuni.

20 HANNO AMMAZZATO UNA BAMBINA

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