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Vietato ai minori

Autore: Bonanni, Laudomia - Editore: - Anno: 1974 - Categoria: letteratura

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Ho saputo dopo, per telefono, che al Gabelli c'era stato il parricida. Avrei dovuto pensare a un seguito, che non finisse in tribunale, temo di averlo voluto inconsciamente ignorare. Non conservo appunti di quel periodo, scrivevo le relazioni a caldo senza farne copia, lasciandole all'usciere del gabinetto o entrando per parlarne col presidente. I casi gravi. Avevo incarico di prendere contatto col detenuto. Dal presidente R. ebreo espulso perseguitato e da poco reintegrato nelle funzioni, l'unico a utilizzarmi effettivamente, a chiedermi una concreta collaborazione. Dal parricida ero andata più volte. Ricordo che mi sfuggì: è una pecora. Avevo scritto docile mite inerme. Nell'ufficio del centro (come poi in aula) entrò cercandomi con un occhio, il suo atteggiamento da uccello. L'altro, cieco, era bianco sfatto. Entrò saltellando col piede mencio come spezzato alla caviglia. Ma aveva anche nonsoché all'anca, uno sderenamento. Sembrava paraplegico. Pallore grigio, denti guasti, radi capelli e peli di barba a chiazze. Mai visto un vecchio così di diciassette anni. Solo le mani sviluppate, grandi nodose, che apriva e chiudeva in continuazione, le mani dell'assassino. Parlò, ed era una povera pecora al macello. Sapeva di aver commesso qualche cosa che non può essere perdonato né in terra né in cielo. Il processo occupò l'intera mattinata, si ebbe la sentenza alle tre. Difensore d'ufficio. Presenti avvocati illustri, si trattennero perfino segretari e cancellieri. Caso grosso. L'imputato, appollaiato di sbieco, a girare l'unico occhio, il piede mencio in una informe scarpa al nerofumo penzolante dall'accavalciatura, sul ginocchio le dita intrecciate così forte da sembrare uno strano moncherino o una mano mozza. Squallido. Come se avesse raccolto in sé tutto il brutto e il male della famiglia. Non si guardarono mai tra loro. Le due sorelle, quattordici e quindici anni, bionde, occhi celesti, bianche e rosa, bellezze in fiore. La madre cupa in nero, fazzoletto nero serrato alla gola, ma ne trapelava un sentore di biondo. Disse: la cateratta. Era stata una cinghiata del padre. Il piede, disgrazia, l'anca o la schiena che fosse sconquassati, nato male. Picchiata lei bastonato rotto il ragazzo, alla fine lo urlò. E poi di nuovo silenzio, irremovibile. La vecchia testimone: Due nerbate le buscò puro io. Al presidente: E mo' avemo fenito? Ilarità. Ride anche il ragazzo, a sussulti nervosi, ancora più squallido nel riso. Menava. Scioperato e ubriacone. Peggio dopo scontata la condanna, per violenza carnale alla figlia. (La minore, la più bionda.) Si sentiva disonorato _ non posso uscire, non posso farmi vedere alla gente _ disonorato dal carcere. Rivoleva la piccola, allontanata in città a servizio. Ubriaco, dava in escandescenze feroci minacciando di ucciderli per averlo denunziato. Ma rivoleva in casa la bambina. Quella notte, brandendo un'ascia, li terrorizzò. Cadde sul letto con l'ascia in mano. Non si precisa addormentato. Che gli passi il vino, la tregua dello stroncamento alle gambe. Vomitò. Si sarebbe riavuto e li avrebbe uccisi, era la volta che li avrebbe uccisi. Rimangono in piedi vegliando. Avvocato: la ve glia del terrore. Non si capisce _o non s'indaga _ se abbiano tentato di levargli l'arma. Si avanza il dubbio _ pubblico ministero _ se sia stato il ragazzo o complice la madre, se non solo la donna. Lui si addossa tutto. All'alba, disperato, afferra il martello e gli da sulla testa. E continua a battere a battere perché "ha paura che si sveglia," poi non capisce più niente, non sa più niente. Agli urli, la prima persona accorsa lo vede ancora dare col martello. Anche la madre in camicia piena di spruzzi. (Da domandarsi perché in camicia, a che sia stata costretta dall'ubriaco.) È notorio quanto sanguina la testa. Lui va a costituirsi così insanguinato. Come se avesse scannato il porco _vecchio teste _ e porco era. Come un bambino che ha rubato la marmellata, con le mani ancora sporche di marmellata. Ho presente ogni particolare. Il pubblico ministero alle ragazze, dopo aver cercato di ottenere una parola di cordoglio: gli volevate bene? No. Reciso. Non piangono nemmeno alla retorica dell'avvocato. La donna chiusa segreta, il tipo della montanara di forti passioni e odi implacabili. (I montanari duri come ghiaccioli, duri acuti taglienti e così freddi che scottano.) Requisitoria accesa nella forma ma moderata nella sostanza. Quando, dopo ore, il Tribunale rientra e il presidente R. legge con chiara pronuncia, la sentenza è accolta da un mormorio prolungato. Assolto, legittima difesa. Si è ignorata la condizione inerme _ temporanea _ dello stato di sonno, mai sottolineata in dibattimento. Il mormorio, e poi silenzio profondo. Di emozione. Sentenza eccezionale, eccezionalmente ardita. Credo di ricordare _ se può verifìcarsi in un'aula di giustizia _ l'applauso. Ma sì, ci fu entusiasmo, battimani. Io col nodo alla gola e gli occhi appannati. Non vidi più niente. Ora so che il parricida è stato al Gabelli. Venne dimesso dopo un periodo detentivo per misura di sicurezza, o qualcosa di simile. Il pubblico ministero non appellò. Perdonata la vittima da un giudice coraggioso e forse dal cielo, ma non dalla terra. Impossibile rimanere in paese, la maledizione atavica su colui che sparge il sangue di chi lo generò. Impossibile anche la famiglia, può darsi che la stessa madre lo abbia respinto, o la repulsione delle sorelle. Vaga come l'ebreo errante. A Roma si riduce a bussare al Gabelli. Cerca che lo tengano dentro, fuori non può stare. Non può scegliere la libertà. Lo hanno tenuto. Dove sia ora nessuno sa, come rintracciarlo. Qualcuno collega la sede della detenzione e del processo con la mia provenienza, sembra che mi nominasse. E così telefonano. A titolo di curiosità. Ringrazio.

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