Vietato ai minori
Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura
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Questa mattina due sole cause, la neve ha bloccato le comunicazioni coi paesi di montagna. Trovo l'ufficiale nel corridoio che chiama a vuoto i nomi col naso sulla lunga lista. Anche io sono in ritardo. Il ragazzo è già in pedana. Un pò gobboni come si mettono a quell'età e senza collo le orecchie nel bavero. A volte il dietro degli imputati è talmente espressivo che, rigirandosi, la faccia inerte sembra non corrispondere alla tensione e torsione della. schiena. Questa non la capisco. Un impermeabile troppo corto col risvolto sudicio in cui la nuca affonda. Il ragazzo sta cheto immobile sotto il martellamento di un interrogatorio concitato e aggressivo, cui risponde piano come se volesse mettere la sordina, una voce smorzata che non afferro. Si tratta di furto. A giudicare dall'entità _ qualche migliaio di lire _ uno dei soliti furterelli. Sta negando, non di aver preso il danaro ma di aver forzato il cassetto. Rubò alla padrona di casa. Lo tenevano a pensione, forse uno studente. Infatti: liceale. Quando torna indietro m'accorgo com'è alto. Non va a sedersi alla panca, resta contro la transenna accanto a un contadino che stupisce sia il padre. È davvero molto alto ben fatto e bello. Su due larghe spalle da uomo un lungo collo sostiene con eleganza la testa piccola ricciuta. Più che ricciuta gonfia soffice di capelli bruni leggeri a onde appena accennate (con le dita?) come le ragazze col taglio corto ma pieno alla nuca. Una testa adolescente di bellezza femminea, occhi grigi, naso dalle pinne delicate, bocca stretta carnosa con un biancore serrato di denti perfettamente regolari. Non mi piace. Porta le unghie lunghissime, quelle dei mignoli spropositate, di un rosa duro e lucido come pietre, arrotondate a mandorla. Ho idea che non saprei parlargli. Finisce subito, il Tribunale si ritira. Mi avvicino rivolgendomi al padre e lui si scosta con un fare da uomo di mondo. Il contadino, che se lo è rimirato, ha l'aria di chiedere a me dove altro si potrebbe mettere, uno nato così, bello e signore, se non nei banchi di scuola. La migliore scuola, appunto quella dei signori. Domando se gli mandava danaro. Sissignore, oltre la pensione cinquemila lire. Veste un panno casalingo, la biancheria è sfrangiata, quelle cinquemila extra dovevano rappresentare molto. Aggiunge: È stata una disgrazia. E lancia al figlio uno sguardo interdetto ma senza rimprovero. Ora lo vedo bene, il figlio, da capo a piedi. Piedi in scarpe nere di forma appuntita. Pantaloni blu, camicia chiara e cravatta grigioperla troppo lustra. Da quella combinazione con l'impermeabile, deduco che neanche a vestiti abbia altro. Ma l'avrà voluto scuro, ci si può andare nei ritrovi, a ballare. È azzimato, sa di essere bello, lo sa alla maniera di una donna. Gli faccio segno e s'avvicina inchinandosi come in un salotto. Devo alzare la testa per guardarlo, provo disagio, mi è insolitamente difficile dirgli qualche cosa. Che cosa? Guardo il mento rasato, il nodo della cravatta color perla ombrato di sudicio. Neanche a cravatte deve abbondare. Improvvisamente penso al vecchio impermeabile appeso a un corridoio del liceo, fra i cappotti di tweed dei ragazzi e le pelliccette delle ragazze. Il Tribunale rientra. Ascoltiamo vicini la sentenza: perdono. Egli sta col bei viso femmineo impassibile, ma di nuovo è senza collo. Allora capisco quello che c'era nella schiena rattrappita. Vergogna, ma si vergogna di suo padre e dei suoi vestiti. Capisco tutto senza simpatia. Non mi viene da dirgli altro che tagliati quelle unghie, bruscamente e con cattiveria. Me ne pento subito, non sto qui a giudicare. Ma forse non c'era da dirgli altro. Del secondo imputato, come entra sbattendo le scarpe chiodate, scorgo un momento la faccia magra e vivace, poi sulla pedana una nuca capelluta fin dentro la giacca. Giacchettina scarsa con mezze braccia di fuori. È confuso ma pronto e schietto. Fa sorridere i giudici. Lui Sta serissimo. Gli si addebita il furto (nel cassetto aperto di una bottega, un semplice allungare la mano) ma benché non risultino a suo carico altri procedimenti, di furterelli ce n'è una sfilza, a cominciare dalla frutta sulle bancarelle del mercato. Non imputabili quelli compiuti prima dei quattordici anni. Il classico ladruncolo. Le sue risposte in dialetto, che divertono i giudici, sono ingenue e sincere. Con lui non vale l'abilità inquirente, il gioco delle domande a trabocchetto, non si può coglierlo in fallo proprio perché è troppo semplice. "Confermi la deposizione resa?" "E che è?" Di nuovo si ride. Stamattina il Tribunale è bendisposto anche dall'udienza leggera, si sta già per finire. Ma bisogna andare adagio, tradurre. Il ragazzo con attenzione cerca di capire. Ha il piccolo capo ritto con quei capelli scarruffati dentro il colletto, la schiena sottile tesa. "Sai che è la vigilanza speciale?" Non lo sa. Sembra sia stato sotto vigilanza, ignora di essere socialmente pericoloso, come risulta dal rapporto dei carabinieri. "Sai che non si ruba?" Questo lo sa, ma non sa dire perché non si ruba. Piuttosto dovrebbero domandargli perché ha rubato. Scuote il capo ad altra più difficile domanda. "Sai che è il male e il bene?" (Un sostituto procuratore in vena filosofìca.) Non saprebbe dirlo nemmeno se fosse studente liceale, ma la domanda è puramente accademica. Non ha difensore. Se ne chiama uno d'ufficio che passa nel corridoio. Del resto è confesso e si può procedere svelti. Quando vado a sedergli accanto, anche io devo cominciare con le domande. Ha sedici anni (l'altro imputato diciassette compiuti) ma di una struttura fragile, stranamente disossato nel viso forse per le guance prive di zigomi. A scuola non c'è più andato perché gli facevano ripetere sempre la stessa classe. Lavora da muratore col padre, se trovano lavoro. Tra fratelli e sorelle sono nove. Il padre, che era rimasto indietro, s'accosta e curvandosi mi dice: Fatelo mettere a casa di correzione. Sto per ribattere che lo corregga lui, ma lo guardo e non fiato. È un ometto con le guance così incavate che fanno buco. Ora il ragazzo ha paura, lo sento (come un animale preso alla tagliola) riesco a farmi guardare assicurandolo del perdono, mi guarda diritto con occhi vivi umidi intenti. Ha bisogno di quel perdono, ha uno spasimoso bisogno della libertà. S'alza di scatto all'aprirsi delle due porticine. In piedi nell'imponenza della toga, il presidente legge con la consueta velocità. Sono io a turbarmi, l'imputato non capisce. Ancora non sa che, col perdono, gli hanno inflitto due anni di ricovero. Ha un guizzo solo quando arriva il carabiniere in divisa a prenderlo in consegna. Allora urla contro il padre: tu, tu, sei stato tu _con una voce secca senza pianto, con la più terribile disperazione che abbia visto in quest'aula. L'afferro ai risvolti della giacchetta striminzita _ ma il Tribunale finge di non udire _ scuotendolo e spingendolo verso il corridoio. Trema tutto, vibra in ogni nervo, ha una specie di convulsione dentro. Tu tu, continua a gridare al padre che viene dietro a testa bassa. Lo scuoto e gli parlo, dico quello che mi viene in mente. "Ti faranno imparare da meccanico." È la passione dei ragazzi, da qualche parte hanno l'officina, bisognerà mandarlo in un'altra sede. Ma lui, accoratamente: Volevo fare il muratore. Lui vuole stare fuori, fuori. Ha fatto la faccetta senza zigomi incavata come quella paterna, e così lo lascio al carabiniere. Senza mettergli le mani addosso, se lo porta via lungo il corridoio scuro. Dopo saprò che era necessario levarlo di casa: vi sono nell'anamnesi familiare, su un foglietto verde del fascicolo, le tré minacciose letterine: tbc.
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